Ciriaco De Mita: “Volevo morire a 87 anni. Salvini rozzo e M5s destinato a sparire, ma il Pd non esiste”

Ciriaco De Mita – L’ex leader dc novantunenne si candida ancora a sindaco di Nusco: “Lo faccio per resistere, ho deciso tre giorni fa”

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Lei sarebbe dovuto morire, secondo i suoi stessi calcoli, quattro anni fa. Che ci fa ancora qui a Nusco, nel suo studio, con le immancabili carte napoletane sul tavolo e perdipiù ricandidato a sindaco del paese? “Avevo ipotizzato di morire a 87 anni. Ne ero veramente convinto e mi pareva del resto anche una bella età. Rimango dell’idea che quegli anni fossero giusti”.

Ciriaco De Mita è indispettito dei 91 anni che si ritrova.
Sono rimasto sorpreso ma come vede non ne sono affatto dispiaciuto. Vorrei emulare mio nonno che si accomiatò con la preghiera della buona morte. Nel sonno si spense. Non infastidì nessuno, aveva già preparato il viaggio. Anche mio padre morì in modo piuttosto rispettabile. Quando giunse l’ora disse a noi figli: vi ho dimostrato di sapere soffrire. Adesso lasciatemi morire.

Ricandidarsi a sindaco però è una cattiveria.
La scelta risale a tre giorni fa. Neanch’io lo credevo possibile. È stato un atto di resistenza all’oltraggio di un’amicizia sulla quale avevo fatto affidamento.

Purtroppo i cattivi sono più numerosi dei buoni.
Purtroppo conservo la memoria. Dovrei aggiungere un secondo purtroppo: io penso da quando avevo 7 anni.Continue reading

“Prenderò più voti di B.? Io ci sono per tutti, sempre”

Aldo Patriciello – L’eurodeputato forzista, ras della Sanità privata, si ricandida a Strasburgo. E stavolta rischia di superare Silvio in preferenze

L’eurodeputato di Forza Italia Aldo Patriciello durante l’incontro promosso da Forza Italia ‘ProssimaMente’, convention di Fi in corso a Visciano (Napoli),.13 luglio 2018 ANSA / CIRO FUSCO

Per incredibile che possa apparire, la questione sembra questa: l’onorevole Aldo Patriciello, latifondista molisano del voto, rischia di superare nelle preferenze, alle prossime Europee, niente di meno che Silvio Berlusconi, il suo capolista. È un tema scabroso e perciò il colloquio che segue ha pure momenti di fortissima tensione emotiva. “Dottore carissimo, quello che mi dice mi rallegra e mi allarma. Mi fa sobbalzare e insieme acquietare. Ascolto anch’io (da uomo del territorio) e mi dico: sarà vero? sarà falso?”.

Tutti sanno che Patriciello è una forza della natura, è la vanga che smuove le montagne.

Io lavoro sul territorio (scusi se mi ripeto) e sono vicino alle ansie dei miei concittadini, ai problemi quotidiani, a volte alle difficoltà che la vita ci para dinanzi. Nei momenti del dolore, oppure della salute malferma, io ci sono.

Venti cliniche sono di Patriciello. Una holding, la Neuromed con sede a Venafro, e tante partecipate sparse nel sud Italia.

Istituto di altissimo pregio scientifico. Siamo all’avanguardia nel campo neurologico, con una particolare dedizione ai problemi dell’epilessia.

Però senza la politica Patriciello sarebbe stato farfalla senza ali, gattino cieco.

Cioè?

Politicamente ha avuto molteplici connessioni.

E chi può negarlo?

Molto profittevoli.

Questo no, mi addolora assai quel che dice, carissimo dottore.

I suoi 150 mila voti fanno paura a Forza Italia. Sarebbe uno scuorno (disdoro, nda) per Berlusconi giungere al traguardo dopo di lei.

E questo chi lo dice?

Ovunque in lista, in qualunque partito metti Patriciello, i suoi voti sono lì che aspettano di essere solo contati.

