ALFABETO – GASPARE GIACALONE. Il sindaco di Petrosino (Tp): “È semplice, il cittadino non ti rispetta se sei il primo a infrangere la legge”

 gaspare-giacaloneLe dritte, i furbi scovati, gli onesti premiati, la legalità restaurata, la civiltà recuperata. Gaspare Giacalone, 45 anni, ex funzionario della Banca europea degli investimenti, ha scelto quattro anni fa di lasciare Londra e far ritorno al suo paese. Da sindaco. Quel che ieri era Petrosino, dieci chilometri di spiaggia dietro Marsala, nel cuore di una terra ad alta vocazione mafiosa, oggi non è più. Le risultanze del suo impegno pubblico sono un prontuario utile di chi crede che cambiare si può, e un ammonimento a chi invece pensa o sogna che la vita debba scorrere sempre nel solito malanno.

Sindaco, dalla Sicilia lei illustri le azioni tipiche per ridare dignità alla politica.

La prima cosa da fare è un’attività didascalica, persuasiva delle buone azioni. I miei concittadini non avevano l’abitudine di pagare le tasse locali e le tariffe per i servizi. La percentuale di fedeltà non superava il 15%. Con i miei assessori ci siamo detti: annunciamo i controlli, ma facciamoli partire sui tributi evasi o meno dei consiglieri comunali. Chi chiede agli altri di pagare deve dimostrare anzitutto che lui i quattrini li caccia.

Dare l’esempio.

Dare l’esempio è fondamentale in una terra abituata a osservare chi, chiamato a far rispettare la legge, la contrastava o la calpestava.

Gli amministrati hanno capito subito che qualcosa cambiava?

Piano piano hanno capito che noi pagavamo e anche loro dovevano farlo. Ma pagare per cosa? Il problema è dare servizi concreti, visibili.

E quindi?

Quindi se prima camminando per la spiaggia incontrava mini discariche, se la raccolta della nettezza urbana era un evento disordinato e caotico, ora è un servizio efficiente, amichevole, disponibile. Oggi la differenziata è ai livelli più alti dell’isola e mentre la Sicilia soccombe ai rifiuti in una crisi mai vista, la mia comunità trova le strade pulite, le aiuole al posto di bidet scordati in strada o in spiaggia.

Gli evasori sono diminuiti?

Abbiamo raggiunto l’8 0%. Per i cocciuti e i renitenti abbiamo fatto partire le ingiunzioni di pagamento. Si è creato un clima collaborativo: chi ora paga pretende che anche il suo vicino lo faccia. Viene da noi e denuncia.

Secondo titolo del prontuario del perfetto amministratore.

Nel solco dell’esempio, promuovere azioni che abbiano immediata rilevanza collettiva. Ci siamo tolti ogni benefit: auto, spese di rappresentanza, tutto il superfluo. Il risparmio è servito alla realizzazione di un parco giochi. Azioni brevi ma dal grande impatto. Chi ti ha eletto riconosce la tua buona azione e anche il tuo sacrificio e accetta di sopportarne l’onere civile che gli si chiede in cambio.

In una terra sedotta dall’abusivismo, i suoi concittadini cosa hanno fatto?

Hanno prima voluto vedere cosa noi avremmo fatto. Abbiamo redatto una grande enciclopedia degli abusi, identificando gli autori e spiegando loro cosa poteva essere sanato e cosa no. I grandi abusi o le opere che contribuivano alla malinconica convinzione che al potente tutto è permesso sono stati combattuti con una energia particolare, nel solco della didattica civile.

Esempio.

Edificio costruito a cinque metri dal mare, formalmente con tutti i crismi della legalità. L’incuria degli anni lo aveva mandato in rovina e la rovina costitutiva pericolo pubblico imminente e reale. Il proprietario – uomo potente di Marsala, già sindaco della città – resiste ai solleciti, alle ingiunzioni, alle ordinanze. La contesa va in giudizio, il giudice ci dà ragione. È un venerdì di luglio. Alle otto di sera l’avvocato mi comunica il risultato, alle cinque del mattino del lunedì successivo il manufatto è stato abbattuto. Nella stessa giornata sono stati portati via i detriti, nei mesi seguenti la spiaggia è stata restituita integra alla cittadinanza.

