Vincenzo De Luca, il Re modesto che ha salvato la Campania incoronato da Le Parisien (ma la copertina è un fake)

 

Il premio Modestino dell’anno va senza alcun dubbio a Vincenzo De Luca. Un neomelodico della politica, oggi anche neoborbonico che alla testa delle guarnigioni del Sud tiene in scacco i barbari longobardi e un domani chissà.Scopriamo dal francese Le Parisien che sarebbe il nuovo “roi d’Italie”. Il Re modesto. Purtroppo era solo un fotomontaggio, peccato.

Comunque sappiamo, perché lui stesso ce lo ricorda ogni giorno, che ha fermato con i suoi micidiali lanciafiamme l’ecatombe. Una modestia senza pari per una regione che finalmente vanta una delle migliori sanità in Italia. Purtroppo un nutrito numero di riottosi ammalati, che presumiamo siano collegati alle disoneste centrali nordiste, scelgono incredibilmente altre regioni per farsi curare. Infatti la Campania spende 450 milioni di euro all’anno per saldare le fatture degli ospedali nemici e accompagnare i cittadini infedeli in queste continue e costose trasferte. Adesso però, nell’età d’oro del dopo Covid, i campani patrioti correranno in massa presso i nosocomi casalinghi dove troveranno la migliore assistenza e la migliore scienza.

De Luca è modesto assai. Se non avesse avuto davanti quei cialtroni del governo di Roma (lui non li chiama così ma lo fa pensare sempre) avrebbe rispedito il Covid direttamente a Wuhan.

La pandemia è una malattia infettiva. Ma altre infezioni, di natura politica e psicologica, non sono meno acute e gravi.

Ps. Per chi non lo sapesse il deficit del bilancio pubblico nazionale è balzato a livelli mostruosi con la nascita delle regioni.

Per chi non lo sapesse la distruzione dei fondi europei, la loro dilapidazione in mille rivoli, gli sprechi e le ruberie sono un lascito e una responsabilità delle regioni, divenute nel tempo il circuito di una politica minore, spesso arraffona, spesso incapace. E il Mezzogiorno ne è stato il territorio più colpito.

Solo De Luca, il Re modesto, purtroppo non lo sa. E seppure lo sapesse ora non lo ricorda. E se anche lo ricordasse che senso avrebbe ripeterlo quando c’è da festeggiare?

 

Scurdammoce o’ passat, simm e Napule paisà.

Da: ilfattoquotidiano.it

Bosso, Arbasino, Masullo e Cordero: i ‘migliori’ che se ne sono andati sfuggendo al coronavirus

 

Ora che anche Ezio Bosso se n’è andato pare proprio che i migliori si siano dati appuntamento e abbiano scelto di fregarsene della pandemia e lasciare la vita per cavoli propri e senza avvisare. Non è soltanto il sorriso di Bosso che ci mancherà, il corpo aperto a ventaglio a raccogliere ogni filo di vento, ogni residua energia per rendere docile con la musica la malattia e privarla della sua crudeltà, e gioirne anche, per quanto si potesse.

Pure Alberto Arbasino, il sofisticato, funambolico, imprendibile Arbasino, ha voluto mettersi in viaggio. Lo scrittore sempre in movimento, mai conforme, ha deciso di dire bye bye. E subito dopo Aldo Masullo, filosofo illuminato, schivo oltre la misura, è stato un dono per Napoli, la città che ama apparire più che essere. “L’anima umana è come l’acqua ferma in uno stagno – scriveva Masullo mentre il virus, che non si è permesso di fargli visita, stava mietendo le sue vittime – Col tempo si imputridisce”.

Alla pandemia si è fortunatamente sottratto Franco Cordero, il giurista più dotto che sia venuto alla luce nel ventesimo secolo, troppo colto per poter essere letto da tutti. Eppure a lui dobbiamo il più prezioso ritratto, chiuso in un nomignolo, di Silvio BerlusconiIl Caimano.

Gli eccellenti se la sono squagliata. Il filosofo, lo scrittore, il giurista.

