Al Bocelli negazionista non bastano neanche 35mila morti

 

Forse è l’enormità del numero dei morti, trentacinquemila solo in Italia, a farci pensare che rifiutare il mistero di questo virus misterioso sia un modo sapiente di governarlo, gestirne gli effetti anche psicologici, tenere a bada la paura e anzi allontanarla da noi. Forse è anche l’impellenza della politica di trovare un ruolo per chi è all’opposizione a scegliere, come terreno di scontro, il virus. Cosicché, ora che si avvicinano le elezioni, si potrà stare di qua o di là. Chi col governo per dire che è pericoloso e mortale e chi con l’opposizione per statuire il contrario? Dovevamo giungere a questo punto, anzi a questo livello e sentire da un uomo fortunato e di talento indiscusso come Andrea Bocelli che nemmeno uno dei suoi migliaia di amici in tutto il mondo è finito in terapia intensiva. E dunque: il virus è davvero così pericoloso?
Bocelli queste sue incredibili affermazioni le ha pronunciate nel palazzo del Senato, l’istituzione che in questi mesi ha ratificato, deliberato, commentato, approvato decine di misure di limitazione della libertà personale come estrema tutela della salute pubblica. La discussione sul diritto supremo alla libertà personale o la legittimità della sua compressione quando in gioco è l’integrità del nostro corpo, non poteva finire peggio. Con Vittorio Sgarbi alla presidenza del convegno dei “negazionisti” a redigere la Costituente del no, e Matteo Salvini in platea a rifiutare di indossare la mascherina come prova principe che egli – non a caso – è il capo dell’opposizione parlamentare.

I trentacinquemila morti non li conosciamo più. Sono seppelliti ormai. E non ricordiamo neanche la prova empirica, visiva, fattuale, delle conseguenze di chi si è avventurato a impartire lezioni di disubbidienza civile. Boris Johnson, il primo ministro britannico, è stato a un passo dalla morte, Bolsonaro, il presidente demagogo del Brasile, si è infettato e si è rivolto alla scienza, contro la quale faceva singolare opposizione, per non finire nel luogo, appunto il reparto di terapia intensiva, del suo collega inglese. Non ci basta la scienza, che pure ha difficoltà a illustrare i confini di questa malattia, non basta la realtà dolorosa ed estrema di cui siamo stati spettatori, non basta il principio di precauzione al quale dovremmo far ricorso. Non ci basta più nulla. Siamo semplicemente stufi di usare la ragione.

Da: ilfattoquotidiano.it

Benedette le condizionalità sul Recovery Fund: adesso dimostriamo di saper spendere più di 200 miliardi in tre anni

 

Benedette le condizioni, io dico. Perché i soldi arriveranno, e saranno tanti. Più di 200 miliardi da spendere entro il 2023. Una enorme massa da investire in tre anni soltanto. È questo tempo che dovrebbe metterci ansia, impaurirci davvero. Perché in tre anni spesso non riusciamo nemmeno ad appaltare un’opera, forse neanche a rendere esecutivo un progetto. È la dimensione del tempo, il valore che diamo al tempo, e anche la responsabilità nel renderlo efficiente la più grande ipoteca alla riuscita del Recovery Fund, lo strumento europeo di emergenza per resistere alla crisi e superarla.

La mestizia o la preoccupazione con la quale passiamo in rassegna le cosiddette “condizionalità”, il controllo appunto di come spendiamo i quattrini, è assai singolare. Mica ce li danno per fare tutti una grande festa? Magari una gita a Formentera? E il fatto che una parte di essi (81 miliardi di euro) siano a fondo perduto impone ai nostri soci di capire come la solidarietà europea verrà impegnata. Obbliga noi nei loro confronti, come ciascuno dei Paesi nei confronti della comunità.

Benedette le condizioni, perciò. Non dovremmo preoccuparci di spendere i soldi secondo gli impegni e gli obiettivi indicati a Bruxelles. Non dovremmo avere nessun timore da un controllo, se esso naturalmente non divenga ostruttivo.

Il terrore mio è che gli italiani debbano essere impauriti da se stessi. Dalla cronica incapacità di onorare gli impegni, di rispettare i tempi, di abbandonarsi alle furbizie (o peggio alle bustarelle) che tanto peso hanno avuto nella dimensione civile della nostra storia contemporanea.

