Dopo una settimana trascorsa, purtroppo, a passare in rassegnanorme e cavilli, regole e eccezioni, il rispetto e l’oltraggio, la fine e il principio dello Stato di diritto, abbiamo finalmente la possibilità di occuparci dello Stato di rovescio. I fatti sono imparagonabili con la tragedia di Genova ma utili ugualmente a capire di che pasta è fatta l’Italia e, per proprietà transitiva, chi la abita.

Da aprile a maggio del 2011 i finanzieri indagano l’enorme emorragia di funzionari del comune di Reggio Calabria a metà mattinata. Un fuggi fuggi verso bar e boutique, strade e edicole, parchi e casali della bellissima città calabrese. Per un mese scattano foto, filmano, descrivono, accertano e infine denunciano gli impiegati facenti parte di quella classe di sfruttati che prende il nome di “furbetti del cartellino”. Diciassette in manette, settantotto a piede libero. Praticamente tutto il Municipio!

I fatti accertati e all’apparenza incontestabili devono però essere validati ed eventualmente sanzionati da un tribunale, perché siamo un Paese civile. Anzi: uno Stato di diritto.

Sicché due anni dopo, anno 2013, il Pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. Il tempo è danaro, ma anche la fatica è immensa, cosicché solo l’anno successivo, 4 dicembre 2014, si celebra l’udienza preliminare davanti al Gup e agli albori del quarto anno (marzo 2015) si firma il decreto che fissa il giudizio per i fatti e le indagini compiute nel 2011.

Il tempo è denaro, e l’abbiamo capito, ma purtroppo i tribunali sono intasati, la fatica resta immensa e un rinvio dopo l’altro sposta il giudizio al 2016, poi al 2017, infine a quest’anno.

In tempo forse per giungere, incrociando le dita, alla prescrizione. Cioè all’assoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Costruite e sarete felici! Gli arbusti edilizi di Catanzaro, le escrescenze cementizie, quelle tumefazioni dell’ambiente costringono la città a essere invasa dal brutto che a volte si fa orrido impellicciato di alluminio, a loro modo fondale della speranza e non della calunnia. Il regime calabrese, l’impotente monopolio degli spicciafaccende che hanno sgovernato, fossero di centrodestra o di centrosinistra, la Regione da quando è nata, ha convinto i suoi abitanti che un paradiso in terra anche per loro ci sarebbe stato, che comunque una pizzeria, un bar, un albergo o un negozietto segnasse la terra promessa.

La maleducazione al cemento, che trova in Catanzaro il suo capoluogo, è cosmesi che trucca le campagne e unisce le altre città. Il non finito, riduzione filosofica dell’incompiuto, è un tratto caratteristico che un fotografo e un filosofo, Angelo Maggio e Francesco Lesce, hanno illustrato con passione e competenza. “Il fabbricato non finito non è solo un elemento estetico che punteggia da cima a fondo il paesaggio calabro – spiega Lesce – ma costitutivo di uno stile di vita”.

Negli anni sessanta costruire è stato l’imperativo categorico della modernizzazione. Che significava collocare le proprie speranze nel futuro, era l’aspettativa del riscatto: “Il fabbricato non finito è un progetto che doveva realizzarsi e mai si è realizzato, è rimasto sospeso nel tempo, e ora è divenuto parte integrante del paesaggio”.

Badolato, Caulonia, Stilo, e prima il Crotonese, o Soverato se si è sullo Ionio e se ne discende da Catanzaro. Lamezia Terme se si guarda al Tirreno, la crosta cementizia delle cittadine di mare (i calabresi odiano la costa, sono gente di collina e di montagna, la cucina ne risente e il mare subisce l’inimicizia dei nativi).

Ad Angelo Maggio, il fotografo, la visione di mattoni a vista come fondale del Cristo di San Luca in Aspromonte lo convinse all’idea di realizzare un tour del non finito: rassegna visiva di costruzioni sospese, di vite affamate di speranza. Ricorda Angelo: “Andai a San Luca per mostrare ai residenti la mia foto con il Cristo e la costruzione di cemento dietro di lui e capire quale reazione producesse: quella foto piaceva tanto”.

