ALFABETO – La succursale di Solidarnosc era a Latina

COME ERAVAMO. Un campo per i profughi dell’est diviene un centro di studi universitario. Per ricordare

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Non erano neri ma bianchi. Non venivano dal sud ma dall’est. Sono le impronte digitali della democrazia quelle chiuse sui muri del campo profughi di Latina che per mezzo secolo ha ospitato i migranti che fuggivano dal comunismo, che si opponevano a Tito. I coraggiosi di Praga, gli operai di Danzica, gli intellettuali di Mosca. La storia siamo noi e quasi non ce lo ricordiamo. Ma a sessanta chilometri da Roma è stata allestita la più grande piattaforma di sosta e di sostegno per chi, ieri come oggi, chiedeva un’altra vita, un altro futuro, un’altra possibilità. E quel campo oggi è divenuto un campus universitario.Continue reading

ALFABETO – FEDERICO BORGNA: “Sono cieco, ma so vedere fannulloni e appalti sospetti”

federico-borgnaOra la piazza del Foro Boario è uno spettacolo, promessa mantenuta”. I lettori del Fatto hanno letto di Federico Borgna, sindaco di Cuneo, il 2 novembre 2012. Era primo cittadino da pochi mesi. Dal 2006 invece è cieco. Fare il sindaco e non vedere. Fare un appalto e non controllare. Mi rispose: “Io sento la città sotto i miei piedi, le pietre le accarezzo con le mani, ogni spigolo, anfratto, angolo della mia terra sono dentro di me. Non c’è giorno che passa senza che controlli, non c’è carta che mi sfugga”.

Allora complimenti, promessa mantenuta.

Non solo la piazza, deve vedere anche via Cavour com’è stata rifatta bene. Prima era uno stradone che incolonnava auto, ora è una meravigliosa via pedonale. Bici, bambini. I palazzi che le fanno da cornice sono stati ristrutturati.

Lei ha un bastone per compagno.

Un bastone e poi la gente. La interrogo: che te ne sembra? Mi faccio dire tutto, i dettagli sono per me fondamentali. E mi dicono tutto, se non sono io a chiedere mi fermano loro. E mi spiegano. La disabilità in politica è un toccasana: devi dare il meglio ma hai il meglio dai tuoi elettori.Continue reading

ALFABETO: Peppe Curcio: viaggiatori stupiti. Così il pullman diventa libreria

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Voleva far provare con un libro la meraviglia ai suoi clienti. Cos’è la meraviglia? Un sussulto, un sorriso, l’ombra di un piacere nascosto, la scoperta del nuovo? Il fatto è che Peppe Curcio, 47 anni, da Polla, Vallo di Diano, terra contesa tra la Campania e la Lucania, non fa il poeta ma l’imprenditore. La sua impresa si regge sui bus che salgono dal Cilento e raggiungono il Lazio, la Toscana e l’Umbria in un saliscendi continuo. Nord e Sud, nord e sud. Roma-Perugia-Firenze. Autolinee Curcio.

“Notavo che le ore di viaggio erano tante e l’impiego del tempo perso in scorpacciate di smartphone illuminati, ossessivi tambureggiamenti sulle tastierine, faccine lucenti. I viaggiatori più giovani compulsavano i computer, gli anziani attendevano inerti e straziati che il viaggio finisse. Come potevo cambiare le abitudini?”.

L’incontro risolutore fu con un libraio.

Sì, il mio amico Michele Gentile, che ama i libri e li vende, ma soprattutto li fa leggere. Michele mi propose di dotare ogni bus di un’essenziale biblioteca classica.

La signora delle camelie di Dumas, gli aforismi di Oscar Wilde, il Candido di Voltaire.

Cinquanta testi, universali, una selezione di letture importanti e bellissime. Dietro ogni sedile la lista completa dei libri. Il viaggiatore sceglie e chiede al secondo autista. Legge quanto gli pare e alla sua fermata restituisce. Lo ritroverà, se vorrà, nel viaggio di ritorno. Oppure avrà, se non gli garba o non ritorna, il ricordo di aver speso meglio un’ora del suo tempo.

Come hanno reagito i viaggiatori a quella novità?