Il problema siamo noi. E la soluzione al problema siamo sempre noi.

Meglio che ce lo diciamo adesso. E meglio, molto meglio, faremmo a non trovar scuse domani.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Autostrade, il diritto del governo di revocare la fiducia: finalmente qualcuno paga

 

Quanti anni indietro dobbiamo tornare per rammentare un governo che impone a un grande gruppo industriale e finanziario di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e omissioni? Non ce lo ricordiamo, purtroppo. Dobbiamo fermarci ai governi di Amintore Fanfani negli anni del grande boom industriale? O andare ancora più indietro e fissare l’obiettivo al secondo dopoguerra? Perché questo è il punto. Comunque la si pensi di Giuseppe Conte, e spesso non fa pensare bene, la decisione del consiglio dei ministri, terminato qualche ora fa, che estromette i Benetton dal controllo di Aspi, escludendo i capitani d’industria veneti (capitani coraggiosi, eh?) dal diritto di sedere nel consiglio di amministrazione, sancisce un principio sconosciuto in Italia.

Che cioè il governo ha diritto di chiedere conto. E ha diritto di revocare la fiducia nei confronti di chi gode di una concessione pubblica, se ne ricorrano le condizioni. E c’è qualcuno che può difendere l’operato di Aspi? Qualcuno che possa negare che la società concessionaria della maggioranza della rete autostradale italiana abbia goduto di condizioni di assoluto, straordinario e illegittimo favore? Qualcuno che possa negare che dalle tariffe i Benetton come gli altri soci abbiano ricavato profitti esagerati senza curarsi di investire il minimo sindacale in sicurezza?

Il fatto che per prenderne atto siano dovute morire 43 persone sotto il peso del ferro arrugginito e del cemento divenuto sabbia del ponte Morandi, misura la forza del cosiddetto capitalismo di relazione, la vastità della rete di solidarietà, quando non proprio di connessione.

Perciò oggi è un buon giorno. Perché finalmente, e per la prima volta, qualcuno è chiamato a prendersi la responsabilità e in qualche modo a pagare.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Ponte Morandi, la gestione ad Autostrade è una beffa: la lobby che la protegge è legata ai partiti e il Parlamento non ha cambiato norme

 

È allarmante che solo Cinquestelle e Leu scelgano di stare dalla parte della logica. Può chi ha operato con colpevole e continuata negligenza essere chiamato – seppure in una forma provvisoria e condizionata – a gestire di nuovo il ponte? Non sono solo i 43 morti di Genova ad essere offesi da questa scelta, ma chiunque creda nel senso minimo e persino naturale della giustizia.La concessione provvisoria, come scrive la ministra De Micheli, è obbligata dalla legge. Non si sarebbe potuto fare diversamente stando così le cose. E perché le cose stanno così? Perché in tutti questi mesi il Parlamento non ha provveduto a cambiare la normativa che oggi impone questa beffa, questa ingiustizia così grande? Dovrebbero dirlo tutti quei partiti, a parte i Cinquestelle e Leu, che in modo gattopardesco hanno sostenuto le ragioni della concessionaria, impossibili da condividere, incredibili da spiegare. Perché il punto non è naturalmente la garanzia che i lavoratori di Aspi avrebbero comunque avuto diritto alla conservazione del posto, ma il principio di responsabilità, quello di giustizia, il senso collettivo di restituire all’Italia, che da quella catastrofe ha subito un danno enorme, l’onore prima ancora del risarcimento del danno.

La verità, purtroppo, è semplice e amara: la lobby che in qualche modo ha steso una rete di protezione intorno ad Aspi, la società dei Benetton, è assai più potente del potere costituito e si dirama, attraverso robuste connessioni, dalla maggioranza all’opposizione.

PdForza ItaliaItalia Viva, e persino Lega e Fratelli d’Italia hanno sonnecchiato, curando che la pratica in qualche modo non inguaiasse più di tanto i responsabili del guaio. Motivazioni di natura economica (il ristoro per miliardi di euro al concessionario in caso di revoca anticipata) ha coperto la scelta di dire e non dire, fare e non fare.

Il tempo è passato e oggi siamo qui a commentare questa beffa.

