Alla Lega Berlusconi non offre voti ma candidati. Che matrimonio potrà mai essere?

Giogrgia Meloni (FdL), Silvio Berlusconi (Forza Italia), e Matteo Salvini (Lega) in occasione dell’appello finale al voto dei leader di Forza Italia, Lega, Fdl e Noi con L’Italia, Roma, 1 marzo 2018. ANSA/FABIO FRUSTACI

Forza Italia è divenuta un’eccedenza nel centrodestra. Il simbolo traino dell’estate berlusconiana si ritrova nella infelice condizione di scatola vuota, ormai figurativamente una sorta di “bad company” dello schieramento a tre.

Nel declino fisico e politico di Silvio Berlusconi, leader ormai in smart working, proprio i suoi proconsoli romani hanno visto la conclusione dell’esperienza del partito personale cercando in forme più o meno solitarie una exit strategy. Metà del gruppo dirigente apparentandosi nei fatti con la Lega, e l’altra metà avanzando disordinatamente nell’improvviso buio.

Alcuni sono saltati sul carretto del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro che, in accoppiata con Giovanni Toti, il primo dei pretoriani in fuga, tentano la carta dell’autonomia negoziale con Salvini e Meloni, altri – come le ministre Carfagna e Gelmini – stazionano nel governo in un rapporto sospeso con la casa madre di Arcore e che già evolve verso altri possibili lidi centristi.

La fusione con la Lega agognata da Berlusconi diviene così la carta estrema ma perdente che si presenta sul tavolo per salvare un partito che appare già fuori gioco, esattamente come il suo leader che esiste ma non si vede più, non fa più notizia, come quei brand scaduti e ormai rimossi dal mercato della politica.

La Lega di Salvini ha in animo di arraffare quel che resta dell’eredità elettorale di Forza Italia. Berlusconi non offre voti ma candidati, per di più azzimati e stanchi. Che matrimonio potrà mai essere?

Da: ilfattoquotidiano.it

Zingaretti, le dimissioni sbattute come un ceffone in faccia al partito

Ha ragione Lucio Caracciolo quando dice che il Partito Democratico più che un partito è “un’accozzaglia di correnti”. Ha ragione Rosy Bindi quando spiega: “Il Pd è venuto su male. Resettare tutto e ripartire”. Ha ragione anche Gianni Cuperlo quando accusa: “Stare al governo ha rovinato il partito”. I motivi per spiegare il clamoroso addio di Nicola Zingaretti, queste dimissioni sbattute come un ceffone in faccia al partito, e l’invito ai suoi compagni di ventura di vergognarsi di quel che fanno e non dicono, di quel che dicono e poi revocano, sono tanti e il lettore ne troverà certo mille altri.

È un partito che vive una perpetua crisi di nervi, destinato dai suoi geni ad essere non una formazione politica, ma l’ufficio di collocamento governativo in sede permanente. E dunque non idee, passioni, strategie, ma poltrone e poltroncine sono divenute il cibo quotidiano, l’assillo, il bisogno incomprimibile di questa comunità. Già, ma che comunità è divenuta? Il Pd è una zattera che traghetta ogni cosa e quando accoglie sceglie di non selezionare. C’è il buono e il cattivo, il conservatore e il progressista, il clientelare e il legalista. Un concentrato di diversi o l’insieme di sconosciuti. Dunque, non un partito ma un ossimoro.

Perciò le dimissioni di Zingaretti renderanno ancora più certe le divisioni, ancora più feroci le ambizioni, e purtroppo ancora più opaco l’orizzonte. Resterà la convinzione di un partito “gnè gnè”: gnè di qua gnè di là. Una zattera che, malgrado tutto, negli anni resiste ai marosi ma per resistere si alleggerisce sempre un po’ di più dei marinai a bordo: e così ogni giorno qualcuno come Zingaretti si tuffa in acqua e se ne torna a riva.

Da: ilfattoquotidiano.it

Chi pagherà per lo sgoverno delle Regioni?

