“Posso farmi una foto con lei?”. “Ma certo Presidente, volentieri”. La foto che vedete qui ritrae Iacopo Melio con Sergio Mattarella. Iacopo, giornalista e scrittore, è stato appena insignito della nomina a Cavaliere al Merito. ‘Eroe civile’ per la sua battaglia contro le barriere architettoniche e ogni altro ostacoloche chi vive la disabilità – oltre la malattia – deve affrontare. La foto è stata scattata nel salone delle feste del Quirinale durante la cerimonia del conferimento dell’onorificenza. Il selfie l’ha chiesto il presidente della Repubblica al premiato. Questo piccolo e semplice atto di riguardo è un indizio prezioso che misura la statura di un uomo politico, la sua capacità di dare a uno scatto il valore dell’esempio. Di indicarci la via.

da: ilfattoquotidiano.it

Foto Valerio Portelli/LaPresse

A Nicola Zingaretti consigliamo di trovare il tempo di andare al cinema e guardare In the same boat, che non è un film ma una illuminante illustrazione di come siamo messi e soprattutto di come staremo. Molto peggio di oggi, se può interessare. Il documentario si fa largo a fatica nelle programmazioni serali e finora – benché sia da tempo confezionato – è giunto per qualche giorno a Roma e a Milano. Rudy Gnutti, il curatore di questo bel lavoro, ha girato il mondo in lungo e in largo interrogando sul nostro futuro i maggiori pensatori e ricevendo la stessa crudele risposta: siamo sulla stessa barca, ma stiamo messi peggio di come mai avremmo potuto ritenere. La produzione cresce ma il lavoro diminuisce, anche quello intellettuale, ritenuto ora superfluo, eccedente. Il ceto medio si è fatto povero, i poveri sono divenuti poverissimi. I ricchi, ricchissimi. Per la prima volta negli Stati Uniti l’1 per cento della popolazione detiene oltre il 40 per cento della ricchezza, mentre l’80 per cento dei suoi abitanti può avere tra le sue mani solo il sette per cento di quella ricchezza. La rivoluzione tecnologica sostituisce non le braccia ma il cervello dell’uomo, supera i suoi limiti e per la prima volta travolge anche la dimensione della sua esistenza.

Se Zingaretti guarderà questo documentario, avrà ancora altri elementi per comprendere perché  la paura ha trasformato il senso comune e la destra, scopertasi sovranista, ora raccoglie i consensi di chi sta peggio, mestiere che avrebbe dovuto fare la sinistra. E capirà che nonostante tutto – incredibile a dirsi – il reddito di cittadinanza è una misura di sinistra, che economisti di grande reputazione ritengono indispensabile. E soprattutto penserà che sia oggi indispensabile studiare e avviare una grande redistribuzione del reddito, e si domanderà, per esempio, perché negli anni la tassazione delle rendite finanziarie è stata ridotta del 50%. Per esempio.

Da: Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2019

Marco Revelli – Per lo storico, le primarie hanno dimostrato che esiste “una pubblica opinione di sinistra” contro il governo

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

“I numeri sono confortanti, vista la situazione, e Nicola Zingaretti, nelle condizioni date, ha ottenuto un ottimo risultato. Da qui a certificare che il Pd sia vivo e vegeto ce ne passa. Non vorrei che fosse, come dicono gli anglosassoni, il rimbalzo del gatto morto”.

Marco Revelli studia e soprattutto racconta nei suoi libri la sinistra. Ieri un popolo si è comunque visto e ritrovato.

Siamo lontani dai quattro milioni di Romano Prodi, che aprirono la stagione delle primarie. Però un segno, importante, c’è stato. Esiste una pubblica opinione di sinistra, e si è mostrata. L’occasione che aveva, le primarie, è stata colta al volo. Un pezzo di Paese non tollera più questo governo, subisce la disumanità di Salvini, la stupidità dei Cinquestelle. E ha afferrato la matita per reagire. C’erano i gazebo in piazza, e si è diretto lì. Non mi sembra un voto di fiducia al Pd, ma il senso di una presa di posizione civile prima ancora che politica. Se non ora, quando? si saranno chiesti. E giustamente aggiungo.

Lei ha votato?

Penso che si debba partecipare alle primarie se si crede nel partito che le organizza. Io non ho questa fiducia e in tutta sincerità non credo nemmeno che il Pd abbia agito da protagonista in questa consultazione.

