L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027). Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono. Renzo Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?”.

Già, come mai? E perché non li aiutiamo a casa loro?

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perchè la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è. Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business. In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo. Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che – lavorata – permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano. Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro.

Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

da: ilfattoquotidiano.it

Pochi tra voi acquistano il giornale per capire, approfondire, documentarsi. Sembra una fatica inutile, abituati come siamo a guardare ma non a leggere, una spesa inutile dal momento che c’è il tuttogratis di internet, o perfino dannosa (i giornalisti pennivendoli eccetera). Molti tra voi si accontentano di leggere, sminuzzate, ridotte per sintesi o per spot sguaiati, le ultime novità politiche sulle quali apporre il timbro di un giudizio e – se manca – del pregiudizio. Che in questi giorni è: “Sono tutti uguali”.

Perché invece non è così? Chi scrive ha subìto lo sconforto dei molti che hanno visto, negli ultimi arresti per la costruzione dello stadio di Roma, l’immarcescibile abilità di accorciare con una mazzetta la lunga fila delle regole. Allo sconforto è seguita l’indignazione di chi aveva riposto nel nuovo corso una speranza e l’esultanza di chi quel nuovo corso aveva disistimato dall’inizio, prefigurando invece nuove disgrazie.

Gli esultanti e gli sconfortati, guerreggiando, hanno perso di vista tre rilevanti novità.

La prima: un politico del Pd, l’assessore comunale all’urbanistica di Milano, ha rifiutato ogni offerta dagli emissari del costruttore Parnasi. Pierfrancesco Maran, autore del rifiuto, è stato addirittura additato come un eroe e giustamente si è guadagnato una menzione speciale. Perché eroe? Perché nessuno di noi crede possibile un simile gesto ritenuto oramai contro il principio di realtà e contro la natura stessa delle cose.

Questo pregiudizio ci ha condotti a un’altra alterazione della realtà: nessuno si è mostrato sorpreso che a Roma un esponente del Pd e uno di Forza Italia siano rimasti coinvolti nel traffico di influenze, chiamiamolo così. Come se fosse naturale, persino per gli elettori del Pd e di Forza Italia, che i loro rappresentanti si innamorino di ogni sorriso e portafogli.

Terza novità: abbiamo assunto come definitiva la collocazione nel regime dei corrotti dei Cinquestelle. Una deduzione che ha reso felice chi attendeva la validazione del suo teorema, e disturbato chi invece, grazie al teorema opposto, riteneva che i cattivi, i corrotti fossero solo di là.

Queste considerazioni ci hanno fatto perdere di vista tre importanti novità.

La prima: i Cinquestelle non possono permettersi in alcun modo di trovarsi invischiati in situazioni di malaffare, pena la loro immediata esclusione dal gioco politico. Simul stabunt, simul cadent. La loro ascesa è dovuta a una dichiarata diversità, la loro discesa sarà l’effetto immediato dell’omologazione. Quindi hanno un interesse particolare, direi fondativo, a reagire con nettezza. E saranno tanto più netti quanto più percepiranno, come in questo caso, un clima di indignazione o di disillusione che li chiama alle proprie responsabilità.

L’errore opposto, che è di coloro che avversano i Cinquestelle, è di ritenere eroico e solitario il comportamento del loro assessore milanese e dirigere la propria indignazione non verso i corrotti del partito che difendono ma verso i (falsi?) onesti del partito che avversano.

“Così fan tutti” è perciò un modo per celebrare la sconfitta sistematica del bene sul male, la morte civile di ogni passione, di qualunque idea, di qualsiasi progetto.

A me sembra che non sia così, almeno non sia ancora così.

Indignarsi, continuare a farlo anche nei confronti del proprio partito o movimento se i buoni propositi non sono seguiti dai comportamenti necessari, sarà sempre un sentimento positivo, necessario, concludente.

La politica ubbidisce alle leggi della fisica. Più severa e certa e documentata è la vigilanza e la pressione dell’opinione pubblica meno saranno coloro che riterranno l’impunità come indiscutibile.