Dunque, specifichiamo. Io raccolgo simpatie in tutte le aree politiche. Infatti non mi intrometto mai nelle passioni degli amici. Sei di sinistra? Benissimo. Sei di destra? Benissimo.

Patriciello non ama i sogni ma solide realtà.

Non interferisco, non polemizzo. Lascio ciascuno libero di professare il suo credo nella sua Chiesa.

Atteggiamento irriducibilmente laico.

Chiedo solo, al momento del voto, se la simpatia ha costruito una amicizia e l’amicizia una confidenza e la confidenza una domanda…

Amico mio, fai la propaganda per chi vuoi ma nell’urna vota me.

Esattamente.

C’è questa sua speciale capacità di raccogliere nella semina altrui.

È dovuta al mio impegno, discende dalla carica emotiva, dal radicamento territoriale.

Dall’afflato.

Col cuore in mano, senza null’altro da offrire che la mia disponibilità: giorno e notte, cellulare sempre acceso. Numero uguale negli anni. Reperibilità assoluta.

Io chiamo per un malanno.

Patriciello c’è.

Io chiamo per un problema di lavoro.

Patriciello se può ti aiuta.

Io chiamo per una festa.

Patriciello è lieto di condividerla.

Onorevole, lei è il deputato di Forza Italia che fa più paura a Forza Italia.

Vuole allarmarmi ma non ci riesce.

Io sono a complimentarmi: tale è la forza.

Così mi imbarazza e mi costringe a ringraziarla.

A che posto in lista l’hanno messa?

Numero sei.

O sei o sessantasei, Patriciello viene eletto.

Nella mia circoscrizione, quella meridionale, il mio pronostico è il seguente: due eletti e mezzo.

Il mezzo non è Patriciello.

Lei mi vuol far fare gli scongiuri.

Lei sa che io so.

Lei è troppo buono.Continue reading

“Con rammarico”: i naufraghi di FI gettano B. a mare

Cinque anni di addii L’ultima è la Gardini, appena salita sulla nave della Meloni. Ma i transfughi di Forza Italia aumentano ogni giorno

L’ultima dichiarazione d’addio è stata colpevolmente trascurata dai media. Eppure, senza falsa modestia, anche la signora Soccorsa Chiarappa (nome e cognome) da San Severo, ha compiuto la fatale scelta. È cioè passata al nemico: “Da soldatessa dell’esercito di Silvio, da donna che ha impugnato la spada per difenderlo nei momenti più duri, dico che Forza Italia finisce qui”. L’amazzone del Tavoliere ora e purtroppo – insieme alla moltitudine dei naufraghi che hanno toccato terra – se la spassa con Matteo Salvini, selfizzato su facebook, per l’inizio di una nuova, strabiliante storia d’amore.

“Lascio Forza Italia”. Il quinquennio degli addii certo non si conclude con il veleno di Elisabetta Gardini, appena tuffata a mare per raggiungere la scialuppa di Giorgia Meloni, ma la stagione dei traslochi, e tutti con la medesima frase di compunta e dispiaciuta dipartita, inizia con un magnifico duo. Prima monsieur Denis Verdini, archistar della geopolitica berlusconiana, poi Paolino Bonaiuti, essenza di Silvio nei giornali e nella televisione, avviarono, nella devota contrizione, il grande smottamento: “Lascio Forza Italia dopo una lunga e dolorosa riflessione”. Dall’apice la riflessione, per la forza di gravità, è calata in basso. Qui siamo solo per rendere, visto che nessuno testimonia il dolore della truppa, le innumerevoli riflessioni che si fanno diserzioni. Accanto a un Vittorio Sgarbi, multietnico del centrodestra, che chiede a Giorgia Meloni di trovargli posto, dopo aver patìto da Silvio Berlusconi una profonda offesa, nota come “lo schiaffo di Sutri”, la città della Tuscia che lo ha chiamato a fare il sindaco. È successo che Silvio abbia disertato “e per ben due volte”, la cerimonia di intitolazione di un giardino alla compianta mamma Rosa, “benché – recita il comunicato d’addio sgarbiano – il catering fosse già pronto”. Continue reading

Raggi a Stoccolma, Maglie in Usa e Castelli a Bruxelles – Gonne d’acciaio

di Pietrangelo Buttafuocoe Antonello Caporale

Sono gonne d’acciaio. Convinte, decise, allungano il passo senza mai guardarsi dietro. A volte ribelli, sempre ribalde, non conoscono accomodamento se prima, interna corporis, non hanno avviato l’analisi completa della situazione, e delle conseguenti condizioni migliorative. Le donne d’Italia illustrate per brevi radiografie.