Per Zingaretti sarà duro provare a dare un cuore e una nuova destinazione a un partito figlio di un altro tempo, che fino a ieri ha remato nella direzione opposta.

Il voto, e la dimensione straordinaria della partecipazione, dicono due cose. Il renzismo è morto, ma le scorie rimangono e non è detto che Matteo Renzi non faccia altri danni. Zingaretti deve gestire una linea politica in dissenso con i suoi gruppi parlamentari, selezionati dal leader oggi epurato. Ed è la prima questione. Leggi tutto

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Un pregiudicato per reati di droga, sotto l’effetto di stupefacenti,investe e uccide marito e moglie e ferisce gravemente i loro due figli. Il pregiudicato è marocchino, ha il permesso di soggiorno e c’è la certezza che sia un delinquente. Il ministro dell’Insicurezza pubblica, della Paura e della Propaganda, sforna in dieci minuti un disegno di legge che aumenta le pene per gli spacciatori. Il testo, che è una boutade propagandista, è ottimo cibo per gli urlatori televisivi: linea dura, niente più sconti ai delinquenti!

Siamo ai confini della realtà, e Matteo Salvini – grazie all’inettitudine dei suoi alleati di governo (ben gli sta!) – è il finto marziano.

Un magistrale editoriale di Marco Travaglio, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 28 febbraio scorso, spiega perché fa il marziano, cioè il finto tonto.

In carcere ogni anno entrano 90mila persone, escono 80mila persone. I ladri, per decisione del Parlamento, restano in cella non più di due o tre giorni. Le condanne inferiori ai 4 anni(cioè il 90 per cento del totale) sono infatti affidate a misure alternative alla detenzione. In questo modo l’Italia riesce ad avere uno tra i minori numeri di detenuti in rapporto alla popolazione (89,3 ogni 100mila abitanti). Per farci un’idea: gli Usa ne hanno 693 ogni 100mila, la Spagna 130 ogni 100mila, la Francia 102,6 ogni centomila, l’Austria 95 ogni 100mila.

Ci sono troppi ladri a piede libero, dice il ministro della Paura, cosicché – invece di stabilire che qualunque pena, se definitiva, vada scontata, aggiunge altre norme a quelle esistenti e teorizza unanuova ulteriore misuraArmare i cittadini di pistole per rendere ai malavitosi pan per focaccia. La strabiliante iniziativa, nota come la nuova legge sulla “legittima difesa”, dimentica che ogni anno in Italia i processi per “eccesso” di legittima difesa sono quattro. Quattro in tutto. Infatti tutti coloro che difendono legittimamente i beni e le persone dalle incursioni dei ladri sono tutelati dalle norme sulla legittima difesa già riviste al rialzo durante il governo Berlusconi per mano del ministro della Giustizia di allora, il leghista Castelli. Non è meraviglioso?

Al ministro dell’Insicurezza non viene neanche in mente la ragione per cui sono state approvate leggi come il cosiddetto “svuotacarceri”, che è servito ad alleggerire la popolazione carceraria in sovrannumero rispetto ai parametri decisi. L’Italia infatti impone che ogni detenuto abbia almeno 9 metri quadrati a disposizione se ristretto in una cella singola, e almeno 14 metri quadrati se in una doppia. La capienza minima decisa dalla Corte di giustizia europea è di 3 metri quadrati pro capite, mentre la soglia sotto la quale non si può andare, secondo il Comitato per la prevenzione della tortura, è di 4 metri quadrati procapite.

L’Italia prima alza i parametri vitali della vivibilità di ogni detenuto (giustissimo!), poi però dimentica di costruire nuove carceri e – condannata per violazione dei diritti dei detenuti – risolve la questione lasciando i condannati a casa, nella comoda soluzione dei domiciliari.

Ora il fantasmagorico Salvini, risolve la questione, non riuscendo ad arrestare i cattivi, né a tenerli in carcere, delegando noi a farlo.

