Gaetano Manfredi: “Io, ministro invisibile che fa le cose giuste, ma non sa raccontarle”

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
18-02-2020 Roma

La distanza che separa l’apparenza dalla realtà coincide esattamente con la figura di Gaetano Manfredi, ingegnere, docente di tecnica delle costruzioni, e per ventura anche ministro dell’università e della ricerca. Qualcuno di voi lo conosce? Ricorda il suo nome?

Ministro, lei è sotterrato nei piani bassi dei volti noti benchè vanti più opere che parole.

Lo sto capendo solo adesso di questa mia particolare fortuna.

Professor Manfredi, se non appare non esiste.

Finora ritenevo che fosse opportuno comunicare con sobrietà le decisioni prese, i provvedimenti approvati. Invece prendo atto che la leva dell’annuncio è formidabile.

Non è social, non è televisivo, non è polemico, non è un politico. Dunque non esiste.

La mia parte la sto facendo. Abbiamo già immesso in organico 1600 nuovi ricercatori. È una piccola ma bella brova di concretezza.

Tutti oggi parlano – anche ossessivamente – di istruzione. I nuovi saperi, l’età della conoscenza digitale sono i pilastri del Recovery fund. Lei sarebbe il più titolato a intervenire, però resta silente.

Così appare, ma così non è

Ministro, sa che esiste solo ciò che appare? Mica è necessario che la realtà lo dimostri?

Ecco, la mia difficoltà è quella che lei mi mostra. Penso sempre di evitare le suggestioni.

Ci sono altri provvedimenti che portano la sua firma?

Ai 1600 ricercatori già assunti se ne aggiungeranno dal 1 gennaio prossimo altri 4400. Non mi sembra un dato secondario, visti i tempi. La ricerca riprende il suo cammino.Continue reading

“Propongo, indago, poi sondo gli italiani. Sono il grillo parlante”

La direttrice di Euromedia Research Alessandra Ghisleri

Siamo sondati, anche profilati, spesso e impropriamente “marchettizzati” in una incessante attività di analisi cognitiva.

Alessandra Ghisleri è un po’ la regina dei sondaggisti. Con il suo sguardo affilato è medico impietoso dei vari pazienti che accorrono al suo capezzale per farsi curare.

“Io sono il grillo parlante”.

Chissà quanto dolore darà.

Ho incontrato personalità che avevano in animo un cambio a volte anche radicale di linea politica.

Erano così stressati e perdenti che volevano capovolgere tattica e strategia?

Avevano bisogno di capire quanto avrebbero guadagnato e quanto invece perduto da un nuovo posizionamento.

Lei ha auscultato il paziente in debito d’ossigeno, ha riposto lo stetoscopio in tasca e poi ha fatto diagnosi e terapia.

Ho spiegato i rischi, quando valutavo – alla luce delle nostre ricerche – che il cambio potesse nuocere. In altri casi ho illustrato modalità espressive, riposizionamenti tattici e tematici che avrebbero potuto agevolare il proposito.

Ha indicato la strada.

Capire cosa comunicare e come farlo è essenziale. Conoscere il tuo universo di riferimento è la precondizione.Continue reading

Il Covid e l’ossessiva richiesta di misurarci anche la febbre. Ma scarseggiano i governanti magici a cui chiedere subito il mondo nuovo

Di fronte all’evento più imprevedibile e incerto che il nostro mondo ricordi, questo virus misterioso e subdolo, dagli effetti letali, non facciamo altro che chiedere regole certe, indiscutibili. Chiediamo allo Stato, del quale abbiamo scarsissima stima, di adempiere in nostra vece alle incombenze anche elementari di vita quotidiana. Misurarci la febbre, per esempio. Misurarla ai nostri bambini, per esempio.

È in corso un transfert ossessivo delle nostre paure, una ribellione sorda al rischio, che ogni giorno purtroppo corriamo e dal quale nessuno può difenderci oltre una certa soglia.

La malattia di Silvio Berlusconi, che pure aveva imposto a sé stesso e ai suoi amici regole ferree per tenerla lontana, dà la misura della fragilità della nostra vita.