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus? È finito per nostra decisione. Polemiche sulle mascherine e ora nessuno le compra più

 

Ma quanto siamo sbruffoni noi italiani? Che rispetto abbiamo delle parole che noi stessi diciamo, delle paure che noi stessi avanziamo, delle richieste, petizioni, raccomandazioni, a volte vere e proprie suppliche? Abbiamo iniziato massacrando il commissario all’emergenza Domenico Arcuri, colpevole di non farci trovare le mascherine. Poi colpevole di aver obbligato il libero mercato (sic!) a vendere a cinquanta centesimi ciò che ne costa sedici. L’abbiamo chiamato in tutti i modi, in una villania pari solo alla nostra irresponsabilità. Insulti, dileggio, qualcuno (il famoso Codacons?) scommetto l’avrà anche denunciato per procurato disastro. Erano i giorni in cui tutto il mondo le cercava senza trovarle. Adesso stanno su tutti gli scaffali, al prezzo giustamente calmierato. E qual è la novità? Nessuno le compra più. Non servono più! Tracollo delle vendite, dicono i farmacisti. Ieri urlavamo di paura, oggi sghignazziamo felici, tanto è tutto passato.
È finito il Covid per nostra decisione, ma fino a ieri l’altro ci pareva incredibile che il governo non avesse provveduto a una seria indagine epidemiologica. Capire quanti – asintomatici e no – fossero entrati in contatto col virus. È stato finalmente incaricato l’Istat di provvedere a formare un campione di 150 mila concittadini, rappresentativi dell’intera popolazione, sul quale fare il test. In due mesi non si è riusciti a realizzare l’indagine. Il telefono squilla a vuoto, anche quindici volte allo stesso numero. In due mesi a malapena 90mila hanno risposto, poco più della metà. E i reagenti che l’Istituto superiore della sanità aveva ottenuto gratis da una casa farmaceutica scadono il prossimo 10 luglio. Indagine azzoppata, test buttati, tempo sprecato, soldi bruciati.E Immuni? Il sistema di contat tracing così caro alle nostre vite, noi che siamo sempre con lo smartphone in mano e facciamo tracciare dalle grandi piattaforme anche la posizione esatta del bidet, siamo divenuti improvvisamente diffidenti. La Meloni e Salvini avvertono: “Attenti, ficcano il naso nella nostra privacy!”. Dopo due mesi solo due milioni e 400 mila hanno scaricato l’app. In Germania sono oltre quindici milioni. Altri soldi sprecati, fatica bruciata, ingegno mandato al macero e soprattutto sistema di difesa dal virus reso inefficace.

Ma se siamo così inattendibili, così enormemente incapaci di tenere un comportamento minimamente coerente, di tener fede alle nostre stesse promesse, perché dovremmo essere credibili quando invochiamo aiuti economici, denunciamo una crisi inarrestabile e paurosa, supplichiamo l’intervento urgente dello Stato?

Perché il governo dovrebbe essere migliore di noi che l’abbiamo scelto apposta uguale a noi?

Da: ilfattoquotidiano.it

Modello Scampia: stupiamoci del bello, per una volta

 

Tutti a parlare di un modello Genova. Ma esiste, ed è una fortuna in più per l’Italia, anche un altro modello, quello di Scampia di cui, ingiustamente, poco si parla e si sa. I lavori di demolizione della famigerata Vela Verde, il simbolo di Gomorra, iniziati il 20 febbraio scorso, si sono conclusi due giorni fa. Tempi rispettati nonostante il lockdown che ha imposto l’interruzione della attività del mastodontico becco d’acciaio. L’opzione dinamite, per motivi tecnici, era stata infatti accantonata. Scompare la cartolina del Male, il quartier generale della criminalità, dei diseredati arruolati nell’esercito della camorra, e compare, quasi nello stesso giorno e a poche centinaia di metri di distanza, la sagoma oramai ultimata della nuova Facoltà di Medicina della Federico II di Napoli. Costruita nel luogo in cui, negli anni passati, fu abbattuta la Vela H (delle sette esistenti tre erano già state demolite). Medici invece che corrieri della droga, bisturi invece che pistole. Restart Scampia si chiama il progetto di riqualificazione e rigenerazione urbana che avanza rispettando incredibilmente le promesse. Stupiamoci del bello, per un volta.

Da: ilfattoquotidiano.it

Appalti senza gara, il primo azzardo del governo per far fronte alla crisi economica?

