L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027). Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono. Renzo Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.

Già, come mai? E perché non li aiutiamo a casa loro?

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perchè la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro.

Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

da: ilfattoquotidiano.it

Pochi tra voi acquistano il giornale per capire, approfondire, documentarsi. Sembra una fatica inutile, abituati come siamo a guardare ma non a leggere, una spesa inutile dal momento che c’è il tuttogratis di internet, o perfino dannosa (i giornalisti pennivendoli eccetera). Molti tra voi si accontentano di leggere, sminuzzate, ridotte per sintesi o per spot sguaiati, le ultime novità politiche sulle quali apporre il timbro di un giudizio e – se manca – del pregiudizio. Che in questi giorni è: “Sono tutti uguali”.

Perché invece non è così? Chi scrive ha subìto lo sconforto dei molti che hanno visto, negli ultimi arresti per la costruzione dello stadio di Roma, l’immarcescibile abilità di accorciare con una mazzetta la lunga fila delle regole. Allo sconforto è seguita l’indignazione di chi aveva riposto nel nuovo corso una speranza e l’esultanza di chi quel nuovo corso aveva disistimato dall’inizio, prefigurando invece nuove disgrazie.

Gli esultanti e gli sconfortati, guerreggiando, hanno perso di vista tre rilevanti novità.

La prima: un politico del Pd, l’assessore comunale all’urbanistica di Milano, ha rifiutato ogni offerta dagli emissari del costruttore Parnasi. Pierfrancesco Maran, autore del rifiuto, è stato addirittura additato come un eroe e giustamente si è guadagnato una menzione speciale. Perché eroe? Perché nessuno di noi crede possibile un simile gesto ritenuto oramai contro il principio di realtà e contro la natura stessa delle cose.

Questo pregiudizio ci ha condotti a un’altra alterazione della realtà: nessuno si è mostrato sorpreso che a Roma un esponente del Pd e uno di Forza Italia siano rimasti coinvolti nel traffico di influenze, chiamiamolo così. Come se fosse naturale, persino per gli elettori del Pd e di Forza Italia, che i loro rappresentanti si innamorino di ogni sorriso e portafogli.

Terza novità: abbiamo assunto come definitiva la collocazione nel regime dei corrotti dei Cinquestelle. Una deduzione che ha reso felice chi attendeva la validazione del suo teorema, e disturbato chi invece, grazie al teorema opposto, riteneva che i cattivi, i corrotti fossero solo di là.

Queste considerazioni ci hanno fatto perdere di vista tre importanti novità.

La prima: i Cinquestelle non possono permettersi in alcun modo di trovarsi invischiati in situazioni di malaffare, pena la loro immediata esclusione dal gioco politico. Simul stabunt, simul cadent. La loro ascesa è dovuta a una dichiarata diversità, la loro discesa sarà l’effetto immediato dell’omologazione. Quindi hanno un interesse particolare, direi fondativo, a reagire con nettezza. E saranno tanto più netti quanto più percepiranno, come in questo caso, un clima di indignazione o di disillusione che li chiama alle proprie responsabilità.

L’errore opposto, che è di coloro che avversano i Cinquestelle, è di ritenere eroico e solitario il comportamento del loro assessore milanese e dirigere la propria indignazione non verso i corrotti del partito che difendono ma verso i (falsi?) onesti del partito che avversano.

“Così fan tutti” è perciò un modo per celebrare la sconfitta sistematica del bene sul male, la morte civile di ogni passione, di qualunque idea, di qualsiasi progetto.

A me sembra che non sia così, almeno non sia ancora così.

Indignarsi, continuare a farlo anche nei confronti del proprio partito o movimento se i buoni propositi non sono seguiti dai comportamenti necessari, sarà sempre un sentimento positivo, necessario, concludente.

La politica ubbidisce alle leggi della fisica. Più severa e certa e documentata è la vigilanza e la pressione dell’opinione pubblica meno saranno coloro che riterranno l’impunità come indiscutibile.

Più severi sarete nelle urne, dove dare fiducia o toglierla è espressione del principio democratico di scegliere il migliore per farsi rappresentare, più trasparenti e degni saranno i nomi che i partiti candideranno.

Malgrado tutto, tutto passa per le vostre mani, per le nostre mani.