L’industria del cemento ha avuto preminenza e sviluppo fino ai primi anni del nuovo secolo. Dopodiché la crisi e la povertà che ha generato, ha obbligato i calabresi al ritorno alla condizione di partenza: nuovamente e perdutamente emigranti. Restano dunque gli scheletri di ieri; oggi invece le nuove costruzioni sono fantasmagorici centri commerciali, spesso lavanderie perfette per la finanza creativa ed estorsiva della criminalità organizzata, realtà incoercibile e – a quanto pare – incontenibile.

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Mi chiamano il sindaco del vaffanculo perché non ho peli sulla lingua. Mando affanculo tutti quelli che vogliono bloccare, ostruire, trescare, sospendere. In Calabria chi può dire, come posso dire io, che con la politica non ho da spartire ricchezza. Non tocco un euro, non ho bisogno di niente. Tutti mi riconoscono l’onestà. E questo mi fa scavalcare le montagne”.

Sergio Abramo è il podestà di Catanzaro. Non solo imprenditore, non solo ricco, non solo spigoloso, polemista, ambizioso, affabulatore. Brevilineo, scatto nervoso e tenace, si è accasato nel municipio della città da circa un ventennio, con una parentesi fallimentare al consiglio regionale.

Mi chiamavano una volta al mese, mi pagavano per partecipare a una stupida riunione di una commissione consiliare. Una noia mortale. Avrei fatto bene il presidente, ma il centrodestra non mi ama, diffida di me. La politica è entrata nel mio corpo per la prima volta grazie a Massimo D’Alema, che mi fece sapere di vedermi bene alla guida della coalizione di centrosinistra. Non se ne fece nulla, passai dall’altra parte.

Lei è sindaco di Catanzaro. Più di una città sembra uno svincolo, infatuata dal cemento e conquistata dalla bruttezza.

Puoi fare quello che vuoi, puoi fantasticare con la mente, puoi faticare come un mulo, puoi attirare progetti, ma tutto quello sporco non se ne va più. È lì e lì resta.

Intanto dica basta al nuovo cemento.

Basta? Ho appena mandato affanculo quelli che mi proponevano di autorizzare una lottizzazione di quattrocento case nell’unica area ancora libera che dà sul mare. Come sa, Catanzaro è mare e montagna. Il suo cuore è quassù, dove fu eretta, mentre l’anima commerciale, se possiamo chiamarla così, si trova ai suoi piedi.

Dicono che lei sia un gran affabulatore, che converta in realtà la fantasia, la accusano di trasformare il falso in vero.

Ah sì? Quando sono arrivato qua (era il 1997, ndr), mi sono seduto su questa sedia, ho trovato solo macerie e debiti. Progetti appena abbozzati, lasciati incompiuti, pilastri di cemento armato a vista, lotti mai finiti. Se questa città ha un teatro funzionante, un centro espositivo, una pavimentazione adeguata nel centro storico, dei servizi essenziali dignitosi, una piscina, lo deve a me. Se questa città avrà un impianto di trattamento dei rifiuti che la farà star tranquilla per i prossimi 150 anni, una metropolitana leggera che legherà il territorio oggi sfaldato e boccheggiante, beh vuole che un po’di merito non me lo pigli?

Se lo prenda pure, senza strafare.

Strafare? Io invece strafaccio. Sto seduto su questa poltrona di sindaco dalle otto di mattino alle otto di sera, mi leggo tutto perché non ho fiducia in nessuno. Odio le camarille, odio i potenti, odio i fannulloni, odio chi pensa solo a se stesso. Catanzaro è popolata da uomini che hanno pensato solo al proprio portafogli.

Dopo San Vitaliano, il patrono, c’è Sant’Abramo, il super efficiente.

Santo non sono, efficiente sì.

Lei è buono, i cattivi sono gli altri.

Sono onesto e faccio di tutto per amministrare bene.

Odia la politica ma ne è coinvolto come nessuno. Vorrebbe fare il presidente della Regione?

Mi piace amministrare. Le sembra mai che la Calabria produca in loco beni che hanno solo il 13 per cento del valore del suo Pil? Le sembra mai possibile che non abbia produzioni, nemmeno quelle elementari, per far fronte alle proprie necessità? Le sembra possibile che ogni minchiata debba essere acquistata fuori? E le sembra possibile che noi dobbiamo essere ridotti in questo modo? I calabresi sfottuti ovunque.

