Solo lei c’è riuscita. L’unica ministra a mostrare le tette e l’unica ad essere cacciata da un governo fotocopia. Stefania Giannini, d’ora in avanti solo Stefy, è riuscita nella missione impossibile.
Non essendoci relazione alcuna tra il topless mostrato al bagno Mazocco di Forte dei Marmi nell’estate dell’anno scorso e la defenestrazione dal ministero dell’Istruzione, il motivo dell’odio assoluto che Matteo Renzi riversa su di lei è piuttosto chiaro. Aver trasformato centomila nuovi insegnanti, tolti alla precarietà, in altrettanti guerriglieri antigovernativi. “Sono stata ingiuriata” avrebbe detto ieri nel dimesso brindisi del congedo ministeriale.
Ricapitoliamo. Complice sua moglie Agnese, insegnante precaria, a Renzi viene in mente l’idea di inaugurare l’assalto al Palazzo avanzando come primo atto il progetto della cosiddetta Buona Scuola, monumentale operazione di reclutamento e stabilizzazione delle migliaia di prof a spasso: sai quanti voti! La Giannini, anche se si ritrova all’Istruzione senza un perché, esulta per i quattrini che dovrà gestire. E inizia a fare un po’ di caciara. Ruba al premier l’annuncio della Buona Scuola. Lo fa sola soletta al meeting di Cl a Rimini. Matteo s’infuria, strepita e avoca. Convoca un grande summit scolastico senza invitarla dopo di che dà alle stampe la legge, tagliuzzata e rimodulata. Di più, manda a viale Trastevere, dov’è il ministero, una sua sentinella travestita da sottosegretario, il deputato palermitano Davide Faraone, valente organizzatore di leopolde sicule, dette anche “faraone” per l’enorme afflusso di maggiorenti isolani di varie confessioni politiche, con l’obbligo di sorvegliare e riferire. La Giannini intanto sorride.
Non s’accorge che ad ogni manifestazione le urlano contro, oppure non ci fa caso, e se ci fa caso dimentica presto. Succede – per colpa di un algoritmo – che le assegnazioni di alcune migliaia di insegnanti siano abbastanza sconclusionate. C’è chi da Catania viene mandato a Campobasso e un mese dopo a Viterbo. In tanti s’incazzano e protestano. Lei sorride. La vita del resto le è stata sempre amica. Senza un perché si è ritrovata in politica. Alla cena elettorale di Forza Italia a Perugia (qualche anno fa era un’elettrice di Berlusconi) il Cavaliere la adocchiò, si era in casa di Luisa Todini, e le offrì la candidatura di presidente della Regione. Giannini, rettore dell’università per stranieri di Perugia, gradì molto. Screzi interni a Forza Italia obbligarono il Cavaliere a revocare l’offerta e Stefy, oramai rapìta dalla dimensione pubblica, traghettò il suo corpo presso Luca Cordero di Montezemolo, che aveva progettato Italia Futura, partito nuovo e rivoluzionario. Capì presto che si andava a nozze con i fichi secchi e passò con Mario Monti. Eletta senatrice, eletta segretaria di Scelta Civica. Infine ministro. Persuasa che bisogna essere sempre in movimento, quando Monti si afflosciò e la sua Scelta civica scomparve, saltò sul carro del Pd.