Unte le loro, unte le nostre. Pulite le loro, linde le nostre.

da: ilfattoquotidiano.it

Roma ladrona ricompare e, curiosamente, rovina sul vestito blu ministeriale di Matteo Salvini. Ora si ritrova tra le mani l’assegno di 250 mila euro che Luca Parnasi, da buon investitore, ha destinato alla Lega. “Lo conosco come una persona perbene”, ha detto ieri il ministro. E non dubitiamo affatto. Come non dubitiamo che Parnasi abbia investito bene, “spendendo un po’ per le elezioni”, come pure ha commentato con i suoi quando ha deciso di stornare alla politica un po’ di quattrini, che del resto per l’azienda è tradizione antica e si immagina parecchio remunerativa.

È sempre possibile, perché le vie del Signore sono infinite (e il nostro Matteo ha innalzato il Vangelo a suo compagno di viaggio), che il costruttore romano sia apparso ai leghisti come un improvviso e assai fervente sostenitore di Alberto da Giussano ma purtroppo per Salvini la professione di fede fa un po’ ridere. Fa invece riflettere che il costruttore romano abbia messo la sua fiche sulla Lega. E doppiamente pensare che quella fiche Salvini l’abbia accettata.

Tutto torna e la storia ancora si ripete. Era il 7 dicembre 1993 quando un altro tesoriere, si chiamava Alessandro Patelli, raccolse una busta contenente 200 milioni di lire da Carlo Sama, presidente Montedison. E quei soldi, tutti in nero, Umberto Bossi si affrettò a restituirli ma non bastò a evitargli una condanna a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.

Oggi Salvini deve ripetere il gesto del suo antico e perduto leader. Certo, i soldi di Parnasi sono iscritti a bilancio della sua società (Pentapigna srl) e l’erogazione è legittima dal punto di vista giuridico. Politicamente invece suona come una resa al vizio antico di predicare bene eccetera eccetera. Salvini, già che si trova in tema, approfitti e indichi i nomi degli altri donatori che hanno scelto di inviare soldi all’associazione Più Voci, la onlus destinataria dei bonifici. E già che c’è spieghi se la Lega ha ancora in cassa le azioni di General Electric, della spagnola Gas Natural, di Mediobanca, di Enel, Telecom, Intesa San Paolo. Se abbia venduto o ancora possiede il corporate bond da trecentomila euro di Ancelor Mittal, la multinazionale che ha appena acquistato l’Ilva.

Matteo Salvini con le parole ha costruito un mondo. Ne usi qualcuna per spiegare se ha investito (lui o i suoi predecessori) o perché non abbia disinvestito. E ne usi qualche altra per illustrare la distanza che separa l’apparenza, il leader che attacca le multinazionali, il lombardo che mangia italiano, beve italiano compra sempre italiano, e poi la realtà.

Un movimento che acquista azioni del capitale ostile e aggressivo, che raccoglie donazioni da costruttori parecchio affamati, che arruola gente dal passato opaco.

Spieghi con un tweet. O forse con due. O anche con tre. Non prima di aver compiuto l’unica scelta possibile: andare in banca e bonificare sul conto della Pentapigna srl, società detenuta al 100% da Luca Parnasi, i 250 mila euro con questo messaggio: grazie, ma sono troppi soldi e la gente mormora…

Da: Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2018

E se al posto di migranti affamati sull’Aquarius ci fossero stati tanti gattini, spauriti e desolati? Avremmo avuto la stessa reazione oppure un moto ondoso di proteste si sarebbe levato?

La riflessione su questo strano tempo e sulla gerarchia del nostro impegno, del nostro senso civico, sulla molla che ci fa scattare e su quella che invece ci fa addormentare è della regista Francesca Archibugi. Che scommette: ci fossero stati gattini la nostra rabbia, per vederli tenuti al largo come plichi da restituire, sarebbe salita fino a divenire un urlo collettivo.

Ma ci sono uomini purtroppo su quel barcone, e per di più neri, affamati, desolati forse ammalati, certamente impauriti. E loro saranno il trofeo della nostra supremazia, la prova della nostra intransigenza finalmente!