Le regioni sono le centrali operative dello sgoverno. Il motore inesauribile della polemica quotidiana, della contestazione da talk show, di quell’andirivieni di decisioni e revoche che fanno dell’Italia a colori il labirinto perfetto delle inadempienze a cordata multipla. La pandemia ha dato ai governatori non la responsabilità di spiegare le falle infinite di un sistema sanitario per il quale spendono e sprecano da quarant’anni l’ottanta per cento del loro bilancio e l’obbligo di renderne conto. No, i governatori – per merito di noi giornalisti – si sono trasformati in opinionisti da talk show o – nei casi peggiori, come quello della Campania – in odiatori del web.

Rimuovere Arcuri, perfetto (anche in questo caso, va detto, per suo merito) capro espiatorio, è la soluzione insieme più spettacolare e più ipocrita. Un sommovimento apparente. Intatto il potere deviante dei ventuno possedimenti regionali, ciascuno col suo gruzzolo elettorale da far valere, il partito da cui essere difeso, e la gloria dell’ultima cazzata sparata in tv. Prendiamo, ad esempio Giovanni Toti, il fantuttone ligure televisivo. Parla, parla e parla. Ma poi cosa fa? La sua regione è riuscita a curare bene? Non si direbbe. E’ riuscita a vaccinare meglio? Fa piangere. E perché ce lo teniamo? Per dirci che è necessario aprire, invece che chiudere e bla bla bla. E quello calabrese, e il molisano? Ciascuno sceglie e decide in autonomia cosa non fare. Campobasso si ritrova senza terapie intensive, mai allestite. Chi paga? La Calabria senza punture, benché i vaccini siano in frigo. Anche qui: chi paga? E chi pagherà in Lombardia? Chi chiederà conto alla Campania dei criteri di somministrazione delle dosi? Sono andate secondo la regola del maggior bisogno, secondo i criteri esatti del piano ministeriale?

Rimuovere Arcuri è stato facile. Più complicato rievocare il tempo in cui i medici visitavano a mani nude e mettevano ai piedi i sacchetti di plastica. Oggi torna in voga l’organizzazione perfetta della Protezione civile. Eppure a marzo scorso non c’era una, una! mascherina nei suoi depositi e il piano pandemico, che pure sarebbe uno strumento essenziale di protezione civile, sepolto dalla polvere. Facile dire oggi che i banchi di scuola non servono. Difficile dirlo ieri, quando il Cts nel maggio scorso ammoniva la ministra dell’Istruzione che l’unica possibilità di riaprire a settembre fosse quella di dotare ogni aula di banchi singoli. Arcuri li ha acquistati, com’era nel suo compito. Doveva invece rifiutarsi? In nome di quale potere alternativo?

Ora che gli ospedali bolognesi sono pieni di nuovi ammalati e il sindaco della città chiede subito la zona rossa, riascoltare le parole del presidente dell’Emilia Stefano Bonaccini di appena qualche giorno fa: tutte un cip e ciop con quelle di Matteo Salvini che – indossata la maglietta “Io riapro” – indicava naturalmente la strada inversa.

La realtà è questa. Non farci i conti sarebbe da buffoni.

Da: ilfattoquotidiano.it

Il Nord e quei malati immaginari

Il nord e quei malati immaginari. Nelle scorse ore una manina ha infilato nel testo di conversione del cosiddetto “Milleproroghe”, l’orribile catino dove la rendita parassitaria della politica fa strage di ogni diritto, un emendamento che avrebbe alterato la base di calcolo della divisione delle risorse tra le regioni in tema di sanità. Come si sa il Sud versa più di un miliardo di euro all’anno al Nord per far curare lì i suoi malati. E’ il disastroso effetto del turismo sanitario, figlio di una malagestione pluridecennale di cui il Meridione dovrebbe vergognarsi. Nel caso specifico però la vergogna, se proprio dobbiamo dirla tutta, è di chi ha l’ansia di godere, oltre il giusto, di questo via vai di disperati. Infatti la manina della deputata leghista Andreina Comaroli aveva proposto al governo esordiente, già sonnacchioso e distratto, di praticare la divisione dei soldini col vecchio criterio andato in soffitta l’anno scorso. Cioè ripartire i soldi del 2021 tenendo a mente i ricoveri del 2019 e non quelli del 2020, come per legge. L’anno scorso infatti, causa pandemia, il turismo dei malati si è quasi azzerato, ciascuno ha curato – si fa per dire – i propri guai in casa, e dunque la voce “mobilità passiva” che nel bilancio delle Asl di Emilia, Veneto e Lombardia è divenuta una delle più ricche, adesso langue. Per far quadrare i bilanci la leghista Comaroli ha dunque proposto “l’alterazione” del criterio: il governo doveva far finta che la pandemia non fosse esistita, le regioni del Sud sganciare 700 milioni di euro a quelle tre del nord per la cura di malati immaginari. Meglio di Totò e Peppino. L’emendamento non è stato approvato per merito, bisogna dirlo, delle proteste di quattro parlamentari (due di Forza Italia e due del Pd: Stefania Prestigiacomo, Paolo Russo, Ubaldo Pagano e Pietro Navarra) che hanno convinto la ministra del Sud Mara Carfagna a dare parere negativo. Resta però intatta la filosofia della manina leghista, quella propensione a sgraffignare un po’ sui conti, e, con eleganza, a fregare il prossimo.