I cittadini sono stati bravi scolari?

Altro che! La metà dei proprietari di immobili totalmente o parzialmente abusivi hanno provveduto spontaneamente a rientrare nelle regole abbattendo quel che c’era da abbattere o sanando quel che poteva essere sanato.

Cambiare si può!

Si può. Non devi fare proclami, non devi sbandierare una legalità di carta. La mia auto di servizio è un bene confiscato a un mafioso. Sulle sue fiancate c’è scritto Petrosino è contro la mafia. Quell’adesivo, senza questi fatti, sarebbe stato ridicolo, ipocrita.

In cosa ha fallito invece?

Nell’idea collettiva che il cambiamento sia legato alla mia sola presenza. Ci sono e si cambia, ritorno a Londra e qui si torna all’inciviltà. Non essere riuscito a promuovere davvero una nuova classe dirigente, non aver fatto capire che l’opera è per tutti ed è di tutti, che si cambia solo se lo decidiamo tutti. E si cambia per sempre.

Lei vota?

Sono di sinistra ma non ho un partito. Credo nel civismo, nei movimenti locali, credo ai fatti, ai comportamenti.

Da: Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2016

I sindaci 5 stelle. Favara La giovane Anna Alba ha conquistato il Comune siciliano alle ultime elezioni. Ma tutto nasce dalla “farm” inventata dal notaio

favaraIl naso è identico, e le guance e i capelli e la statura e il sorriso. Il clone di Virginia Raggi si chiama Anna Alba. Volessero, potrebbero scambiarsi i ruoli. Certo, ne guadagnerebbe la Virginia 2 che ora è sindaca 5Stelle di Favara, in provincia di Agrigento. Una delle tre città siciliane, ci sono infatti Porto Empedocle e Alcamo nella lista delle conquiste, a essere cadute alle scorse Comunali in mani grilline. A Favara, pochi chilometri dietro Agrigento, la vittoria è però l’esito di un processo anomalo, la coda di una trasformazione urbana legata non alla politica, alla lotta, alla resistenza civile contro un potere dominante oramai infradiciato, ma alla bizzarria di una coppia di sposi che anni fa ha realizzato, tra mura sbrecciate e cumuli di immondizia, il loro sogno: costruire una formidabile azienda culturale, anzi una farm, un luogo in cui artisti di ogni luogo del mondo potessero venire. Un transito che nel tempo si è fatto cosmopolita, un’idea privata che ha messo radici pubbliche e fatto saltare le relazioni sociali cittadine, l’idea cioè che senza la clientela non potesse esserci vita e senza abuso neanche fosse possibile immaginare casa. E infine ha dato la prova che anche con la cultura si mangia: grazie agli artisti e alla Farm, Favara è divenuta meta di pellegrinaggio. Sono sorti, tra lo stupore generale, bed&breakfast, osterie, negozi di artigianato. L’incredibile si è fatto possibile, l’utopia è divenuta realtà.

L’immondizia per strada e gli emigrati di ritorno Favara infatti non è una città e non è un paese. Fino a poche settimane fa era il centro d’elezione della clientela, del lavoro precario, dell’indolenza. E anche della sporcizia. All’ingresso, proprio nel pieno di una curva a gomito, un cumulo di spazzatura a cielo aperto. Ecco, fino a poche settimane fa nessuno fiatava, nessuno si disturbava di protestare. Poi però il risultato elettorale, figlio come detto di una sovversione culturale nata fuori dalla politica, ha consegnato quasi per inerzia le chiavi del municipio a questa simil Raggi e ai suoi amici. La Farm culturale è stata la dimostrazione che cambiare si poteva perfino qui. E allora con i finanziamenti pubblici a secco, i concorsi spariti, le assunzioni cancellate, la disperazione ha trovato una via di fuga in questa ultima speranza. “Ci siamo detti: cambiamo. Io ho vissuto 14 anni lontano dal mio paese. Se sono ritornato è perché ho sentito che qualcosa può ancora accadere, qualcosa di buono voglio dire. E ho votato i 5Stelle”, spiega Giuseppe Arnone. Lui ha fatto come molti, come tanti. E al turno di ballottaggio Anna Alba ha vinto sui suoi avversari, il Movimento ha avuto la meglio sugli antichi potentati, e gli elettori, da sempre dell’idea che si è prima clienti e poi cittadini, si sono messi in fila nella cordata vincente. La neo sindaca usa in modo compulsivo Facebook, come è nella tradizione del Movimento. Semplici ma puntuali e ripetute comunicazioni di servizio, legate principalmente ai rifiuti, dramma contemporaneo di una società afflitta e ignava, si trasformano, a leggere i commenti entusiasti, nella prova rivoluzionaria che il mondo a cinque stelle è più bello, più uguale, più giusto. Fatti non ce ne sono, e non ce ne potrebbero essere. Ma finora sono bastate le parole.Continue reading