Noi non abbiamo occhi per vedere tanti nostri amici, magari conoscenti, magari rispettabili imprenditori che di tanti clandestini fanno uso e abuso, come fossero animali randagi, per tenere alta la rendita del capitale e annullare il valore del lavoro. Con i clandestini, e con chi sennò?, si possono raccogliere le arance, i pomodori, l’insalata, le fragole pagando ciascuno tre, cinque o anche – ma proprio se si è generosi – quindici euro al giorno, e tenere competitivo il prezzo degli ortaggi. I clandestini possono sopravvivere nelle stalle, nelle tende, nei casolari sgarrupati. I clandestini non hanno bisogno del medico, delle ferie, della domenica di festa, del sindacato, di una mamma, di fare l’amore, di lavarsi, di bere, di nutrirsi bene.

I clandestini che oggi rifiutiamo sono gli stessi che fino a ieri ci sono serviti nelle concerie, nell’allevamento del bestiame, nell’industria dell’accoglienza. Però ora basta!

Se fossero gattini e non clandestini allora sì che faremmo la rivoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Vicenza

Il suo pane, amore e fantasia è, va da sé, Olio, acciaio e fantasia. È il titolo del suo memoriale. Ed è l’unica concessione, neppure vanitosa, alla curiosità altrui. È la storia di Nicola Amenduni – l’ingegnere dell’acciaio – che in tutti i suoi 100 anni, festeggiati il 4 aprile scorso, nei limiti della cortesia ha rifiutato onorificenze, cavalierati, titoli, scegliendo sempre la regola del “fare senza dire”. Ed è come il moto quasi perpetuo della sua idea d’industria: “Ho robotizzato il magazzino della Valbruna, un gioiello alto trenta metri, che preleva i prodotti d’acciaio che produciamo, prepara, prepara i pacchi sulla base degli ordinativi, carica gli autotreni al ritmo di quattro ogni quarto d’ora”.

L’apparentemente immobile ulivo millenario forgia ellissi e cerchi di centrifughe dinamiche. Come il celebre Profilo continuo di Renato Bertelli, capolavoro futurista, che Amenduni tiene sulla scrivania, al quinto piano del palazzo uffici delle Acciaierie: “Il dinamismo antiretorico del capo, vigile e insonne, che tutto vede e sorveglia”, per dirla con Marco Moretti.

Arrivato da Bari, Amenduni è il negro per eccellenza di Vicenza se a ripercorrere le pagine del suo libro “i difficili inizi vicentini” torna alla memoria la straordinaria Italia dei miscugli, quella che negli anni del dopoguerra, meticcia il meglio del sud col meglio del nord.

Un imprenditore di macchine oleari qual è lui arriva alla Valbruna per litigare col capo stabilimento – questioni legate alle commesse – e però fa amicizia con Ernesto Gresele, il proprietario. Lo invita a Bari per una vacanza e lì Nicola ne conosce la figlia Maria, anzi Mariuccia – ma anche Mariù come la chiama solo lui – se ne innamora e le chiede il permesso di corteggiarla.

Sono sul Lungomare Araldo di Crollalanza: “Giravamo per Bari”, racconterà dopo Amenduni a Marino Smiderle, “ci salutavano con deferenza e la mia futura moglie pesava che io fossi un mafioso”.

Li sposa padre Pio, è il 1957, ma il Sud del Sud dei Santi approda nella città del Palladio anni dopo quando Nicola, titolare della fonderia Michele Amenduni&C – specializzata nella fabbricazione di macchine per le olive – assume anche la guida delle Acciaierie Valbruna alla morte del suocero.

Nicola Amenduni, ancora oggi, ogni giorno, non manca all’appuntamento col lavoro. Dirige e decide le strategia di un’industria che s’avvale della presenza dei suoi figli: Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e Antonella. Tutti all’opera, nell’inossidabile acciaio del patriarcato.

da: Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Vicenza

Il Veneto non è più bianco e Vicenza non è più la sagrestia d’Italia. Eppure sembra ieri. Una piscina pubblica in città, proprio no: “Arrivano poi le ragazze col due pezzi e dove andremo a finire…”. Vicenza, dunque: “Più chiese che bar, ecco”.

