Diffamazione, assolto Antonello Caporale

di Alessia Candito – Corriere della Calabria

9aee7f3ac799de7c5c6b92a4df5153bf_ML’amministrazione comunale di Reggio Calabria aveva denunciato il giornalista del Fatto Quotidiano “reo” di aver definito Reggio e Messina, due città cloaca nel corso della trasmissione televisiva Exit di La7, dedicata al progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto.

 

REGGIO CALABRIA Si è concluso con un’assoluzione piena il processo per diffamazione promosso dall’amministrazione comunale di Reggio Calabria contro il giornalista del Fatto Quotidiano Antonello Caporale, “reo” di aver definito Reggio Calabria e la dirimpettaia Messina, due città cloaca nel corso della trasmissione televisiva Exit di La7, dedicata al progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto. Un epilogo – chiesto con forza dall’avvocato Carmelo Chirico, difensore del giornalista –  arrivato dopo oltre sei anni di lentissimo iter giudiziario – che per il pm avrebbe dovuto addirittura concludersi con una condanna a 9 mesi – tra promesse di remissione della querela e successivi ripensamenti.
Nel mezzo l’amministrazione comunale guidata da Demi Arena, considerata «in continuità di contiguità» con le precedenti è stata sciolta per mafia, Giuseppe Scopelliti, che da sindaco aveva querelato il giornalista, è stato condannato a sei anni di reclusione per aver alterato i bilanci e truccato le carte dello stesso Comune che con quella denuncia affermava di voler proteggere, ci sono stati quasi due anni di gestione commissariale, quindi si è insediata una nuova amministrazione. Il procedimento, nel frattempo, ha fatto il suo corso. Neanche il cambio di colore e orientamento politico lo ha interrotto.
Sebbene all’epoca della querela si fosse schierato decisamente contro l’iniziativa dell’allora sindaco Scopelliti, l’attuale primo cittadino, Giuseppe Falcomatà, ha ritenuto di non doverla rimettere, nonostante più di un indizio indicasse l’esito quasi scontato del procedimento.
Nel maggio 2009, oltre al sindaco Scopelliti, a denunciare il giornalista era stato anche l’allora sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca. Ma dall’altra parte dello Stretto, la giustizia sembra viaggiare più veloce. A Messina, il gip Giovanni De Marco ha subito disposto l’archiviazione del procedimento perché il termine cloaca è equivalente nella definizione per illustrare «un ambiente corrotto, insano, degradato». Un’interpretazione che ha retto anche in Cassazione: i giudici, il 28 febbraio 2011, hanno rigettato il ricorso di Buzzanca e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Una sentenza cui Reggio oggi sostanzialmente si conforma. Peccato ci siano voluti cinque anni in più di atti e legali che lo stesso Comune ha nel tempo dovuto pagare.

 

da: www.corrieredellacalabria.it

NON RESTA CHE PIANGERE

Roma, 16 febbraio 2016

a: direttore del Corriere della Calabria

Caro Direttore,

stamane il comune di Reggio Calabria, retto da Giuseppe Falcomatà, si è visto rifiutare dal tribunale della città la richiesta di vedermi condannato per aver diffamato i suoi cittadini. L’attuale amministrazione infatti invece di chiedere conto a Giuseppe Scopelliti delle azioni e diserzioni con le quali egli ha sgovernato e forse dileggiato Reggio, ha caritatevolmente patrocinato l’azione legale con la quale Scopelliti medesimo mi imputava di aver diffamato la città, averla disonorata, sporcata nel suo animo. Una vicenda lontana, iniziata nel 2009 per aver io affermato in una trasmissione televisiva del La7 che invece del Ponte sullo Stretto sarebbe servita per Messina e Reggio un’opera di pulizia generale in senso proprio e metaforico. Altro che due città, dissi, sono due cloache, due buchi neri.

