Sfacelo ATAC, dopo cubiste e raccomandati ora bussano i creditori

L’AZIENDA DEL TRASPORTO PUBBLICO DI ROMA SULL’ORLO DEL COLLASSO CONTI PIGNORATI PER UN DEBITO DI 115 MILIONI DI EURO, A RISCHIO I RIFORNIMENTI DI GASOLIO PER I BUS. IL COMUNE CI METTE UNA PEZZA
Forse il gasolio sarà assicurato e i bus della Capitale proseguiranno serenamente il lento cammino verso il default. L’evento estremo, il fine corsa per assenza di benzina, sembra scongiurato da un intervento ponte del Campidoglio che risolve l’ultimo pignoramento dei fornitori nell’ultima catasta di debiti che espugna il miliardo di euro e pone l’Atac in cima alle aziende peggio governate d’Europa. Qui siamo nel centro di gravità permanente della bancarotta, nell’enclave debitoria di una città già ricoperta dai debiti, nel sistema più approfondito, specializzato e contabilizzato di frode della fede pubblica. Il passante pensa di viaggiare su un bus e non sa che galoppa su un vettore d’incoscienza, un turbine feroce di appalti farlocchi, bandi irregolari, arbitrati che sembrano arbitri, e uomini politici di tutte le razze, veramente tutte, che hanno preteso nel corso degli anni un pizzo personale. L’amico, l’amica, la fidanzata, la moglie, il segretario, il cognato, l’amante a ingrassare una pianta organica che arriva a dodicimila dipendenti, che perde all’anno circa 200 milioni di euro, che aumenta vertiginosamente i costi degli amministrativi (da 86 milioni di euro nel 2011 ai 115 del 2012), utilizza il 60 per cento delle vetture (1379 in transito contro le 2298 disponibili), pianifica la riduzione di 498 autisti e lascia già ora la città sulla pensilina. In attesa.
GIÀ ORA LE CORSE sono scese ben al di sotto del 2 per cento dichiarato, e questa riduzione, che l’assessore alla Mobilità Guido Improta chiama gentilissimamente razionalizzazione, è il segno del ritorno a Neanderthal: fortunati i romani con i piedi in salute. La goccia di gasolio che ha fatto traboccare il vaso e che ieri avrebbe potuto lasciare i bus in garage è illuminante: il consorzio Tpl chiede ad Atac 115 milioni di euro arretrati. Atac si oppone ma si arriva a una transazione. È l’anno 2010 e le parti si accordano per 68 milioni di euro. Ma l’assessore del tempo, Antonello Aurigemma, blocca tutto e chiede un parere all’Avvocatura. Non si sa cosa abbia fatto l’Avvocatura, si sa però che la causa riprende e i soldi tre anni dopo, grazie a rivalutazione e interessi, giungono a 115 milioni di euro. Atac non paga, il Consorzio pignora i conti correnti e il gasolio non esce dai serbatoi. Ecco in sintesi l’ultima crisi. Che si aggiunge, anzi si sovrappone come uno specchio e rimanda a scandali infiniti come le buche della città. Le linee saltano, la nuova geografia urbana che si organizza attraverso siti dedicati. I 5Stelle monitorano le vetture morte e chiamano alla collaborazione: da me non passa più il 51. E da te cosa succede? Non me ne parlare: il 117 è sparito dalla circolazione. Immortale, ai tempi di Parentopoli, la cinquantina di persone assunte nel giro della galassia di Alemanno, la conversazione dell’assessore all’Ambiente Marco Visconti, che aveva appena favorito il destino della sua compagna in Trambus, con un collega consigliere comunale capitolino: “Purtroppo un assessore marchette sue ne può fare veramente poche. Io stavo al Patrimonio e la mia compagna è entrata con Bertucci… Cioè se tu assessore te metti 10-12 persone riconducibili a te e te le sistemi tutte sei un deficiente e crei scompiglio a tutti”.
Visconti in questo caso invocava sobrietà nelle assunzioni di favore e rigore nella modulistica familiare. Perché in Atac si è fatto veramente di tutto e di più. È riuscita, per fare un esempio che nel monte debiti appare poco più che una piuma d’oca, a corrispondere un milione e 850 mila euro alle aziende incaricate di selezionare personale (circa 800 assunzioni), quando, come conferma l’assessore nell’immortale telefonata intercettata, l’Atac riesce ad ingaggiare il personale anche solo “de visu” (“ovvio devi avere un minimo di curriculum”). Quel minimo che non mancò, per esempio, all’ex cubista Giulia Pellegrino come anche ad alcuni esponenti del Pd intercettati sulla strada del trasporto pubblico.
SI DIRÀ: TEMPI PASSATI. Invece no perché a Parentopoli è poi succeduta lo scandalo della bigliettazione farlocca, il nero di circa 70 milioni di euro espunto dalla contabilità attraverso la stampa e vendita parallela dei biglietti e soprattutto, questa è una delle pratiche più ostinate, attraverso la cogestione del malgoverno, una sorta di associazione politica tra destra e sinistra per dimostrare come si può spennare l’Atac. E se fanno sorridere (o piangere) le promesse dei manager ingaggiati da Alemanno per “rilanciare” l’azienda, il suo successore Ignazio Marino ha rimorchiato un nuovo amministratore delegato, Danilo Broggi, che contemporaneamente è consigliere di amministrazione di Sirti, vicepresidente di Quadrivio Group, Presidente di Poste Assicura, Presidente del centro di cultura d’Impresa. Quattro poltrone (una delle quali retribuita extra) in aggiunta a quella principale. Il segno che la politica è irredimibile ma pure i manager non fanno sconti.
Broggi guida l’Atac? L’Atac sa far peggio anche senza di lui e dimostra, dopo gli scandali, che il conto lo paga il cittadino (e contribuente) si paga alla fermata. Una, dieci, cento linee cancellate o ridimensionate, con una lista parallela dei bus pericolosi, le tratte sulle quali si viaggia a proprio rischio e pericolo. Non prendete il 20 se vi trovate alla fermata metro Anagnina, state attenti allo 042 e al 508 se siete diretti a Corcolle, attenzione per chi naviga nei dintorni di Tor Vergata allo 059 e al 511. Pericolo vandalismo. In centro guardia alta nella famigerata vettura del 60 che conduce borseggiatori e borseggiati da Termini alle soglie di Pietro, nella casa di Cristo.
da: Il Fatto Quotidiano 5 novembre 2014

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