Vicedir. gen. Bankitalia

Alessandra Perrazzelli

Conosce bene Corrado Passera con cui ha lavorato in Intesa Sanpaolo; conosce bene Carlo De Benedetti, con cui ha lavorato in Olivetti. Ha scucito quattro miliardi di lire come risarcimento danni alla Telesystem di Arturo Artom; ha guidato Barclays Italia, ha presieduto Valore D, associazione di 150 imprese italiane ed estere impegnate a promuovere le donne in posizioni apicali. Più gonna d’acciaio di così non ce n’è.

È lei la guida futura del Pd.

Ministra della Difesa

Elisabetta Trenta

Non sbaglia un congiuntivo – in dissenso con il proprio partito, il M5S – e parla fluentemente in russo, in inglese e perfino in arabo. Capo di un dicastero d’impronta maschile, Trenta ha dovuto gestire la nuova nomina del capo di Stato Maggiore della Difesa e risolvere la questione degli aerei F-35 con gli Usa. Oltre al rancio – sempre ottimo e abbondante – ha discusso con la truppa di uranio impoverito, equipaggiamenti e caserme. Schietta e dritta rintuzza spesso Matteo Salvini, una volta anche Giulia Bongiorno in tema di castrazione chimica e ha rimproverato Virginia Raggi – sua collega di partito – per le buche di Roma su cui perfino i cingoli dei carrarmati sbiellano.

Pronta per fare la ministra della Guerra, altro che Difesa.

Scienziata

Fabiola Gianotti

Portavoce del gruppo che ha scoperto la particella compatibile col bosone di Higgs, è la prima donna italiana a dirigere il Cern, la seconda donna italiana tra le cento più influenti nel mondo secondo Forbes. Non conosce altro che la fisica, con la quale è legata sentimentalmente fin dalla prima infanzia. Iconic woman, forse bionica, è nella condizione di dirigere contemporaneamente tre ministeri o assolvere alle funzioni di due e più vicepremier.

Atleta

Bebe Vio

Prima nella storia dello sport a vincere le Paralimpiadi nel fioretto con quattro protesi artificiali, Bebe rende oro quel che tocca e le vittorie di squadra con lei valgono il doppio. Quando furono realizzate le prime protesi, simile alla dea Atena, ebbe ad abbagliare tutti col suo braccio armato. Il suo motto: “La vita è una figata”. Ama frapporre fra sé e le difficoltà della vita tutti gli ostacoli possibili e superarli – siano essi una patente, la burocrazia delle regole sportive o una laurea – al modo dei supereroi, o dei semidei e comunque come la dea qual è capace di fare un tutt’uno sia delle discipline olimpiche che delle paralimpiche. Viaggia verso Tokyo 2020 e diventerà la campionessa assoluta. L’urlo finale a occhi strizzati è la sua firma.

First Sciura

Chiara Bazoli

Bazoli, basta la parola. Già figlia, nonché compagna, è individuata dal popolo nell’essere lei erede del più autorevole e illuminato dei banchieri milanesi e partner del più atteso tra i papi stranieri della sinistra. Sulla bionda Bazoli – nella miscela inarrivabile che salda il cattolicesimo adulto del padre con il provincialismo del sindaco di Milano, il suo compagno – come il confetto Falqui può dirsi “basta la parola!”. Il rito ambrosiano in lei si eleva al massimo grado dello chic capace com’è – in pieno inverno, alla prima della Scala – di indossare sandali aperti e sfidare così la temperatura della città di cui è regina equosolidale in radzmir, sovrana multiculturale con spacco laterale e piume, nonché blasone di democrazia e laicità col maxi fiocco sul retro.