È il prevosto del Seminario minore di Vicenza che parla. Pier Paolo Pasolini raccoglie le voci dell’a more in un documentario Rai. Intorno a lui la ressa di tonachelle. “Neppure la facoltà di Architettura serve, così tuonava il Vescovado”, ricorda oggi Roberto Floreani, pittore – erede di Umberto Boccioni – “e i democristiani di Mariano Rumor obbedivano ai preti: troppi studenti, troppo disordine!”.

MA IL GREGGE CATTOLICO emerge sempre più poco: “L’ultima volta alle primarie del Pd”, spiega Giovanni Diamanti, giovane analista di flussi che con altri colleghi partecipa all’avventura di YouTrend.

Nella prima afa della stagione, lungo via Lamarmora, ci sono tre boy-scout che non sembrano rifulgere di convinzioni religiose, piuttosto di ansietà sociale: accoglienza, solidarietà e Festival biblico. È quella miscela che per Elena Donazzan – assessore regionale al Lavoro, la donna che comanda un mondo tutto di uomini, quello della destra – “nel contesto cattocomunista, forgia la minoranza egemone in salsa progressista e buonista abile a far giocare sempre in difesa la maggioranza”.

NELLA VIVACE CAMPAGNA elettorale per il Municipio, a tre giorni dal voto col quale la Lega tenterà di conquistare l’ultimo lembo di centrosinistra in terra veneta, è dunque “il bianco che fu” a doversi “difendere” dal dilagare della parola d’ordine cattivista. È il metè a posto! intimato alla camionetta dell’Esercito dai signori in jogging serale, e sempre in fuga dai bivacchi ringhiosi degli spacciatori in sosta a Campo Marzo. Sono 903 i clandestini censiti in centro storico, la percezione è alterata rispetto all’effettivo “rischio invasione” e l’unico afro che rende nera la città bianca è quello di una celebre prima pagina de Il Giornale di Vicenza, il florido quotidiano di proprietà di Confindustria (una città dove, inaudito quasi, le edicole resistono). Ecco il titolo a tutta pagina: “Io, negro a Vicenza”. È un’intervista a un alto ufficiale di colore della base militare Usa (e non Nato), uno dei 13 mila statunitensi domiciliati a Del Din, la scintillante sede sorta –nel silenzio della Soprintendenza delle Belle Arti – al prezzo del massacro del pregiato compendio architettonico di Dal Molin, l’aeroporto degli anni 30, a risarcimento del quale la città, oggi, ha il mesto Parco della Pace.

Il Nero, dunque. E il Bianco.

È la bicromia messa in atto dal genio di Andrea Palladio, l’artefice della scenografia chimerica del Rinascimento vicentino che ancora oggi – come con Wolfgang Goethe nella sua tappa dell’Italienische Reise, davanti alla Basilica palladiana – fa dire a tutti: “È bellissima”.

E chissà la piscina. Anche Piovene, il conte Guido, nel maggio 1953, nel suo Viaggio in Italia – “un capolavoro che meriterebbe di essere studiato nelle scuole”, diceva Indro Montanelli –annota il dettaglio del bikini in agguato nella sua Vicenza. Oggi a Vicenza ci sono più bar che chiese. E ci sono ragazze in gamba come Chiara Mastrotto sedute ai tavoli del Caffè Garibaldi, in piazza dei Signori, per il meritato bicchiere della sera. È un vero capitano d’impresa, lei. È a capo di una conceria ad Arzignano e il distretto del pellame, qui, a differenza che a Prato, nella Toscana dei romanzi di Edoardo Nesi, cinesi non ne fa entrare e alza il Pil del bilancio d’Italia. “La Vicenza operosa e attiva”, dice Massimo Calearo come a presentare la città dell’eccel – lenza industriale dove il paron, spesso, ha una terza media, impara inglese, cinese e tedesco come niente, e con un euro investito ne ricava due. Già presidente di Confindustria in Veneto, ex parlamentare del Pd, Calearo è tornato adesso alla sua azienda di antenne e s’è fatto crescere una barba importante: “Le pinne che si vedono sulle Audi, le Volkswagen o le Volvo, le produciamo a Vicenza”.