Più severi sarete nelle urne, dove dare fiducia o toglierla è espressione del principio democratico di scegliere il migliore per farsi rappresentare, più trasparenti e degni saranno i nomi che i partiti candideranno.

Malgrado tutto, tutto passa per le vostre mani, per le nostre mani.

Unte le loro, unte le nostre. Pulite le loro, linde le nostre.

da: ilfattoquotidiano.it

E se al posto di migranti affamati sull’Aquarius ci fossero stati tanti gattini, spauriti e desolati? Avremmo avuto la stessa reazione oppure un moto ondoso di proteste si sarebbe levato?

La riflessione su questo strano tempo e sulla gerarchia del nostro impegno, del nostro senso civico, sulla molla che ci fa scattare e su quella che invece ci fa addormentare è della regista Francesca Archibugi. Che scommette: ci fossero stati gattini la nostra rabbia, per vederli tenuti al largo come plichi da restituire, sarebbe salita fino a divenire un urlo collettivo.

Ma ci sono uomini purtroppo su quel barcone, e per di più neri, affamati, desolati forse ammalati, certamente impauriti. E loro saranno il trofeo della nostra supremazia, la prova della nostra intransigenza finalmente!

Noi non abbiamo occhi per vedere tanti nostri amici, magari conoscenti, magari rispettabili imprenditori che di tanti clandestini fanno uso e abuso, come fossero animali randagi, per tenere alta la rendita del capitale e annullare il valore del lavoro. Con i clandestini, e con chi sennò?, si possono raccogliere le arance, i pomodori, l’insalata, le fragole pagando ciascuno tre, cinque o anche – ma proprio se si è generosi – quindici euro al giorno, e tenere competitivo il prezzo degli ortaggi. I clandestini possono sopravvivere nelle stalle, nelle tende, nei casolari sgarrupati. I clandestini non hanno bisogno del medico, delle ferie, della domenica di festa, del sindacato, di una mamma, di fare l’amore, di lavarsi, di bere, di nutrirsi bene.

I clandestini che oggi rifiutiamo sono gli stessi che fino a ieri ci sono serviti nelle concerie, nell’allevamento del bestiame, nell’industria dell’accoglienza. Però ora basta!

Se fossero gattini e non clandestini allora sì che faremmo la rivoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

All’apparenza Giuseppe Conte è l’esatto esecutore, il grigio burocrate collettore delle volontà altrui. Un presidente del Consiglio ininfluente che è chiamato a dirimere il traffico di obiezioni e statuizioni.

L’apparenza potrebbe venire confermata dal secondo discorso da premier tenuto alla Camera. Vago da sembrare vuoto pneumatico, ecumenico fino all’arrendevolezza, con tanti luoghi comuni e tanti verbi coniugati al futuro: vedremo, faremo, concorderemo, spiegheremo, capiremo.

Tutta questa vaghezza però è sospetta. Perché Conte non si è tenuto alla larga soltanto dai punti più controversi e dibattuti nella coalizione, dove l’accordo non c’è e bisogna usare piedi di piombo, ma è stato prudente persino nel rivendicare i cavalli di battaglia del governo giallo-verde. Il reddito di cittadinanza, il no agli immigrati o l’espansione della legittima difesa li ha frullati al punto da scolorirli, poi – uno a uno – li ha posti dentro i vincoli della Costituzione riducendo le promesse a uno stato semiliquido, avvertendo sempre delle compatibilità, delle opportunità, delle coerenze.

La realtà, a ben vedere, è che Giuseppe Conte nell’esecutivo è colui che più agevolmente maneggia i codici e le leggi, e conosce meglio degli altri colleghi ministri le ostruzioni che i commi e gli articoli possono provocare, le vie lunghe per scansarli e quelle brevi per trovarseli nemici.

E alla guida nel mare periglioso della burocrazia ci sarà lui.