E’ bravissimo, vedrete che presto ci dirà: “Avete voluto la pistola? E adesso sparate!”.

da: ilfattoquotidiano.it

Gli arresti domiciliari ordinati dalla magistratura nei confronti di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori di Matteo Renzi, con l’accusa di bancarotta fraudolenta ed emissione di fatture false, sono molto di più di un fatto privato, e vanno molto oltre la stessa vicenda politica di cui è stato ed è protagonista il figlio. Con Renzi il Partito democratico perde completamente ogni reputazione pubblica e la sinistra smarrisce l’orizzonte e il suo popolo. Cosicchè ogni possibile alternativa è giudicata migliore e più accettabile. Alle politiche i Cinquestelle sbaragliano il campo in ragione del deficit di credibilità del loro avversario. E guadagnano consensi oltre misura e oltre gli stessi meriti. Oggi il governo nato per cambiare è sempre più intonato ai colori leghisti, che in poco tempo hanno scalzato i grillini nell’hit parade del consenso, con una attrazione pericolosa verso un linguaggio estremo e violento ed idee confuse, piani spesso caotici e incerti. L’arresto dei genitori, al di là dell’evoluzione giudiziaria della vicenda, obbliga tutti a riannodare i fili della memoria, a ricordare le ragioni profonde di un dissenso di larga parte dell’elettorato che è poi esondato verso il campo alternativo, l’unico appena praticabile. Il disastro, se vogliamo dire così, è che se la maggioranza è questa, l’opposizione resta quella.

da: ilfattoquotidiano.it

Parlamento ornamento – Ieri la seduta è finita male: Fico aggiorna tutti a martedì. Ma neanche le risse sono più “degne” come una volta

Il Parlamento fa sempre più rima con ornamento. La bagarre in aula è l’unico modo per farsi notare. Voci che si fanno acute, qualche spintone, con l’aggravio a volte di risse tentate oppure consumate. La casistica prevede anche duelli singoli: sputi, pugni, calci, lanci d’oggetto. Il vecchio trucco funziona sempre e porta risultati.

Ieri, proprio quando si vietava alle Camere di aprire bocca sul testo dell’accordo col quale il governo concede a tre regioni (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna) la cosiddetta autonomia differenziata, a Montecitorio il sonnacchioso tran tran post prandiale e pre festivo viene interrotto da un mimo. Il deputato grillino Giuseppe D’Ambrosio incrocia le braccia nel gesto delle manette al termine del suo intervento in aula. Guarda, a braccia ammanettate, verso Gennaro Migliore, collega del Pd. Gesto ultra offensivo (D’Ambrosio spiegherà che quelle manette erano per Francantonio Genovese, ex deputato Pd arrestato per davvero) e che Roberto Fico, presidente e grillino censura con un richiamo e non con l’espulsione. “Vergogna”, “Buffone” eccetera: è la protesta dai banchi del Pd. Le urla si fanno più forti, il Pd lascia i banchi svuotando l’aula. “Mi state salutando. Arrivederci”, li sfotte Fico. È questo il momento in cui gli giunge a mezza altezza come risposta un nutrito blocchi di fogli. Il lanciatore d’opposizione sbaglia mira per pochissimo e leviga con la carta i capelli della segretaria generale Lucia Pagano. Seduta sospesa. Il presidente della Camera si scusa per le sue parole che hanno valicato il protocollo. Poi dichiara conclusa la seduta: “Riprenderà martedì”.

Quattro bei giorni di festa, e siamo nella tradizione.

La bagarre esiste da quando c’è il Parlamento. Il primo cassetto in aria volò nel 1949 per merito del comunista Giuliano Pajetta, fratello del più noto Giancarlo. Ma allora il Parlamento contava e in discussione c’era l’adesione dell’Italia alla Nato. E le terre, la grande questione del latifondo, furono all’origine di un terribile pugno che il democristiano Albino Stella sferrò (anno domini 1952) nei confronti del monarchico Ettore Viola.

La bagarre in quel contesto assumeva, per così dire, una sua dignità. La mano fasciata del ministro Randolfo Pacciardi che difendeva la legge truffa era lo sviluppo fisico dell’opposizione, in piazza come nel Palazzo. Una memorabile rissa coinvolse tre quarti del Parlamento nel 1981. Ma lì c’era sul fuoco ben altra carne: i tentativi eversivi dentro quel grande buco nero della storia repubblicana chiamato P2. Insomma, il contesto in qualche modo autorizzava a prevedere qualche strappo alla regola.

