vito-mancusoDomani è Pasqua, è la Resurrezione. Domenica scorsa ci siamo scambiati il ramoscello d’ulivo: il segno della pace. Due giorni fa – solo per ricordare l’ultimo atto della più sanguinosa stagione bellica che interseca quella drammatica della migrazione secolare – Donald Trump ha ordinato lo sganciamento della più devastante bomba non atomica, la MOAB. E ieri Marine Le Pen ha ingiunto al Papa di non “immischiarsi”, di non aprire bocca sul tema dell’immigrazione.

C’è ancora religione? L’irrilevanza sociale della fede nei Paesi con i più alti standard di vita è anche questione civile? Così risponde Vito Mancuso, teologo. “Questo pomeriggio alle tre (ieri per chi legge ndr) si commemora la morte di Cristo. Un tempo suonavano le campane, si spogliavano gli altari. È il giorno del digiuno. Oggi lei sente un cambio nella vita quotidiana? Tutto è come sempre”.

Non c’è più religione, questo vuol dire?

La religio ha radice lessicale profonda. Significa legame. Religio come grande legame sociale. Romolo fonda Roma ma è Numa Pompilio, grazie alla religione, a costruire la sua identità. Perdere la fede significa far vacillare l’identità e dunque mettere in crisi la natura della propria civiltà. La religione ci permette di individuare un bene superiore, un bene comune che sopravanza quello dei singoli. Ci tiene stretti dentro quella cornice generale. Invece oggi siamo messi così.

Il cattolicesimo diviene burocrazia, la preghiera un rito, la parola del Papa pura consolazione.

Sì, fu un’illusione già di Giovanni Paolo II di immaginare che pesare all’interno dei movimenti potesse significare cambiare i rapporti di forza. Rischiamo di essere una religione senza popolo.

Eppure Francesco è amato, ascolta gli ultimi, continua a pronunciare messaggi rivoluzionari.

Un grande generale ha bisogno di un grande esercito. Invece il Papa è solo, la Curia cos’è? Dov’è?

La Chiesa cattolica è irrimediabilmente sfigurata da una classe dirigente, chiamiamola così, non all’altezza?

Senta: laddove i preti sono sull’altare riescono a muovere le comunità. A Bologna il nuovo vescovo, un bergogliano, sta rivoluzionando il rapporto della città con la sua Chiesa. Invece altrove è tutto un rito stanco.

È responsabilità del Papa non riuscire a mutare il volto della sua Curia e la sua reputazione?

Certo che sì. Come può chiedere al mondo di cambiare se non se la sente di affrontare la crisi di fiducia che esiste dentro il suo piccolissimo Stato? Oramai sono passati quattro anni dalla sua elezione. Il Papa ha il potere di fare ciò che ancora non fa.

Perché non lo fa? Leggi tutto

andrea-marsan
A Genova qualche giorno fa un cinghiale è riuscito a tuffarsi a mare e dopo qualche bracciata ha fatto ritorno tra i suoi monti. L’animale, finora coccolato soprattutto dai cacciatori che lo impallinano e poi lo gustano a tavola, non è nuovo a fughe in avanti. Negli ultimi tempi ha però fatto irruzione nelle nostre periferie con insolita frequenza producendo, come effetto collaterale, una nuova nevrosi da ingombro animale.

Daini, lepri, volpi, caprioli, naturalmente cinghiali, qualche lupo, anche qualche cervo. Gli avvistamenti si susseguono e con loro una nuova tipologia di stato d’ansia. Vuoi vedere che? Andrea Marsan, zoologo genovese e studioso appassionato di questo quadrupede, è il più titolato ad avanzare un’analisi logica della questione.

“Il cinghiale è un onnivoro. È un ghiottissimo fruitore della nostra ricchezza infinita che esonda nei rifiuti e fotografa la cultura della società dei consumi. Viene in città perché la campagna è spopolata e abbandonata, giunge da noi perché trova cibo. Se usassimo maggiore accortezza nella gestione dell’immondizia e nella relazione tra città e campagna la questione non si porrebbe”.

Il cinghiale è bello grosso.

Se s’incazza, perché teme un pericolo, ci fa anche male. Anche se nella scala del pericolo io metterei prima gabbiani e cornacchie. Sono veramente cattivi quelli.

Cinghiali a Roma, cinghiali a Genova.

Stupore, eh? Non c’è nulla di cui stupirsi invece. Il cinghiale si avvista in città come Genova ma anche a Barcellona e Berlino dove c’è continuità tra bosco e periferia. Dove non c’è rottura è più naturale che l’animale che ha fame, come un letto di fiume in piena, straripi un p o’. Succede sempre più spesso, ma è un fenomeno che vive soprattutto in primavera quando le campagne hanno terminato di offrire loro ghiande e castagne.

Fino a ieri il lupo lo teneva a bada.

L’equilibrio della natura è formidabile e il lupo provvedeva alla selezione naturale.

Quanti ne beccava a settimana?

