PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE  inviati a Campobasso

Il canino volitivo di Massimiliano Scarabeo, capogruppo del Pd al consiglio regionale, era sul punto di arpionare il lobo dell’orecchio destro di Domenico Di Nunzio, suo collega di partito, e macinarlo tutto, e poi magari pure inghiottirlo. Come manco neppure San Pietro quando stacca l’orecchio a Malco, il servo del terribile Caifa, l’accusatore di Cristo.

IL CONFRONTO svoltosi nella sala delle adunanze del Molise meno di due anni fa finì dunque a morsi e giustamente il morsicato Di Nunzio valutò che il dissidio “squisitamente politico” non dovesse esondare in tribunale. Il tempo ha fatto il resto e sia Scarabeo che Di Nunzio, con pari gioia, si ripresentano all’elettorato scegliendo, per dare soddisfazione alle esigenze del pendolarismo, le file del centrodestra.

Proprio il caso di dire: “Porgi l’altro orecchio”. I molisani hanno un particolare rapporto col tempo che passa, e se passa lento è meglio per tutti. Cosicché i loro dirigenti hanno scelto di chiamarli al voto con due mesi di ritardo rispetto alla scadenza naturale del 4 marzo.

Si vota domenica 22 aprile. Due mesi in più, due stipendi in più, tutta festa. E Vincenzo Niro, in consiglio regionale dal 2001, è chiamato affettuosamente l’onorevole Pendolo. Non mostra antipatia per l’appellativo giacché di suo ha scelto di confrontarsi con tutti quanti. Leggi tutto

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Campobasso

 

“Non sa che orgoglio nel dire: noi acquisiamo questa azienda senza chiedere un euro di finanziamento pubblico. Senza la solita questua, senza la carezza di un politico, solo con i nostri soldi”.

Nel Molise che ha finanziato anche le lacrime, bruciando quattrini e sotterrandoli nella grande cesta delle clientele, la vicenda della famiglia Ferro sembra un film girato altrove. Rossella, quarta generazione di una famiglia di mugnai, oggi gestisce insieme a suo fratello e ai cugini il pastificio La Molisana, raccolto in disgrazia nel 2011.

Mai un passo più lungo della gamba. E il passo si fa solo se la gamba lo permette. Il marchio sette anni fa era decotto e ora invece è nelle posizioni preminenti della classifica nazionale.

Beh, la soddisfazione di non dover far fronte a tutte le future raccomandazioni dei politici non è di tutti.

Infatti dalla politica non giunge alcuna richiesta. Le domande di lavoro sono tante e io le ricevo tra le mie amiche, quando vado al supermercato, oppure via mail. Abitiamo tutti a Campobasso, ed è naturale che si pensi al futuro del proprio figlio e si chieda a noi di farvi fronte. Quando diciamo no è sempre un dispiacere.

Gli imprenditori italiani sono definiti, e giustamente, dei “prenditori ”.

Sto parlando della mia azienda, non guardo in casa d’altri.

Quanti occupati?

Qui dentro siamo 207, ma stiamo acquisendo terreni perché abbiamo bisogno di immaginare un futuro ancora più importante.

In città si dice che siete molto parsimoniosi.

È una tradizione di famiglia, lo sfarzo non è un nostro amico. Oggi hai i soldi ma domani?

Pasta di grano italiano?

Ora va forte l’illusione che il grano italiano sia il migliore del mondo. Invece quello dell’Arizona è nettamente superiore. Non le dico il kazako. Ma a noi piacciono tanto gli spot del Mulino Bianco. Comunque, se il consumatore chiede, il produttore risponde. Anche La Molisana offrirà la pasta con grano italiano. Faremo tutti felici e contenti.

da: Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Campobasso

Una mucca non ci sta nel corridoio. È capace di fare salti di due metri.