Da: ilfattoquotidiano.it

Dalla “A” fino alla “Z”: l’Italia superflua con SuperMario

ANSA/FABIO FRUSTACI

B (Berlusconi, Bettini). Ambedue ex costruttori, destineranno altrove le loro riflessioni. Silvio in Provenza e Goffredo in Thailandia.

C (Calenda, Casalino). Il ghigno efficientista di Carlo Calenda, com’è chiaro, non risulta più decisivo. Ne risentirà anche Twitter, ex sua gioiosa macchina da guerra. Uguale sorte tocca a Rocco, e infatti: Rocco chi?

D (Di Maio). Il ministero di Luigi si fa mistero e la sua leadership nuvola bianca. Resiste la cravatta però.

E (Embraco & Co). Le mille vertenze occupazionali non rilevano perché in contrasto col senso del Recovery. L’Italia è pronta alla sfida e non ha voglia di guardarsi indietro.

F (Franceschini, Feluche). Franceschini, una passionaccia per le geometrie del gioco politico, si trova scavalcato al centro nientemeno che da Mattarella. Ubi maior minor cessat. Anche la diplomazia nell’era Draghi sarà sfaccendata. Lui, benché non l’abbia ancora annunciato, è pure ministro degli Esteri.

G (Goldrake). L’ufo robot che prima ci teneva incollati alla tv è ricordo del Novecento e dell’era analogica. Ora, con il digitale, Colao Meravigliao.

H (Acca). Non vale un acca. O anche “scappati di casa”. Oppure “bibitaro” piuttosto che “incompetenti”. Definizioni inattuali visto il mondo nuovo.

I (Inettitudine). Anche in questo caso il termine situazionista diviene non solo cognitivamente ostruttivo ma superato dalla realtà. L’efficiente può mai essere inetto? Con Brunetta alla Pubblica amministrazione la musica cambia da così a così.

L (Lombardia). Nessuno s’azzardi più a parlare della Lombardia come della pietra angolare della incompetenza nel tempo della pandemia. È stata pure aggiunta una elle (Letizia) al nome della regione.

M (Mortacci!). Esclamativo e dileggiativo in uso a Roma. Draghi privilegia, se proprio deve far ricorso allo spregiativo, alcune locuzioni imparate a Francoforte. Questione di stile.

N (Negazionista, Neutrino). Nessuno nega più il valore dell’Europa, il valore dei vaccini e il valore di Maria Stella Gelmini.

O (Oligarchia). Il governo dei migliori non è minimamente accostabile alla dimensione oligarchica. Siamo in democrazia e come si è visto anche il peggiore può diventare migliore. Significa che funziona l’ascensore sociale.

P (Populismo, Patuanelli). C’è bisogno di aggiungere altro? È il passato remoto. Per dire: il ministro Patuanelli, già Cinquestelle, sembra uno dell’Udc.

Q (Quaresima). Non è la quaresima, cioè l’austerità, ma la crescita, quindi l’abbondanza, il nuovo obiettivo di Draghi. Il premier non a caso ha scelto di illustrare il suo programma nel giorno dell’inizio della quaresima per dimostrare che le capacità terrene possono tener testa anche al divino.