ALFABETO – DAVIDE RANALLI. Il sindaco di Lugo di Romagna: “Con la cultura si mangia e si affronta la crisi senza spaventare”

davide-ranalliLugo di Romagna è piatta come un biliardo, dentro la bassa che la tiene tra Faenza, Argenta e Ravenna. Si difende con tenacia dalle zanzare, che di questi tempi assaltano affamate, ma nulla può con il suo sindaco Davide Ranalli.

“Amministrare una comunità significa ingegnarsi per elevare la qualità del pensiero, sostenere i buoni sentimenti, alimentare la mente. Triplicare i fondi per la cultura, come la mia giunta ha deliberato, è un atto di sostegno al corpo e all’a nima”. Davide, ben piantato in terra, barba curata, ha 31 anni, da tre è sindaco, da 15 militante e dirigente locale prima dei Democratici di sinistra e poi del Pd. E da 16 anni ama follemente la lirica, ma così tanto che è riuscito a convincere i concittadini ad andare a teatro.

“Lugo è uno dei luoghi sacri di Rossini, il mio preferito. E il teatro di Lugo con gli investimenti che abbiamo deciso riesce ad avere concerti tutto l’anno”.

Con la cultura si mangia?

Certo che sì. Si mangia e si beve. Lugo è divenuto meta dei tanti appassionati di musica classica, crocevia di concertisti, organizzatori, melomani. Alberghi, ristoranti, bar hanno clienti che prima non potevano immaginare.

Quanto ha messo sul piatto?

Ho proceduto a una breve ma intensa spending review. Non ho naturalmente toccato il welfare, e tutte le attività che il Comune compie per tenere alto un livello di sostegno all’impresa e alla famiglia. Lugo ha vissuto la crisi come tutti, ma ha gambe forti e braccia robuste.

E dunque?

E dunque ho messo sulla lirica 800 mila euro, il massimo del massimo possibile per il mio bilancio.

E i suoi elettori?

Contenti. Sapevano a cosa andavano incontro eleggendomi.

Tutti a teatro.Continue reading

Una “grande perforazione” in Liguria voluta da Mr. Lavori pubblici Incalza

Mari e monti. La promessa europea di collegare il sud mercantile al nord efficiente

Il Terzo valico nasce nel fondoschiena di Genova, e secondo le fantastiche previsioni della vigilia, dovrà unire il mare ai monti, collegare il sud dell’Europa mercantile al nord efficiente e pianeggiante di Rotterdam bucando le montagne e sviluppando il cosiddetto corridoio Reno-Alpi.

“CE LO CHIEDE l’Europa” è stato infatti lo slogan – già in voga in Val Susa –con il quale i difensori della mega-ferrovia merci ad alta velocità hanno avanzato e poi vinto la partita. Invece questi monti liguri sembrano aver fatto da cavia a progettisti dalle mani bucate. Tanto era difficile e perigliosa la decisione di svuotarli (sono previsti 37 chilometri di galleria dentro rocce amiantifere su un tracciato totale di 53) tanto più l’opera sarebbe apparsa maestosa. E quindi costosa. E dunque irrinunciabile. Il progetto è un figlio legittimo della scuderia di Ercole Incalza, l’ingegnere-faccendiere che al ministero delle Infrastrutture spianava l’Italia con la mente predisponendo piloni di ogni sorta di cubatura. Al solito Stefano Perotti la direzione lavori, ad Alberto Donati, genero di Incalza, qualche spicciolo per un aiuto sul campo (691 mila euro di parcelle professionali tra il 2006 e il 2010). La nuova linea ferroviaria, la terza sulla direttrice a nord di Genova, costerà 6 miliardi e 200 milioni (49 milioni di euro a chilometro) e finirà la sua corsa a Tortona, alle porte di Alessandria. E da lì fra molti anni, quando tutto sarà finito – se davvero tutto sarà concluso – prenderà la rincorsa verso il mare del Nord.