La bagarre di oggi, così minuta, quasi insipida, in un Parlamento ringiovanito nell’età ma impedito nella funzione, vuoi perchè troppo inesperto, vuoi anche perchè troppo accondiscendente verso il governo, che infatti lo usa come cassetta postale, all’identico modo dei precedenti, ha perso pathos. Nulla a che vedere con l’immagine, quella sì enormemente incresciosa, quasi primordiale, con la quale il leghista Luca Orsenigo, al tempo di Mani pulite, sollevò in aula il cappio. Il nodo scorsoio del giustizialismo. Allora era la Lega di Bossi, dei barbari all’opposizione, che inneggiavano (prima che alcuni suoi dirigenti incappassero in manette e denunce) alla carcerazione collettiva.

I leghisti hanno fatto a botte quasi con tutti, e una rissa gustosa li vide contrapporsi a suon di manate ai forzisti berlusconiani, nel tempo in cui erano un po’ alleati del Cavaliere e un po’ avversari. E in quegli anni (1993) l’ex missino Buontempo interruppe con un megafono la discussione.

Enorme, spettacolare l’aggressione del senatore Tommaso Barbato contro il mastelliano fedrifago Nuccio Cusumano che perse i sensi e dovette essere allungato sulle poltrone di velluto. Le medesime sulle quali Nino Strano, missino di Catania, si impiastricciò di mortadella per brindare alla caduta del governo Prodi.

Oggi come ieri, tutto nella norma.

L’unica differenza, come si diceva innanzi, è che oggi, a differenza di ieri, il Parlamento è divenuto ornamento.

Da: Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2019

Esiste il suicidio assistito. E’ una scelta legittima, a patto che se ne sia consapevoli. Il Sud dell’Italia sta affidando le sue speranze a Matteo Salvini e alla Lega. Le scelte di ciascuno non si giudicano e ci saranno ottime ragioni. Perché altrimenti scegliere massicciamente, come il meridione si prepara a fare, un movimento che negli anni scorsi ha detto del Sud, vado a memoria: “terun de merda” con il capostipite Bossi, “topi da derattizzare” (Calderoli), “colerosi che puzzano più dei calzini” (Salvini) sarebbe da pazzi. Mettiamo dunque che la Lega, cambiando vocabolario, abbia convinto tanti meridionali che non solo non è più certo ciò che cantava Pino Daniele (“La Lega è una vergogna”) ma anzi che la proposta politica di Salvini restituisca a tutti, quindi anche ai meridionali, l’orgoglio di essere italiani (“Prima gli italiani!”).

Ma un meridionale come può anche solo ipotizzare che la Lega del “prima gli italiani!” teorizzi, attraverso  la cosiddetta autonomia differenziata delle regioni, “prima i veneti!”.

Il Veneto, la punta di lancia leghista, ha infatti chiesto e ottenuto dal governo, nel silenzio imbarazzato e anche un po’ inconcludente dei b, un pre-accordo, fino a ieri secretato, nel quale le risorse pubbliche future verranno trasferite a quella regione per un numero assai ampio di materie (23 in più) non solo in ragione degli abitanti ma in parte dal gettito fiscale pro capite.

E’ chiaro che le regioni più ricche godranno di maggiori trasferimenti e quelle più povere di minori risorse. Ed è chiaro che domani tutte le regioni più ricche, iniziando dalla Lombardia e dall’Emilia, chiederanno il medesimo trattamento.

Ora è vero che il Sud ha le sue responsabilità. E’ vero che ha sprecato, è vero che la sua classe dirigente si è piegata a un clientelismo senza pari ed è maggiormente permeabile alla corruzione.

Ma se un papà, in questo caso lo Stato, ha due figli e premia sempre di più colui che più ha e toglie a chi ha meno, commette l’ingiustizia finale. E invece di unire, sfascia la famiglia.  Salvini a parole vuole tenere unita l’Italia, nei fatti la disunisce.