Manco a dirlo, diventerà First Lady.Continue reading

I due ragazzini e quei messaggi nella bottiglia

Senza Facebook – Emma, dalla Costa Azzurra, lascia in mare 4 biglietti nel vetro. Mario li ha raccolti

La bottiglia di vetro con un tappo di alluminio rosso, quattro biglietti adagiati al fondo, una firma, Emma, e un luogo di partenza: Sainte Maxime, Costa Azzurra. Il mare l’ha condotta sulla spiaggia che unisce Petrosino a Marsala, appena sotto Trapani, intercettando i piedi di Mario, dodici anni, che quella spiaggia frequenta ogni giorno e di quel mare conosce ogni increspatura.

Navigare è impegnativo e per una bottiglia ancora di più. Figurarsi poi al tempo di Internet, nella modernità che connette all’istante, riduce ogni spazio, risolve ogni distanza. Perciò Mario ha capito subito, appena ha disteso i piccoli rotoli di carta ancora perfettamente integri, che la faccenda si faceva parecchio curiosa, anzi straordinaria. Lingua francese, grafia adolescenziale, uso del pennarello. Ogni foglietto un colore, ogni riga un pensiero sui destini del mondo, la felicità, la vita. È corso a casa, e poi con tutta la famiglia dal sindaco del paese: “Mario è un ragazzino speciale. La prima cosa che mi ha detto: non ho il telefonino e non uso facebook”, riferisce Gaspare Giacalone, il primo cittadino di Petrosino. È come se il destino l’avesse voluto ripagare da questa sua scelta di vita così lontana da apparire eccentrica, consegnandogli il messaggio in bottiglia, in quello che appare un cammino a ritroso di quasi due secoli, nella forma di comunicazione più poetica e più improbabile, più disperata, ultima eppure più coinvolgente. “Scriverò al mio collega sindaco di Saint Maxime spiegandogli l’accaduto nella speranza di rintracciare Emma, ragazza o adulta che sia”.Continue reading

“Jovanotti con i suoi tamburi, uno sberlone al nostro bosco”

Mauro Corona – “C’è musica e musica. Il violoncello di Mario Brunello è carezza”. E sulle prossime elezioni: “Potrei tornare a votare a sinistra”Anche lo scrittore ( e volto televisivo) si schiera contro il concerto a Plan de Corones

“La birra traccia il sentiero, è propedeutica, è dose preparatoria, poi arriva il vino. Gradazione robusta, almeno sopra i 13 gradi. Meglio se Amarone o Barolo”.

Con Mauro Corona non ti puoi sbagliare. Ogni bisbiglio lo trasforma in tuono.

Dicono che sono alcolista, ubriacone, rozzo. Non è questa la motivazione per farmi fuori dallo Strega? Vesto male, sono arruffato.

E se fosse invidia?

Di certo cinque, sei milioni di copie vendute loro se le sognano. Loro, i lettori della domenica. Puah. Vado a bere, che sono salito in cima alla mia montagna e sono stanco morto.

Dopotutto in vino veritas.

Ho scritto un libello sulla necessità della continenza. Imparare a bere. Ma dire ai giovani che l’alcol è il demonio fa semplicemente ridere.

Lei è divenuta una star televisiva.

Funziono perché faccio il cretino con i cretini, divengo idiota con chi mostra di esserlo e parlo di letteratura con colui che è in grado di capirmi. Parlare alla pancia questo significa. Ricordarsi del bar, ad ogni ora del giorno.

Lei disarticola il programma della Berlinguer (che chiama Bianchina)

La sfotto un po’, quel tanto che lei utilmente si incavola. Bianchina è un diminutivo e mi ricorda l’amicizia con tre ragazze del paese, anche loro di nome Bianca, che noi diminuivamo.