Mancava proprio il pianista: ecco Ezio Bosso.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus, Conte e gli artisti. Il premier poteva dire meglio? Sì, ma la critica è strumentale

 

L’arte fa emozionare, e l’emozione condensa ed espande gli stati d’animo: il sorriso e il pianto, la riflessione o anche la gioia, lo stupore, la meraviglia. Il premier Giuseppe Conte per illustrare gli aiuti a chi fa teatro, cinema, musica ha detto invece che gli artisti “ci fanno tanto divertire e tanto appassionare”. Poteva dirlo meglio? Credo di sì. È una frase essenziale? Credo di no.

Quel che è davvero infantile, molto più del pensiero del presidente, è la modalità con la quale si è esercitata la critica. Si è proceduto ad amputare la passione (“l’artista fa tanto appassionare”) e a lasciare nella bocca di Conte solo il divertimento (“l’artista fa tanto divertire”).

La censura è servita a rendere più naif il personaggio, a segnarne l’inadeguatezza, con un sottinteso: è un presidente da Bagaglino.

Per affermare questa opinione si è proceduto a una operazione di censura, di taglio, di manipolazione. Un sotterfugio ridicolo e anche un po’ disprezzabile.

Conte è già narciso di suo, non è necessario obbligare anche chi non è cultore del suo lessico, spesso inutilmente spavaldo, a difenderlo.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus, nella lotta alla bugia di Stato gli italiani possono guardarsi allo specchio

 

Quante bugie diciamo ogni giorno?
Quanti bugiardi abbiamo scoperto?
Sulle mascherine dice bugie il commissario Domenico Arcuri, che afferma che ci sono e pure in abbondanza, o i farmacisti e i loro distributori che affermano il contrario?

E sui migranti da regolarizzare? È bugiardo chi pensa che solo togliendoli dalla clandestinità si dà a loro la possibilità di un salario decente e una vita dignitosa, oppure chi spiega, come la Lega e i Cinquestelle, che in questo modo si procurerebbe un danno al lavoro degli italiani?

È bugiardo Giuseppe Conte, il Presidente del Consiglio, quando dice che lui fa? Oppure l’opposizione quando lo accusa che lui dice soltanto?
Nella lotta alla bugia di Stato gli italiani hanno la possibilità di guardarsi allo specchio e di interrogarsi però anche sulle proprie.
A tutto ciò che facciamo finta di non vedere, ai vantaggi ingiusti che otteniamo profittando della babele, alle regole che vorremmo fossero scritte solo per gli altri e alle deroghe che invece invochiamo per la nostra coscienza.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Silvia Romano, l’Italia si conferma spietata con i deboli e remissiva con i delinquenti

 

L’olezzo dei commenti sulla liberazione di Silvia Romano è tale che non basta turarsi il naso. Il tono di tante crudeli parole ci restituisce un selfie perfetto dell’Italia. Un Paese capace di grandi cadute di civiltà, che tiene dentro di sé serbatoi illimitati di razzismo, che appena può si mette a bastonare, voglioso di un’altra prova del sangue.

La tunica di Silvia, la sua conversione all’Islam, è un delitto inaccettabile che la mette fuori dal consesso civile, che le fa meritare le ingiurie e le molte domande con la risposta incorporata: perché abbiamo pagato? Sottinteso: perché abbiamo dovuto pagare un riscatto per una come lei, che sicuramente sta dalla parte dei cattivi altrimenti non avrebbe abbandonato i jeans e avrebbe continuato a credere nel nostro Gesù.

Lo chiedono quelli che, parlando di Africa, dicono ogni giorno “aiutiamoli a casa loro”, e poi dimenticano di averlo detto. Perché in Africa, a dare un aiuto, ci va gente come Silvia non come loro.

La codardia, questa voglia di bastone contro il più debole, è l’espressione drammatica di una opinione pubblica sempre remissiva con i forti, collusa anche con i delinquenti, organizzati o meno, silenziosa anche davanti alle soverchierie più indigeste.

Il seme del razzismo che è dentro il giudizio su Silvia è quello che consente di sopportare che nelle campagne ci vadano i nuovi schiavi, quelli dalla pelle nera, gli affamati, i clandestini. Sono gli stessi che accettano le peggiori illegalità e non vedono, non sentono, non si inquietano.

Si levano accuse, si intimano rese dei conti quando al centro della scena c’è una ragazza salvata dallo Stato, una cittadina che ha ottenuto l’attenzione e l’aiuto che ciascuno pretenderebbe per sé nel caso si trovasse nelle medesime condizioni.

