Ogni cosa che ha inizio poi finisce.
Ho lavorato in questo Palazzo per ventitré anni, e prima ancora altri cinque a Strasburgo. La passione mi ha tenuta viva e integra. Fare politica non è un mestiere, ed è impossibile servirla senza quel fuoco che arde. Finita questa legislatura lascerò il campo.
In pochi riescono a smettere. In genere attendono che gli elettori indichino la porta.
La vita è più e meglio di ciò che facciamo, per quanto onorevole e gratificante. Vorrei dedicarmi agli studi, tornare al mio vecchio amore per la teologia. E poi viaggiare un po’. Come dice Romano Prodi, finora sono stata in tutti gli aeroporti del mondo. Ho girato tanto ma visto poco. Lasciare è sempre traumatico, e i primi mesi possono far male. Ma non mi ritirerò a vita privata. Maria Eletta Martini e Tina Anselmi finché hanno potuto si sono impegnate. E io vedo un gran bisogno di formazione alla politica e di ricostruzione delle reti associative.
Rosy Bindi sbucò dalla pancia della Dc, allora una enorme Balena bianca presidiata da maschi alfa, alla fine degli anni ottanta. Con tangentopoli iniziò a martellare il suo partito per via della moralità piuttosto difettosa. Più martellava e più saliva di rango. Ventisette anni da parlamentare, due volte ministro, poi presidente del Pd. Ha 66 anni e il carattere di un felino: conciliante se concili, altrimenti sono graffi. Prodiana integralista, ha accumulato molte simpatie e altrettante antipatie.
Lei è geneticamente antirenziana, ma ha trascorso in un regime di semi clausura gli ultimi quattro anni. Osservatrice muta.
Ho parlato quando dovevo. Per prima ho guardato con preoccupazione l’ascesa di Renzi. Si era al tempo della sua candidatura a sindaco di Firenze e già dissi la mia. Sono stata tra i pochi ad essere contraria alla decisione di Bersani di modificare lo statuto per permettergli di candidarsi alla presidenza del Consiglio. E infine sono stata chiara e limpida a sostenere che il referendum sulla Costituzione fosse incostituzionale. Non s’era mai visto che – invece della minoranza – lo promuovesse la maggioranza e addirittura il governo.
Ai tempi d’oro Rosy Bindi non avrebbe fatto passare un’ora senza un commento o una presa di posizione.
Ho scelto di esercitare il mio ruolo istituzionale di presidente della commissione Antimafia. Durante la campagna referendaria ho sofferto molto nel vedere le istituzioni che si schieravano e diventavano un elemento di divisione. Per me è stato un sacrificio non entrare nella mischia. Ma ho pensato che fosse il servizio più importante al Paese e alla Costituzione. In questi anni ho concentrato le mie energie a far lavorare bene la commissione nel contrasto alle mafie e alla corruzione che deve diventare una priorità.
Mentre era a San Macuto il Pd si sfasciava.Continue reading
Robotizzati per un giorno. La tecnica di sparare i cinquestelle nel futuro prossimo, tra esoscheletri e terabyte, è stata una prova tutto sommato riuscita. Prenderli in gruppo, portarli ad Ivrea nell’officina H di Adriano Olivetti, il luogo dove il loro progenitore visionario Gianroberto Casaleggio muoveva i primi passi con i microchip. Obbligarli al silenzio, a misurare la distanza che separa la loro ignoranza dalla sapienza che una classe dirigente deve possedere, è in assoluto il più fantastico, per alcuni versi eccentrico, per altri inedito e assai utile esperimento di verifica delle competenze.
L’artista è inseguito dal l’ombra della sua ansia che gli tiene compagnia ogni giorno. L’artista è una persona differente fra tutti gli umani: ha una vocina che ogni giorno gli spiega il bene e il male della vita, ciò che deve fare e ciò che non può fare. Se deve parlare oppure se non può parlare. Quanti soldi deve chiedere, quanti ne deve rifiutare.
Soldi contro sorrisi. L’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi ha un piano per rendere il petrolio un digeribile amaro lucano. Due ma anche “tre, quattro o cinque miliardi di euro” da portare laggiù, tra la val d’Agri e il Basento, reclutare il doppio – “persino il triplo”– della forza lavoro attuale e conquistare – a suon di bigliettoni – la felicità degli indigeni, la concordia dei riottosi, la disponibilità di chi protesta. Descalzi, nuovo mister Simpatia, ieri ha annunciato la sua diretta entrata in campo, da qui a qualche settimana – ha infatti dichiarato – “ci concentreremo per investire nel consenso” sperando che la pecunia, in quantità rispettabile, serva a far fare amicizia con il petrolio e la Basilicata che ora si costerna, s’indigna e si impegna, ripercorrendo le strofe di De André (ricordate Don Raffaè?) alla fine “getta la spugna con gran dignità”.
LA STORIA della Chiesa e il suo vizio capitale è di aver avuto sempre con il potere una fede incrollabile e portentosa, di avergli portato ossequio pur di ottenere ossequio. Nel Mezzogiorno – dove il bastone del comando è spesso nelle mani di famiglie, clan, ‘ndrine, guappi di ogni ordine e grado – i pastori di anime accettano di osservare muti le gesta anche feroci dei capi. Non c’è santino, Madonna in lacrima, Cristo in croce che ogni capo clan che si rispetti non porti con sé, soprattutto quando la latitanza impone una solitudine senza misura e confine. Dietro ogni pistola c’è un’anima dunque e la Chiesa ha sempre avuto un ruolo di comprensiva mediazione, quando non proprio di connivenza, con le vite più difficili del suo enorme gregge. Nella nuova edizione dei “I preti e i mafiosi”, Isaia Sales consegna il quadro allarmato della subalternità culturale, la proiezione sociale spesso malavitosa della fede religiosa, la coltre densa dell’omertà che troppe parrocchie hanno praticato. Naturalmente i tanti esempi di preti coraggio non sono neanche in discussione. Ma non essendo possibile alcuna compensazione, resta la realtà nuda di una storia del crimine organizzato ma anche devoto, feroce ma anche lacrimoso, indiscutibile ma anche contrito.
E chi se ne fotte se siamo vecchi! Questi giovani dinamici, gioviali e a la page sono degli incompetenti. Non solo non combinano nulla ma fanno disastri”. Vincenzo Visco, 75 anni ottimamente portati anche grazie alla palestra, è un altro dei compagni che hanno salutato Matteo Renzi. Bravo a far di conto (di lui D’Alema disse: “Riempie le casse ma svuota le urne”), meno forte con le relazioni esterne. Ai tempi di Berlusconi fu noto al grande pubblico col nome di Dracula, per l’attenzione, da vero anti-italiano, con cui studiava la dichiarazione dei redditi dei ricchi. Nella new economy renziana è risultato un impolverato e algido professore e quindi è stato messo da parte. Visco si è poi auto-rottamato salutando il Pd.
Francesco Giavazzi è il contapassi di ogni governo in carica. Per mestiere insegna, è un economista di valore e ha cattedra alla Bocconi. Per piacere, scrive. Libri e soprattutto gli editoriali che da anni riversa alla tipografia di via Solferino per la prima pagina del Corriere della Sera. Teorico del mercato, è un combattente della prima ora contro lo Stato predone. Liberista puntiglioso, non alza mai la bandiera bianca della sconfitta. Le sue idee sono chiare, i suoi nemici pure.