Bianca capisce che Corona funziona e lascia fare…

Dico quel che penso senza reti di protezione. Non riduco, perché non ce n’è bisogno, non estremizzo. Parlo al bar.Continue reading

“Non mi sottovalutate: sono pronto per il nuovo partito”

Il governatore della Liguria di Forza Italia in guerra con i “vecchi” del centrodestra: “Non voglio sprofondare nell’abisso con voi”
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

“Io dico: non sottovalutatemi”

Giovanni Toti sembrava un politico venuto male, più che uno statista un pesce d’aprile. “Un arredo nella grande casa di Forza Italia?”

La Liguria prima di Toti era un intermezzo, un vuoto tecnico tra la Toscana e la Costa azzurra. Ci si ricordava dei liguri solo per Sanremo. Invece ora la Liguria è sempre in tv.

Sono bravo, eh?

Anche fortunello. Le catastrofi, le inondazioni non le hanno portato guai.

La mareggiata di Portofino, il ponte Morandi.

E sbuca sempre lei!

Con la mareggiata di Portofino abbiamo dato il meglio.

Sembrava un salumiere

Per via del mio piacere di stare in tavola?

Non si capisce come Silvio Berlusconi abbia potuto fidarsi di uno come lei, ghiotto di ogni leccornia, pingue. Lui vuole maschi alfa: slanciati, pieni di vita, di energia, anche di quel pizzico di trasgressione.

Mai ipocrita, mai acceso nei toni, sempre educato, conviviale, disponibile alla concertazione.

L’unico transfuga che non ha avuto bisogno di cambiare partito. Incredibile Toti.

Ragiono su quel che vedo: i miei amici di Forza Italia si stanno spartendo l’ultima fettina di torta. Si era al 25, poi al 20, al 15, al 10, prevedo come prossima tappa il 7%.

Iettatore.

Analizzo la realtà, guardo, ascolto la gente. E mi dico: io non mi farò annientare. Se vogliono toccare l’abisso, prego. si accomodino.

Il partito di Toti.

C’è un grande bisogno di una forza moderata, equilibrata, né di là né di qua.

Il partito gnè gnè: gnè di sinistra, gnè di destra, gnè razzista, gnè europeista, gnè sovranista.

Il partito del “ma anche”. Ricorda Veltroni?

L’Orso Yoghi s’è messo in testa strane cose.

Un nomignolo benevolo. È simpatico l’orso e poi ruba il paniere con le merendine.

Lei è transformer: leghista sotto mentite spoglie.

Ma quando mai! Di centro. Al centro del centro. Né razzista ma neanche arrendevole con gli immigrati. Vicino agli operai ma anche agli imprenditori. Per la sicurezza, ma anche per le libertà civili.

Un Forlani riuscito male.

Ma ha visto che ho fatto in Liguria?

Mara Carfagna le ha promesso bastonate. Non si sputa nel piatto dove si è mangiato.

Non attendo di sprofondare nell’abisso. Domando: gli italiani vorrebbero farsi governare da quelli là? Non aspettano altro che far tornare quelli là? Ma chi è che le pensa queste panzane?

Sentiamo la sua idea.

Far ritornare al voto la gente che adesso sta con Salvini (che pure stimo molto) per disperazione. Gli dobbiamo confezionare una nuova opzione di centro, moderata, classicheggiante. Un bel vestito, insomma.

Già scordato Berlusconi.

Io voglio bene a Berlusconi e non mi permetterei mai.

Voleva bene anche a Matteo Renzi.

Gli ho invidiato l’energia, la capacità di affermare una novità.

Lei è grigio, usa un linguaggio novecentesco. Lei fa annoiare.

Io sono educato e anche se mi dice queste cose cattive non mi offendo. Sono invece certo che gli italiani apprezzino l’equilibrio, la capacità di mettere insieme il Paese, di tagliare le ali estreme.

Mettiamo che la caccino da Forza Italia.

Se vogliono, possono.

Basta un alito di vento che cambia e le sue fortune cascano come arance al tempo della raccolta.

Non ho paura del futuro.