Le sembrò di aver fatto la cosa giusta. Poi ieri…
Da: Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2016
Il barbaro c’è. E se non c’è, aleggia. E se non aleggia? Il barbaro si chiama Alarico, re dei Visigoti e saccheggiatore di Roma (410 a.C.). Un barbaro al quale Cosenza è così affezionata che da tre secoli sta cercando la sua tomba e le 25 tonnellate d’oro e le cinque d’argento del tesoro trafugato e deposto nel letto del fiume Busento. Ma il colpo d’ala finale e un quid di creatività in più, che come vedremo, chiama in causa anche le forze militari israeliane, l’ha impresso il sindaco Mario Occhiuto. Architetto viaggiatore e soprattutto teorico oramai da un quinquennio della necessità di Cosenza di agganciare la sua crescita a un volto, un’idea, una storia. Alarico è leggenda e Occhiuto chiede da tempo all’Italia di investire sul barbaro. Bello o brutto, buono o cattivo, sempre un richiamo turistico è. “Bisogna contestualizzare, altrimenti che diremmo di Alessandro Magno?”, ha spiegato più volte per contestare la cordata di storici e archeologi che gli rinfacciano l’effetto ottico, lo scavo sul nulla, la memoria suicida.
È un prof volitivo, creativo, innovativo. Ai ragazzi dell’istituto tecnico Galilei di Lecce Daniele Manni, 57 anni, docente di Informatica, sta molto simpatico. Al punto di volerlo vedere premiato all’Italian Teacher Prize, costola del Global Teacher Prize, il Nobel per l’insegnamento nelle scuole voluto dalla Varkey Foundation presieduta da Bill Clinton.
Che spettacolo s’annuncia: il rottamatore che passa la campanella di presidente del Consiglio a mister Camomilla, al secolo Paolo Gentiloni. Dall’urlo al bisbiglio, dalla propaganda al freezer, dalle slide alla penna biro, dalle riforme alla stasi. Il tempo passa in fretta e Matteo Renzi decide di affidare in comodato d’uso il suo governo al proprio opposto, l’amico e mentore Gentiloni. La spiegazione è semplice: “Paolo ha il difetto di apparire senza verve ma il pregio di non tradirti. Se lo decide ti avverte sempre prima e ti spiega perché lo fa”.
L’antipatia è come una casa: si costruisce giorno per giorno, mattone su mattone. Matteo Renzi ha impiegato due anni per divenire antipatico e ci è riuscito. Avrebbe potuto far meglio? Nel senso di essere più simpatico, alla mano, prudente, modesto, sobrio? E se avesse fatto meglio sarebbe riuscito a raccogliere più voti, più sorrisi, più battimani? “Il potere è sempre antipatico, è quoziente ineliminabile della funzione, è linea indelebile, segno che qualcuno sta sopra di noi e ci comanda e per ciò stesso – ricorda Marco Belpoliti, geografo del corpo del potente, indagatore del sopracciò – ci sta sulle scatole. Ma proprio la sua spavalderia è stata mezzo di trasporto verso l’alto soglio. La furbizia, la scaltrezza l’hanno reso popolare, e i cortigiani hanno baciato la sua mano proprio in ragione del vasto encomio pubblico. L’adulazione di cui è stato oggetto ha la medesima radice. Egli ha guadagnato fama per il talento che ha dimostrato, ma anche per i tratti salienti del suo carattere: la velocità con la quale ha preso posizione, la disinibizione nei giudizi, la capacità di spiazzare, la sapienza nell’utilizzare la battuta fulminea e tagliente. E poi quel sarcasmo, quell’aggressività lessicale. All’opposto, come uno specchio rovesciato, il quoziente di antipatia saliva e saliva e saliva. Relazione funzionale al potere conquistato, all’adulazione e al consenso ottenuto”.
C’è una città in Italia dove le donne sono più forti e sono meglio piazzate sul ponte di comando. È la terra delle mondine, la radice quadrata della società femminile contadina e operaia, la piana da biliardo dove Vercelli fa da caposcuola. Lì il prefetto è Maria Rosa Trio, il questore è Rosanna Lavezzaro, il sindaco è Maura Forte. Dal capoluogo alla campagna altre donne hanno fatto carriera. E a Covra, spiazzo urbano che taglia le risaie e accoglie ogni tipo di zanzara, è salita sullo scranno di prima cittadina Pier Carla Camoriano, amante dei fornelli e della Lega. Su quel che ha fatto Matteo Salvini dovrà riflettere.