NELLA RIDOTTA di Polcevera il comitato No Tav ha tentato strenuamente di resistere all’indifferenza. “Il nostro problema più grande è che questa ferrovia non si vede, i cantieri sono dispersi tra vallate. Smontano pezzi di montagna, cementificano le valli ma nessuno se ne accorge. E chi ha occhi poi si acconcia all’altro slogan: tremila posti di lavoro! Di questi tempi buttali via. A nessuno frega se la ferrovia serva o no, se tutti questi soldi saranno uno spreco indegno”, dice Davide Ghiglione, il portavoce del comitato, al centro di Bolzaneto, il quartiere simbolo della mattanza poliziesca ai tempi del G8. Da qui, costeggiando il fiume Polcevera, ancora colorato dai rifiuti e ferito dall’alluvione dell’ottobre 2014, si raggiunge il cantiere di Isoverde.Continue reading

Dannati, sangue e gelati: vivere con il terrore alle porte

Senza-titolo-1L’uomo dei gelati o il marito depresso, il francese violento e spaccone o il musulmano tunisino di recente e indemoniata fanatizzazione, ha maciullato –oltre i corpi– un luogo.

Quel lungomare inizia a Genova e finisce a Marsiglia, e Nizza è per un terzo sabauda e ligure, prolungamento estivo di Torino e Cuneo, di Savona come di Imperia. Nizza parla anche italiano, e le vittime sono anche italiane e così lo spavento, la convinzione di aver conosciuto il culmine della paura, la vetta oltre la quale mancano le parole e persino le forze. Quei morti lasciati in terra, e i bimbi trafitti, le carrozzine ferme, i peluche, troppi peluche, sono l’istantanea della dannazione in terra. Esistono i cattivi e Mohamed Lahouaiej Bouhlel ne è stata la massima espressione possibile. Ha esercitato da solo il diritto allo sterminio, muovendosi sulla promenade des Anglais con questo vagone frigorifero, l’enorme bruco di gomma che secondo i piani avrebbe dovuto –e purtroppo così è stato– gonfiare il male come la pancia di una rana e portare alle stelle l’orrore.

La Nizza anche italiana e i nostri risvegli

Un atto terroristico puro, così spaventosamente prodigioso, ha reso l’altra notte spettrale la città delle vacanze, la nostra Nizza, e ammutolito ieri mattina tutta la Francia e anche noi italiani. Lo stordimento è stato tale che persino la caotica Roma si è svegliata con l’affanno: traffico di fine settimana, vero, ma comunque il venerdì di lavoro assicurava un rispettabile sound metropolitano. E invece niente. Marciapiedi deserti, baristi in attesa, vigili inoperosi. Troppo il terrore, bocche cucite e televisione accesa. Ha fatto paura non tanto la morte ma la sua smisurata quantità. Ha fatto orrore non l’arma del delitto ma piuttosto l’idea che un camion frigo potesse compiere una strage così eccessiva. E poi dove? Sul lungomare, a zig zag tra le palme e i lidi, tra la spiaggia e gli alberghi, tra i gelati e i pop corn. Noi europei non siamo israeliani, non siamo abituati ai camion bomba di Hamas e abbiamo, purtroppo o per fortuna, una memoria lunga quanto il becco di una rondine. Ad agosto scorso, al l’altezza del confine con l’Ungheria, la polizia austriaca si insospettì di un tir frigorifero in sosta ai lati della strada. Quando fu aperto il portellone 71 corpi di siriani in fuga furono trovati ammassati.Continue reading

L’Italia raccontata da Caporale

di Bianca Terracciano 

Tre anni di peregrinazioni, appuntati su un taccuino, si sono trasformati in un libro. Un “bottino” di storie sussurrate, evanescenti, non abbastanza accattivanti per comparire sulla pagina di un giornale, Il fatto quotidiano, di cui Antonello Caporale, l’autore di Acqua da tutte le parti (Ponte alle grazie 2016), è caporedattore.