Il Sud già è mezzo morto. Demografia a picco, economia a picco. Il Mezzogiorno è la regione d’Europa più grande e più povera. Con questa riforma, la secessione dei ricchi, si avvia al suicidio assistito. Il Sud lo sa?

da: ilfattoquotidiano.it

Il candidato piazzato da lei, la campagna acquisti di lui E gli elettori, intanto, se la prendono con i Cinque Stelle

Il ministro del Lavoro dello Sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio durante la conferenza stampa per il "Restitution day" del M5s presso la sala stampa della Camera, Roma, 06 febbraio 2019. ANSA/ANGELO CARCON

L’Abruzzo è divenuto il giardino di casa di Giorgia Meloni, la piccina del centrodestra che ha svuotato i suoi uffici di persone e cose per piazzare i nomi giusti e vincenti. Da Roma è giunto Marco Marsilio, il tesoriere di Fratelli d’Italia. Farà il governatore. Lo stesso metodo del trasferimento coatto Giorgia lo decise per dare all’Aquila, il capoluogo devastato dal terremoto di dieci anni fa, un sindaco. Chiese a Pierluigi Biondi, già Casa Pound, primo cittadino uscente di Villa Sant’Angelo, un bellissimo borgo di 427 abitanti, di guidare la città delle novantanove Cannelle e darle una sistemata. Anche Matteo Salvini ha dovuto fare una serrata campagna acquisti per compilare le liste della Lega che in Regione neanche c’era la volta scorsa. A Chieti, Pescara e Teramo ha scelto il meglio della forza lavoro disponibile. Una coppia di centristi in disarmo, due ex forzisti annoiati da Berlusconi e infine due militanti di Alleanza nazionale in bancarotta, compongono due terzi della pattuglia leghista, fatta appunto di rincalzi, che da sola pesa per altri due terzi nella maggioranza. Dieci consiglieri su diciassette hanno infatti oggi il vessillo di Alberto da Giussano.

Il centrodestra, sempre per merito di Salvini, ha sfondato il tetto della vittoria, rendendo pienamente politico un voto da sempre amministrativo, e consegnando come un dato nazionale questa consultazione locale alla quale ha partecipato la cifra più bassa in assoluto di elettori (53 per cento), otto punti in meno rispetto al turno precedente. Salvini ha raggiunto il suo Gran Sasso senza bisogno di acchiappavoti di gran pregio. Ci ha pensato il ministro dell’Interno a trascinare tutti alla vittoria parlando sulle montagne dei barconi in mare. Ha anche dimenticato sistematicamente di ricordare al popolo il nome del suo candidato governatore: “Votate Lega” ha detto. E basta. Marsilio il romano, così gli avversari lo hanno chiamato per contestargli il deficit di abbruzzesità (costringendolo a ricordare sempre gli avi e i suoi trascorsi di bimbo in villeggiatura) si trova ora a governare, lui che è senatore di Roma, l’Abruzzo. Cosicché il metodo del trasferimento da una poltrona a un’altra secondo i bene informati proseguirà con la cooptazione come direttore generale di una burocrate, Carla Mannetti, zarina in pectore, attualmente dirottata, sempre per vie della forza lavoro mancante, nella giunta dell’Aquila.

L’Abruzzo, dopotutto, ha ancora da spendere quindici miliardi di euro per completare la ricostruzione aquilana e dei comuni limitrofi. È questo infatti, benché tutti lo dimentichino, il più grande cantiere d’Italia che da solo vale sei Tav. E il cantiere purtroppo invece di andare avanti, arretra. Col nuovo governo i soldi impegnati nella ricostruzione infatti si sono ridotti di quasi la metà (dai 469 milioni di euro del 2017 ai 250 milioni del 2018). Lo spoil system invece di dare energia ha reso rachitico l’ufficio speciale della ricostruzione, e tolto lavoro a chi lo cerca, cioè agli abruzzesi. Anche L’Aquila ha fatto la sua parte. Col nuovo sindaco, incaricato dalla Meloni di aiutare la città a rinascere, i cantieri si sono fermati del tutto e il primo cittadino sta ancora riflettendo su come spendere gli ottanta milioni di euro per realizzare le scuole, oggi ancora sistemate in moduli provvisori. Gli abruzzesi sono pochi, un milione e 400mila abitanti e la borsa del terremoto sarebbe la più grande centrale acquisti italiana.

E invece zero carbonella. Gli elettori se la son presa principalmente con i Cinquestelle, togliendo loro 189 mila voti in meno di due anni. Un record. Nonostante il colpo di un voto che è tutto politico, la candidata sconfitta Sara Marcozzi (quattro anni di praticantato nello studio legale del candidato del centrosinistra Giovanni Legnini) ha dapprima ritenuto soddisfacente il risultato: “Abbiamo mantenuto i consensi delle scorse regionali”, e poi dalla pagina dei suoi sostenitori arriva la legnata agli elettori: “Tutto il bene fatto non è servito a niente. La politica del clientelismo e del servilismo, unito a una buona dose di ignoranza, hanno avuto la meglio”.