Insomma la realtà potrebbe di molto distanziarsi dall’apparenza e domani Giuseppe Conte, esecutore del Contratto, potrebbe rivelarsi un outsider, un giocatore che siede al tavolo e chiede di dare le carte. L’ambizione non manca al Prof. Avv. Conte, per adesso il Signor Contratto.

da: ilfattoquotidiano.it

C’è un modo per misurare i passi all’indietro compiuti in termini di civiltà, di conquiste del lavoro, di benessere, di dignità. Ieri è venuto a mancare Pierre Carniti, un sindacalista cattolico che i più anziani ricorderanno. Integro, devoto al suo mestiere. Un sindacalista vero e la Cisl, di cui Carniti è stato segretario, ne ricorda pochi di dirigenti della sua autorevolezza e onestà.

Bene, Carniti fu il promotore di un contratto nazionale che prevedeva anche 150 ore all’anno di studio per i lavoratori. La Confindustria, per sbeffegiarlo, chiese: “Ma volete forse che i lavoratori studino clavicembalo?”. Carniti rispose: “Sì, se vogliono studiare clavicembalo devono poterlo fare”.

Ecco, pensate a quanta dignità avesse il lavoro e quanto valore la vita del lavoratore e a quanta ne ha oggi.

da: ilfattoquotidiano.it

Tutto si può dire tranne che il governo sia silenzioso. Parla, parla, parla. Spesso straparla. Ma nel vocabolario di questo nuovo tempo mancano parole che ti aspetteresti e invece sono presenti quelle che non vorresti mai sentire. Mi sarei aspettato che di fronte alla fucilata che ha sepolto Sacko Soumayla, immigrato regolare e sindacalista dei suo compagni di sventura, braccianti agricolisfruttati e spesso clandestini, tenuti sotto la sferza da imprenditori italiani schiavisti, il ministro del Lavoro che dichiara giustamente di battersi per la dignità di ciascun cittadino, avesse immediatamente preso la parola. Si fosse fiondato in Calabria per confortare gli sfruttati e decidere misure urgenti contro gli sfruttatori. Quel ministro è Luigi Di Maio, il capo politico dei Cinquestelle, la prima forza di governo.

Le parole che sono mancate in onore della morte di Sacko per mano violenta sono state compensate, in una tragica contemporaneità, da quelle del ministro dell’Interno Matteo Salvini che annunciava la fine della “pacchia” per i clandestini.

La pacchia, già.

da: ilfattoquotidiano.it

Le parole possono essere pietre o carezze. Questo è il tempo delle pietre, quindi le parole si dicono, anzi si scagliano, con il timbro dell’irresponsabilità: di chi non sente su di sé il peso delle parole che pronuncia. Quando se ne fa abuso la forza dello sfregio si riduce, perde valore e consistenza. Infatti Luigi di Maio ha potuto chiedere la messa in stato di accusa del presidente della Repubblicae poi revocarla senza aver cura di riflettere sull’enormità di quanto detto e chiesto. Matteo Salvini usa, almeno fino a ieri è stato così, le parole come lame e anzi ne fa mostra e abuso quotidiano.

Ma la guerra di parole, le pietre scagliate dai due leader che oggi sono ministri, fanno il paio con le altre, ugualmente cruente e ugualmente pericolose che paventano il processo di fascistizzazione della società, la barbarie incombente, l’arretramento di diritti che credevamo messi al sicuro.

Verrebbe da domandare a coloro che ci avvertono dei rischi perché, se la loro è una convinzione così tanto assoluta, hanno fatto di tutto perché i barbari, i fascisti, i razzisti andassero al governo. Perché li hanno accompagnati, col favore di grandi sacchetti di pop corn, alla prova del governo. Perché hanno agevolato, provocandosi una crisi isterica quando è parso che fossero chiamati a fare la propria parte, la barbarie.