Invece il nulla quando falange di affamatori derubano, sprecano, sporcano la nostra vita.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus, i Navigli di Milano come Napoli o il lockdown ha fatto cadere i pregiudizi?

 

È Milano che assomiglia a Napoli? Oppure, in questo drammatico e un po’ fantastico lockdown, anche gli stereotipi hanno avuto la peggio? Perché era Napoli la società caciarona, indisciplinata, illegale. A Napoli finanche la prossemica, il modo di parlare, il tono della voce, il rito del contatto come comunicazione confligge col distanziamento, la solitudine, la chiusura di noi in noi stessi. E invece la foto milanese sui Navigli sostituisce, nella classifica dello stereotipo, quella perfetta, che doveva essere solo napoletana: un vicolo del quartiere Sanità.

Evviva se la pandemia ci obbliga a fare i conti con il pregiudizio, che è la prima e la più crudele delle disgrazie della nostra società.

E senza alcun pregiudizio possiamo continuare a valutare le cose per quelle che sono, non per come appaiono.

Ora abbiamo una nuova stella nel firmamento politico: Luca Zaia, il governatore del Veneto. Bravo perché, lui dice, non ha mai chiuso la regione, bravo perché si è affidato a un virologo, Andrea Crisanti, che ha capito le cose da fare presto: testare, tracciare, trattare il paziente. Le famose tre T. Bravissimi tutti e due, e infatti in televisione oggi spopolano.

Ma non ci viene da chiederci che, a parte il focolaio di Vo’ Euganeo, un paesino di tremila abitanti, di uguale se non più piccole dimensioni di quello scoppiato nel Lazio (Fondi e due comuni del reatino), Campania (Ariano Irpino e Vallo di Diano), Sicilia (Agira e Barrafranca) l’aver tenuto aperte un numero superiore di imprese attraverso il sistema tartufesco del silenzio-assenso, ha prodotto un costo in termini di morti di tutto rispetto. Il Veneto ha 1.589 deceduti ad oggi. È stato un costo sopportabile? Ne abbiamo mai parlato? Discusso? Il vicino Friuli, l’altra gamba del nord est, ha chiuso di più e ha patito meno lutti: 379. E la Campania solo 308.

Il Veneto non ha mai chiuso ma molti più veneti che campani (o friulani, o toscani o siciliani) hanno conosciuto il cimitero. Perciò anche nelle valutazioni favorevoli viene prima il giudizio o il pregiudizio? La Toscana che ha a Prato la più alta concentrazione di cinesi, la più grande filiera industriale straniera in Italia, il più intenso traffico sia con Pechino che con le regioni di Wuhan, paga un prezzo assai più basso in termini di vite e di contagiati. E non era l’Italia intera ad aver paura dei cinesi? E non è stato Luca Zaia, il politico oggi in alto nei sondaggi, a chiedersi come fosse possibile che non mettessimo in quarantena già a gennaio tutti coloro che provenivano da quelle terre?

Era giudizio? Era pregiudizio?

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus, se i soldi a fondo perduto alle imprese sono una “giusta spinta” e i soldi a chi è senza lavoro sono bieco assistenzialismo

 

Sono le parole a fare bella una faccia. Se lo Stato sgancerà quattrini alle imprese darà la giusta spinta alla ripartenza. Se quello stesso Stato immagina di non far morire di fame chi è rimasto senza lavoro, allora è chiaro che piega sul versante “bieco” dell’assistenzialismo.

Sono le parole a far bella una faccia. Se lo Stato immagina di finanziare un’azienda in difficoltà, non dovrà minimamente occuparsi di come quell’azienda spenderà i soldi ottenuti. Si chiama apposta fondo perduto. Perduto e dimenticato. Altrimenti, se si vorrà mettere becco, o solo controllare dove diavolo finiscono quei danari, l’accusa è già pronta: state mica pensando di sovietizzare l’Italia?

Sono le parole a far bella una faccia. Se nelle campagne a raccogliere la frutta e gli ortaggi, a pulire le stalle, a spezzarsi la schiena ogni giorno per dieci ore al giorno ci va gente senza contratto, senza diritti, senza dignità, beh allora sì che possono essere arruolati. Se a quegli stessi uomini venisse concesso il diritto a un contratto, allora no: prima gli italiani!

Dividere il mondo tra buoni e cattivi e poi scegliersi sempre la parte del buono.

