Marco Carrai ha l’oro in bocca. Diventerà consulente di Palazzo Chigi per la cybersicurezza con un portafogli di 150 milioni di euro da gestire, coordinare, indirizzare. Il Giglio, che già era magico, ora diventa stellare, gestirà anche la vita di ogni clic. Occhio vigile per la sicurezza nazionale, bastione contro le intromissioni, segugio dei cattivi naviganti di internet. Tutto si tiene e a Montecitorio approda la madrina del Giglio a dare il conto del nuovo ingresso. Maria Elena Boschi sceglie una mise di forte contrasto, il rosso e il nero, per appagare la curiosità e garantire sulle paure e le cattive intenzioni. Carrai sarà, se sarà, un consulente, forse super. A MarcoMinniti, l’u omo politico chiamato a gestire i Servizi segreti, rinnovata fiducia.
L’ULTIMO trasbordo nel governo, e per di più in una funzione delicatissima, assume l’aspetto del pagamento di un debito d’onore e copre una guerra nelle cantine renziane, un ostruzionismo di sottofondo che ha in Luca Lotti, rottweiler del premier, lo sconfitto di giornata. Era stato Verdini, in linea retta collegato a Lotti, ad avanzare perplessità e dubbi. Maria Elena garantisce che Marco, cioè Carrai, che è un amico e un fidato consigliori del premier al quale ha concesso ogni fiducia e anche le chiavi di casa, sarà tenuto a distanza delle funzioni più delicate e dalle pratiche più compromettenti. Infatti di lui si parla adesso come di un consulente, uno dei tanti.Continue reading

Il ministero dell’Onestà dista un alito dalla Fontana di Trevi e solo cento passi da Palazzo Chigi. Il padrone di casa è Raffaele Cantone, personalità il cui potere avanza come le quotazioni dell’oro in tempi di crisi. Ogni giorno un po’ di più. Cantone infatti non è un magistrato ma un metallo prezioso, insieme diga anticorruzione e tutor del corso collettivo sulla moralità pubblica. Scrutatore delle coscienze sporche, selezionatore delle pratiche migliori, dei buoni propositi e delle buone persone. Tutti lo vogliono, lo cercano e, se del caso, lo annunciano.
Uno vale ancora uno, oppure vale mezzo, o in certi casi vale due? La democrazia del clic, la perfezione del mondo degli assoluti pari di Gianroberto Casaleggio non ha sentimento, non ha passione, è inodore e insapore come l’acqua del rubinetto. E a volte è traditrice. Come è potuto accadere, per esempio, che a Salerno il candidato alla carica di sindaco sia un giovanissimo che ha conosciuto il movimento dopo essere stato ammaliato dal carisma di Vincenzo De Luca, il nemico indelebile del grillismo? E ha forse ammirato il progetto del Crescent, il mostro in riva al mare sul quale i grillini hanno avanzato una battaglia campale, prima di fare dietrofront? Eppure è successo. A Salerno il candidato più votato è come l’ovetto di Pasqua: sorpresa! Il giovane Dante Santoro sconfigge il veterano Oreste Agosto. La base tumulta, si spacca e poi si arrende alla crisi di identità. Risultato congelato, sospetti deflagrati sui media locali. “Non si parla di progetto politico ma di nomi, proprio come fanno gli altri. E la ragione di vita diviene candidarsi, o candidare l’amico e il parente”, dice Antonio Barresi, un candidato che si ritira e accusa. Vattelapesca come finirà.
Ora la piazza del Foro Boario è uno spettacolo, promessa mantenuta”. I lettori del Fatto hanno letto di Federico Borgna, sindaco di Cuneo, il 2 novembre 2012. Era primo cittadino da pochi mesi. Dal 2006 invece è cieco. Fare il sindaco e non vedere. Fare un appalto e non controllare. Mi rispose: “Io sento la città sotto i miei piedi, le pietre le accarezzo con le mani, ogni spigolo, anfratto, angolo della mia terra sono dentro di me. Non c’è giorno che passa senza che controlli, non c’è carta che mi sfugga”.
Finitooo? Il nostro lavoro è finitoooo? E chi lo dice?”.
Supplicanti. L’aiutino per un posto di lavoro, anzitutto. Ma anche, nella linea discendente della raccomandazione come utilità marginale e certezza sempiterna del potere che elargisce agli amici, per il trasferimento del figliolo, spesso poliziotto, dal nord al sud, o anche per la promozione del figliolo, per l’esame all’università della figliola, o soltanto per avere un favore, persino di quelli minuti e tristi.
Dev’essere opera di un diavoletto che s’intromette tra Matteo Renzi e il vocabolario e gli infila a sproposito una parolina, un concetto, un’idea. Ieri per esempio il premier, intervistato dalla Stampa, stava entusiasmandosi per il film di Checco Zalone. Anzi, più ancora del film, per Checco. Ha detto che gli è piaciuto moltissimo, e si è divertito un mondo e ha iniziato a ridere dall’inizio e ha smesso alla fine della proiezione. Ed è andato al cinema (a Courmayeur) con i suoi ragazzi che si sono divertiti moltissimo e non hanno smesso di ridere. Come lui hanno iniziato a sganasciarsi appena il film ha avuto inizio e hanno smesso quando le luci della sala si sono riaccese. Tutto a un tratto il diavoletto, per fargli dispetto, gli ha fatto dire: “E i professionisti del radical chic che ora lo osannano, dopo averlo ignorato e detestato, mi fanno soltanto sorridere”.