È CITTÀ D’INTARSI, intagli e dorature, Vicenza. Una città dove se c’è una rapina il bottino è di cento chili d’oro. “Operosa, benestante, solida”, la descrive Marco Sofia, sociologo, al lavoro adesso in una società d’informatica. E però – prosegue – sempre “nel sottinteso maestoso di una fatica che dal settore tessile all’industria meccanica va incontro al mondo, tra i foresti, in quel traguardo che la porta a essere la seconda provincia industriale…”. Un traguardo che va a offrire un curioso esito: “È la seconda realtà industriale ma nessuna delle sue aziende – sottolinea Marino Smiderle, caporedattore del Giornale di Vicenza –, è quotata in Borsa”. Acciaierie, oro, cuoio. Vicenza, dunque, va tra i foresti. E i mille metri quadri della Diesel del pur bassanese Renzo Rosso in Fifth Avenue a New York, inaugurati all’indomani dell’11 settembre, a significare la solidità di questa terra anche a dispetto degli urti del mondo. I vicentini fanno impresa. E lavorano di fantasia. Come Alberto Zamperla, il giostraio. Detta così sembra facile ma lui ha costruito il parco divertimenti di Coney Island a New York dove risiede sebbene il quartiere generale della sua azienda – specializzata in macchine ad alta qualità d’ingegneria – sia ancora a Vicenza. L’internazionalizzazione è la cifra della città. Lino Dainese, da pochissimo ex proprietario dell’azienda Dainese – abbigliamento per motociclismo e moto mondiale – è oggi presidente del Centro Studi Internazionali Andrea Palladio, ed è l’ente di riferimento per gli studi di architettura del mondo in ragione di un ben preciso scopo commerciale.

Il Palladianesimo, infatti, è lo stile sempre in voga nell’area anglosassone – dall’Inghilterra all’India, fino

agli Stati Uniti – e il logo più noto, ormai, è proprio la Casa Bianca a Washington. C’è anche “l’oro del vin”, quello di Gianni Zonin. “Tutto di aerei privati e Caravaggio”, ricordano in città. Ed è la famosa tarasconata veneta del crac della Banca Popolare di Vicenza. È il tasto dolente: “Solo un vicentino poteva fottere i vicentini!”, sentenzia un mattacchione sapiente – è un lettore del Fatto – incontrato giusto tra le due colonne di piazza dei Signori. Giorgio Conte, ingegnere, ex vicesindaco, ride: “Ma per non farmi venire il sangue agli occhi”. Anche lui ha perso soldi con quel crac. Basta chiedere a qualunque passante – “Scusi, lei quanto ci ha rimesso?” – ed è un rosario che sgrana diecimila, ventimila, cinquantamila, centomila euro e ovviamente di più, oltre i milioni. La storia che grida vendetta è quella di Emilio, il beniamino di tutti – il conduttore dei bus di città – che va in pensione, viene convinto dal direttore della sua filiale a investire la liquidazione in azioni della BPV e perde tutto. Quello del crac – dice Achille Variati, il sindaco uscente del Pd – “è il cataclisma più grave capitato in città dopo i bombardamenti americani”.

TUTTI HANNO PERSO TUTTO, anche el can del pignataro. Fa eccezione Calearo: “Ma è il famoso fattore culo”, mette le mani avanti, “è il 2004 e Luca di Montezemolo mi chiede di entrare nel Cda di Unicredit, e mi salvo”.

I vicentini comprano online. Le signore navigano tra i trecento box con tutte le griffe del sito Sorelle Ramonda, “quelle delle tre sorelle di Montecchio che i milioni di euro” – scherza Floreani – “se li mettono nella tasca del grembiule ”. C’è sempre un fondo avaro in città, vero?

Lucrezia Marseglia, giovane logopedista, seduta ai tavoli del magnifico terrazzo della Basilica Palladiana, sfoglia il libro di Piovene e – nell’impregnarsi acerbo dell’olea fragrans, profumatissima – trova la risposta: È lo scontento del troppo bene”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2018

All’apparenza Giuseppe Conte è l’esatto esecutore, il grigio burocrate collettore delle volontà altrui. Un presidente del Consiglio ininfluente che è chiamato a dirimere il traffico di obiezioni e statuizioni.

L’apparenza potrebbe venire confermata dal secondo discorso da premier tenuto alla Camera. Vago da sembrare vuoto pneumatico, ecumenico fino all’arrendevolezza, con tanti luoghi comuni e tanti verbi coniugati al futuro: vedremo, faremo, concorderemo, spiegheremo, capiremo.