Come un Ulisse contemporaneo e motorizzato Caporale ha compiuto “il periplo dell’Italia avendo cura di dare le spalle al mare”, un movimento circolare di scoperta, mosso dal desiderio di ricercare un rimedio ai mali del Bel paese, rintracciandone le origini. Percorrendo le tracce delle buone e cattive pratiche che caratterizzano l’italianità, Caporale cerca di trovare anche una cura per la nostalgia di un’età dell’oro non troppo lontana, termine che condivide la sua etimologia con nostos, viaggio in greco, proprio come insegna l’Odissea. Certo, al ritorno, a casa nulla è cambiato, ma la consapevolezza del passato e del presente potrebbe valere come competenza atta a ristabilire il compimento del destino nel suo farsi, con lo scopo di sensibilizzare una schiera di lettori su ciò che l’agenda mediatica ha espunto per insufficiente clamore.

Allacciate le cinture, percorriamo 14.440 chilometri di strade carrabili, seduti di fianco a Caporale, al posto del passeggero, guardando scorrere dal finestrino paesaggi montani e marini, albe e tramonti la cui luce illumina anfratti meravigliosi sebbene sconosciuti alla massa. Sembra di vederlo girare nella rotatorie che inframezzano il triangolo degli outlet di Mestre-Marghera-Villorba, mentre per empatia diventiamo madidi di sudore al pensiero della torrida giornata di luglio, percorsi da un brivido dietro la schiena pensando alla desolazione di una distesa di centri commerciali semi-deserti, frequentati da chi vuole ristorarsi con l’aria condizionata gratis.

Julia Kristeva ha parlato di un “passato che non passa e di cose sepolte vive”, proprio come i binari morti italiani, uno dei leitmotiv del volume, lunghi 2000 chilometri, che potrebbero ancora salvare tanti piccoli paesi dallo spopolamento e dall’estinzione locale.Continue reading

Sprechi, carrette e Tav: la lotta di classe sui binari

numeriBinario unico e, sempre più spesso, binario morto. Sono più di cinquemila i chilometri, ma il conto è decisamente sottostimato, di strade ferrate che vengono lasciate arrugginire, e ogni anno si allunga la lista delle stazioni chiuse, abbandonate, donate ai rovi. Tutti gli incidenti dell’ultimo quarto di secolo sono accaduti su tratte secondarie, e tutti i convogli squarciati sono classificati regionali. Non un euro di manutenzione, non un minuto di attenzione, non un alito di riflessione di quanto sarebbe potuto servire all’Italia avere collegamenti decenti, regolari, sicuri, di come le città avrebbero potuto vivere senza la pressione demografica di chi non ha altra scelta che popolare le periferie perché raggiungere casa è impossibile.

Ogni soldo solo sulle linee più remunerative

Volterra, da quando ha perso il treno, ha subìto il dimezzamento dei residenti: erano ventimila alcuni anni fa, oggi sono la metà. Ferrovie dello Stato, dove non può tagliare, rallenta le opere di manutenzione straordinaria. C’è una frana tra Rogliano e Soveria Mannelli, in Calabria. Sono anni che c’è e anni che nessuno se ne prende cura. È l’omicidio perfetto: la frana non viene riparata, il treno non passa, la linea invecchia, il bus sostitutivo si fa regola. La scelta è stata cieca: infilare ogni soldo solo sulle tratte più remunerative e più ad alto costo. Collegamenti tra le principali città, e basta così. Sono 15 anni che l’Italia è infiammata dalle polemiche sulla congruità del Tav Torino-Lione. Dieci giorni fa, il ministro Delrio ha spiegato, con una certa naturalezza, che s’era trovato il modo per risparmiare circa 3 miliardi di euro senza nuocere al progetto di trasporto veloce. Così, all’improvviso! E come mai solo adesso?