R (Renzi). A Matteo sarà affidato l’incarico di mediare nella crisi politica ecuadoregna. Un primo e decisivo passo per mostrare l’abilità di tessitore. Per l’incarico Draghi prevede un gettone di presenza.

S (Salvini, Sud). L’altro Matteo si ritrova ad essere superfluo benché si ritenga essenziale. Giorgetti gli ha detto: “Come ci hai insegnato vengono prima gli italiani e poi tu”. Con Salvini scompare dai radar anche il Sud.

T (Taranto, Tarantini, Talk show). Risolto definitivamente il caso Tarantini (solo quattro contagiati al suo pranzo di nozze ma nessun legame con Berlusconi che ha avuto il Covid ben prima) resta quello abbastanza spinoso dell’Ilva di Taranto. Visto che c’è bisogno di Pil non è meglio chiudere la città piuttosto che la fabbrica? Altra urgenza: dei talk show che ne facciamo?

U (Ursula). A settembre, con l’uscita di scena della Merkel, Draghi sarà il capitano del consiglio europeo e così potremo fare a meno anche della von der Leyen.

V (Villa Pamphili). Lì gli Stati generali del Recovery. Ora in vendita.

Z (Zingaretti). Anche il Pd è stato affidato a Draghi. E Nicola?

Da: ilfattoquotidiano.it

La crisi di governo toglie alla politica la radice della sua funzione: rappresentare la società

Provocare la crisi di governo adesso, pur mettendo uno sull’altro tutti gli errori compiuti, è contro la logica, la banale comprensione, il minimo senso della misura. Questo, prima che ogni altra considerazione, resta il chiodo a cui sono appese le responsabilità di Matteo Renzi.

In qualunque modo vada, lo spettacolo di Montecitorio – riunito in seduta straordinaria, con l’ansia dei presenti e quell’eccitazione di chi coglie nella giornata un evento campale – disconnette la politica dalla società, le toglie la radice della sua funzione: rappresentarla.

Sono 82mila i morti e se quei morti fossero oggi vivi non riuscirebbero tutti a trovar posto a San Siro. E sappiamo che domani saranno di più, dopodomani ancora di più, e chissà per quanto tempo ancora. E tanti altri, troppi altri sono stati piegati, se non dalla salute, nella loro condizione economica, nelle loro speranze.

Solo oggi, ma perché c’è la crisi, il Parlamento riempie i suoi spalti. Solo oggi.

Da: ilfattoquotidiano.it

Renzi parla senza dire, si propone senza fare. Una doppiezza insopportabile

Foto Ettore Ferrari/LaPresse

Un’ora e le ministre che si dimettono e non sono “segnaposto” rimangono zitte facendo appunto da segnaposto. Sessanta minuti per accusare Giuseppe Conte di badare ai like, alle dirette Facebook, alla politica pop, a fare mister Simpatia. Esattamente ciò che l’Italia ha imparato da lui: dalle sue dirette, dai suoi modi pop, dalle sue enormi capacità di essere un giocoliere spericolato nel potere e del potere. Sessanta minuti – gli ultimi sessanta di una serie di ore interminabili di enunciazioni, illustrazioni, ultimatum – per dire che il premier è accentratore. L’ha detto proprio lui, l’ex premier, che nel suo governo accentrava anche la decisione di dove mettere i cucchiaini da thè. Ora chiede di rispettare la liturgia del Palazzo, come un novello De Gasperi, lui che ha sfondato ogni regola, e sconvolto ogni prassi. Oggi, per dirne solo una, è contro i decreti legge, ieri ne sfornava a decine.

C’è qualcosa di allarmante nella misura con la quale Matteo Renzi avanza, senza memoria e anche senza prudenza, che lo porta a una doppiezza francamente insopportabile. E’ vero: la politica rispetta le regole del teatro, e questa interminabile, incomprensibile, incredibile crisi, che si svolge mentre il Paese si avvia nella più cruenta ondata della pandemia, pare proprio una grande prova di teatro, un palcoscenico sul quale finalmente si parla senza dire, si propone senza fare, si costruisce distruggendo.

Un notabile democristiano del secolo scorso, Luigi Gui, spiegò cosa fosse la vita politica. Disse: “E’ fatica senza lavoro, ozio senza riposo”.