“Anche tre”, dice Carmelina Colantuono a capo delle mandrie e dei mandriani che in andata e ritorno di bestie, uomini e dei dagli Abruzzi alle Puglie fanno del Molise –la terra di Campobasso dove tutto è tormento: o nevica, o piove, o tira vento –il transito della Transumanza. Un transito che si riflette, visto l’intreccio sociale, nella metafora più immediata. In politica – e domenica si saprà – tutti fanno un po’ qua e poi anche là. Come Vincenzo Cotugno che quando è di centrosinistra fa la lista “Rialzati Molise” e quando è di centrodestra, invece, fa “Orgoglio Molise”.

Come Massimiliano Scarabeo, già sgargiante ultras del Venafro calcio, fondatore del Circolo An “Gianfranco Fini”, quindi capogruppo del Pd di Matteo Renzi in Regione e adesso collocato in Forza Italia, al seguito del potentissimo cognato di Cotugno: Aldo Patriciello, il Gran Commendatore della sanità privata, il Don Rodrigo del contado molisano che dice sempre no. Un pastore, o un mandriano, ci vuole. E Patriciello ha detto no perfino all’avvenente Annaelsa Tartaglione, amica di Francesca Pascale, che la sua elezione in Parlamento se l’è dovuta faticare in transumanza, in Puglia (ma è ben vendicata; tutte le volte che Patriciello chiama al telefono Silvio Berlusconi non c’è verso: la Pascale spegne lo squillo).

Una mucca fa fatica a incamminarsi sull’asfalto. Cerca i tratturi e trascina negli zoccoli essenze e fragranze che vanno a vivificare – nei 200 chilometri delle autostrade fatte di verdissimi prati – la civiltà della transumanza. Ed è quella “bella immagine dell’avventura di bivacchi, coperte, fuochi, bellezza e il respiro incontaminato che tutti cercano” e su cui oggi scommettono Carmelina Colantuono (che pure gareggia alle Regionali nella squadra di Cotugno, uno dei politici in perenne transito), e con lei Nicola Di Niro (parente di Robert De Niro!). Sarà comunque grazie a loro due, infatti, e ai mille pastori molisani eredi di una tradizione di oltre due secoli, se nell’anno 2018 verrà accolta all’Unesco la candidatura della “Transumanza come patrimonio immateriale dell’Umanità”.

OGNI TRANSITO si lascia percorrere dalla muta pazienza dei greggi e delle mandrie. Leggi tutto

Sono mancate le corna, quelle dei bei tempi, alzate durante un vertice internazionale di qualche anno fa, per alleggerire la tensione, dietro al capo del ministro spagnolo Piquet. Per il resto Berlusconi ha prodotto il meglio del suo repertorio spostando di lato, senza neanche forzare il bacino, un disorientato Salvini che ieri per distinguersi s’era pure fatto venire in mente di indossare, nel confronto clou quirinalizio, la cravatta verde Padania.

Il Berlusconi bombastico, teatrale, un po’ mimo e un po’ ermeneuta, ha compiuto, in favore delle telecamere, la sua prova nella nuova veste di Signor No. Interdetto dal Parlamento perché condannato, non gli è stato impedito di salire lo scalone del Colle e lui subito se ne è approfittato. Fregando sul tempo al rallentato leader padano il posto d’onore nel salotto di Mattarella, primo a sinistra invece che secondo, in modo che anche lì fosse chiara la misura della responsabilità. Poi, al l’uscita, nel salone della Vetrata, rendendo le dichiarazioni salviniane un intermezzo triste delle sue virtù comiche.