Con meraviglia, che era quella che cercavo. Io sono imprenditore e voglio promuovere le mie linee di bus. Questo il proposito e l’obiettivo può dirsi raggiunto. Ma sono felice di aver realizzato una cosa un po’ più alta, più significativa. Sembrava eccentrica, strana, fuori contesto ecco. Però i clienti, dopo il primo momento di stupore, hanno apprezzato. Devo dire di meno i giovani. Il libro si prende in mano dai quarant’anni in su. Questo mi fa dispiacere.Continue reading

ALFABETO: SALVATORE SCALZO. Rischiavo di vincere a Catanzaro. Così il Pd mi ha rottamato

salvatore scalzo
salvatore scalzo

Oggi che Salvatore Scalzo, 32 anni, è a Bruxelles e non a Catanzaro, nell’ufficio della Commissione europea e non nel municipio, a fare il funzionario e non il sindaco della città, possiamo misurare la distanza dell’apparenza dalla realtà. Di come trituriamo i giovani, li sbeffeggiamo e infine li cacciamo dalle nostre case. Di quanta ipocrisia sappiamo vantare quando inneggiamo al ritorno dei cervelli fuggiti all’estero. La storia di Salvatore è emblematica: convocato, spremuto ben bene e poi espulso dal potere.

Chi ti chiama e quando.

È il 2011. Ho appena vinto una selezione a Bruxelles e il Pd mi chiede se voglio provare a battermi contro il centrodestra, a difendere i colori del partito e della sinistra. Lo chiedono a me perché il partito è commissariato, morto sotto le lenzuola della clientela e della malapolitica.

Lo chiedono a te perché la sconfitta è certa.

Essenzialmente è così. Altrimenti perché ricordarsi di me che ho solo 27 anni e sono solo un animatore di un’associazione che spinge per il recupero della legalità?

Tu accetti.

Penso che valga la pena perdere ma combattere, ripulire il volto sporco del mio partito e affrontare a viso aperto, gagliardamente e avventurosamente, una coalizione di centrodestra che lega il ceto maggiorente e affluente all’agio dell’interesse di casta.

È una gara senza speranza.

Ne sono consapevole. Ma facciamo baccano nelle piazze, nelle strade, nelle case. Dobbiamo rendere tumultuosa la nostra presenza e provocare in una piccola città della clientela e della sofferenza civile come Catanzaro uno choc.

La cura riesce?

Si può dire di sì. Ripuliamo il partito dalle sporcizie e le liste dei candidati dai fantuttoni, dai tromboni, dai promotori della sclerosi politica. Mettiamo idee in campo, forza nello spingerle verso la città e affrontiamo la sconfitta. È certa ma dev’essere degna del nostro coraggio, dei sacrifici e delle passioni che raduniamo nelle piazze.

Perdete.

Perdiamo. Il mio partito parte da una soglia del 10 per cento. È divenuto un’entità marginale, soporifera, inutile a ogni cosa. Lo portiamo al 17 per cento. Io raggiungo il 33 per cento dei consensi. Sono 16 punti di distacco, sono il candidato che in Italia ottiene il maggior consenso nel voto disgiunto.

Poi cosa succede? Continue reading

ALFABETO – SILVIA FERRANTE. Una cittadina si oppone all’elettrodotto che le passerebbe a 80 metri da casa. Terna le fa causa

Silvia-FerranteSilvia Ferrante ha 37 anni, mamma di un bimbo di otto. Vive nella campagna di Paglieta, tra la Maiella e l’Adriatico. Vive in campagna, ma un giorno viene a sapere che praticamente sulla sua testa, quella del suo bambino e quella del suo compagno, sarebbe avanzato un corridoio di fili ad alta conduttura. Cavi di un elettrodotto da 380 mila volt.

Si preoccupa, e molto. Così tanto che si dà da fare per scongiurare quel progetto. Si documenta, contesta, impugna davanti ai giudici, rallenta.

Tre anni dopo Terna le presenta il conto del suo attivismo civico: 24 citazioni in tribunale. Per colpa di Silvia, Terna dichiara di aver patito un danno di 6 mila euro al giorno.

Moltiplica il patimento per i giorni di inazione e per i piloni contro i quali Silvia si è battuta. Il conto è salato: sono 16 milioni di euro.

Bastonarne una per educare cento.

Non sono soltanto io la destinataria delle richieste di Terna, ma parecchi proprietari che legittimamente si sono opposti a questi mostri. Lo abbiamo fatto con civiltà, documentando i timori prodotti dal pericolo di un inquinamento elettromagnetico, dovendo anche sostituirci all’inerzia delle amministrazioni del territorio che dormono beate.

Si chiama cittadinanza attiva.