Terzo valico, tunnel e miliardi alla cieca

E che dire dei costi del terzo valico: miliardi (cinque? sei? sette?) per perforare una galleria alle spalle di Genova. Un tunnel lungo più di 30 chilometri che sbuca nella piana di Alessandria per il trasporto merci. Un’opera faraonica e dichiaratamente esagerata. Non un pensiero, un convegno, una riflessione per rispondere all’obiezione di chi giustamente fa notare che sono già attive tre distinte linee ferroviarie su quella tratta e forse ammodernarle sarebbe costato assai di meno. Un’Italia in carrozza e una a piedi. Una con l’aria condizionata e superveloce e una intruppata dentro vagoni del secondo dopoguerra. Ma ovunque, all’orizzonte, la linea dello spreco. Dal Tirreno all’Adriatico non si passa, bisogna fare il giro lungo. In autostrada logicamente. Da Orte al porto di Civitavecchia, i l flusso si blocca, quel che ci sta in mezzo, e siamo nella Tuscia viterbese, è mangiato dal tempo, sepolto dalla polvere. Una gran massa di quattrini è stata distrutta in una serie incredibile di malversazioni proprio per restituire ciò che oggi non c’è. L’incolpevole Sardegna è stata teatro della più possente devastazione ferroviaria. Siamo alla fine degli anni Settanta quando le Ferrovie dello Stato, le cui linee sono alimentate con energia a 3 kilowatt, decidono di sperimentare l’alimentazione a 25 kilowatt, molto diffusa nel resto dell’Europa. Scelgono la Sardegna come terra di conquista di questo vettore moderno e una tratta lunga 350 chilometri come teatro delle operazioni. Dopo qualche mese le locomotive, belle e nuove, vengono riportate in continente e trasferite in catene, come boss della mala, tra Foligno e Rimini.

L’odissea delle locomotive

Sono rimaste le 25 locomotive, pegno alla memoria, a dare fastidio. A chi smistarle? Tre macchine, sempre in ceppi, sono trasportate in Ungheria per invitare i magiari a verificarne la qualità. Tecnici italiani vanno in missione, e sembra un film di Totò e Peppino, un classico della commedia napoletana, per tradurre nella lingua locale le indicazioni tecniche stampate in italiano. Niente ancora, neanche i magiari ci stanno: quel presepe non piace a nessuno. Le macchine nuove di zecca (costate circa 5 miliardi l’una con 20 chilometri all’attivo) vengono abbandonate. Tre anni fa le poverette sono state decapitate a Bari, a qualche chilometro dagli ulivi di Corato, vendute a prezzo di rottame.

Da: Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2016

Sindaci a 5 Stelle: il ragazzo, il poliziotto e l’avvocato

sindaci_m5sNettuno, sul litorale laziale, che ha conosciuto la ‘ndrangheta dei Gallace e la camorra dei Casalesi, il sindaco è un ex poliziotto e il suo vice pure. Salendo verso i Castelli, a Genzano, la piccola Mosca, il nuovo primo cittadino è un ragazzo di 28 anni condotto per mano al municipio da elettori orfani del loro passato, il Pci, e del loro condottiero, l’amatissimo Gino Cesaroni. Dodici chilometri verso la Capitale e s’incontrano le vigne di Marino, la città reduce da un’inchiesta giudiziaria che ha azzerato i vertici dell’amministrazione comunale e ha spalancato le porte a un avvocato di 43 anni, ex militante di Alleanza nazionale.

Tre identità, un solo simbolo Tre sindaci, tre identità, ma un solo simbolo: Cinque Stelle. Il movimento grillino sbaraglia destra e sinistra, avanza sul litorale, dove si dice pronto alle prossime conquiste, Anzio e Ardea, e occupa il crinale compreso tra i due pilastri della scuola della sinistra italiana: quella della Cgil ad Ariccia e la capitale del comunismo italiano, Frattocchie, frazione, appunto, di Marino. E la cosa stupefacente è che in ogni luogo il Movimento offre al mercato politico l’uomo giusto, il colore giusto, il profilo giusto.

L’uomo d’ordine è stato candidato a Nettuno dove l’ex vicequestore Angelo Casto ha sbaragliato gli avversari e ridotto al lumicino il Pd che, come a Roma, era corso dal notaio per sfiduciare il suo sindaco, incappato in guai giudiziari e in una tignosa inchiesta della Procura della Corte dei conti che gli imputa danni erariali, indagine poi sfociata nel sequestro conservativo dei beni immobili dello sfiduciato. La prima misura, nelle ore immediatamente successive all’elezione, del neo sindaco grillino è stata quella di far spegnere le luci e i condizionatori in municipio e avanzare ai responsabili degli uffici comunali una domanda: come pensi di poter lavorare meglio? Cosa serve alla tua città? Cosa c’è che non va nei tuoi uffici?