Ha fatto prima il bravo presentatore, come già il grande Biagi aveva profetizzato (se solo avesse una “puntina di tette” Silvio farebbe anche la presentatrice) e poi il mimo. Ha irretito il nuovo leader avvertendo che avrebbe dovuto dire solo ciò che era contenuto nella dichiarazione pattuita, “abbiamo discusso su ogni parola”, senza farsi venire in mente sillabe non concordate, e poi gli ha rotto le scatole seguendo – da mimo – la lettura del testo. Uno, due, tre. Col capo ciondolante, oppure lo sguardo fisso, la mano nel doppiopetto Saraceni oppure nascosta dietro le spalle, teneva il ritmo. Cosicché il leader si è ritrovato gregario, e l’interdetto ha svolto il ruolo dell’interditore. Leggi tutto

“Il fegato, i reni. Soprattutto il cuore. Sono renzianissimo dentro, e il dispiacere di non aver conosciuto Matteo si aggiunge alla delusione che gli italiani non hanno capito la modernità della sua politica”. Francesco Fabbrizzi è il sindaco di Radicofani, la rocca della cintura senese che fu casa e rifugio del brigante Ghino di Tacco, personaggio di cui si infatuò Bettino Craxi. Ghino di Tacco fu lo pseudonimo col quale il leader del Psi dominò la scena politica facendo pesare il suo piccolo bottino elettorale oltre il possibile.

Renzi potrebbe essere il nuovo Ghino di Tacco, e lei il sindaco del suo fortino.

I tempi sono cambiati e non credo che a Matteo possa riuscire quel che Craxi fece.

Fabbrizzi, lei è innamorato della politica e del suo partito, il Pd.

A 16 anni ero iscritto ai Ds, a 19 consigliere comunale, a 24 vicesindaco, a 29 sindaco. Per dire che la mia vita – ora di anni ne ho solo 33 – è stata una dedizione assoluta.

Renzi è la sua luce.

Senza di lui cosa rimane? Senza il suo piglio, la sua energia, la forza e la tenacia con la quale ha disegnato il percorso cosa c’è?

Ma proprio grazie al suo disegno avete avuto batoste inenarrabili.

Nessuno può convincermi che gli 80 euro non fossero un aiuto ai ceti più popolari del Paese. Anch’io per un anno ne ho goduto.

Un anno solo?

Poi in verità me li hanno tolti.

Che lavoro fa?

Operatore del servizio Acquedotti. Leggi tutto

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Terni

Generazione Acciaio. Roberto, Fabrizio e Juri. Come nonno, figlio e nipote, come una vita lunga un secolo e un quarto, come la tuta, perenne quanto il fumo in cielo e la polvere nei polmoni. Come Terni, centro di gravità permanente del laminatoio. Metalmeccanici altrove, metalmezzadri qui, e presto capiremo il perché.

Dei suoi 32 anni passati lì dentro ricorda la felicità esagerata, quell’euforia incontenibile dovuta all’arruolamento nella fabbrica che era come un matrimonio. La sposa perfetta era la tuta, compagna di vita, amore indiscutibile. Il laminatoio, il forno, la polvere, il rumore del martello. Roberto Marroni ora ne ha ottanta di anni e tiene il conto della gioia che gli ha fatto vivere la sua fatica, l’onore di essere operaio come gli altri, come tutti. “Si andava al sindacato che ti procurava il lavoro e la fabbrica era il nostro destino da conquistare a tutti i costi, l’aggiudicazione di uno status sociale, la fatica benedetta di ogni giorno quanto una fortuna, quanto il nostro piacere. La fabbrica insomma era il nostro Sol dell’avvenire”.

Terni era la fabbrica, le case subivano il ritmo di espansione dei reparti: più acciaio più camere da letto, più comodità, più acqua calda. Più polvere, più orti. Più scorie nell’aria, più insalata a terra. Perché Terni ha anche prodotto la figura del metalmezzadro, metà giornata in fabbrica e metà nei campi. Sicuramente operai ma ancora contadini: falce e martello, appunto. Leggi tutto

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Terni

 

Quel che si ama, rimane. Il resto, per dirla col Poeta, è scorie. È una pappa di cromo e nichel, quel miasma. E siccome tutto ciò che è solido, come ricorda Karl Marx, si dissolve nell’aria, ecco che le scorie, nella dispersione incontrollata dei fumi, diventano pulviscolo. E sono fiocchi di un guano spettrale che va a spalmarsi sui tettucci delle automobili, sulle spalle dei passanti, mischiata alla forfora, e così tra le zolle dei terreni intorno ai camini operosi di quella che comunque è in rapporto alla popolazione – e con ben 18 multinazionali operanti in città – il secondo polo industriale d’Italia.