Nel post, pubblicato su Facebook e poi rimosso, ha fatto perfino capolino uno strafalcione (“hanno avuto la migliore”) che ha tenuto banco e fatto rumore più della batosta agli elettori. C’è da dire che Sara, con qualche previdenza, aveva aggiunto alla candidatura a presidente di regione quella di consigliere in modo che l’eventualità che giungesse terza sul podio, come poi è successo, non la obbligasse a fare ritorno alla professione legale. Fece così anche cinque anni fa e si è trovata benone.

Da: Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2019

Lavoratori, genitori preoccupati e perfino qualche imprenditore: sfilano tre chilometri di persone vere

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse  09-02-2019 - Roma  Politica Manifestazione unitaria dei sindacati CGIL, CISL, UIL  Photo Vincenzo Livieri - LaPresse  09-02-2019 - Rome  Politics CGIL, CISL, UIL demonstration.

Quanti tweet ci vogliono per riempire questa piazza? L’Italia che non si vede più, che nessuno riconosce per strada, sbuca dall’Esquilino ed è un tronco di un albero che sembrava perduto, sparito dalla foresta, dalla nuova civiltà di internet. “Alzarsi alle quattro del mattino è dura, io non ho tempo per stare al computer. Ho quarantadue stanze da rassettare, ogni giorno. E vedo che non ce la faccio a fine mese, malgrado mi spezzi la schiena, ed è un gran problema”, dice Cristina da Mogliano Veneto. Con le sue compagne aggiunge colore a una nuvola di giubbe rosse, i fratini con i quali i sindacati misurano il peso specifico. Quelli della Cgil sono di più, naturalmente. Ma il nuovo, in questa Italia antica, dimenticata dalla politica, senza più opinione e senza più credito, perché la reputazione i sindacati se la sono un po’ giocata nei disastri post berlusconiani, e Twitter non ha bisogno della forza lavoro, è che l’albero sembra invece vivo, le foglie verdi, i rami intatti.

Roma è invasa, e non si vedeva dagli anni di Sergio Cofferati, quando il sindacato trascinava e orientava, dava vita o la negava ai governi. Lui, Cofferati, pure oggi ha fatto capolino nel corteo (visti anche D’Alema ed Epifani, Martina e la reggenza variegata della sinistra disunita), in questa che però non sembra una gita sociale di reduci e pensionati. E il tronco lungo tre chilometri non è lo spazio del circolo ricreativo della terza età, il pellegrinaggio di chi ha avuto, ma un lungo e pensieroso bivacco di lavoratori che chiedono, di padri preoccupati, di mamme che non ce la fanno più e perfino di qualche imprenditore angosciato.

Il problema di Cristina, l’addetta alle pulizie di Mogliano Veneto è lo stesso di Francesco, 37 anni e un figlio, livornese. “Il lavoro oggi rende poveri. Io sono addetto alla manutenzione dei carrelli per le ferrovie. La mia ditta ha vinto un appalto con Fs, ma mi danno quattro soldi”. Si resta poveri anche lavorando, questa è la novità. E chi non è povero teme di divenirlo. Come Ermanno Bellettini, dirigente della Rossetti, settore trivellazione: “Dicono no alle trivelle, e della mia azienda che ne sarà?”

La novità è che la piazza pur essendo piena, non urla, non scalpita, non inveisce. Non accoglie tra le sue fila gli odiatori da social network. Si dichiara antifascista e antirazzista (“restiamo umani”). Non ha neppure vergogna di cantare Bella ciao. E anche questa è una novità, visti i tempi. “Noi siamo il popolo, questi ora al governo dicono che sono i rappresentanti del popolo. Quindi dovrebbero essere con noi”, chiede Marisa, insegnante ragusana. “Vogliono farmi stare altri sette anni al lavoro. Ma lavorare all’asilo è impossibile. Non regge il fisico”. Lei ha votato cinquestelle. “Non so se lo rifarò”.