 

Appalti senza gara per lavori di importo fino a cinque milioni di euro. Eccolo qui il saldo attivo della pandemia, il costo civile di scelte, naturalmente approvate per far fronte alla gravissima crisi economica, che incidono in un settore, quello dei lavori pubblici e degli appalti, da sempre magma indistinto, opaco, dai lineamenti troppe volte collusi con chi non ha a cuore né la trasparenza né la legalità.

Se le anticipazioni fatte filtrare saranno confermate, questo governo compirà il suo primo vero azzardo: allentare i cordoni della borsa e della legge pur di ridar fiato all’economia e agevolare la scelta discrezionale delle singole amministrazioni al momento di affidare lavori di importo anche cospicuo.

Chi giustifica l’azzardo dirà che è divenuto insopportabile osservare la stasi dei lavori pubblici, i 120 miliardi di euro (investimenti pluriennali) disponibili e non spesi, la necessità di far fronte con una cura da cavallo alla oramai esangue industria italiana.

Siamo oramai imbullonati, ogni giorno, nel commento di una burocrazia divenuta all’apparenza solo ostruttiva, delle centinaia di barriere e di codicilli che rendono impossibile una data certa per l’avvio dei lavori e, soprattutto, una data certa per la loro conclusione.

Si può contestare una verità simile?

Nessuno potrebbe. Però nessuno, se davvero dovesse essere licenziata una deregulation così imponente, può nascondere un timore, che domani potrebbe trasformarsi in una triste certezza: quanti casi di malversazioni – presunte o reali – di agevolazioni – vere o fittizie – di compromessi al ribasso, di lavori mal eseguiti, di varianti esose e ingiustificate saremo costretti a contare?

Le condizioni di efficienza e di trasparenza del nostro apparato pubblico si conoscono: sono al di sotto di ogni sospetto.

Si conoscono pure le condizioni della nostra economia, l’espulsione certa di migliaia e migliaia di lavoratori dal processo produttivo.

Queste due enormi crisi – sovrapponendosi – esercitano una pressione che spinge la nave al largo.

E’ purtroppo atteso un moto ondoso. Ed è bene che si sappia oggi.

Da: ilfattoquotidiano.it

L’acqua bene pubblico indisponibile e fonte primaria di sviluppo stella cadente del programma M5s

 

L’acqua è il misuratore più efficiente della democrazia. Manca del tutto nelle aree più povere del pianeta, che sono anche le più violente, tribali, crudeli. In altri luoghi, come l’Italia, singhiozza nei territori più depressi, è rara in quelli dove la criminalità è più organizzata, ha un flusso invece costante nei luoghi in cui la società civile è forte e la classe dirigente deve dare prova di livelli di efficienza più elevati.

Non per niente l’acqua è definita “l’oro blu”, un tesoro che dovrebbe essere gestito con la massima cura e che invece viene dilapidato. L’Italia è uno dei Paesi più ricchi d’acqua: ogni anno piovono sulla sua testa 302 miliardi di metri cubi. Questa massa, che dovrebbe generare ricchezza, invece è il monumento della povertà, la prova di una gestione politica inconcludente e, insieme, la cifra civile di una società afona, senza speranza, senza più la capacità di organizzare la propria esistenza.

Dell’acqua, come bene pubblico indisponibile e fonte primaria di sviluppo, parlò per primo e con più forza Romano Prodi, inserendo la questione nel suo programma elettorale. Vent’anni fa mi recai a Bruxelles a studiare quello che sembrava il primo e più grande piano di finanziamento europeo: la cosiddetta Agenda Duemila. Doveva dare al Mezzogiorno ciò che non aveva: e l’acqua tra le prime urgenti necessità. Vent’anni dopo il Mezzogiorno risulta invece l’area più depressa d’Europa e l’acqua manca come e più di ieri. Il governo Prodi smarrì gli intendimenti della vigilia, s’inabissò. L’acqua è comparsa come una felice priorità nel programma dei Cinquestelle. Ma è risultata, al pari di tanti altri impegni, una stella cadente. Presto infatti di quella priorità se ne sono perse le tracce.

E così l’acqua si perde. Condotte bucate, invasi insufficienti, nessun piano di ammodernamento, nessun progetto di conservazione e tutela di questo oro. La Stato ha deciso che le Autorità d’ambito (sono 61) dovrebbero finanziare con le tariffe gli investimenti. Scelta che dovrebbe portare a triplicare i costi domestici del consumo di acqua. Naturalmente nessuno si azzarda.