Ecco, sì. Quei cavi passano a 80 metri dalla mia casa. Già oggi la legge vieta la sosta sotto i tralicci per più di quattro ore. E già oggi la legge vieta di far passare cavi aerei a una distanza inferiore a 77 metri. Da me corrono a ottanta. Possono quei tre metri autorizzarmi a stare tranquilla? E posso io da cittadina non incuriosirmi, interessarmi, avanzare insieme ad altri ipotesi che riducano il danno?Continue reading

Alfabeto ISAIA SALES: Tutte le mafie brindano insieme con il terrorismo

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Un altro santo si inchina a un mafioso, succede a Paternò appena dietro Catania, è notizia di due giorni fa. Un’altra volta la Chiesa è accondiscendente verso quel potere fino a sembrarne preda. Sui preti e sui mafiosi.

Isaia Sales, che insegna Storia della mafia al Suor Orsola Benincasa, scrisse un libro.

È il momento di riaprirlo. “Le mafie clonano il loro modello dalle classi dirigenti del Paese. Ambiscono a ottenere un riconoscimento pubblico del loro potere. Non gli basta la virtù del crimine, hanno bisogno della considerazione sociale. La processione è lo strumento perfetto col quale la cattedra suprema e spirituale che tutti unisce compie l’atto di riconoscimento. Quarant’anni fa a Riesi, in provincia di Palermo, nel corso di una processione il boss Di Cristina passò il testimone a suo figlio con un bacio sotto lo sguardo misericordioso della Madonna.

L’ambizione dei mafiosi è nota. La scelta della Chiesa così profondamente immorale, così lontana dall’insegnamento cristiano e dai suoi tanti testimoni ‘buoni’, è incomprensibile”.

La Chiesa ha sempre riconosciuto i poteri costituiti. La Chiesa riconobbe il fascismo, in Sudamerica ha fatto altrettanto con le dittature costruendo il paradosso di una religione antiviolenta che legittima la violenza. Ma la mafia è ancora l’anti Stato?

No, scrivo nel mio ultimo libro (Storia dell’Italia mafiosa, Rubbettino ndr) le ragioni che hanno portato le mafie al successo. La prima è di aver sempre dato una mano al potere politico. Nel corso di questi due secoli offrono sostegno a Garibaldi, poi ai liberali, quindi al fascismo, dunque alla Dc. Intendo voti, opzioni, appoggi taciuti o anche resi espliciti. E lo Stato si è servito della sua violenza.Continue reading

ALFABETO – MASSIMO ALVISI. Il progettista: “Un edificio osceno può costare quanto una costruzione viva, degna. Non è un problema di soldi”

massimo_alvisiCos’è la periferia? La coda perduta di una città? Il luogo degli avanzi urbani? L’esposizione permanente del brutto? La periferia finora è stata considerata come il recinto delle vite abusive, malmesse, poco considerate. Massimo Alvisi è uno dei nomi emergenti dell’architettura umanista, sentimentale, cooperativa. L’architettura considerata come attività di promozione del bello, come tecnica di inclusione sociale, sguardo di frontiera.

La periferia pare sempre una città perduta, una sfida in cui gli uomini sono soccombenti. Una disgrazia e un problema.

Cambiamo punto di vista e iniziamo a vedere anzitutto cosa di bello ha la periferia.

Il bello, finalmente.

Se è frontiera è un luogo aperto a un orizzonte, agli sguardi vicini. In periferia ci sarà più luce che al centro della città, ci sarà posto per gli alberi e i prati. Dunque per la vita sociale, per l’identità territoriale, per la diversità culturale.

Perché le periferie sono brutte allora?

Per la mediocrità dei progettisti. Un edificio osceno può costare quanto una costruzione viva, degna, bella. A volte si spende molto per l’orrido.Continue reading

ALFABETO – MASSIMILIANO FORGIONE. Il direttore della casa circondariale di Sant’Angelo dei Lombardi: “Chi lavora può essere reinserito”

massimiliano_forgioneIn questo brutto tempo c’è un’altra generazione di “cattivi” da tenere a bada, una tribù interna a ogni società. Massimiliano Forgione dirige la casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi (Av), un carcere modello per via di una strategia che fonda sul lavoro la responsabilità del detenuto e la sua rieducazione.

Lei, direttore, quanti minuti ci impiega per capire se l’ospite è un cattivo vero o un povero cristo?

Basta davvero poco. Non solo perchè ogni ospite è accompagnato dal fascicolo giudiziario, la sua biografia. Il suo comportamento e la sua pericolosità si misurano nel giro di poche ore.

Componga un catalogo dei cattivi.