Da: ilfattoquotidiano.it

I tre paradossi della crisi di governo: Matteo Renzi, Giuseppe Conte e il contesto in cui è maturata

Nella catena dei paradossi che alimenta questa crisi di governo, almeno tre sono fuori dell’ordinario e assumono l’aspetto di fenomeni parossistici. Primo paradosso: il contesto. La crisi si apre non semplicemente nel pieno di una pandemia ma nel periodo più oscuro, difficile e rischioso, in quella che sembra una vera e propria emergenza umanitaria. Il virus si è messo così tanto a correre che proietta su numeri “esorbitanti”, come ci annuncia la vicina Germania, il saldo della sue infezioni. Al punto che la Baviera oggi rende obbligatoria la mascherina FFP2 perché evidentemente quella chirurgica non difende più, o non difende abbastanza. Sempre oggi le Poste londinesi riducono in molti distretti della città le consegne. Nei quartieri più a rischio sono addirittura sospese per via del timore che anche quel minimo gesto che riduce le distanze possa provocare contagio.

Secondo paradosso: Renzi. Non c’è alcun dubbio che Matteo Renzi non conterà mai in nessun altro governo con nessun altro premier quanto conta con questo che sta buttando a mare. Quel che ha ottenuto non è poco: le correzioni al Recovery, l’apertura alla possibilità di avere un terzo ministero di peso, la gestione, non più diretta da parte del premier dei servizi segreti. Ma senza Giuseppe Conte, con un esecutivo di unità nazionale o di “scopo” la presenza di Italia viva e la sua utilità marginale sarebbero azzerate. Entrerebbero altri attori in campo e con una maggiore dimensione numerica, sempre ammesso che nel Parlamento si trovassero le disponibilità a realizzare questo esecutivo di salvezza nazionale. Nel caso invece, a mio avviso più probabile, che la strada fossero le elezioni anticipate il costo dell’operazione per Matteo Renzi sarebbe ancora più salato. Sparirebbe o quasi dalla circolazione.

Terzo paradosso: Giuseppe Conte. Sta imparando adesso che il dosaggio delle mediazioni, che fino a qualche mese fa gli sarà parso elisir di lunga vita, non allunga l’esistenza ma anzi l’accorcia. Le mezze misure, i mezzo altolà, la diluizione continua dei contrasti hanno dato sponda a colui che non aspettava altro di dire: non lo faccio per le poltrone, ma per il Paese. Come per la revoca della concessione autostradale ai Benetton, anche la discussione e la correzione di questo benedetto Recovery andava anticipata. Conte dice che ora bisogna correre. L’avesse detto ad ottobre adesso forse la corsa si sarebbe già conclusa.

Da: ilfattoquotidiano.it

Trump bloccato da Facebook e Instagram: ma se fosse lui a decidere chi silenziare sui social?

Facebook e Instagram hanno bloccato a tempo indeterminato gli account di Donald Trump. Tutti noi siamo consapevoli dell’atteggiamento eversivo che ha condotto il presidente uscente degli Stati Uniti a fomentare la rivolta barbarica, pienamente golpista, che ha sconvolto gli Usa e il mondo intero.

Eppure anche in queste ore, anche noi che siamo fieri di avversare ogni sillaba di quest’uomo pericoloso, abbiamo il dovere di giungere fino al fondo della questione: è possibile che un uomo detenga il monopolio assoluto di tutta l’informazione che corre sui social network? E’ possibile che decida, a suo insindacabile giudizio, chi ammettere e chi estromettere? E’ possibile che il suo giudizio lo fondi sulle proprie convinzioni politiche o religiose? E se domani Mark Zuckerberg, il padrone del vapore, vendesse a un altro ricchissimo e potente, la sua merce? Se domani fosse un altro, per esempio Donald Trump, a impossessarsi del vapore? E se costui usasse il suo potere per deviare, manipolare, disinformare, ostruire la libera partecipazione dei cittadini alla vita democratica del proprio Paese?

La conoscenza è il bene indiscutibile e inalienabile della democrazia. Il fatto che gli Stati non la sottraggano al monopolio di privati, non costruiscano una rete di regole trasparenti e chiare, una serie di garanzie che diano la possibilità a ciascuno dell’esercizio del diritto alla difesa delle proprie opinioni, a vederle almeno discusse, a conoscerne l’epilogo, è il pericolo più grande e più grave.