L’ISTANTANEA

L’acqua bene pubblico indisponibile e fonte primaria di sviluppo stella cadente del programma M5s

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Quando Ennio Morricone parlava del suo Oscar: “Serve a tutto il cinema”
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L’acqua è il misuratore più efficiente della democrazia. Manca del tutto nelle aree più povere del pianeta, che sono anche le più violente, tribali, crudeli. In altri luoghi, come l’Italia, singhiozza nei territori più depressi, è rara in quelli dove la criminalità è più organizzata, ha un flusso invece costante nei luoghi in cui la società civile è forte e la classe dirigente deve dare prova di livelli di efficienza più elevati.

Non per niente l’acqua è definita “l’oro blu”, un tesoro che dovrebbe essere gestito con la massima cura e che invece viene dilapidato. L’Italia è uno dei Paesi più ricchi d’acqua: ogni anno piovono sulla sua testa 302 miliardi di metri cubi. Questa massa, che dovrebbe generare ricchezza, invece è il monumento della povertà, la prova di una gestione politica inconcludente e, insieme, la cifra civile di una società afona, senza speranza, senza più la capacità di organizzare la propria esistenza.

Dell’acqua, come bene pubblico indisponibile e fonte primaria di sviluppo, parlò per primo e con più forza Romano Prodi, inserendo la questione nel suo programma elettorale. Vent’anni fa mi recai a Bruxelles a studiare quello che sembrava il primo e più grande piano di finanziamento europeo: la cosiddetta Agenda Duemila. Doveva dare al Mezzogiorno ciò che non aveva: e l’acqua tra le prime urgenti necessità. Vent’anni dopo il Mezzogiorno risulta invece l’area più depressa d’Europa e l’acqua manca come e più di ieri. Il governo Prodi smarrì gli intendimenti della vigilia, s’inabissò. L’acqua è comparsa come una felice priorità nel programma dei Cinquestelle. Ma è risultata, al pari di tanti altri impegni, una stella cadente. Presto infatti di quella priorità se ne sono perse le tracce.

E così l’acqua si perde. Condotte bucate, invasi insufficienti, nessun piano di ammodernamento, nessun progetto di conservazione e tutela di questo oro. La Stato ha deciso che le Autorità d’ambito (sono 61) dovrebbero finanziare con le tariffe gli investimenti. Scelta che dovrebbe portare a triplicare i costi domestici del consumo di acqua. Naturalmente nessuno si azzarda.

E così nessuno mette mano.

L’acqua si perde senza un perché.

Da: ilfattoquotidiano.it

Aiuti pubblici e risparmio privato, durante la pandemia i soldi in banca sono lievitati. Gli italiani restano propensi alla furbizia

 

Se un ministro olandese leggesse oggi il Corriere della Sera scoprirebbe che nel solo mese di aprile, durante le settimane più dure della pandemia, il risparmio privato depositato in banca è lievitato di 25 miliardi di euro. E quello delle aziende di altri cinque miliardi. La somma esatta ed equivalente di quanto il governo, in quegli stessi giorni, metteva in campo per “non lasciare nessuno solo”. Evidentemente in quel nessuno era ricompreso anche chi solo non era, e nemmeno desolato, sul punto di fallire, con l’acqua alla gola, nelle fitte della tempesta che gli azzerava una vita di lavoro. E però lo dichiarava.

Se quello stesso ministro avesse aperto Il Sole 24 Ore avrebbe conosciuto l’esatta percentuale delle domande incomplete, inesatte o addirittura false di chi si era messo in lizza per godere del reddito di cittadinanza. Ogni dieci domande 5,8 sono state respinte. Un segno, a vederlo in positivo, dello scrupolo della selezione. Ma insieme, comunque, il timbro di una resistente propensione alla furbiziaDue milioni quattrocentomila le domande presentate. Un milione quelle accolte. Di quel milione solo ventimila (il 2%) sono ora titolari di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, altri 48mila sono assunzioni in genere precarie. E il resto? Contribuisce in qualche modo a restituire allo Stato, mettendo a disposizione le sue braccia, i suoi saperi, la sua competenza, ciò che giustamente ottiene?

Giuseppe Conte quando chiede all’Europa di non opporre veti, provi a dire agli italiani di non essere più al di sotto di ogni sospetto. Provi cioè a fare i conti con i vizi del suo Paese, e lo dica facendo finalmente un discorso di verità.