Basterebbe, ora che anche l’altra sua figlia Marina, dopo Eleonora e Luigi, è risultata positiva al Covid, che ci convincessimo che come non ci sono pillole e ospedali della salvezza eterna, così scarseggiano anche governanti magici ai quali chiedere, in quattro e quattr’otto, il mondo nuovo.

Da: ilfattoquotidiano.it

A Chiaromonte mister Banfield non ha capito nulla

Su questo sperone di roccia che domina la valle del Sinni, prima che la Lucania divenga Calabria e la catena del Pollino unisca i corpi e i dialetti, da più di sessant’anni si patisce lo stigma dell’immoralità. Anzi, della “amoralità”. Da quando cioè, e si era nel bel mezzo degli anni cinquanta, un sociologo americano, Edward Banfield, approdò a Chiaromonte, grazie alle indicazioni della moglie, l’italiana Laura Fasano, e di alcuni amici, tra cui il meridionalista Manlio Rossi Doria. Venne per studiare l’Italia del sud, affamata dalla guerra. L’Italia contadina, nascosta e con la schiena piegata, lontana da Roma e lontanissima da Milano. L’Italia perduta. Tre anni di soggiorno, “ma senza mai imparare la lingua. Parlavamo, la moglie traduceva, lui appuntava”, ricorda Giovanni Percoco, il maestro del paese, la memoria colta e lucida, anche oggi che gli ottant’anni sono stati raggiunti, della comunità, “ma secondo me ci capiva poco”.

Quando Banfield tornò in America l’università dell’Illinois gli stampò la ricerca che poi venne tradotta in Italia: “Le basi morali di una società arretrata”. E nella ricerca quel concetto, appunto lo stigma, col quale bollò Chiaromonte, che nel libro chiamò Montegrano: “Il paese del familismo amorale”.

Non c’è senso comune del bene comune, non c’è responsabilità collettiva, ma solo interesse privato, solo custodia degli averi della propria famiglia. Anzi della supremazia della Famiglia. Oltre lo Stato, prima ancora dello Stato. Ogni regola piegata a questo principio, ogni azione a questa convenienza. Nessuna moralità pubblica, ma solo virtù privatissime e svergognate.Continue reading

Plexiglas, discoteche: “Lobbisti somari e colpe della stampa”

ANSA/Andrea Fasani

 

 

Molti soldi già spesi, moltissimi altri da spendere. E dunque: piatto ricco mi ci ficco. La pandemia sta producendo una leva straordinaria di lobbisti che – arruolati in tutta fretta – mostrano però segni inequivoci di competenze ora confuse ora approssimate. La nostra conversazione con Pier Luigi Petrillo, docente di teoria e tecniche del Lobbying alla Luiss, prende in esame l’esito sfortunato di alcune azioni di dirottamento della spesa pubblica. Vengono anche rilevate però soluzioni vincenti di pressione.

“Mi faccia dire che la rappresentanza degli interessi diffusi non solo è legittima ma, se condotta con trasparenza, aiuta il decisore politico ad allocare nella giusta misura le risorse finanziarie”.

Professore, qui prendiamo in esame i lobbisti che zoppicano. La sua dev’essere una sintetica lezione di recupero.

Il più clamoroso tonfo mi sembra possa annoverarlo l’industria del plexiglas.

Fantastico quel cubo di plastica trasparente posizionato sulla spiaggia dove rinchiudere i bagnanti e farli arrostire.

Non è da meno il cubo scolastico. Plastica a scuola più che libri.

Idee fuori dalla realtà accreditate come plausibili.

Per accreditarle come tali c’era bisogno di una seconda figura di riferimento: il giornalista. Il disegno dell’architetto anonimo che immagina il plexiglas al posto dell’ombrellone viene ospitato, e dunque reso plausibile, dai mezzi di informazione. Le ragioni possono rinvenirsi prevalentemente in una connessione diretta tra lobbismo e giornalismo. Altre volte la battaglia politica o la linea editoriale sviluppa sull’idea eccentrica una campagna d’opinione. Più estrema e sconveniente appare, meglio è per chi la contrasta.