Perché non sono i fatti ma le parole a far bella una faccia.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus, se Johnson lo avesse ascoltato… Perché ci sentiamo di tifare per Neil Ferguson

 

Avesse ascoltato Neil Ferguson, 51enne luminare dell’Imperial College, scienziato virtuoso dei modelli matematici, membro ascoltatissimo del Sage, il consesso di super esperti che assiste il governo britannico, Boris Johnson avrebbe fatto tre cose buone. Evitato il disastro sanitario, evitato (forse) di infettarsi egli stesso nel modo gravissimo che conosciamo, evitato al professor Ferguson di subìre gli effetti di un amore infuocato e travolgente proprio durante il tardivo lockdown. Il professore è stato infatti trovato a letto con una signora 38enne in due distinte occasioni. La signora ha dovuto lasciare la propria residenza coniugale, così come il professore, durante i giorni della segregazione. E da qui il patatrac. Un giornale li ha beccati in flagranza, durante la fuitina, e lo scienziato teorico del distanziamento fisico ha dovuto rassegnare le dimissioni.

Eppure, malgrado le circostanze, ci sentiamo di tifare per l’illustre infettivologo londinese. Se fosse stato ascoltato subito dal premier, il lockdown sarebbe partito prima, avrebbe fatto meno morti, e la fase due, quella che noi conosciamo come degli “affetti stabili”, si sarebbe aperta prima. Consentendo forse a Neal e Anna, e alle tante coppie nelle loro condizioni amorose, di far ardere il loro fuoco senza alcun turbamento né infrazione.

Congiunto, participio passato del verbo congiungere, e contento.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Ministra Azzolina, facciamo raccontare la storia di questo tempo agli studenti

 

Gentile ministra dell’Istruzione, sappiamo che l’esame di maturità, almeno quello, e limitatamente al colloquio orale, si svolgerà secondo la tradizione. E’ una buona notizia. E ce ne sarebbe un’altra, che lei potrebbe dare, se permettesse – come alcuni studenti stanno già chiedendo – che fosse concesso loro di depositare all’atto del colloquio una riflessione scritta su questo straordinario e tragico tempo.

Mai nella storia dell’Italia unita una tragedia sanitaria, e poi economica e sociale, si è abbattuta con le dimensioni che stiamo vivendo. Dare la possibilità a chi lo voglia di consegnare il proprio diario di questi drammatici cento giorni che hanno segnato il mondo e lo cambieranno profondamente, offrirebbe all’Italia la voce dei più giovani, le riflessioni, le paure, le considerazioni delle migliaia dei nostri ragazzi costretti a vivere un’esperienza così improvvisa, un trauma così grande e potente.

E se il ministero invece che accettare soltanto di riceverla, auspicasse questa prova di scrittura collettiva, stimolasse e riconoscesse il merito di questo diario dei cento giorni, non solo la scuola ma tutta l’Italia godrebbe di un tesoro narrativo, del cumulo di tante giovani intelligenze, delle riflessioni, delle proposte, delle paure e delle ambizioni di chi sta per aprirsi un varco in una vita che improvvisamente deraglia e per tanti, per troppi, si spegne addirittura.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Ponte Morandi, anche in questo caso la prima regola è stata la deroga

 

Grazie alla deroga il ponte Morandi di Genova è stato costruito in un anno. E si sta pensando a una deroga per velocizzare le casse integrazioni in deroga. Sul punto il ministro Gualtieri già sta scrivendo commi adeguati nel decreto legge di prossima pubblicazione.Quel che abbiamo capito è dunque che, essendo noi italiani allergici alla regola, abbiamo bisogno della deroga come necessario sostituto funzionale.

Dobbiamo cioè prima illustrare con dovizia di codicilli la regola base, subirne i ritardi o le contraddizioni e poi, bum, immaginare la soluzione: si fa in deroga e buonanotte!

Derogando dalla regola capiamo anche che quel che diciamo e magari pensiamo e sottoscriviamo addirittura, potrà subire una deviazione nel corso delle giornate successive.

Derogando dal nostro stesso pensiero, che è pur sempre relativo, riusciremo a trovare la ragione anche nel torto marcio, ad essere al centro della scena anche se il nostro peso è ridotto al lumicino, a sovvertire la logica e, quando si può, persino i fatti se ci procurano noia.

 

Da: ilfattoquotidiano.it