La valigia di Messina

Il treno l’ha già restituita a Messina, da dove era scappata tre anni fa. Non serve. Almeno lei non serve più al Nord. Il lavoro che c’era non c’è. Il preside della scuola di Varese non ha bisogno più di lei, la supplenza temporanea in lettere non è stata rinnovata. I tagli, il calo degli iscritti. E’ “perdente posto”. Quindi perdente vita, perdente marito. Elena è neodisoccupata, neodisperata e anche neosingle. Elena ha 33 anni, sposata da due. «Abbiamo fatto i conti, e i millecento euro di Francesco, mio marito, non sarebbero bastati per una vita appena decente, una casa appena decente. L’affitto del bilocale dove abitiamo a Milano è di 630 euro. Duecentocinquanta di bollette. E poi?». In due non si può. Chi resta e chi parte. E’ toccato a lei prendere il treno. «A Firenze però è salita gente che andava a manifestare a Roma, erano i precari della scuola. E io? Avevo insegnato a singhiozzo per due anni a Varese, supplente temporanea ma mi era andata piuttosto bene. Sei mesi qui al posto di una collega in gravidanza, due mesi là per sostituzione malattia. Fino a ieri, quando ho capito che non c’erano speranze». Elena si è fermata a Roma. Sosta di protesta. «Mi sono detta che almeno questo lusso potevo prenderlo. Il biglietto ce l’ho, il treno per la Sicilia mi aspetta stasera alle otto». Manifestante per caso: «Ho lasciato le valigie in stazione e sono corsa dietro agli altri, gli ho chiesto di aspettarmi. Avevo paura di perdermi. Ho partecipato al corteo ed è stato, stavo per dire bello… E’ stato triste invece. Tutti i disperati in fila, tutti senza soldi, tutti senza speranza. Qualcuno ha detto: andiamo a piazza del Popolo, c’è l’altra manifestazione, quella dei giornalisti. Erano le quattro. Il treno sarebbe ripartito alle otto. Mi sono detta: è un bel bis, lo faccio».
Piazza del Popolo si sta svuotando ed Elena è sfinita. Tra un’ora va dove non vorrebbe, a rievocare quel che fu dieci anni fa. «L’alluvione, l’alluvione dell’Annunziata». Non basta mai nulla per rendere la vita più crudele del possibile: il lavoro prima, i morti dopo. Un incubo infilato in un altro. Come una matrioska disgraziata. L’alluvione è stato un incubo infatti. Una stimmate sul corpo di suo marito Francesco. Lui di cognome fa Carità. Dieci anni fa, villaggio dell’Annunziata, quartiere nord di Messina, il fango inghiottì cinque persone. Un cingalese venne travolto e proiettato lungo un torrente gonfio e cattivo che lo trascinò via. Il suo corpo fu ritrovato giorni dopo chilometri più a sud, a Taormina. Quel giorno quattro persone persero la vita: la famiglia Carità. «Erano parenti di mio marito, che porta lo stesso cognome. E non è un bel cognome. E’ difficile da sostenere, alcune volte diviene spaventoso. Di questi tempi è spaventoso».
Elena Carità ritorna a Messina, allagata oggi a sud e non più a nord. Lavoro perso, speranza inghiottita e morti ritrovati. Fango su fango.

(da Repubblica.it)

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5 Comments

  1. Caro signor Caporale,
    ho letto con piacere la sua risposta, e mi scuso se la mia seconda lettera tradiva una ingiustificata impazienza.

    Sul fatto del “culo al caldo”, sono ben consapevole che lei con i suoi scritti si imbatte in “citazioni milionarie” in tribunale. A conti fatti, le mie constatazioni sono state dettate da un pò di rabbia, e non volevo essere – si intenda – lesiva della sua persona.

    Memento audere semper,
    Domitilla

  2. nel post appena scritto ho dimenticato di firmarmi.
    Sei lucana, ho letto. Il 4 dicembre sarò a senise, non so quanto disti dalla tua città. Se vieni avrò piacere di parlarti e ascoltarti.
    antonello caporale

  3. scusa domitilla del ritardo col quale ti rispondo. Sono giornate impegnative per me: il mio libro uscito da poco mi porta fuori roma e spesso senza computer. Avevo aperto il blog naturalmente ma non ero sceso fin quaggiù. Ora l’ho fatto e spero sia ancora in tempo a risponderti. Quel che scrivi è questione che mi tocca: non già sul fatto che in genere si sceneggia o tratteggia il dolore meglio di quanto si possa fare con la felicità ma, soprattutto, su un dato di fondo: tutta questa cupezza rilasciata dal mio inchiostro aderisce alla realtà? E’ così l’Italia? Non credo di essere un professionista della compassione, mi occupo più di denunciare ciò che ritengo meritevole, eppure la tua sensazione tocca un punto vivo. Non avrai letto Mediocri, in quel libro ho raccolto la necessità, nell’ultima parte, di sviluppare storie positive, proporre esperienze minime ma vincenti, misurare con la nostra testa il nostro valore e vederlo premiato. Una lettrice mi ha detto: se non ci fossero sprechi lei sarebbe disoccupato. Non lo so, forse no. Non deve sfuggirti domitilla un particolare: anche se ho come tu dici il culo al caldo, molto più al caldo del tuo, scrivere in questo modo mi procura parecchi grattacapi e a volte citazioni milionarie in tribunale. Lo faccio perchè credo sia giusto e perchè credo di avere ancora passione per il mio lavoro. E credo di farlo onestamente. Sbaglierò. Mi dirai.

  4. Caro caporale,
    sono davvero rattristata dal fatto di non essere stata considerata degna nemmeno di una replica al mio commento.

    Sempre, “quotando”, il principe De Curtis: ci sono uomini e caporali….

  5. Caro signor Caporale,
    mi chiamo Domitilla – vengo dalla Lucania – e mi sono riconosciuta in quanto ha raccontato nel suo pezzo cosi’ ben scritto.

    Tuttavia, alla fine della lettura, ho avvertito una strana sensazione. Quelle come me, quelli come noi sembrano essere diventati carne da macello per i professionisti della compassione, per quei “sinistri” che trovano una loro beatificazione, un “maquillage” della propria coscienza, narrando i disagi e le peripezie degli altri.

    Caspita!!! Che si scriva ogni tanto un pezzo di speranza, un pezzo che non ci faccia venire voglia di metterci una pietra al collo e scaraventarci nel primo rio che troviamo a nostra portata. Che la si smetta di trasmettere una immagine di vittime, di poveri cristi, di ricercatori nei “sottoscala”, e che diamine!!!

    Caro Caporale, se pure io avessi le sue certezze ed il sedere al caldo, riuscirei a romanzare sulle disgrazie altrui.

    Rubo una frase al principe della risata: Signor Caporale, ci faccia il piacere!!!

    Per essere un po’ piu’ greve – anche se non si accosterebbe ad una signora-: e’ bello fare i froci con il culo degli altri!!!

    Memento audere semper,
    Domitilla

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