TERNI È LA TERZA città d’Italia con oltre centomila abitanti a essere andata in bancarotta. È stata città Stato, città cellula, pupilla dell’occhio vigile del Partito Comunista, poi laboratorio delle trasformazioni della sinistra, oggi prossima a diventare grillina o più coerentemente – e si dovrà trovare il perché – leghista. Tra qualche settimana si vota e i risultati del 4 marzo non danno scampo. Nessun sogno, nessun onore al Pd schiantato dalla fatica di essere l’erede di un potere immanente e affluente, luogo di scambio di favori o bisogni: il lavoro in fabbrica attraverso il sindacato oppure a libro paga nei servizi assolti dalle cooperative, una per tutte la Actl, la padrona della città: mense, assistenza ai malati, diagnostica, tempo libero e pure la gestione delle cascate delle Marmore. Tutto affidato in una connessione sistemica, quasi sentimentale. A volte persino superando il diritto, sopravanzandolo con il principio di realtà. Inchieste e veleni. Anche qui scorie. Leggi tutto

Iniziamo da chi ha vinto. Per esempio Elio Lannutti, il senatore Cinquestelle sempre dalla parte dei cittadini: “Non si digerisce, per inghiottirla ho dovuto chiudere gli occhi e pregare che il mio stomaco fosse compassionevole”. È alla buvette ma non parla del salmone andato a male. Il bocconcino storto, amarissimo si chiama Elisabetta Casellati, la pretoriana di Berlusconi, l’avvocatessa delle leggi ad personam. Lui l’ha dovuta votare e Andrea Cioffi, della stessa squadra pentastellata, fa training autogeno: “Ma chi ha cacciato Berlusconi da questa Aula? Chi se non noi?”. Tolto il reflusso gastrico, che pure è stato potente per alcuni, la partita doppia ieri non ha avuto storia. E il silenzio col quale il Transatlantico di palazzo Madama ha accolto il passaggio di Matteo Salvini verso l’Aula, con una deferenza che neanche a De Gasperi fu riservata, marchia a fuoco il senso della svolta.

IL FORZISTA Renato Brunetta, che nei momenti di calma è ipercinetico, ieri era letteralmente in fiamme. Avvolto da lingue di fuoco, da una rabbia nero fumo, procedeva al telefono sviluppando cerchi concentrici. Non ha mai smesso di girare in tondo per una buona mezz’ora, e mai ha staccato dalle orecchie lo smartphone: “Pe-ri-co-lo-so”. “Non sarò più capogruppo, è un mestiere troppo pericoloso”. Infuriato per la piega degli eventi e per il sopruso col quale Salvini ha steso il titolare della ditta, e l’irrisione di cui ha poi dato prova dopo essere uscito da palazzo Grazioli: “Gli ho portato un gelato”. Sottinteso: al vecchio. E grassa, pingue, sonora la risata di Toninelli, la gioia con la quale lui e Di Maio hanno salutato Fico sullo scranno di presidente della Camera, come lieve, di circostanza, ridotta a un puro esercizio muscolare quella di Luigi Zanda, capogruppo in uscita di un Pd in disarmo: “Mamma mia, meglio non pensare a quel che abbiamo fatto. Anzi, a quel che non abbiamo fatto. Ma vedo che quello parla, parla”. Leggi tutto

Lui, il piccolo, con la camicia bianca chiusa in gola da un farfallino esausto: “Mamma, ho da fare la pipì”. Lei, allarmatissima moglie del neosenatore: “Non lo dire neanche per scherzo. Ma non vedi dove siamo?”. Siamo nel corridoio che conduce all’aula di Palazzo Madama, oggi zeppa di congiunti inorgogliti che conducono a fatica i propri corpi e quelli della prole verso il fatidico passaggio di babbo o mamma sulle poltrone di velluto rosso antico, da legislatore della Terza Repubblica.