La piazza è piena ma promette che le urne, almeno viste da qui, a maggio per le europee resteranno vuote. “Fanno casino, gridano contro, non mi piacciono molto. Mi sembra che non abbiano le idee chiare”, Antonio, metallurgico torinese, astenuto ieri, astenuto domani. “Io ho votato Lega”, dice Luigi da Ivrea. “Io Lega”, cosi Vittorio da Novi Ligure. “Adesso fottetevi”, ribatte Umberto, la maglietta di Potere al Popolo, new entry a sinistra.

Oggi la piazza non è colma, è stracolma. “Veniteci a contare”, dice Maurizio Landini, neosegretario, e solleva ottimismo tra gli iscritti. “Con Landini finalmente si torna a combattere” (Cesare, da Molfetta), “Landini è quello che ci voleva” (Antonio, Cantieri riuniti di Stabia), “con lui Salvini non farà il buffone” (Angelo, assistente scolastico di Paternò).

Malgrado gli acciacchi del sindacato questa piazza oggi nessuno sarebbe in grado di riempirla così. Non più il Pd, che oramai nella hit parade del gradimento è fuori competizione. Ma nemmeno i Cinquestelle e pure Salvini non ce la farebbe. Piazza del Popolo a dicembre, quando la Lega decise la prova di forza, era la metà della metà di questo lungo tronco di uomini e donne, padri e anche nonni. “Si va bene, si dice che è una piazza contro di noi. Sono venuta qui apposta per verificare. Ed è falso. Come sospettavo, nessuno ha avuto nei nostri confronti espressioni di malcontento”, certifica via Twitter Vittoria Baldino, deputata cinquestelle, nella veste di testimone oculare sul luogo del presunto delitto. Lei sola. Di Maio, che pure sarebbe ministro del Lavoro e qualche attenzione dovrebbe prestarla a manifestazioni come queste, ha risolto il conflitto, ora silente ma non più inconsapevole, salendo in groppa al cavallo di battaglia del Movimento: “Confidiamo che Landini si unisca a noi per abbattere le pensioni d’oro degli ex sindacalisti”.

Ecco, tutto qua. La distanza tra la piazza e il Palazzo, ora che i ruoli sono invertiti, è divenuta tale e quale a prima. Quando c’erano quegli altri.

Da: Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2019

Per una volta il festival di Sanremo è più avanti dell’Italia. Per una volta è Sanremo che aiuta l’Italia a capirsi, conoscersi, cambiare. Ieri le chiamavamo canzonette per classificare un genere e anche uno stile di vita lontani dalla realtà, dai problemi che essa ci pone. Sanremo negli anni scorsi era divenuta una parentesi dal sapore indistinto, un allegro ma scemo karaoke dell’Italia più pop.

Il merito di Claudio Baglioni, tra gli altri, è di aver svolto con impegno e cura il compito opposto: far vedere il nuovo, mostrare – attraverso una canzone – come l’Italia cambia. E la vittoria di Mahmood contiene questa bella novità, perché allinea un ragazzo nato e cresciuto a Milano, quindi come lui con orgoglio ha specificato, “italiano al cento per cento”, ma anche un figlio di migrante, come il cognome dimostra, venuto dall’Egitto a cercar fortuna, all’altra decina di volti nuovi che hanno portato nelle case ritmi nuovi, tonalità, modi di pensare e di suonare.

Sanremo fa conoscere l’Italia a sé stessa, la fa scoprire più ricca e complessa, più viva e più aperta al mondo proprio nel tempo in cui la paura le consiglia di rinserrarsi in casa nella speranza che il sovranismo, parente dell’isolazionismo, la renda magari più egoista, anche più cattiva, ma più ricca e sicura. Sanremo mostra l’abbaglio e non perché ha vinto il ragazzo dal cognome egiziano ma perché su quel palco, mai come ora, sono sfilate generazioni nuove che per mestiere condividono, contaminano, hanno bisogno di aprire porte e finestre e respirare il mondo intero.

Chi doveva mai dirci che la direzione artistica di Claudio Baglioni, il cantante dell’amore, del sentimento anche mieloso, dovesse darci questa lezione di innovazione competitiva, di illustrare il nuovo che già c’è e che forse non conosciamo bene. Sanremo aiuta l’Italia a cambiare. Questa è una buona notizia.

da: ilfattoquotidiano.it