In quel caso si voleva vendere il plexiglas.

Il naufragio è stato causato da un lavoro lobbistico lacunoso che ha proposto soluzioni impraticabili a problemi veri, come il distanziamento in classe e nei luoghi di ritrovo.Continue reading

Al Bocelli negazionista non bastano neanche 35mila morti

 

Forse è l’enormità del numero dei morti, trentacinquemila solo in Italia, a farci pensare che rifiutare il mistero di questo virus misterioso sia un modo sapiente di governarlo, gestirne gli effetti anche psicologici, tenere a bada la paura e anzi allontanarla da noi. Forse è anche l’impellenza della politica di trovare un ruolo per chi è all’opposizione a scegliere, come terreno di scontro, il virus. Cosicché, ora che si avvicinano le elezioni, si potrà stare di qua o di là. Chi col governo per dire che è pericoloso e mortale e chi con l’opposizione per statuire il contrario? Dovevamo giungere a questo punto, anzi a questo livello e sentire da un uomo fortunato e di talento indiscusso come Andrea Bocelli che nemmeno uno dei suoi migliaia di amici in tutto il mondo è finito in terapia intensiva. E dunque: il virus è davvero così pericoloso?
Bocelli queste sue incredibili affermazioni le ha pronunciate nel palazzo del Senato, l’istituzione che in questi mesi ha ratificato, deliberato, commentato, approvato decine di misure di limitazione della libertà personale come estrema tutela della salute pubblica. La discussione sul diritto supremo alla libertà personale o la legittimità della sua compressione quando in gioco è l’integrità del nostro corpo, non poteva finire peggio. Con Vittorio Sgarbi alla presidenza del convegno dei “negazionisti” a redigere la Costituente del no, e Matteo Salvini in platea a rifiutare di indossare la mascherina come prova principe che egli – non a caso – è il capo dell’opposizione parlamentare.

I trentacinquemila morti non li conosciamo più. Sono seppelliti ormai. E non ricordiamo neanche la prova empirica, visiva, fattuale, delle conseguenze di chi si è avventurato a impartire lezioni di disubbidienza civile. Boris Johnson, il primo ministro britannico, è stato a un passo dalla morte, Bolsonaro, il presidente demagogo del Brasile, si è infettato e si è rivolto alla scienza, contro la quale faceva singolare opposizione, per non finire nel luogo, appunto il reparto di terapia intensiva, del suo collega inglese. Non ci basta la scienza, che pure ha difficoltà a illustrare i confini di questa malattia, non basta la realtà dolorosa ed estrema di cui siamo stati spettatori, non basta il principio di precauzione al quale dovremmo far ricorso. Non ci basta più nulla. Siamo semplicemente stufi di usare la ragione.

Da: ilfattoquotidiano.it

Benedette le condizionalità sul Recovery Fund: adesso dimostriamo di saper spendere più di 200 miliardi in tre anni

 

Benedette le condizioni, io dico. Perché i soldi arriveranno, e saranno tanti. Più di 200 miliardi da spendere entro il 2023. Una enorme massa da investire in tre anni soltanto. È questo tempo che dovrebbe metterci ansia, impaurirci davvero. Perché in tre anni spesso non riusciamo nemmeno ad appaltare un’opera, forse neanche a rendere esecutivo un progetto. È la dimensione del tempo, il valore che diamo al tempo, e anche la responsabilità nel renderlo efficiente la più grande ipoteca alla riuscita del Recovery Fund, lo strumento europeo di emergenza per resistere alla crisi e superarla.

La mestizia o la preoccupazione con la quale passiamo in rassegna le cosiddette “condizionalità”, il controllo appunto di come spendiamo i quattrini, è assai singolare. Mica ce li danno per fare tutti una grande festa? Magari una gita a Formentera? E il fatto che una parte di essi (81 miliardi di euro) siano a fondo perduto impone ai nostri soci di capire come la solidarietà europea verrà impegnata. Obbliga noi nei loro confronti, come ciascuno dei Paesi nei confronti della comunità.