Quanti proprietari di quei trenta miliardi di euro accantonati in banca solo in aprile sono stati beneficiati dalle provvidenze statali? Quanti di essi – a vario titolo – lo saranno ancora? E, se non è troppo, si può chiedere perché?

Da: ilfattoquotidiano.it

Lucia Azzolina, contro di lei offese e bullismo da chi chiede una scuola ad personam

 

Sarà il rossetto che infastidisce. Così vivo e ultra night. O anche la somiglianza deflagrante con Sabina Guzzanti che caricaturizza ogni suo pensiero oltre ogni limite e pretesa. Sarà che è una Cinquestelle, dunque incompetente per atto di nascita. Qualunque cosa sia è certo che la critica nei confronti di Lucia Azzolina, la ministra dell’Istruzione, spesso si espande nella contumelia, e la polemica nella cattiveria quando non nel bullismo.

È certo che la scuola italiana, da sempre Cenerentola delle istituzioni, è stata imbavagliata dal Covid. Chiusa, svuotata, lasciata respirare al tubo di internet, affidata all’online nel quale poi sembra sprofondata.

Se tutto questo è vero, se il ruolo della ministra non pare proprio di primo piano, l’attitudine bullesca con la quale la si deride è invece sicuramente vomitevole. Tutti a lagnarsi che solo la scuola è rimasta chiusa. Nessuno a ricordare che l’indicazione assoluta e perentoria a favore del prolungamento del divieto è venuta dal comitato tecnico del ministero della Salute che ritiene l’aula la sede eletta di ogni virus, un formidabile quanto maligno vettore non solo nelle classi, ma nelle famiglie.

Così ogni giorno è venuto buono per sfottere la ministra, allungando anche un po’ le mani, una licenza che ci prendiamo solo con lei. Sfottendola (sempre), qualche volta insultandola, naturalmente anche offendendola perché, come si è detto, il rossetto indispone.

Al dunque noi genitori vogliamo che i nostri ragazzi tornino a scuola al più presto, ma solo in estrema sicurezza. Però non vogliamo che le classi siano spezzettate, perché il filo della comunità si perde. Però vogliamo che venga conservato il contatto relazionale tra chi insegna e chi apprende ma senza assembramenti. Però anche senza il doppio turno. Ci fa schifo il plexiglas, che è una barriera. Quindi vicini ma pur sempre distanziati, quindi un po’ più lontani. E le maestre devono stare senza mascherina per non fare paura ai bimbi, però le maestre devo sentirsi sicure e protette quindi la visiera. Ma anche la visiera intimorisce e rende di plastica ogni rapporto, lo falsifica lo destruttura, lo invalida. Vogliamo che la scuola riprenda il prima possibile, in aule nuove di zecca, da costruirsi tra luglio e agosto. Non è possibile? Allora perché non destinare porzioni di musei, che sono grandi, e di teatri, che sono chiusi? Ma qui si perderebbe il filo della comunità, il senso della scuola. Allora potremmo provare a far studiare i ragazzi nei parchi. Ma in autunno piove. Allora si torna al chiuso. Ma le aule sono piccole. Allora in due turni. Ma così si spezzetta la classe, è un salto all’indietro. Allora ciascun dirigente scolastico provi a valutare in autonomia la migliore sistemazione. Ma così è lo scaricabarile! Si affida tutto il peso sulle spalle dei poveri presidi.

Con la Azzolina abbiamo toccato il fondo, si dice. Sono andato a rivedere un po’ di rassegna stampa, solo fino al 2001. “Proteste contro la Moratti: sta svendendo ai privati la scuola” (anno 2003). “L’inutilità di un ministro chiamato Fioroni” (2008). “La nostra disgrazia si chiama Mariastella Gelmini” (2011), “La buona scuola è la legge vergogna del Pd, cara Stefania Giannini dimettiti” (2014), “Bussetti, il leghista fantasma” (2018).

Di centro, di destra, di sinistra. Sovranisti o globalisti, dai curricula densi e da quelli vuoti, non ce n’è uno che abbia azzeccato niente. Ora la Azzolina, e abbiamo già detto.

Caro genitore, caro professore: ciascuno si faccia la scuola che predilige e se la porti da casa.

Da: ilfattoquotidiano.it