La cosa comune e gli aquilani

di Luca Cococetta

Resta l’amaro in bocca. Mentre vedevo cittadini aquilani, madri, padri, figlie e figli spinti e strattonati pensavo al De repubblica di Marco Tullio Cicerone, a quella digressione nella quale si discute di come alcune forme di governo mutino in altre, “la monarchia degenera nella tirannide; l’aristocrazia nel potere oligarchico; la democrazia nella demagogia” e poi in modo flessibile di come si possano mischiare queste categorie.
Riflettevo su quale è il ruolo del “popolo”, parola che oggi assume significati diversi, che sia esso borghesia (come nel caso dell’Aquila) o meno.
Vedevo, mentre i manganelli si alzavano a colpire, l’incredulità nei volti degli aquilani, un’incredulità che nasce dall’orgoglio di difendere un proprio diritto e la propria identità.
Vedevo, nei volti poco abituati alla violenza, lo stupore del bambino che si chiede come mai abbia ricevuto una sberla.
Vedevo anche la caparbia di chi vuole raggiungere il proprio obiettivo, certo della direzione in cui sta andando.
Noi aquilani eravamo a Roma per recarci pacificamente, con i sindaci e gonfaloni a capo del corteo, da coloro che ci rappresentano.
Noi aquilani eravamo a Roma per dialogare con il governo, un governo che sempre meno rappresenta lo stato se è costretto a chiudersi nei palazzi e a circondarsi di polizia.
Gli aquilani erano lì a portare il loro SOS Ricostruzione (che significa Sospensione delle tasse, Occupazione, Sostegno all’economia), e soprattutto la necessità di una legge organica sul terremoto che stabilisca tempi e finanziamenti certi e che possa consentire di riprogettare il futuro del territorio.

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