Tanto il centrodestra non la candiderà in autunno per la sfida regionale…

Lo so che non mi vogliono, li farei filare. Ma diamo tempo al tempo.

Intanto a Catanzaro lei ancora deve finire i compiti. Ha fatto pace con l’imprenditore Noto, il più ricco della città.

È lui che ha fatto la guerra a me. Visto che l’ha persa, per rimettersi in gioco ha dovuto comprare la squadra di calcio. Ha fatto una buona cosa.

Sergio Abramo, il sindaco che manda tutti a quel paese.

Se non lavori, ti mando a quel paese sì. Se vuoi farmi fesso, ti caccio via. Perché, è sbagliato secondo lei?

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018   

inviati a Catanzaro
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Quando alla tivù, nei quiz, domandano – “qual è il ponte a una sola arcata più grande d’Europa?” – ecco pronta la risposta esatta: Catanzaro.

È il Ponte Bisantis.

Eccolo, ha una sola arcata. È un braccio di calcestruzzo e asfalto che “dalle viscere della città agguanta la periferia”, spiega Angela Sposato, firma di Slow Food, studiosa di filosofia e instancabile agitatrice di idee in città. Capoluogo delle Calabrie dal 1971, messa in alto dove da ogni lato c’è un diverso paesaggio – il Golfo di Squillace di qua, il Tirreno di là e i boschi della Sila in elegante agguato –, Catanzaro è un po’ meglio di come la raccontano. Il Parco dell’Agraria, fiore all’occhiello di Michele Traversa – il presidente della fu Provincia – è così prodigo d’istallazioni d’arte contemporanea, di monumenti eccentrici e prati lindi da far dire, col viaggiatore più smaliziato, “c’è un Nord paradossale nel Sud, e quello è Catanzaro”.

E SOLO UN CATRICALÀ può ben dirlo. Antonio, appunto – già magistrato del Consiglio di Stato, presidente degli Aeroporti di Roma – campione di quel corpus burocratico qual è la sua città, Catanzaro, che tra le vene vive della sua più intima storia, chissà perché oltre a dare all’Italia il nome, dà anche i suoi burocrati migliori.

Tutto merito del Liceo Classico Galluppi.

E del Nord. È Norman Douglas che incontra “le foreste scandinave in Calabria” e Guido Piovene, raggiungendo Catanzaro, dove resta ammirato per la vivacità intellettuale e il gran numero di copie dei giornali vendute come in nessun’altra città al Sud, gode della visione del pino loricato abile a sopravvivere tra i dirupi impervi. Il solito Nord: “Una fantasia settentrionale eseguita con il rigoglio meridionale”. Accanto alla fabbrica dell’immaginario amministrativo, fornace che s’alimenta dalla classe impiegatizia e dai beni dei possidenti, l’altro istinto di città – per dirla con lo storico Piero Bevilacqua, debitore verso Francois Lenormant della definizione di “città vertiginosa” – è nell’edilizia predatoria.

L’ESCREMENTIZIO del cementizio segna lo skylinema – ahinoi – è come in tutto il Meridione.

Floriano Noto, il presidente del Catanzaro Calcio – l’Oscar Farinetti del Sud in un certo senso – non riesce a confermarne uno tra i calciatori venuti da Verona, perché quelli “al momento della firma sul contratto s’accompagnano con le mogli o le fidanzate e queste, magari perché non vedono un taxi o perché non trovano su Corso Mazzini bei negozi, fanno subito marameo”. Noto non sa nulla di pallone, che gli serve però a stabilizzare politicamente la sua figura di imprenditore in crisi di identità. Proprietario dei supermercati a marchio Sidis, quindi connesso al centrodestra, passa armi, bagagli e punti vendita (120 per 350 milioni di euro di fatturato) alle Coop, e tifa centrosinistra. Perde le elezioni e decide la ripartenza: c’è di meglio di una squadra di calcio? Leggi tutto

“Mi sento frullato, senza forze in una giornata senza tempo”. Alberto Barachini, stanco ma felice, era fino a qualche mese fa un giornalista Mediaset. Poi Berlusconi ha deciso di nominarlo senatore e i Cinquestelle, pur di non votare Maurizio Gasparri, hanno scelto di eleggere lui presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza.