Oggi siamo contenti che il fanatismo criminogeno di Trump sia stato messo a tacere. Domani potremmo essere feriti se uguale sorte, secondo gli insindacabili giudizi di un padrone assoluto, toccasse a chi – a nostro avviso – non la merita affatto.

Da: ilfattoquotidiano.it

Colpa d’Arcuri: il ritornello delle opposizioni (anche) sui vaccini. Ma avere antipatico lui è comprensibile, avere sulle scatole la logica no

Non vi è dubbio alcuno che Domenico Arcuri, il commissario straordinario all’emergenza, ce la metta tutta per risultare antipatico. Nello sviluppo altezzoso del lessico, pieno di subordinate ad ampio spettro borbonico, nel tono di chi invece di spiegare le cose illustra la sua sapienza e nell’illustrarla svicola spesso dalla linea retta della realtà. Dunque, ripetiamo: non è un ammaliatore. Eccede in autostima (per sfotterlo narrano che, nel salutare un amico, lui dica: “Ciao, come sto?”) tanto da ritenersi capace di raccogliere sotto la sua mano tutte le emergenze d’Italia, dal Covid all’Ilva.

Ma la presunta antipatia di Arcuri non è un motivo ancora sufficiente per prendersela con lui. E invece, come in queste ore, frotte di accusatori lo convocano sul banco degli imputati a rendere conto delle lentezze del piano vaccini. Molti Capezzone (dal nome del re del pensiero ad capocchiam) si fanno avanti e domandano, increduli, come sia possibile che Arcuri sia ancora al proprio posto. Per l’efficientista Carlo Calenda (e quelli di Italia Viva e tutta l’opposizione) andrebbe licenziato su due piedi. Per tutto ciò che ha combinato prima e sta combinando adesso. Cioè? Incredibilmente, goccia che farebbe traboccare il famoso vaso, ancora non sono al lavoro i vaccinatori, la squadra dei 15mila medici e infermieri appena reclutati che dovranno somministrare agli italiani il vaccino. “Solo dal prossimo 1 febbraio inizieranno a prestare servizio!”. Vergogna!

Ora, santa pazienza, le dosi dei vaccini per gli italiani rinchiusi a casa arriveranno solo a febbraio e in quantità purtroppo limitate. Quelle giunte la settimana scorsa sono destinate all’organico della sanità e agli ospiti delle Rsa protette. E le dosi, nel numero di 470mila settimanali, sono tutte giunte nei luoghi di somministrazione. Quale colpa dovremmo dunque imputare ad Arcuri? Di aver fatto giungere le dosi nei luoghi esatti della somministrazione nei tempi stabiliti e anzi con sette giorni di anticipo? O di non aver arruolato un plotone di medici e infermieri per inoculare il vaccino ad altri medici e infermieri? Sarebbe stata questa una buona spesa? Avremmo di sicuro fatto ridere il mondo. E allora qual è il problema? Mancano le siringhe? Non sembra affatto. Le dosi? Sono esattamente quelle preventivate. E allora? E allora Arcuri.

La verità è che le direzioni sanitarie degli ospedali italiani avevano tutte in agenda l’arrivo dei vaccini il 4 gennaio, e predisposto i turni di somministrazione da quel giorno. L’anticipo è stato valutato da quelle direzioni come un inconveniente e non come un aiuto in più per avanzare nell’immunizzazione della prima linea. Tutte le regioni avevano infatti comunicato al commissario i piani per completare quotidianamente la somministrazione di 65mila dosi, cifra utile per raggiungere il totale settimanale in arrivo da Pfizer.

I turni dei vaccinatori interni non sono stati però rimodulati nella settimana a cavallo tra Natale e Capodanno. “Non li richiamo certo dalle ferie”, ha dichiarato per esempio lo stupefacente assessore lombardo Gallera. Gli altri suoi colleghi hanno avuto la prudenza di non dirlo così sfacciatamente ma più o meno hanno fatto uguale. E allora? Allora Arcuri.

Avere sulle scatole lui è anche comprensibile, ma avere sulle scatole la logica no.

Da: ilfattoquotidiano.it