“Manette a uno di noi mentre salviamo Matteo”

Il volto degli onesti – La giornata del paradosso 5Stelle: “E pure oggi ci siamo guadagnati la pagnotta”

“E anche oggi ci siamo guadagnati la pagnotta”. Nel terribile slargo del disincanto in cui oggi sono confinati i senatori grillini, il cortile a piano terra di Palazzo Madama, il pensiero di Michele Giarrusso, ufficiale laudatore di Matteo Salvini, è comunicato, con il piglio del professionista che emette fattura per il cliente, alla truppa pentastellata particolarmente affranta per le circostanze malefiche in cui il voto si è dovuto svolgere.

La pagnotta è salva, l’alleato e nemico Salvini esce dal processo nel quale il Tribunale dei ministri voleva ficcarlo per merito del Movimento che sul pennone ha issato la parola giustizia. E Giarrusso, che qualche settimana fa mimava le manette col gusto selvaggio del vendicatore seriale, oggi fa i conti con le manette ai polsi di un suo compagno d’avventura, e giunge in aula a liberare dalla giustizia ingiusta “convintamente” il ministro dell’Interno.

Anche la fantasia dovrebbe avere un limite alla propria energia propulsiva, ma invece no. I volti degli onesti, cioè i figli di Beppe Grillo, giungono nell’aula sporcati dalla disonestà domestica: le mazzette che uno di essi, e non l’ultimo della fila, avrebbe intascato. Sulle mazzette hanno costruito l’università della resistenza, contro le mazzette hanno conquistato il governo, dalle mazzette oggi rischiano di venire travolti. “Non è una bella giornata, non leggo serrate analisi, non ascolto riflessioni profonde. Tutto ciò che accade viene valutato con una quota singolare di approssimazione, che è compendio di ingenuità e ignoranza. Oggi siamo a un bivio, ma chi lo sa?”. Nicola Morra presiede la commissione Antimafia ed è dell’ala sinistra del Movimento, quella parte, sofferente e minoritaria, che avvertiva dei rischi: “Mi chiamavano signor Cassandra. Ma è facile prefigurare le disgrazie quando si affronta la realtà senza prima averla studiata, capita, digerita”. Morra è tra i pochi che affronta i cronisti. Gli altri, la folla plaudente e sgargiante che affollava il Transatlantico, è nebulizzata, oppure coperta dal linguaggio della trincea: “Tutto normale, dov’è il problema?”, domanda – stupìto dello stupore altrui – Primo Di Nicola, già giornalista arrembante, oggi senatore prudente.

Parlano, e sembrano liberate dall’incubo della retrocessione tra le infedeli, solo tre donne, le tre contestatrici della linea di Di Maio, a rappresentare l’esile opposizione interna. Prima Elena Fattori, poi Paola Nugnes, infine Virginia La Mura, fanno mettere a verbale il loro sì al processo per Salvini: “Nel nostro Dna c’è il rispetto della giustizia, e vige il principio della sottomissione di ciascuno alla legge. Noi abbiamo le cinquestelle nel cuore”. Cinquestelle? Al banco del governo, mentre Salvini con la penna rossa corregge e lima il suo discorso, che pronuncerà tra gli scranni del suo gruppo politico, perfino emozionandosi, è presente solo Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti col Parlamento. E Di Maio dove diavolo è? Impegnato con Rocco Casalino, questo si dice. Rocco illustra la mossa: cestinare Marcello De Vito, infilare il suo nome nel tritacarte affinché nemmeno l’ombra di una consonante a lui appartenuta sia leggibile. E Di Maio provvede, nella magnifica anarchia delle regole, a far fuori extra ordinem il corrotto e restaurare il lindore perduto.

La nemesi è completa. I Cinquestelle, già discretamente abbattuti per aver dovuto assicurare sostegno all’alleato che gli sta mangiando i voti, liberano Salvini mentre incarcerano uno di loro. “È orribile l’ipocrisia di questa gente, di tipi come Giarrusso”, dice Anna Maria Bernini, che guida i berlusconiani d’appoggio a Salvini. “Sarà un problema anche per noi del Pd se i 5S diverranno i nuovi naufraghi politici. Abbiamo bisogno di tempo per tornare a essere competitivi, ma Di Maio reggerà?”, chiede Anna Ascani che è appena stata a colloquio con Zingaretti, il suo nuovo segretario.

La sera scende, la faccenda si complica un po’.

Da: Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2019

 

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