È QUESTO un Senato formato junior, più sprintoso che mai. Signore ma giovani, alcune ancora con l’aria di ragazze attardate, come Gabriella Giammanco. Berlusconi l’ha voluta deputata nel pieno dello splendore e ora l’ha trascinata qui, l’ha resa senatrice: “Devo ancora abituarmi a questo luogo. Mi sembra tutto così strano”. Maria Rosaria Rossi, non per niente soprannominata “la badante” ai tempi in cui organizzava l’agenda e la vita dell’ex Cavaliere, è lì vicino a soccorrerla.

Strano, forse stranissimo questo tempo e questo luogo anche per Sabrina Ricciardi, rigorosa in un abito di sartoria, dai tratti delicati, lo sguardo un po’ frastornato ma cosciente, consapevole dell’impegno. Lei rappresenta la seconda ondata grillina, la maturità raggiunta e anche una certa classe, una compostezza, e anche uno status da nuovo potente, che cinque anni fa sembravano sconosciuti. “Piacere, sono la senatrice De Lucia”. Si danno il lei e c’è un perché. La dirimpettaia chi è? Giornalista o collega, amica di gruppo o nemica?

“Scusa, sai dov’è il bagno?”, interroga una signora in tailleur e scarpe rosse vive, leghista di sicuro che chiede al compagno di cordata, Roberto Calderoli, un’indicazione utile.

Non è attesa tremante questa, ma momento lieto, ozio proficuo, sorriso ascendente. Ecco Daniela Santanchè in versione Fratelli d’Italia dopo essere stata la pitonessa del Cavaliere. Trasferita da Montecitorio e più custodita oggi rispetto a ieri. In effetti il centrodestra si distingue per mise: più approssimato e casual quello leghista, ricercato, a volte sfarzoso quello forzista. In mezzo, né pitone né jeans, la Meloni, tutta di bianco bestita, la voce flebile del centrodestra e, a vederla come alza gli occhi al cielo, anche la meno pronta a spiegare le mosse che verranno.

SE SEI DI FRATELLI d’Italia il Lazio è la regione d’elezione. Parli Lega? Allora Veneto e Lombardia. Grillini del sud invece: siciliani, calabresi, pugliesi. I dialetti si sentono e i gruppi si ricompongono per geolocalizzazione. “Io? Sono la senatrice Toffanin, da Rovigo”. Giuliva, veramente felice, la signora è coccolata dalla famiglia, i figlioli sono emozionati e anche lei tantissimo. Come la moglie di Domenico De Siano, boss forzista di Ischia, transformers isolano, accumulatore di poltrone (sindaco, consigliere provinciale, regionale). Oggi qui, finalmente. La sua signora: “Contentissima”. E contento è Luigi Cesaro, conosciuto come Giggino ’a purpetta, per via dell’identità popolare, della grammatica faticosa e delle amicizie, a volte non specchiatissime. Sono due forzisti del sud sopravvissuti all’onda anomala. Leggi tutto

Quanto costa il comportamento di un giudice alla reputazione dei giudici, alla loro credibilità, all’idea che essi hanno di sé stessi, del fatto che dispongono della misura di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, di chi deve pagare dazio e chi invece guadagnare l’innocenza? Quanto costa la scelta di far utilizzare l’auto blu di servizio, dunque auto di Stato, alla consorte per fatti privati invece che al titolare per fatti d’ufficio? Quanto costa alla credibilità della Consulta, l’organo che custodisce la Costituzione, la mamma di tutte le leggi, aver liquidato con un “poteva farlo” la scelta di un suo membro, Nicolò Zanon di lasciare che sua moglie viaggiasse per fatti propri sull’auto pubblica, caricando i costi delle sue trasferte nella casa al mare sullo Stato? I giudici supremi non lo sanno, o fanno finta di non saperlo. O forse nemmeno gli interessa.

da: ilfattoquotidiano.it