Pippo Baudo senza la tv non è un uomo ma una foglia d’autunno.
La televisione è la mia vita. Ho faticato tanto, ma tanto… ho fatto a cazzotti per entrarci e difendo il cursus honorum, la voglia di fare, di esserci, di dire la mia parola.
La sua condizione è, con ogni rispetto, anche però figlia di una sindrome ossessiva. I più bei testi di psicopatologia affrontano questo disagio.
Convengo, sono così, devo ammetterlo. Pippo senza la tv non ha identità, senso di sé. E’ un uomo morto.
Invece Pippo è monumento patrio, storia nazionale e naturalmente leader per acclamazione, in quanto nonno di Stato, del nascente partito della Nazione.
Fui democristiano, ma sempre di pensiero. Mio padre conobbe Sturzo, fu collega di Scelba, e la mia democristianità è stata sempre espressa liberamente. Al centro con lo sguardo rivolto a sinistra. Aldo Moro la mia luce e poi Gianni Marcora. Se Moro non fosse caduto in quell’agguato avremmo avuto il compromesso storico. La salvezza e la speranza.
Se Renzi avesse avuto lei per nonno, sarebbe incorso in minori difficoltà con l’elettorato. Sa che ci sono italiani oramai così diffidenti che dubitano persino quando lui dice: mi chiamo Matteo. Sarà vero? Sarà falso?
In effetti cova questa sospensione di giudizio, l’interrogativo ce lo poniamo. Bisogna ancora vederlo all’opera per bene.
Comunque nel mezzo dell’Italia non c’è Matteo ma sempre Pippo.
Mai voluto candidarmi. Quattro volte me lo hanno chiesto. E a Prodi, che mi aveva proposto di provare a immaginare un mio ruolo da presidente della Regione Siciliana, dissi: mi volete morto? Conosco la mia terra, e so che insomma la mia vita, se mi fossi incartato in un ufficio di governo, sarebbe finita presto.
La sua vita è Domenica In.
Non è un amarcord, ma lo sforzo di seguire il ritmo del tempo, il senso di questa nostra età. Infatti sono accompagnato da donne giovani. Le ho volute io, sa? E domani, per esempio, nel mio programma ospiterò il film di Roberto Faenza sulla vicenda di Emanuela Orlandi. Storia controversa e scabrosa. Attualissima.
Voi vecchi avete fregato i giovani. O perché avevate i soldi che non ci sono più o perché eravate più bravi.
I soldi c’erano, vero. Infatti quando ora chiamo gli ospiti avverto subito: vieni in amicizia perché qua il piatto piange. Li chiamo io e per affetto… Detto questo aggiungiamo…
Diciamola tutta.
I vecchi sono mostruosamente più bravi. Mi fermo al mio campo ed elenco nelle varie specialità: Garinei e Giovannini, Antonello Falqui, Nino Manfredi. Autori o registi o attori. Ovunque muovi il ricordo trovi dei talenti ineguagliati.
Siete troppo forti voi.
Mi sembra di sì.
Fa bene a insistere.
Altrimenti muoio. La morte civile, ricorda il titolo della commedia di Bracco?
Eppure politicamente lei sarebbe perfetto. Un comizio di Pippo Baudo sul referendum spaccherebbe.
La Rai mi ha fatto firmare una postilla contrattuale che mi impedisce di pronunciarmi.
Nessuno però può impedirle, interna corporis…Continue reading
È sbucato dal computer di Francesca Archibugi, regista intimista, il tweet della trasgressione: “Mi pare che quelli orientati al Sì al referendum non si espongono per non essere mangiati vivi da destra e da sinistra”. Esponendosi quel poco che si è inteso non ha approfondito per non correre rischi ma ha certo scagliato la pietra nella direzione indicata da Fedele Confalonieri qualche giorno fa: “Oggi fa fino votare No. Come al tempo della Dc quando sembrava che nessuno la votasse”.
La politica, diceva Guido Gonella, democristiano del secolo scorso, è “fatica senza lavoro, ozio senza riposo”. Nella politica affonda la vita, ogni passione e ogni sconcezza. E, come vedremo da qui in avanti, persino la memoria vi annega.
La trasfigurazione di Graziano Delrio da ciclista buonista, ministro pragmatico e prudente in uno chansonnier renziano è divenuta certa ed evidente quando all’inizio dell’estate il presidente del Consiglio convocò i corrispondenti delle testate di tutto il mondo per annunciare che una delle vergogne italiane, i lavori infiniti per l’ampliamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, era stata smacchiata. A dicembre, disse, vi consegneremo quel tratto completato. “Inutile che sorridete”, avvertì Renzi nient’affatto intimorito del pericolo che le sue parole contenevano.
Fascicolo D’Alema. È il tempo della “rabbia e dell’odio” e il mondo renziano, montando l’ansia per l’esito incerto del referendum, colpisce il principale nemico interno del No con le mani rudi del più fisico tra i suoi rappresentanti. Poltroncina in faccia. Ma anche l’embargo economico alla Fondazione Italianieuropei, la struttura organizzata della quale D’Alema è presidente.
LA RINASCITA della discussione sul Ponte dello Stretto è la perfetta anteprima di questo libro. Perché il Ponte, usato soltanto per mischiare le carte della ragione e della logica, serve a far capire che del Sud non frega più niente a nessuno. Appendice oramai stanca e afona, terra che non è più nemmeno di conquista ma soltanto linea di confine tra chi conta e chi no, chi esercita diritti e avanza pretese e chi assiste da sconfitto alla vita che scorre. I tremila chilometri che Carlo Puca ha compiuto dentro il reticolo delle vergogne ma anche delle mirabilie di cui il Mezzogiorno è custode e testimone, sono la via maestra che completa la carta d’identità di chi si è reso responsabile dell’omicidio. Il Sud deve morire (Marsilio) è titolo adeguato, giusto, perfino prudente. I luoghi visitati, e sono tanti i paesi e le città, gli episodi e le malversazioni prese in esame, rappresentano la scena, il teatro del crimine. La forza di un saggio sta nel documentare i fatti ed essere inesorabile ad indicare i motivi, le responsabilità, i nomi e i cognomi. Quello di Puca è un compendio mirabile, anche se scabroso, di ciò che accade quando la responsabilità annega in mare e giace, come quei corpi di migranti che tentano di raggiungere Lampedusa, tra i fondali incustoditi della nostra smemoratezza.
Della storia si fa un canto, della vita un vizio, dell’amore il piacere. Gli anni dentro i quali Pietrangelo Buttafuoco inghiotte il suo cammino e lo trasforma in teatro sono quelli trascorsi in Sicilia, la terra a cui tributa questa dolce ninna nanna. Il dolore pazzo dell’amore (in scena a Roma al teatro Vittoria fino al prossimo 9 ottobre) è insieme tributo e speranza, racconto e fantasticheria, promessa e ricordo.
Succede a tanti ed è successo anche a lui alcune settimane fa. Postava su Facebook le ragioni che lo avevano spinto a trattare i fatti del G8 di Genova nel modo in cui poi al cinema abbiamo visto. E certo Diaz è stato il film più popolare e apprezzato di Daniele Vicari. Il post improvvisamente scompare, sottoposto a censura. Lui dapprima non sa che fare, poi sceglie di protestare.
Tra tanti nonni che battagliano per il No finalmente spunta un portabandiera giovanotto. Giovanotto è una parola grossa. Vado per i 33 anni e il grigio assassino nei capelli lei lo vede?