Benedette le condizioni, perciò. Non dovremmo preoccuparci di spendere i soldi secondo gli impegni e gli obiettivi indicati a Bruxelles. Non dovremmo avere nessun timore da un controllo, se esso naturalmente non divenga ostruttivo.

Il terrore mio è che gli italiani debbano essere impauriti da se stessi. Dalla cronica incapacità di onorare gli impegni, di rispettare i tempi, di abbandonarsi alle furbizie (o peggio alle bustarelle) che tanto peso hanno avuto nella dimensione civile della nostra storia contemporanea.

Il problema siamo noi. E la soluzione al problema siamo sempre noi.

Meglio che ce lo diciamo adesso. E meglio, molto meglio, faremmo a non trovar scuse domani.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Autostrade, il diritto del governo di revocare la fiducia: finalmente qualcuno paga

 

Quanti anni indietro dobbiamo tornare per rammentare un governo che impone a un grande gruppo industriale e finanziario di assumersi le responsabilità delle proprie azioni e omissioni? Non ce lo ricordiamo, purtroppo. Dobbiamo fermarci ai governi di Amintore Fanfani negli anni del grande boom industriale? O andare ancora più indietro e fissare l’obiettivo al secondo dopoguerra? Perché questo è il punto. Comunque la si pensi di Giuseppe Conte, e spesso non fa pensare bene, la decisione del consiglio dei ministri, terminato qualche ora fa, che estromette i Benetton dal controllo di Aspi, escludendo i capitani d’industria veneti (capitani coraggiosi, eh?) dal diritto di sedere nel consiglio di amministrazione, sancisce un principio sconosciuto in Italia.

Che cioè il governo ha diritto di chiedere conto. E ha diritto di revocare la fiducia nei confronti di chi gode di una concessione pubblica, se ne ricorrano le condizioni. E c’è qualcuno che può difendere l’operato di Aspi? Qualcuno che possa negare che la società concessionaria della maggioranza della rete autostradale italiana abbia goduto di condizioni di assoluto, straordinario e illegittimo favore? Qualcuno che possa negare che dalle tariffe i Benetton come gli altri soci abbiano ricavato profitti esagerati senza curarsi di investire il minimo sindacale in sicurezza?

Il fatto che per prenderne atto siano dovute morire 43 persone sotto il peso del ferro arrugginito e del cemento divenuto sabbia del ponte Morandi, misura la forza del cosiddetto capitalismo di relazione, la vastità della rete di solidarietà, quando non proprio di connessione.

Perciò oggi è un buon giorno. Perché finalmente, e per la prima volta, qualcuno è chiamato a prendersi la responsabilità e in qualche modo a pagare.

 

Da: ilfattoquotidiano.it

Ponte Morandi, la gestione ad Autostrade è una beffa: la lobby che la protegge è legata ai partiti e il Parlamento non ha cambiato norme

 

È allarmante che solo Cinquestelle e Leu scelgano di stare dalla parte della logica. Può chi ha operato con colpevole e continuata negligenza essere chiamato – seppure in una forma provvisoria e condizionata – a gestire di nuovo il ponte? Non sono solo i 43 morti di Genova ad essere offesi da questa scelta, ma chiunque creda nel senso minimo e persino naturale della giustizia.La concessione provvisoria, come scrive la ministra De Micheli, è obbligata dalla legge. Non si sarebbe potuto fare diversamente stando così le cose. E perché le cose stanno così? Perché in tutti questi mesi il Parlamento non ha provveduto a cambiare la normativa che oggi impone questa beffa, questa ingiustizia così grande? Dovrebbero dirlo tutti quei partiti, a parte i Cinquestelle e Leu, che in modo gattopardesco hanno sostenuto le ragioni della concessionaria, impossibili da condividere, incredibili da spiegare. Perché il punto non è naturalmente la garanzia che i lavoratori di Aspi avrebbero comunque avuto diritto alla conservazione del posto, ma il principio di responsabilità, quello di giustizia, il senso collettivo di restituire all’Italia, che da quella catastrofe ha subito un danno enorme, l’onore prima ancora del risarcimento del danno.