Giornalista non lo potrà fare più. Mediaset non la riprenderà, Confalonieri nulla potrà davanti all’evidenza dell’irredentismo.

Crede che abbia paura di guardare al domani? Che abbia pensieri di questo tipo? Dimentica che sono stato il candidato più votato alle Europee (dopo Berlusconi). Dimentica che qui a Genova ho messo su una squadra di bravissimi. Dimentica che anche io sto dimostrando di essere bravino.

Facciamo le corna ma se accadesse l’irreparabile? Ha visto Angelino Alfano?

Potrei scrivere un libro. Mi metterei a raccontare le cronache marziane della vita politica, che spasso. Oramai un libro lo scrive chiunque, perché io no?

Con i libri non si mangia.

Potrei fare l’imprenditore.

Faccia pace con Berlusconi e la finisca di fare la spia a Salvini. Vada da Mara, lei raccoglierà il testimone dal Grande Capo, l’abbracci e amen. Un posto in lista si troverà.

Ma scherza? Guardi che abbiamo tanti amici sul territorio, ci stiamo preparando, capiamo che è il momento di una nuova offerta politica. Sappiamo che la gente aspetta qualcosa di moderato.

Davvero pensa al partito gnè gnè?

Il partito del “ma anche”. Che sappia includere.

Faccia un esempio del “ma anche”.

Con la famiglia tradizionale ma anche con quelle omosessuali. Esempio perfetto. Le due marinaie che si sono unite civilmente con tanto di baionette sguainate sono una immagine fortissima, esemplare. Quell’immagine ha tolto di mezzo gli insulti e i rutti fioriti intorno al congresso della famiglia di Verona.

E come si chiamerebbe questo partito del “ma anche”?

Dovremo trovargli un nome. Per adesso abbiamo l’associazione: Change.

Change?

Per adesso, poi cambiamo. Tanta gente, tanta classe dirigente, tanti amici la vedono come noi.

Lei porta pane a Salvini.

Sono molto più ambizioso.

Berlusconi doveva capirlo che Toti era una vipera.

Io sono buono, rispettoso, educato. Non mi permetterei mai.

Intanto lei è fuori da Forza Italia

Non ho voglia di finire negli abissi. Ho un avvenire io.

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2019

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“Io la Lucania non la conosco, per fare la giunta vedo le facce”

Vito Bardi – L’ex generale è il nuovo governatore della Basilicata (ma viveva a Napoli): “Mi farò dare una terna di nomi per ogni incarico. E leggerò le carte”

“La cosa curiosa è che ti danno subito del tu”.

Tipico caso di esborso emotivo. Il politico viene riconosciuto dalla sua gente e dona confidenza e vicinanza.

Mi chiamano ancora per la mia funzione, dicono generale ma danno il tu. E vabbè.

(Vito Bardi è neo governatore della Basilicata, guida una coalizione di centrodestra, dopo cinquant’anni trascorsi nei ranghi militari e una carriera terminata al più alto grado di comando).

“A 15 anni entrai nella Nunziatella, tutto mi è nuovo”.

Ha affrontato la dura prova della campagna elettorale senza un alito di ansia.

Tre comizi in piazza, due con Meloni, uno con Salvini (quello con Berlusconi al chiuso).

Non ha preso neanche un chilo, in genere i politici si abbuffano durante i tour.

Un pasto al giorno, bere molta acqua.

La domenica sera prima del voto lei era in pantofole a riposare mentre la Lucania ribolliva di trattative e cene.

Fatto quel che c’è da fare, si torna a casa. Non è che dimenandosi si produca granché.

Un generale della Finanza candidato da un condannato per frode fiscale. Fa strano.

Questa è vera cattiveria.

Sembrerebbe la realtà.