Tutta questa vaghezza però è sospetta. Perché Conte non si è tenuto alla larga soltanto dai punti più controversi e dibattuti nella coalizione, dove l’accordo non c’è e bisogna usare piedi di piombo, ma è stato prudente persino nel rivendicare i cavalli di battaglia del governo giallo-verde. Il reddito di cittadinanza, il no agli immigrati o l’espansione della legittima difesa li ha frullati al punto da scolorirli, poi – uno a uno – li ha posti dentro i vincoli della Costituzione riducendo le promesse a uno stato semiliquido, avvertendo sempre delle compatibilità, delle opportunità, delle coerenze.

La realtà, a ben vedere, è che Giuseppe Conte nell’esecutivo è colui che più agevolmente maneggia i codici e le leggi, e conosce meglio degli altri colleghi ministri le ostruzioni che i commi e gli articoli possono provocare, le vie lunghe per scansarli e quelle brevi per trovarseli nemici.

E alla guida nel mare periglioso della burocrazia ci sarà lui.

Insomma la realtà potrebbe di molto distanziarsi dall’apparenza e domani Giuseppe Conte, esecutore del Contratto, potrebbe rivelarsi un outsider, un giocatore che siede al tavolo e chiede di dare le carte. L’ambizione non manca al Prof. Avv. Conte, per adesso il Signor Contratto.

da: ilfattoquotidiano.it

Cinque ore seduto ma nemmeno un filo di sudore, un millimetro di pochette fuori posto, un capello esausto. E che dire della cravatta? Il signor Contratto è entrato nell’aula del Senato a mezzogiorno e ne è uscito a sera vidimato e infine approvato dal voto e prima ancora da settantotto applausi.

Le forme umane di Giuseppe Conte (Prof.Avv.) il presidente del Consiglio, o anche l’esecutore, il mediatore, il tecnico, “il collega cittadino” di questo strano governo gialloverde sono apparse per la prima volta nella veste ufficiale. Ha parlato cento minuti e più, tra discorso programmatico e replica, realizzando un primato: costringere Matteo Salvini, l’influente socio di maggioranza, a disabilitare la connessione con i suoi fan. Neanche un tweet. Fermo e muto. Conte ha illustrato i problemi del mondo, almeno quelli che sono dentro il suo programma, col taglio eloquente del democristiano di buona famiglia, del moderato con un occhio a sinistra, del politico perbene. A Luigi Di Maio è piaciuto un sacco. Conte ha spiegato che il reddito di cittadinanza non si può fare se non si riformano i centri per l’impiego, che la flat tax sarà progressiva, che bisogna difendere gli ultimi ma attaccare il business che conduce gli ultimi nelle nostre case. È stato equanime nella vaghezza, e ciò gli ha consentito di ben figurare. Ha aperto il discorso facendo deferenti saluti al presidente della Repubblica, già amico poi ex oggi di nuovo intimo, e l’ha chiuso ringraziando la senatrice a vita Liliana Segre per il suo monito ad avere memoria, a ricordarsi di cosa è stata la persecuzione razziale, un’enormità in cui l’Europa è finita dentro. Leggi tutto

C’è un modo per misurare i passi all’indietro compiuti in termini di civiltà, di conquiste del lavoro, di benessere, di dignità. Ieri è venuto a mancare Pierre Carniti, un sindacalista cattolico che i più anziani ricorderanno. Integro, devoto al suo mestiere. Un sindacalista vero e la Cisl, di cui Carniti è stato segretario, ne ricorda pochi di dirigenti della sua autorevolezza e onestà.

Bene, Carniti fu il promotore di un contratto nazionale che prevedeva anche 150 ore all’anno di studio per i lavoratori. La Confindustria, per sbeffegiarlo, chiese: “Ma volete forse che i lavoratori studino clavicembalo?”. Carniti rispose: “Sì, se vogliono studiare clavicembalo devono poterlo fare”.

Ecco, pensate a quanta dignità avesse il lavoro e quanto valore la vita del lavoratore e a quanta ne ha oggi.

da: ilfattoquotidiano.it