Quelli di primo livello, il più basso, sono coloro che alla vista di una cella danno in escandescenze. La vita da reclusi è sottoposta a delle regole, e non potrebbe essere diversamente. Loro sistematicamente le rifiutano. Non vogliono rifarsi il letto, rifiutano di tornare in cella, provocano liti o solo fanno baccano, disturbano i coinquilini. Sono boriosi, vivono nel mito del guappo. Ma non sono pericolosi.

Il cattivo cattivo, invece?

È quello che adotta un comportamento formalmente ineccepibile ma instaura una scala gerarchica immediatamente visibile. Ha chi gli sistema il letto, chi gli cura il guardaroba, chi seleziona per lui il meglio della cena. È un capo, e lo si vede dalla biancheria che indossa, dal boxer di seta, dai pacchi alimentari che custodiscono profumi di pregio, maglioni di cachemire.Continue reading

ALFABETO – Lina Calandra. Dopo il terremoto rinasce L’Aquila ma ora chi la abiterà?

lina_calandraA cosa serve la geografia? Restiamo appesi al ricordo del mappamondo, alle pianure e alle catene montuose. Lina Calandra la insegna all’Università de L’Aquila e spiega che la geografia è – al fondo – un misuratore di felicità. Aiuta a praticare il buon vivere e se gli aquilani avessero avuto più fiducia nella geografia anche la ricostruzione ne avrebbe guadagnato.

Lei è docente di un sentimento o di una scienza?

La scienza può persino aiutare nell’indagine dei sentimenti, nella identificazione della loro radice propria. La geografia è la comparazione di come si possa stare bene sulla terra. Di come si possa avere una relazione felice con la natura, di come la vita umana tragga da quella relazione il proprio benessere fisico e, di conseguenza, di come quella condizione aiuti lo spirito.

E qui siamo alla felicità.

Aggiungiamo che quella relazione non accade spesso. La geografia serve a indagare anche le disfunzioni nella relazione dell’uomo con l’ambiente, in quel trattino che unisce o separa gli uni dall’altro.

 ha conosciuto la forza soverchiante della natura, la sua capacità distruttiva.

Dei 272 morti che il terremoto provocò, almeno la metà fu concentrata lungo la via XX Settembre. Perché è accaduto? Certo, il geologo ci avrà fatto conoscere il carattere dei sedimenti, il sismologo avrà chiare le ragioni della forza amplificatrice della scossa. Ma se si fosse anche indagata la natura e lo sviluppo dell’urbanizzazione di quell’area avremmo poi ricostruito meglio.

Sarebbe servita la geografa.

In quel caso sì. La geografia avrebbe contribuito a illustrare la corona delle cause distruttrici.Continue reading

Alfabeto – Walter Tocci: “Preferisco perdere Il Pd è diventato un franchising”

tocci-walterAmava così tanto la politica da esserne ossessionato. “Si insinuava in me la diffidenza verso questo demone che mi costringeva a non avere altra vita, altro interesse, altri piaceri”. A quel punto decise che bisognava combattere il demone: “Mi iscrissi a Filosofia e iniziai a leggere i grandi pensatori tedeschi. La mia lotta contro la miseria del presente prendeva forma al mattino. Iniziavo a studiare alle sei e finivo alle otto, poi mi recavo in ufficio”. Walter Tocci è stato l’amministratore pubblico che ha coniugato due valori oggi sconosciuti: l’onestà e la competenza. Per sette anni vicesindaco di Rutelli e assessore alla Mobilità di Roma, poi deputato e oggi senatore. Ha scelto di passare dalla prima linea alla retrovia. Un gambero isolato nella desolazione della vita pubblica.

A lei vengono riconosciute doti ormai rare. Eppure nessuno bussa alla sua porta.

Perché il costume politico esige l’autocandidatura, la vita di relazioni, l’avanzamento in cordate. Non è un problema di ambizione che mi manca, quella ce l’ho anch’io, e neanche una questione di timidezza (anche se è vero, sono timido). È proprio che io non so fare quel che fanno gli altri. Ho un’età, e sono cresciuto in un modo diverso, tra persone diverse. Sono cresciuto in un partito che ti rimbrottava se alle elezioni prendevi più preferenze di quanto s’era ipotizzato. Al netto di quell’atteggiamento eccessivo, il rimbrotto costituiva una buona base per una terapia antinarcisistica.

Lei ha scelto di perdere.

Quando capisco che si realizza la struttura del partito in franchising, con un notabilato locale che detiene il consenso e un leader che gestisce il brand, capisco che è finita per me. Il franchising ha vent’anni, non è una novità renziana, per capirci.Continue reading