Pragmatismo a livello principiante eppure schiaffo salutare e applaudito in una città di 47 mila abitanti in cui le malversazioni si sono ripetute innalzando sempre l’asticella del fantasy: per esempio l’appalto per la nuova nomenclatura di strade e piazza, ma soprattutto l’indicizzazione dei numeri civici. Un appalto da un milione e mezzo di euro a cui i cittadini sono stati chiamati a dar corso col proprio portafoglio: a ogni piastrella di ceramica col nuovo numero civico apposto sul portone di casa è corrisposta una tassa di 54 euro. Sono seguiti tumulti verbali nei bar, bestemmie pesantissime e proteste megagalattiche, tipo questa: “Nel mio condominio c’è un solo portone e un solo numero civico, ma sono giunti 52 bollettini di pagamento. Uno per ogni condomino. Ahò, ma quanto ci costa sta piastrella?”.

Le 12 sfide e i 7 ballottaggi vinti I grillini nel Lazio hanno vinto sette dei dodici ballottaggi, e naturalmente nei sette c’è quello maestoso di Roma. Non è chiaro se sia stata l’onda lunga della Capitale, “tutti parlano di questa onda lunga, ma noi a Genzano abbiamo vinto per la particolare radice popolare del Movimento”, dice la senatrice Elena Fattori, genzanese, una delle più votate in Italia dalla base, al tempo della consultazione in Rete per le candidature in Parlamento. “Genzano ha una forte identità di sinistra, da noi il partito al governo è stato sempre il Pci e i suoi eredi, io sono stata sposata da Gino Cesaroni, il sindaco più amato in assoluto”, ricorda la Fattori. Genzano, la piccola Mosca, ha ospitato gli Inti Illimani al tempo in cui il gruppo fuggì dal Cile barbarico di Pinochet, ha conosciuto le lotte bracciantili, le campagne per l’acqua pubblica, i beni comuni, le pari opportunità. “La nostra gente si è ribellata alla progressiva opacità della sua classe dirigente e con noi è voluta tornare alle origini”, continua la Fattori. Le battaglie per l’abolizione dell’Imu agricola, qui sentita come un’offesa gravissima dai compagni in pensione, ciascuno con la propria vigna e il piccolo orto, per l’ambiente, per il ciclo dei rifiuti senza inceneritori, hanno avuto ragione su una nomenclatura asfittica, oramai sazia ereditiera di antenati ricchi di voti. “Ci hanno votato giovani e anziani”, ricorda la senatrice. Un ragazzo di 28 anni, laureato in Giurisprudenza ma istruttore di nuoto, Daniele Lorenzon, ha fatto bingo: al ballottaggio non c’è stata storia e lui ora è sindaco. Rigenerazione, palingenesi, approccio volontaristico alla politica. Daniele per adesso tiene il diario delle cose che fa su Facebook. Come in una diretta live ha dato conto di un incendio che ha colpito l’impianto di tritovagliatura di Roncigliano nelle prime ore del suo mandato. Commenti entusiastici per questa prova di fact checking istituzionali.Continue reading

ALFABETO – DOMENICO DE MASI: “L’Italia è diventata una Repubblica fondata sugli asini”

domenico-de-masiSe l’Italia è una Repubblica tendenzialmente fondata sugli asini c’è un perché. E l’asineria, i meridionali la chiamano con sentimento “ciucciaggine”, è madre legittima della raccomandazione, ritornata in cattedra con le vicende della famiglia Alfano, il ministro dell’Interno. Domenico De Masi è sociologo di razza e studioso appassionato del nostro vizio capitale.

De Masi, siamo un popolo di raccomandati perché siamo asini?

Se non hai altro metodo per valutare il curriculum suo da quello mio, resta la raccomandazione come unico punto dirimente.

Lei parla di asini di massa al tempo di Internet in cui il sapere è orizzontale, la conoscenza è istantanea.