Non saprei dirle con certezza. Il lupo predilige i cinghiali baby, o azzanna quelli adulti ma feriti o ancora si fa lupo quando la preda è in vecchiaia avanzata, deboluccia e arrendevole. Il lupo deve misurare le proprie forze e sa che un conflitto con un cinghiale in armi, giovane e robusto, lo vedrebbe sconfitto.

Abbiamo ripopolato troppo? Siamo stati permissivi?

Beh, in qualche caso siamo stati distratti e non abbiamo calcolato la prolificità di questo animale che riesce a triplicarsi in una sola annata. Ma più che contenere le nascite, e quindi dar luogo all’eliminazione per via cruenta, bisogna avere fiducia e lasciar fare alla natura. L’equilibrio naturale della selezione è la via maestra. Considerare poi che le campagne incolte producono, come effetto collaterale, questa mini invasione e capire che lo spopolamento produce enormi questioni, vitali per la società del benessere. Ricordi che l’uomo ha impiegato dodicimila anni per rendere domestico l’animale più aggressivo. Dal lupo è nato il cane; dal cinghiale il maiale. Leggi tutto

francesco-giavazziFrancesco Giavazzi è il contapassi di ogni governo in carica. Per mestiere insegna, è un economista di valore e ha cattedra alla Bocconi. Per piacere, scrive. Libri e soprattutto gli editoriali che da anni riversa alla tipografia di via Solferino per la prima pagina del Corriere della Sera. Teorico del mercato, è un combattente della prima ora contro lo Stato predone. Liberista puntiglioso, non alza mai la bandiera bianca della sconfitta. Le sue idee sono chiare, i suoi nemici pure.

I giornali che legge?

Non leggo i giornali.

Non legge il “Corriere” su cui scrive?

Mi piace il Foglio, lo sento moderno e soprattutto agile. Sul Corriere invece dò un’occhiata agli editoriali. I giornali che hanno molte pagine mi mettono ansia: non ha senso sfornarli in quella dimensione. Dei fatti che accadono nel mondo sappiamo ogni cosa prima di raggiungere l’edicola. Quindi, perché leggerli?

Noi non ci stanchiamo di leggere lei invece. Dice che il mercato è l’unico rimedio contro la povertà, il liberismo l’unica medicina che ripara dalle diseguaglianze. Più impresa e meno stato. Siamo nel pieno dello scandalo che ha coinvolto il “Sole 24 Ore”, il giornale della Confindustria. Professore, se l’impresa è quella…

E lo dice a me? Guardi che per tempo dissi che il Sole non poteva avere quella proprietà. Fosse per me chiuderei Confindustria.

Come dice?

La chiuderei, completamente inutile. Osservazioni che magari non sono piaciute. Del resto una prova è che io non sia stato mai invitato al meeting di Ambrosetti.

Mai andato sul lago di Como? Il meglio dell’impresa, del pensiero economico, il crocevia dei leader.

In verità fui invitato quando lavoravo al ministero del Tesoro, anni fa, insieme a Draghi. Non mi fu possibile partecipare. Poi ho avuto modo di dire che è veramente incredibile che un imprenditore per essere lì debba pagare trentamila euro. Soldi spesi malissimo. Magari applaudirei se li investisse a solcare il mare con un bel veliero, ma darli ad Ambrosetti. Suvvia!

Lei i nemici li convoca in comitiva. Eppure sa che si dice? Che le sue prediche sono fuori tempo, il suo liberismo è fuori scala, e quando ha voluto mettere in pratica le sue lezioni di economia, Mario Monti – suo collega bocconiano allora premier, rifiutò di accoglierle.

Keynes diceva che le buone idee hanno gambe forti e hanno bisogno di tempo per vedere il successo. Saranno i nostri figli, i nostri nipoti a giudicare.

La crisi economica non finisce più, l’austerità ha ridotto gli Stati a stamberghe eppure nulla è cambiato. Leggi tutto

saintvincentAddio croupier. Anche il tavolo verde finisce nello scantinato del Novecento e il Casinò, simbolo della belle époque, slargo capitalista, recinto nel quale era permesso ai ricchi di consumare i soldi attraverso altri soldi, bruciarli vivi sotto la sorveglianza ineffabile, compassionevole o comprensiva del croupier, declina verso una fine attesa e purtroppo giunta. Dei quattro Casinò funzionanti in Italia, non a caso posti agli estremi geografici del settentrione (Sanremo, Saint Vincent, Campione e Venezia) quello valdostano è messo peggio.

Lorenzo Sommo, lei è l’amministratore delegato.

Sono stato chiamato un anno e mezzo fa quando la crisi era già avanzata.

Organico appesantito dalle amicizie, e sempre meno ricconi – veri o presunti – a sedersi al tavolo.

Il nostro bilancio oggi è di 64 milioni di euro. E il 70 per cento è assorbito dagli stipendi. Una cifra troppo elevata. Dobbiamo scendere da questo tetto e pure di corsa.