Se i barbari sono oggi al potere, all’opposizione ci sono truppe non meno pericolose perché ugualmente irresponsabili. Ma possiamo mai dire che l’Italia oggi sia solo questo? Possiamo mai pensare che non esista più luce, ragione, prudenza? Potremmo almeno sperare che qualcuno colga la propria responsabilità e si faccia da parte o almeno si imponga il silenzio?

da: ilfattoquotidiano.it

Sarà il governo dei sommersi. Per la prima volta in Italia i precari, i disoccupati, le tute blu, i piccoli imprenditori, i giovani, gli esclusi in genere, vedono il loro voto – che il 4 marzo è andato in due distinte direzioni – congiungersi e farsi maggioranza. E per la prima volta in Italia sono i salvati, la media e alta borghesia, e in genere coloro che non sono stati vittime della crisi economica e delle nuove povertà, ad andare all’opposizione. La novità, per certi aspetti clamorosa (diciamo pure scandalosa), è che la sinistra nelle sue varie tonalità di rosso (da Pd a Leu) rappresenta, insieme a Forza Italia, gli italiani scampati, i salvati, coloro che hanno perso le elezioni. L’enorme spostamento di classi sociali da una parte all’altra (gli iscritti operai alla Cgil hanno prevalentemente votato Cinquestelle o Lega) perfora i simboli del Novecento, la divisione del mondo e la stessa concezione della vita tra progressisti e conservatori. La vittoria dei sommersi sui salvati porta con sé un’altra conseguenza: vince la rabbia sulla ragione, la paura sulla logica, la voglia di cambiare tutto e a prescindere. E’ questo il più grande rischio a cui andiamo incontro: un governo potenzialmente vittima del suo stesso destino, stressato già all’atto di nascita, dalla necessità di cambiare, cambiare, cambiare. E magari nemmeno pensare.

da: ilfattoquotidiano.it

Luigi Di Maio, il giovane capo politico dei Cinquestelle, moderato, equilibrato, sempre a modo, con la cravatta giusta e i pensieri giusti, né di sinistra né di destra, mostra i segni di una debolezza emotiva, una fragilità di carattere che fino al 4 marzo era imprevista. Nel tentativo goffo di restituire a Salvini il cerino acceso che il leader leghista gli ha lasciato tra le mani, ha appiccato l’incendio dell’impeachment al capo dello Stato. Una mossa nervosa, frettolosa ed estrema. Gli errori di gestione di Mattarella sono sotto gli occhi di tutti, ma la richiesta di metterlo sotto accusa per attentato alla Costituzione pareva fuori da ogni logica, prudenza e limite.

Se è stata ritirata un po’ di merito va a Roberto Fico, il presidente della Camera dipinto come leader dell’ala movimentata, battagliera e piazzaiola dei Cinquestelle. Ha curato gli interessi delle Istituzioni prima che del suo Movimento, col suo silenzio ha tenuto custodito il rapporto di comunicazione con il capo dello Stato e ha consigliato i suoi compagni di ridurre i decibel della protesta e ricucire invece di strappare.

La prova di galateo politico di Fico conferma che ciò che appare non è mai ciò che è.

da: ilfattoquotidiano.it

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella oggi dovrebbe fermarsi mezz’ora, sedersi in poltrona e vedere ciò che è riuscito ieri a Chris Froome al Giro d’Italia. Ha scalato le Alpiaffrontando le salite con una azione che gli esperti ritengono “fuori da ogni logica, persino violenta nell’uso del suo corpo” rendendo perciò possibile l’impossibile, lecito il vietato, vittorioso lo sforzo da sconfitto sicuro. Mattarella, se rivedesse l’epica e vittoriosa fuga lunga ottanta chilometri del ciclista britannico, rifletterebbe sul fatto che in questo governo-baillamme l’unico che ha le carte in regola è colui che sembra non averle: cioè Paolo Savona. L’unico prudente davvero è lui, che un giornalismo un po’ macchiettista considera improvvidamente ai confini dell’eversione. E, se proprio un rilievo va fatto, sarebbe quello di ricordare che l’aspirante ministro dell’Economia da mezzo secolo è immerso nella vasca da bagno dei poteri, forti e fortissimi, e sempre meravigliosamente a suo agio, illustre rappresentante di quell’establishment contro il quale è stato chiamato a dare martellate.

da: ilfattoquotidiano.it