Io parlo? Metto i numeri sul tavolo. Negli Stati Uniti 94 studenti su 100 che completano il ciclo scolastico proseguono per l’università. In Germania sono 78 su 100. In Italia siamo inchiodati al 36 per cento. E di questa minoranza 22 si fermano alla triennale e 14 proseguono per la laurea magistrale.

Ma perché?

Perché la cultura è disprezzata. Al ministero dell’Università serviva un genio e hanno messo la Gelmini, ora nemmeno ricordo il nome della attuale titolare. E l’idea beceramente produttivistica ha fatto sì che nel Nord-Est i padri spingessero i figli a entrare immediatamente in officina. Tanto il lavoro c’è e si guadagna anche di più.

L’università ha infatti perso valore.

Ma la cultura serve per vivere, Dio santo! Non solo per mangiare. E l’università la facciamo con i piedi. Puoi laurearti negli anni curriculari, o anche farne il doppio o il triplo e nessuno ti chiede nulla, ti dice nulla. Il costo delle tasse universitarie è talmente basso che sembra un parcheggio di oziosi imbelli. Come si fa a non capire che il livello della cultura generale è direttamente proporzionale al livello della partecipazione democratica?

Più sei colto più ti appassioni alla politica.

Washington ha il 49 per cento dei suoi cittadini che sono laureati. Alle elezioni la soglia dei votanti è del 70 per cento. Yuma, e siamo sempre negli Usa, ha l’11 per cento dei suoi cittadini laureati. I votanti si fermano al 30 per cento. Se sei colto hai minori possibilità di essere razzista, di essere violento. Anche la criminalità subisce la dura relazione con la cultura.

Ma se non c’è cultura esiste la raccomandazione.

La vicenda Alfano è spettacolare ma non turba. È dentro lo spirito nazionale, sicuramente è un gene della società meridionale. D’altronde è logico che se non hai altra possibilità di selezionare…

Essendo tutti asini.

L’asineria è la mamma felice della raccomandazione.Continue reading

ALFABETO – SALVATORE SILVANO NIGRO: “Utilizzano l’inglese per lasciare il popolo ignorante e imbelle”

salvatore-nigroSalvatore Silvano Nigro è un grande militante della lingua italiana. E ha avuto modo, grazie al suo talento, di spiegarla ai suoi studenti parigini della Sorbona, a quelli della New York University, poi dell’Indiana University, infine della Normale di Pisa. Il professore è un settantenne catanese di irriducibile corazza, di fantastici e interminabili studi e di una tenacia impareggiabile. “A settembre dovrò lasciare l’università (ora è allo Iulm di Milano, ndr) perché secondo la legge italiana a settant’anni sei inservibile. Andrò al Politecnico di Zurigo, gli svizzeri non hanno di queste suggestioni”.

Il Ventunesimo secolo sembra così infelice, così potentemente ammaccato e disastrato nell’etica e nell’economia che fa venire in mente il Seicento, il secolo della corruzione.

È il tempo in cui Giordano Bruno viene bruciato vivo, Tommaso Campanella incarcerato, Galileo umiliato. C’è un perché se Alessandro Manzoni scrive i suoi Promessi Sposi retrodatandoli di duecento anni. Lui, uomo dell’Ottocento, fa vivere Renzo dentro il lugubre Seicento.

Cosa c’era allora che si ripete oggi?

Il primo elemento enormemente suggestivo è la sovrabbondanza di leggi. Allora erano almeno mille normative che mutavano di senso, scritte in un miscuglio linguistico: un po’spagnolo, un po’latino. L’iperproduzione come fattore di confusione, di inebetimento.

Oggi sono centuplicate le leggi insieme al vizio di non rispettarle.

Vizio? È un proposito incoraggiato, una prospettiva deliberata. L’utilizzo ossessivo dell’inglese e la scrittura ignorante dell’italiano producono il risultato che l’italiano è l’unica lingua straniera che non si studia in Italia. Esistono forme parossistiche di inglesismi – e badi che le parla un tizio che ha avuto la mamma madrelingua inglese e che fino a dieci anni altro non sapeva e non parlava che inglese –che costringe poveri cristi a vedersi obbligati a domandare alla fermata dell’autobus cosa diavolo significhi questo o quello.

È un modo per disorientare?Continue reading