Gasparri, io ancora non ci posso credere. Questo è uno sfregio alla sua storia, anche alla sua carriera. Sostengono un dipendente Mediaset pur di non farle aprir bocca sulla Rai.

Chi conosce il sottoscritto sa che è una personalità politica forte. Hanno invece optato per una figura debole. Tutto si tiene.

Barachini, immagino abbia chiarito subito con il suo amico Gasparri.

La prima cosa che ho fatto. Tenevo a dire a Maurizio la mia assoluta correttezza, e credo che possa testimoniarla. Ci mancherebbe anche questo, poi”.

Gasparri: Comunque io sono anche membro della Commissione di Vigilanza. E adesso verrà il bello.

Barachini: Io sono buono come il pane. Mi faccio concavo e convesso.

Gasparri: I Cinquestelle presto impareranno a conoscermi meglio, sapranno di che pasta sono fatto. Almeno un’ora al giorno, per tutta la legislatura, la dedicherò a loro.

Li attenzionerà, come scrivono nei verbali i militi dell’Arma, di cui è fan accanito.

Gasparri: Hanno tentato di giustificarsi dicendo che sarei in conflitto di interessi avendo firmato la legge sull’emittenza. Sono balle. Mi temono, ecco.

Sono questioni interne di Forza Italia, non mi va di mettere becco.

Barachini: La realtà a volte supera l’immaginazione. La politica sta vivendo un momento storico.

Gasparri: Credono che io dimentichi le cose. Da domani si riapre il dossier sulla colf di Fico, il presidente della Camera.

Barachini: Ho lavorato al Tg4, poi alle all news di Mediaset, infine al Tgcom. Mi ha voluto Berlusconi qui al Senato, dopo avermi messo al lavoro per seguire la comunicazione di Forza Italia e di curargli la campagna elettorale.

Gasparri: Comunque io sono presidente della Giunta per le elezioni. Mi hanno dato questa nomina un po’ come suggello della mia attività. Honoris causa, si potrebbe dire.

Barachini: Ho un buon carattere, rispondo col sorriso a tutti. Secondo me il sorriso è il più potente dei balsami. Fa campare meglio, fa vivere più a lungo e cambia il registro del confronto, anche il più duro e acceso.

Gasparri: Da parte mia nessuna rappresaglia, non ce n’è motivo. Solo che farò al meglio il mio mestiere di oppositore. Prendo semplicemente atto, conosco la politica e gli italiani conoscono la mia storia. La personalità ce l’ho, inutile girarci intorno.

Barachini: Non vorrei finire nel tritacarne, già so che questa intervista è ad alto rischio. Io chiedo: non abbiate pregiudizi. Ho garantito la mia imparzialità.

Gasparri: Una presidenza forte è molto meno disponibile al compromesso, molto più autorevole. Si vede che do fastidio.

Barachini: Milito nell’Azione cattolica, ho tre figli. Alla messa domenicale non manchiamo mai.

Gasparri: Voi del Fatto siete pericolosi, io con voi non dovrei parlare.

Barachini: Voi del Fatto siete pericolosi, lo dico con simpatia. Per favore trattatemi con equità, senza pregiudizio. Ho un buon carattere ma non significa che non ho carattere.

Gasparri: Sono vaccinato, ormai non me la prendo. Ma mi toglierò lo sfizio di documentarmi sul mondo a Cinquestelle e non mancherò di segnalare, come del resto è mio dovere.

Barachini: Mi sono dimesso da Mediaset, sarò aperto al confronto e utilizzerò il mio ruolo di garanzia.

Gasparri: Farò sia il presidente della Giunta che il membro della Vigilanza. Perché, ha qualche problema?

Barachini: Effettivamente, sento molto questa responsabilità.

Gasparri: Ogni cosa a suo tempo. Garantito.

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

Matteo Salvini vende la paura al mercato della politica. E’ una merce richiestissima e lui la offre a buon mercato. La paura dell’altro, la paura dello straniero, la paura del ladro, la paura di restare senza lavoro, la paura di impoverirci. La paura del futuro.

