SALLUSTI AVVISA SUL “GIORNALE”: FARETE LA FINE DI FINI. ALFANO: “IL METODO BOFFO CON NOI NON FUNZIONERÀ”. POI S’AFFLOSCIA DI FRONTE AL CAPO E A TARDA SERA AZZARDA: GRUPPI AUTONOMI
Il quid ribelle sembra essersi afflosciato come un soufflè. Testimoni oculari descrivono Angelino Alfano non proprio giubilante ma “con un volto abbastanza rilassato, di chi ha ottenuto il suo e si dichiara sazio. No, non mi è parso guerrigliero”. Dunque siamo alla straordinaria repentina e per certi versi inattesa retromarcia di quel che solo ventiquattro ore fa appariva come la più cruenta delle prove di scacco al Re.
IL RE È SALDO e ha parlato in una stanza muta. Sul lastrico, letteralmente, solo Fabrizio Cicchitto che, alzando la mano per chiedere conto (“bisognerebbe aprire il dibattito”), si è sentito rispondere da Brunetta e Schifani: il dibattito no. Ricapitolando: i ministri fuggitivi sono stati ripresi dal gruppo, lasciando alla mercè dell’inverno soltanto Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin, divenuti un peso insopportabile e dunque scaricati. Fuoco e fiamme, colpi di cannone e tanta attesa per l’annuncio traumatico di Angelino: sarò diversamente berlusconiano. Si sta appurando (ma solo oggi ne potremo avere convalida) che il “diversamente” consisteva essenzialmente in una ingiunzione di sfratto interna: “O me o la Santanchè”. La riduzione della pitonessa a piccione affamato è stato il boccone ritenuto prelibato che il Cavaliere ha fatto assaggiare al segretario del partito: “Daniela non conta niente”. Alfano, affinché si intendesse chiaro che non scherzava, aveva preso a bastonate, prima di raggiungere palazzo Grazioli, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti indicando il suo editoriale di ieri, in verità morigerato rispetto al solito, come irricevibile: “Se pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro movimento, si sbaglia. Se intende impaurirci con il paragone di Fini sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne. Se il metodo Boffo ha forse funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi che eravamo accanto a Berlusconi quando Sallusti lavorava nella redazione che divulgò la notizia dell’informazione di garanzia al nostro presidente durante il G7 di Napoli nel 1994”. UN VIOLENTISSIMO ceffone sganciato da tutti i ministri ha lasciato stordito Sallusti. “Sono allibito” ha risposto e ha dovuto attendere tre ore prima di riaversi e capire. Lui è il fidanzato di Daniela, e suo supporter. Ore che anche Enrico Letta ha trascorso tribolando non poco. Quelle parole, dure come pietre, erano l’antipasto dell’addio? E qui telefonate, incontri, conciliaboli. Finché è atterrato a Roma Silvio B. I soliti occhiali neri sudamericani ma con una vistosa macchia di colore sulle spalle: era Dudù, il cagnolino di Francesca in trasferta, tenuto al petto dal leader supremo per segnare la storica giornata. Tutti in attesa, tutti all’ascolto. Per le cinque assemblea dei gruppi. Redde rationem, i ribelli che dichiarano l’insubordinazione, le truppe che si infittiscono. Scene di guerra, e nell’attesa ogni piccolo avvistamento della dimensione guerresca è parso chiaro e valutato come tale. Schifani, solitamente inerme, inchiodava Cicchitto con roteanti gesti dell’avambraccio, un chiaro e fisico movimento antagonista. Assoluta novità. Come l’anteprima di un match, l’area del riscaldamento era affollata. “Io so che la nostra base non condivide l’idea della crisi anticipata. E se Alfano pone in atto la distinzione, beh capiremo tutti che c’è una gran quantità di gente che gradisce. Domani è il giorno della verità”, diceva il siciliano Giuseppe Castiglione. Sì vero. Oggi è il giorno della verità, ed è possibile che il soufflè afflosciato ritorni gonfio. Possibile ma non plausibile. Il mutismo della truppa era tale che Antonio Razzi, il compagno di Scilipoti, l’immortale duo della responsabilità, chiosava: “Non siamo eletti, non abbiamo voti. Siamo indicati dal leader e siamo qui per ricevere ordini da lui. Quel che dice noi faremo”. B. ha detto: “Cari amici, i panni sporchi si lavano in famiglia”. Forse ci sarà bisogno di un’autoclave ma è certo che tutti hanno annuito. Che nessun ministro ha alzato il dito, che della squadra dei ribelli una parola non s’è levata. Sullo sfondo, certo, il regolamento dei conti interni era stato avviato, e la Santanchè con gli occhialoni scuri (ieri davvero in una mise contundente), il falso mite Biondi e il dinoccolato Ghedini (la banda dei tre) sono arretrati nelle posizioni. Altri erano gli impegni e “legittime le aspettative” di Enrico Letta di guardare un altro film. Invece anche lui con un pugno di mosche in mano. Alfano sembra allora rientrato nella cornice del quid (anche se in tarda sera avrebbe provato un colpo di reni azzardando in un duro faccia a faccia con B. l’ipotesi di gruppi parlamentari separati) a formare un opposto terzetto con i suoi colleghi di governo dimissionari e intransigenti a parole (su tutti Lupi e De Girolamo) che un burlone forzista (in effetti i berlusconiani sono sempre i più spiritosi) ha definito: “Ecco Quid, Quo e Qua”. Oggi capiremo in via definitiva se la guerra è vera o una fiction di Mediaset. da: Il Fatto Quotidiano, 1° ottobre 2013

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