La verità, purtroppo, è semplice e amara: la lobby che in qualche modo ha steso una rete di protezione intorno ad Aspi, la società dei Benetton, è assai più potente del potere costituito e si dirama, attraverso robuste connessioni, dalla maggioranza all’opposizione.

PdForza ItaliaItalia Viva, e persino Lega e Fratelli d’Italia hanno sonnecchiato, curando che la pratica in qualche modo non inguaiasse più di tanto i responsabili del guaio. Motivazioni di natura economica (il ristoro per miliardi di euro al concessionario in caso di revoca anticipata) ha coperto la scelta di dire e non dire, fare e non fare.

Il tempo è passato e oggi siamo qui a commentare questa beffa.

Da: ilfattoquotidiano.it

Coronavirus? È finito per nostra decisione. Polemiche sulle mascherine e ora nessuno le compra più

 

Ma quanto siamo sbruffoni noi italiani? Che rispetto abbiamo delle parole che noi stessi diciamo, delle paure che noi stessi avanziamo, delle richieste, petizioni, raccomandazioni, a volte vere e proprie suppliche? Abbiamo iniziato massacrando il commissario all’emergenza Domenico Arcuri, colpevole di non farci trovare le mascherine. Poi colpevole di aver obbligato il libero mercato (sic!) a vendere a cinquanta centesimi ciò che ne costa sedici. L’abbiamo chiamato in tutti i modi, in una villania pari solo alla nostra irresponsabilità. Insulti, dileggio, qualcuno (il famoso Codacons?) scommetto l’avrà anche denunciato per procurato disastro. Erano i giorni in cui tutto il mondo le cercava senza trovarle. Adesso stanno su tutti gli scaffali, al prezzo giustamente calmierato. E qual è la novità? Nessuno le compra più. Non servono più! Tracollo delle vendite, dicono i farmacisti. Ieri urlavamo di paura, oggi sghignazziamo felici, tanto è tutto passato.
È finito il Covid per nostra decisione, ma fino a ieri l’altro ci pareva incredibile che il governo non avesse provveduto a una seria indagine epidemiologica. Capire quanti – asintomatici e no – fossero entrati in contatto col virus. È stato finalmente incaricato l’Istat di provvedere a formare un campione di 150 mila concittadini, rappresentativi dell’intera popolazione, sul quale fare il test. In due mesi non si è riusciti a realizzare l’indagine. Il telefono squilla a vuoto, anche quindici volte allo stesso numero. In due mesi a malapena 90mila hanno risposto, poco più della metà. E i reagenti che l’Istituto superiore della sanità aveva ottenuto gratis da una casa farmaceutica scadono il prossimo 10 luglio. Indagine azzoppata, test buttati, tempo sprecato, soldi bruciati.E Immuni? Il sistema di contat tracing così caro alle nostre vite, noi che siamo sempre con lo smartphone in mano e facciamo tracciare dalle grandi piattaforme anche la posizione esatta del bidet, siamo divenuti improvvisamente diffidenti. La Meloni e Salvini avvertono: “Attenti, ficcano il naso nella nostra privacy!”. Dopo due mesi solo due milioni e 400 mila hanno scaricato l’app. In Germania sono oltre quindici milioni. Altri soldi sprecati, fatica bruciata, ingegno mandato al macero e soprattutto sistema di difesa dal virus reso inefficace.

Ma se siamo così inattendibili, così enormemente incapaci di tenere un comportamento minimamente coerente, di tener fede alle nostre stesse promesse, perché dovremmo essere credibili quando invochiamo aiuti economici, denunciamo una crisi inarrestabile e paurosa, supplichiamo l’intervento urgente dello Stato?

Perché il governo dovrebbe essere migliore di noi che l’abbiamo scelto apposta uguale a noi?

Da: ilfattoquotidiano.it