CARLO TECCE

Larghi manifesti verdi. Pugni chiusi verso il cielo. Scudo crociato. Rialzati, Italia! Il Paese dei balocchi si ricopre di belle parole, delle solite promesse, prova a respirare democrazia, rincorre il mito americano. Per un mese e mezzo, soltanto un mese e mezzo, la gente si sente decisiva: una testa, un voto.
In Russia fanno finta di rinnovare un rito democratico, le elezioni politiche. In America aspettano il cambiamento. Israele e Hamas si ammazzano. Cuba lava i panni vecchi e si riveste. In Venezuela ti sparano un nemico su commissione, bastano un migliaio di dollari. In Brasile costruiscono grattacieli sulle favelas. In Africa ci sono tre emergenze: fame, genocidio, discriminazione. E noi possiamo. «I can, we can», urla Veltroni, sorridente e silente (contro Silvio) verso le telecamere. Noi possiamo poco. L’Italia è bistrattata in Europa, figurarsi nel Mondo. Certo, la moratoria sulla pena di morte. Fosse una ferrea legge, sarebbe un vanto da protrarre per secoli. No. In Cina, negli stati indipendenti e negli stati canaglia: no, lì si muore in nome della giustizia (?). E noi possiamo. Lo Stato tassa, accumula, spende male. I politici sperperano, alimentano il nepotismo, giurano e spergiurano. I dirigenti intascano sempre, non rispondono mai. Alcuni concorsi sono pantomime. E noi possiamo. Guardare, almeno. Interessarci, per dovere morale. Preoccuparci, se abbiamo la presunzione di avere un cuore. Possiamo reagire, magari. Cominciando dal nostro palazzo, passando nel nostro quartiere, inoltrandoci verso la strada opposta, sbirciando la città vicina, immaginando un’altra nazione. L’Italia che cammina storta, ricurva e adusa a qualsiasi fregatura. L’Italia è raccontata, per fortuna si può raccontare: è scritto nella Casta di Rizzo e Stella, è scritto in Gomorra di Saviano, è scritto in Impuniti di Caporale. E noi, la gente, cosa siamo? Vittime, spesso. Conniventi, a volte. Il tema è serio. Proviamo con una citazione colta. Platone: «Il più grande dei mali è commettere ingiustizia». Eppure sembra il più grande dei vizi italiani. Per correggere la Russia si può partire anche da Corleone, il paese della mafia. L’Italia può essere raddrizzata. Non perché possiamo, semplicemente perché dobbiamo. Altro che «I can», meglio «I must». Dovere civico, regola numero uno. Un dovere verso se stessi, un dovere verso gli altri. La libertà si conquista con il dovere. Fine del monologo incessante alla Joyce. Perché il blog? Per provare a praticare il motto «I must», parlando, discutendo, denunciando il marcio. Fare quattro chiacchiere tra amici. Provare a fare qualcosa, soprattutto.