Cosa intendevo per cloaca? Che molti scarichi fognari erano (lo sono tuttora?) a cielo aperto, che la condizioni civile, etica ed economica era ridotta a brandelli per l’intersecazioni del malaffare organizzato, la sua infiltrazione nella vasta burocrazia, il degrado – nonostante finanziamenti ripetuti – dell’assetto urbanistico aveva ridotto enormemente la qualità della vita sociale e trasformato molti suoi cittadini in clientes. Era questa un’accusa verosimile oppure falsa? A me pareva di aver detto né più né meno che la verità. Magari la parola cloaca poteva essere risultata sconveniente, piuttosto cruda, estrema, magari avrei potuto ingentilire l’opinione infiocchettando un aggettivo compassionevole. La sostanza non sarebbe cambiata. Nonostante ciò mi sono immediatamente scusato con tutti coloro che avessero letto quella parola come offesa e chiarito il mio proposito. Anzi ho fatto di più: sono andato due volte a Messina a spiegare in due affollati incontri il senso di quel che avevo detto e anche il senso di quel che con malanimo mi si voleva far dire. Avrei accettato di essere anche a Reggio Calabria, anzi l’avevo chiesto. Nessuna risposta.

Non erano certo le mie parole ma la realtà a darmi ragione. Se a Reggio l’acqua non c’è o è salata in interi quartieri, di chi è la colpa? Se la criminalità ha mangiato le istituzioni chi porta questa grande responsabilità? Se le casse sono vuote, e gli uffici comunali una sede prediletta di decreti ingiuntivi, chi ha speso e come? Se tanti palazzi sono sbrecciati, tumefatti, cadenti o già per terra, chi è stato a braccia conserte? Esistono ancora le baracche del terremoto del 1908, vero? Oppure è una fanfaluca? Esiste la ‘ndrangheta oppure è una fiction?

Quando la storia politica di Scopelliti è andata declinando per poi deviare verso le aule giudiziarie ho pensato che quella mia piccola vicenda personale non avesse più ragione di essere. Avrei certo resistito alle pretese di Scopelliti ma non avevo alcuna intenzione di veder soccombere il comune di Reggio Calabria e i suoi nuovi innocenti inquilini. Per circa tre anni il tema della remissione della querela è stato esaminato, avanzato, proposto e poi revocato da un commissario e due sindaci. Che facciamo con Scopelliti? Riflettevano, dibattevano, indagavano interna corporis, e poi, mestamente e anche un po’ comicamente, rinunziavano al proposito di sollevare Reggio Calabria dai destini del suo ex conducator.

Sono stato assolto con formula piena. Adesso chiederò io, per esempio alla procura della Corte dei Conti: Chi pagherà i legali? Perchè dev’essere Reggio Calabria a tirar fuori i quattrini, fosse un euro soltanto? Attendo anche di leggere le motivazioni della sentenza perchè le mie curiosità non sono finite. Il dottor Scopelliti, nella testimonianza resa, ha dichiarato che la città sotto la sua gestione era linda, davvero un prato verde, che anzi tutti si domandavano come fosse possibile tanta pulizia. E, sempre ai suoi tempi, l’acqua, fresca e finalmente tanta, sgorgava a ogni ora del giorno e della notte, nel rubinetto di ogni casa: al centro come in periferia, tranne purtroppo i mesi estivi. Che lui ha fatto una dura opposizione alla gestione commissariale dell’acqua, che per mano sua si sono abbattute decine di scuole insalubri o cadenti, e bonificate altrettante. Ai tempi di Scopelliti

Reggio era una piccola Svizzera. L’ha detto lui, e questo è il meno. Lo pensa, lo deve pensare per forza visto che un legale del comune ha tutelato gli interessi del querelante, anche Giuseppe Falcomatà, il sindaco nuovo, teoricamente il suo opposto. Non c’è nemmeno da scomodare Tomasi di Lampedusa, c’è solo da piangere.

Un’ultima notazione: ho potuto difendermi chiamando ad assistermi un principe del foro come Caterina Malavenda che ha goduto della collaborazione altrettanto appassionata dell’avvocato Carmelo Chirico. Tanti miei colleghi, calabresi e non, non sarebbero riusciti a sopportare spese anche decisamente inferiori. Il potere ha mille mezzi e mille possibilità per far valere la sua forza. I colleghi che scrivono per poche decine di euro, se va bene, sono spesso ostaggi di una condizione che li rende colpevoli della propria passione, incredibilmente umiliati della propria fatica, resi sudditi a causa del proprio talento, della voglia di scrivere e denunciare. Cioè fare giornalismo.

Antonello Caporale

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