piermaria-romaniRicco e mentecatto, artista e imbonitore, adulto e infante. La vita di Piermaria Romani, satirico ai tempi di Cuore, matita per Smemoranda, Comix e Il manifesto, profanatore del buon senso nelle incursioni con le Iene, e adesso artista del de minimis, del dettaglio che illustra la vita, della normalità e della miseria quotidiana, dei segni indelebili della noia, della viltà e del coraggio, è degna di una sceneggiatura. Romani disegna i volti, le voci, le lacrime dei qualunque. Ogni giorno della sua vita, e fino alla morte che verrà, ritrae l’uomo qualunque, il quisque de populo. Chiunque oltrepassi la frontiera del suo regno, Stienta sul Po, si aggiudica un ritratto.

“Mio padre è stato un repubblichino di Salò. Dalle mie parti l’hanno sempre definito un fascista di merda. Mia madre era una ricca commerciante. Io l’unico figlio al quale hanno destinato solo il grandissimo dubbio che fosse un ragazzo marcio dentro e fuori. Al punto che quando mi sono sposato i miei sono corsi dai genitori di mia moglie a dirgli: siete pazzi a far mettere vostra figlia con lui? L’abbiamo portato già sei volte dall’esorcista”.

Che bellezza i consuoceri di una volta.

Mi sposai ugualmente, ma dopo nove anni mia moglie mi ha lasciato per un venditore ambulante di accendini, uno del Senegal. Il primo che passava. Se avesse scorto una trota si sarebbe accoppiata con lei pur di chiudere bottega col sottoscritto.

In quanto ad autostima lei va forte.

Infatti mi sono dovuto rimboccare le maniche e mettere alla ricerca di far qualcosa. Innanzitutto, essendo stato mio padre fascista, ho aderito ad Avanguardia Operaia. Poi ho lavorato con Michele Serra e con i suoi eredi finché è durato Cuore. Ma sapevo che non durava ed ero allarmato. Mi dicevo: poi che faccio?

Ottimismo a oltranza.

È venuto il momento delle Iene ma mi dicevo: poi che faccio?

È venuta la morte dei genitori.

La morte è un non sensecome la nascita. Si nasce e si muore senza un perché. Sì, sono morti e io mi sono trovato ricco. Ho ereditato la loro ricchezza.

Il poveraccio riccastro.

Per l’appunto. Ora per esempio mi trova appena uscito da una banca dove sono corso piuttosto confuso dopo aver letto sull’Espresso che l’istituto di credito faceva cagare ed era sull’orlo del fallimento.

Custodire i soldi è un pensiero faticoso.

È una iattura. Essere ricco è un impegno quotidiano che mi costringe a uscire da me. Devo stare attento, curare il bottino, devo essere sorvegliato, vigile, prudente, limitatamente generoso.

Deve comportarsi da ricco.

Infatti mi oppongo a questa condizione e ho scelto una vita priva di ogni benessere materiale. Chi mi odia dice che vivo da mentecatto, chi mi stima riferisce invece del mio respiro da francescano. Una cosa è certa: faccio il mio lavoro a gratis. L’artista, il narratore del paese reale.

Il dettaglio del volto dell’uomo qualunque.

Ritraggo i volti della gente del mio paese e gli chiedo il loro giorno più bello, quello più brutto e il desiderio che portano nel cuore. Ne faccio 52 all’anno e poi li unisco. Una collazione artistica.

Una storia universale della contemporaneità.

Gioie e dolori.

È una tela immensa.

Così grande che non so dove esporla.

Però ha esposto per una collettiva al Palazzo delle Esposizioni curata da Bonito Oliva, a palazzo reale di Milano con Sgarbi, al Festival della filosofia di Mantova.

I riconoscimenti ci sono. Ma siamo infantili e vorremmo che ce ne fossero di più, ancora di più.

Il volto del passante come filo conduttore.

L’universo si compone di volti. Il volto, o porzioni di esso, sono il segno dell’umanità. Frugo nella copisteria dei nostri sentimenti. Ora sto lavorando sulle lacrime.

Le lacrime di ognuno di noi?

Il dolore cos’è? Ingrandisco la lacrima al computer.

E la lacrima diventa un mare. Una grande goccia. Il gorgo dei penitenti.

Oppure raccolgo le voci.

E compone la sinfonia.

Ho registrato anche la sua. Poi la richiamo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 6 maggio 2017

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