La proposta è venuta da Forza Italia, non è detto che sia stata specificatamente avanzata da colui al quale si riferisce la sua maliziosa notazione.Continue reading

Ecco cosa unisce gli italiani. I terremoti da Nord a Sud

Le terre sono tremule e gli italiani sono innanzitutto terremotati perché i terremoti hanno unito l’Italia. Nel 1980, quando la Campania e la Basilicata furono scosse da un sisma di magnitudo 6,9 della scala Richter, provocando 2914 morti e novemila feriti, un bilancio di una guerra, le file dei connazionali che si diressero in quelle zone per dare una mano furono chilometriche. E non c’è italiano di una certa età che oggi non ricordi quel che fece. Fuori dai confini nazionali si mobilitarono decine di associazioni e molti furono i governi che ci diedero aiuto. Perfino Saddam Hussein staccò per l’Irpinia un assegno di alcune centinaia di migliaia di dollari.

Dopo il 1980, o forse grazie a quella sciagura nazionale, nacque la Protezione civile sotto la spinta illuminata di un parlamentare varesotto, Giuseppe Zamberletti, democristiano, a cui il governo decise di affidare le funzioni di commissario straordinario dell’emergenza. Ma l’Italia prima di quella botta che incenerì un centinaio di paesi e squarciò la terra e le mura tra Napoli e Potenza, aveva già conosciuto e patìto il dolore, le morti e i danni delle catastrofi.

Era il 1908 e Messina fu colpita da un sisma di grado 7,2 della scala Richter che letteralmente spazzò via la città. La conta dei morti, approssimativa e problematica, indica solo una forbice potenziale: tra i 90mila e i centoventimila, migliaia dei quali nemmeno hanno avuto la fortuna di un ricordo, di un fiore. Dispersi, nebulizzati.

Quello che chiamiamo progresso aiuterà, negli anni del secondo Novecento, ad erigere un minimo argine alla forza della natura. È il 1968, altra data cruciale di questa speciale storiografia, quando il Belice, a sud di Palermo, viene trafitto da una lama che taglia in due la terra. Trecentosettanta i morti (6.4 gradi della scala Richter) per un terremoto che si trasformerà nel primo esempio di una ferita che non trova cura.

Gli sfollati vagheranno per anni, quei paesi vivranno provvisoriamente nei decenni che seguono fino a quando, in Friuli, la natura si sveglia di nuovo, miete ancora più vittime (990) perchè la botta è ancora più tremenda (6.5 Richter). Gemona del Friuli è la capitale del dolore, ma da lì parte anche una rivincita dell’uomo, della sua classe dirigente. Perchè il Friuli sarà l’esempio di una ricostruzione veloce e larga, di uno spreco che non esonda, di soldi che si dirigono, fatte le dovute eccezioni, verso gli obiettivi prefissati. In dieci anni, il tempo tecnico per ricostituire le comunità, quella grande ferita viene suturata e lungo il Tagliamento si ripropone, utilizzando nella maggior parte dei casi le pietre cadute, la tipologia urbanistica preesistente adeguata ai criteri antisismici, alle prime prove di un cemento davvero armato di ferro.Continue reading

“Mi hanno umiliato e mandato al confino, ma la gente sta con me”

Per il governatore della Calabria è appena decaduto l’obbligo di dimora durato 3 mesi

Foto LaPresse – Adriana Sapone

Anche se nessuno se ne è accorto, il governatore della Calabria Mario
Oliverio è stato…

Sono stato obbligato al confino. Scriva così.

Ha subìto l’obbligo di dimora nel suo paese, San Giovanni in Fiore, ai piedi della Sila.

Dal 17 dicembre al 20 marzo sono stato vittima di una grandiosa, esecrabile ingiustizia.

Ha dovuto astenersi dalle funzioni per un po’.

Ferito, umiliato, maltrattato. E per cosa poi?

La Procura di Catanzaro ha valutato esistessero gravi indizi.

Ma ha sentito il procuratore generale della Cassazione? Ha chiesto e ottenuto l’annullamento d’un provvedimento abnorme.

Obbligo di dimora.

Per un appalto di una pista di sci da 4 milioni neanche erogati. Accusato d’abuso d’ufficio. Ha dell’incredibile.

È ancora scosso.

Una processione di gente, amici, conoscenti, elettori si son stretti al loro presidente perché sanno che ha il volto e le mani puliti.Continue reading