Quando Marco Lillo, che dirige la collana di Paper First, la casa editrice del Fatto Quotidiano, mi propose il lavoro che oggi è il volume disponibile sia in libreria che in edicola, non ebbi motivo per non accettare. Grazie all’aiuto prezioso di Bianca Terracciano, studiosa del linguaggio e della comunicazione non verbale, ho immaginato che Salvini potesse essere raccontato, e con dovizia di dettagli, anche solo attraverso i tweet, i post su Facebook, i video e le foto pubblicate su Instagram negli anni della sua lunga carriera politica. La relazione che il ministro dell’Interno ha con gli italiani si struttura infatti nell’utilizzo sistemico, a volte molte oltre la misura, dei social con i quali evita qualunque intermediazione.

E’ stato il suo successo, insieme alla capacità di entrare nelle viscere profonde degli italiani senza ambire a spurgarle dei cattivi sentimenti. Anzi. Matteo il Capitano, come i suoi fan lo chiamano, è divenuto il potabilizzatore della nostra coscienza sporca e il semplificatore di questioni complesse. Ogni cosa difficile nelle sue mani, meglio dire sulla sua bocca, diviene facile, semplice, persino banale. I Rom? Serve la ruspa (la ruspetta per i bambini nomadi). Non basta una ruspa a far sparire questo popolo, per fortuna. E tutti noi lo sappiamo. Ma vale, per Salvini e per coloro che in lui credono, il non detto: la ruspa è il segnale che si possono asfaltare le loro capanne, distruggere le loro roulotte e in qualche modo, non sappiamo come ma certo lo speriamo, liquidare così le loro vite. Sui migranti abbiamo visto come si è comportato: basta crociere! E tutti hanno applaudito. E davanti all’annosa questione del peso fiscale, delle tasse che ci inseguono e ci fanno ammattire, Salvini ha proposto la flat tax. Abbassarle ai ricchi per aiutare i poveri. Ancora applausi. Nessuno si è fermato un momento a pensare: ma davvero i soldi che i ricchi risparmieranno saranno fonte di gioia per i nullatenenti? A noi basta la promessa, e più grande è, ridondante è, incredibile è, più ci rende felice.

Salvini ci conosce bene, sa quali sono i nostri vizi e le nostre virtù. E vellica i secondi, nascondendo i primi. Ha però qualche buona ragione dalla sua parte. Che il libro, per chi vorrà leggerlo, elenca minuziosamente.

da: ilfattoquotidiano.it

Roma ladrona ricompare e, curiosamente, rovina sul vestito blu ministeriale di Matteo Salvini. Ora si ritrova tra le mani l’assegno di 250 mila euro che Luca Parnasi, da buon investitore, ha destinato alla Lega. “Lo conosco come una persona perbene”, ha detto ieri il ministro. E non dubitiamo affatto. Come non dubitiamo che Parnasi abbia investito bene, “spendendo un po’ per le elezioni”, come pure ha commentato con i suoi quando ha deciso di stornare alla politica un po’ di quattrini, che del resto per l’azienda è tradizione antica e si immagina parecchio remunerativa.

È sempre possibile, perché le vie del Signore sono infinite (e il nostro Matteo ha innalzato il Vangelo a suo compagno di viaggio), che il costruttore romano sia apparso ai leghisti come un improvviso e assai fervente sostenitore di Alberto da Giussano ma purtroppo per Salvini la professione di fede fa un po’ ridere. Fa invece riflettere che il costruttore romano abbia messo la sua fiche sulla Lega. E doppiamente pensare che quella fiche Salvini l’abbia accettata.

Tutto torna e la storia ancora si ripete. Era il 7 dicembre 1993 quando un altro tesoriere, si chiamava Alessandro Patelli, raccolse una busta contenente 200 milioni di lire da Carlo Sama, presidente Montedison. E quei soldi, tutti in nero, Umberto Bossi si affrettò a restituirli ma non bastò a evitargli una condanna a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.

