La tigre ha 19 anni e ne camperà almeno altri cinque. Mangia carne e non tiene alla linea, vanno via 8 euro al giorno (più Iva) per sfamarla. Non conosciamo lo stato di salute del serpente a sonagli, del koala, dei pappagallini verdi a cui l’Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati deve provvedere. Il mondo criminale erutta beni di ogni tipo e valore, orologi Cartier e pecore, cavallini da passeggio e quadrupedi da corsa, esponenti della Savana e rappresentanti esotici, arte della scuola spagnola, dell’iperrealismo, concettuali, astratte, bolidi e carriole. È un cesto grande e ogni giorno arrivano nelle mani del prefetto Umberto Postiglione, che guida l’Agenzia, enormi stock della riserva aurea del malaffare.
La lista che Il Fatto ha in visione, e che potrete scorrere nella fotogallery composta sul nostro sito, sebbene parziale, realizza l’idea che il crimine si sta mangiando l’Italia e che la struttura dello Stato chiamata a occuparsene sta soffocando sotto il peso dei beni che è chiamata a gestire. Non tutti infatti sono cedibili. E tanti altri beni, carenti del marchio dell’autenticità, sono il dazio che paghiamo alla lotta alla illegalità. Andare a Reggio Calabria, dove ha sede l’Agenzia, significa scoprire il bestiario criminale, in senso proprio e metaforico.
Napoleon, Fiaba del Sole e la scuderia purosangue
I camorristi, soprattutto loro, vanno al galoppo: Napoleon, Eldorado, Tedgrado, Kananea, Cheoma, Fiaba del Sole, sono alcuni dei purosangue che hanno vinto tantissimo, un medagliere conquistato nei migliori recinti. La camorra a quattro zampe è veramente straordinaria per tenuta, rigore nella selezione dei geni, apprezzamento della capacità sportiva. Potrebbe formare un intero reggimento a cavallo e sfilare, nella festa della Repubblica, lungo i Fori Imperiali. Cavalli da corsa, da traino, da fatica, da passeggio. Sauri di notevole pregio fisico, altri un po’ più azzoppati, purosangue giovanissimi, giumente attempate che hanno trasportato decine e decine di fantini (di galoppini?) verso la vittoria.Continue reading
, ora stimati in 450, divengono 355 i cantieri che servono per completarla non saranno più cinque ma uno soltanto, e i soldi stimati per concludere i lavori almeno di 2 miliardi di euro inferiori alle attese, i tempi di ultimazione potranno finalmente avere una data certa: 22 dicembre 2016.
Mario Adinolfi ha capito che la vita è teatro e lui è partito, credo quando ancora fosse in grembo alla madre, col desiderio esclusivo di occupare la scena. Con la stazza che si ritrova nemmeno gli è stato difficile. E così, sfogliando il calendario, negli anni il faccione di Adinolfi lo ritroviamo alla roulette, alla Zanzara, al Parlamento, come cliente del Madoff dei Parioli, come sposo a Las Vegas o speaker a radio Maria. A portare la Croce, l’ultima creatura del suo scibile multitasking, e a darla in testa a chi non la pensa come lui. Adinolfi non è solo una pancia. Anzitutto è un pokerista coi fiocchi. Wikipedia certifica che è stato l’unico italiano ad essere giunto alla finale del World Poker Tour, che immaginiamo sarà una cosa pazzesca, con dollaroni sparsi ovunque. Chi ama il poker è veloce, intelligente, imprevedibile. E Adinolfi è queste tre cose messe insieme. Piazza e spiazza, vai a capire cosa fiuta e perchè. Effettivamente una nota di disordine esiste nella sua testa perchè lo ritroviamo avanguardista democristiano (urca!) poi fervente veltroniano (ri-urca!) poi compositore di tattica e tifoso di Dario Franceschini. Gli piace la politica, riesce ad essere deputato, seppure per uno spicchio di legislatura. Non è per fare la morale, che qui sarebbe davvero fuori luogo, ma certo colpisce, incuriosisce fino a procurare un breve sorriso, la galoppata che fa dal Nevada a Betlemme. Sceglie infatti di sposarsi a Las Vegas in seconde nozze e immaginiamo che la location fosse adiacente al luogo del suo lavoro prediletto se è vero che al tavolo verde ha racimolato, come ha riferito, in un triennio la bellezza di 250mila euro. Comunque si risposa con Silvia e ha un figlio. Che son due se si conta l’altro nato dal primo matrimonio. Sembra un americano in carriera, e infatti corregge immediatamente la notizia che gli imputa di aver consegnato al re della finanza creativa e truffaldina del Madoff dei Parioli circa 338mila euro. “Nulla di vero, gli ho solo dato alla fine degli anni novanta 50 milioni di lire, ritirandone settanta nel duemila”. Che comunque è una bella sommetta e una bellissima speculazione: venti milioni in più in un annetto o quasi. Avete capito che il tipo è questo. Poi, non sappiamo bene cosa gli sia accaduto, è andato indietreggiando alla ricerca della sua radice cristiana. Indietreggiando è giunto quasi dentro la grotta di Betlemme. Oggi cura una trasmissione a radio Maria. Adinolfi è simpatico e ogni tanto dice qualche corbelleria: per esempio che il condom non serve, che in Africa fanno all’amore in modo bestiale perciò le malattie e le disgrazie non si contano più. Poi spiega, ma forse scherzava, che la donna dev’essere sottomessa all’uomo. Con il giornale la Croce sulle spalle organizza la militanza di Cristo, e i vari Family Day, scatenando la guerra mondiale all’immoralità. Domani, fra un mese o un anno farà qualche altra cosa.