Oggi Salvini deve ripetere il gesto del suo antico e perduto leader. Certo, i soldi di Parnasi sono iscritti a bilancio della sua società (Pentapigna srl) e l’erogazione è legittima dal punto di vista giuridico. Politicamente invece suona come una resa al vizio antico di predicare bene eccetera eccetera. Salvini, già che si trova in tema, approfitti e indichi i nomi degli altri donatori che hanno scelto di inviare soldi all’associazione Più Voci, la onlus destinataria dei bonifici. E già che c’è spieghi se la Lega ha ancora in cassa le azioni di General Electric, della spagnola Gas Natural, di Mediobanca, di Enel, Telecom, Intesa San Paolo. Se abbia venduto o ancora possiede il corporate bond da trecentomila euro di Ancelor Mittal, la multinazionale che ha appena acquistato l’Ilva.

Matteo Salvini con le parole ha costruito un mondo. Ne usi qualcuna per spiegare se ha investito (lui o i suoi predecessori) o perché non abbia disinvestito. E ne usi qualche altra per illustrare la distanza che separa l’apparenza, il leader che attacca le multinazionali, il lombardo che mangia italiano, beve italiano compra sempre italiano, e poi la realtà.

Un movimento che acquista azioni del capitale ostile e aggressivo, che raccoglie donazioni da costruttori parecchio affamati, che arruola gente dal passato opaco.

Spieghi con un tweet. O forse con due. O anche con tre. Non prima di aver compiuto l’unica scelta possibile: andare in banca e bonificare sul conto della Pentapigna srl, società detenuta al 100% da Luca Parnasi, i 250 mila euro con questo messaggio: grazie, ma sono troppi soldi e la gente mormora…

Da: Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Vicenza

Il suo pane, amore e fantasia è, va da sé, Olio, acciaio e fantasia. È il titolo del suo memoriale. Ed è l’unica concessione, neppure vanitosa, alla curiosità altrui. È la storia di Nicola Amenduni – l’ingegnere dell’acciaio – che in tutti i suoi 100 anni, festeggiati il 4 aprile scorso, nei limiti della cortesia ha rifiutato onorificenze, cavalierati, titoli, scegliendo sempre la regola del “fare senza dire”. Ed è come il moto quasi perpetuo della sua idea d’industria: “Ho robotizzato il magazzino della Valbruna, un gioiello alto trenta metri, che preleva i prodotti d’acciaio che produciamo, prepara, prepara i pacchi sulla base degli ordinativi, carica gli autotreni al ritmo di quattro ogni quarto d’ora”.

L’apparentemente immobile ulivo millenario forgia ellissi e cerchi di centrifughe dinamiche. Come il celebre Profilo continuo di Renato Bertelli, capolavoro futurista, che Amenduni tiene sulla scrivania, al quinto piano del palazzo uffici delle Acciaierie: “Il dinamismo antiretorico del capo, vigile e insonne, che tutto vede e sorveglia”, per dirla con Marco Moretti.

Arrivato da Bari, Amenduni è il negro per eccellenza di Vicenza se a ripercorrere le pagine del suo libro “i difficili inizi vicentini” torna alla memoria la straordinaria Italia dei miscugli, quella che negli anni del dopoguerra, meticcia il meglio del sud col meglio del nord.

Un imprenditore di macchine oleari qual è lui arriva alla Valbruna per litigare col capo stabilimento – questioni legate alle commesse – e però fa amicizia con Ernesto Gresele, il proprietario. Lo invita a Bari per una vacanza e lì Nicola ne conosce la figlia Maria, anzi Mariuccia – ma anche Mariù come la chiama solo lui – se ne innamora e le chiede il permesso di corteggiarla.

Sono sul Lungomare Araldo di Crollalanza: “Giravamo per Bari”, racconterà dopo Amenduni a Marino Smiderle, “ci salutavano con deferenza e la mia futura moglie pesava che io fossi un mafioso”.

Li sposa padre Pio, è il 1957, ma il Sud del Sud dei Santi approda nella città del Palladio anni dopo quando Nicola, titolare della fonderia Michele Amenduni&C – specializzata nella fabbricazione di macchine per le olive – assume anche la guida delle Acciaierie Valbruna alla morte del suocero.

Nicola Amenduni, ancora oggi, ogni giorno, non manca all’appuntamento col lavoro. Dirige e decide le strategia di un’industria che s’avvale della presenza dei suoi figli: Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e Antonella. Tutti all’opera, nell’inossidabile acciaio del patriarcato.

da: Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2018