La colpa lo insegue, gli si infila nelle tasche, lo tiene perennemente in allarme. Lui è innocente, ma lo Stato aguzzino gli ha detto che è colpevole e lo ha licenziato.
Sant’Agata di Puglia non è più un paese ma un ricevitore permanente di pale eoliche di ogni stazza e razza. Ha venduto il suo vento al miglior offerente e visto che aveva debiti, circa dieci milioni di euro, lo ha finanche svenduto. Ha detto a chiunque desiderasse: prego, c’è posto! I debiti sono là, intatti, le royalties sono state consumate in magnifiche serate danzanti e adesso ogni abitante ha a disposizione dei suoi occhi 18 pale che girano. E la comunità ottiene 186 megawatt di felicità. Giorno e notte. Ovunque volga lo sguardo: davanti, di dietro, di sotto, di sopra. Vede pale. Sant’Agata è una piccola Matera, le sue case sono ricavate nella roccia e lo splendore del suo centro storico è certificato, documentato dalle mille conferme dei touring più accreditati. Sant’Agata è una carezza per gli occhi, e si scorge appena completata la salita che attraversa l’Irpinia d’Oriente, sul dorso della collina che separa la Campania dalla Puglia, nel territorio della Daunia appenninica, motore nevralgico dell’industria eolica italiana. Che ha come capitale indiscussa appunto lei, la nostra santa. Il paese conta nei registri d’anagrafe 2324 abitanti, ma quasi la metà si fa viva solo ad agosto. Il municipio, in un ventennio di vorticoso impegno, ha fatto installare 129 turbine, saette del vento, virando così verso il primato assoluto del decollo. Se solo volesse potrebbe alzarsi in cielo e volteggiare felice. Quel che fa di questo paese un luogo unico, sono le folate che, a leggere le varianti alle ubicazioni delle pale, hanno traiettorie impreviste. Avanzano, indietreggiano, si spostano. La pala va, com’è logico, dove soffia il vento. E il vento negli anni scorsi ha imposto continui posizionamenti e riposizionamenti delle turbine.
L’amministrazione comunale di Reggio Calabria aveva denunciato il giornalista del Fatto Quotidiano “reo” di aver definito Reggio e Messina, due città cloaca nel corso della trasmissione televisiva Exit di La7, dedicata al progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto.

Il cavillo giuridico può salvarti la vita o anche uccidertela. Dipende chi sei, da dove vieni, a chi ti accompagni, chi ti difende in tribunale. Legioni di boss mafiosi escono dal carcere o neanche entrano grazie alla forma che si fa sostanza, al rito che si converte in legge. E con loro l’Italia impunita conta eserciti di faccendieri, piccoli e grandi evasori, corrotti o estorsori. Ma quel cavillo putrido, nero come la pece, a volte si trasforma in bianco giglio di illibatezza e condanna l’ingenuità e l’innocenza del malcapitato, lo trascina alla gogna.
Sarei andata subito da Zingaretti a dirgli: guarda come sono ridotti gli ospedali. Avrei fatto il sindaco di strada, dato legnate a chi le avrebbe meritate e ascoltato chi soffre”. Rita dalla Chiesa in estate festeggerà i suoi 69 anni di nonna e mamma felice senza la fascia tricolore di primo cittadino della Capitale. Il centrodestra aveva bisogno di un personaggio popolare e Giorgia Meloni aveva pensato a lei: per vent’anni al tribunale televisivo di Forum, il sempiterno e fortunato programma di Mediaset. “Gior gia mi ha detto: ci serve una come te, una che parla con la pancia”.