In dieci anni il cash si è dimezzato: negli anni d’oro Saint Vincent faceva 125 milioni. E lei ha dovuto firmare la lettera per 264 licenziamenti. Tanti se si tiene conto che i dipendenti sono 648.

Faccio l’avvocato, e sono qui per tentare di tenere i conti in ordine.

L’hanno chiamata quando il tavolo verde è rimasto al verde.

Subiamo la crisi del gioco online, la forza immateriale e violenta delle macchinette.

Nel Paese della ludopatia a chiudere sono i Casinò. Oggi si gioca in casa, si perde in casa, si piange da soli. Tutto online, e anche il vizio si smaterializza.

Si dice sempre della robotica che rimpiazza. Nel gioco il mondo nuovo è già arrivato. Tutti a comprare slot machine. L’investimento iniziale è salato, poi però i soldi che si ricavano garantiscono il sacrificio iniziale e lo compensano. Ne compri cinquanta e ti basta una sola persona a gestirli.

È l’età della solitudine. Al poker i gomiti si toccavano. I pokeristi sono stati una classe sociale. Resteranno i film a ricordarceli.

Internet cambia il mondo e noi ce ne stiamo accorgendo per primi. Dalle slot ricaviamo il 75 per cento degli introiti da gioco. Solo un quarto si fattura sui tavoli, dove c’è organizzazione, struttura e lavoro. Dove si esplica principalmente la qualità del croupier.

Una professione allettante fino a dieci anni fa.

Economicamente piuttosto considerata.

Quanto guadagna in media un bravo croupier?

Sui 4.000 euro mensili. È un lavoro di alta specializzazione. Ma qui da anni non si assume più, l’età del croupier volge al termine. Leggi tutto

isaia-salesSono sei, di età compresa tra tre e quindici anni, i bambini che qualche giorno fa la magistratura napoletana ha sottratto alla patria potestà dei genitori, camorristi di vario calibro. La novità clamorosa è che questa decisione è prima culturale e poi giudiziaria: non solo le famiglie ma Napoli nel suo complesso non è nelle condizioni di far crescere i propri figli in un ambiente che non sia criminogeno. Perciò meglio mandarli al Nord, lontano dalla città della mala gente. A Isaia Sales, che studia da anni le cause della devianza civile di marchio camorristico, abbiamo chiesto se questa non sia in effetti la statuizione di un principio capovolto. In questo caso, in qualche modo, le colpe dei padri ricadono sui figli: “Sì, è così. In qualche modo si prende di mira il contesto sociale. Basta questo per supportare una decisione traumatica e definitiva: allontanare un bimbo dai propri genitori”.

Questi bambini però confezionavano droga, marinavano la scuola.

Ma non discuto! Altrove però si sarebbero invocati i servizi sociali, la famiglia sarebbe stata accompagnata in un recupero etico della propria funzione e i genitori messi davanti alle responsabilità. Oggi Napoli è senza alcuna capacità di accudire, assistere. È in balìa della sua nuova povertà. E la magistratura ne prende atto troncando il discorso e separando i destini.

Lei ha parlato di Stato-padre.

Riflettiamo su un punto: i soggetti qualificanti della vita napoletana oggi sono i camorristi e i giudici. Chi delinque e chi ripara, chi offende e chi punisce. Manca completamente la politica, manca la società. Nell’assenza il confronto si sviluppa in modo anomalo. Il giudice ha solo il codice penale come espressione della sua funzione.

Cosa deve fare il magistrato?

Infatti il magistrato, vistosi alla strette, capito che il Municipio non aveva mezzi per sostenere la riabilitazione e la città non aveva luoghi, comunità, case famiglia dove far accogliere questi bambini, ha deciso lo stralcio della loro vita. Ovvero la migrazione da un punto all’altro della Penisola.

Ha deciso che i bambini del Pallonetto, il quartiere dove stavano crescendo nell’illegalità, possono avere una vita felice solo a condizione di migrare al Nord. Come se il Sud – infettato dal virus criminale – non avesse più anticorpi.

Dal momento che non sono disponibili medicine e cure per combattere l’infezione sociale è meglio farli fuggire.

È un giudizio definitivo e mortale sul Sud. Leggi tutto

La mia Sanremo… Vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. (Italo Calvino)

vittorio-collettiAristocratica per via del suo nobile passato ma con tratti contemporanei da super cafona, Sanremo in questi giorni è il centro dell’Italia e del nostro Paese e giustamente testimone e specchio. Città doppia. Sta a nord ma è molto meridionale, ricca ereditiera ma attraversata da parecchi disonesti e sanguisughe, linda eppure sporca nell’anima. Vittorio Coletti è ligure, accademico della Crusca, linguista di valore ha firmato con Francesco Sabatini il dizionario della lingua italiana. Vive a Imperia che è la sorellina povera e sfigata di Sanremo. “A Sanremo c’era la libreria che non trovavo nella mia città, il cinema con i film che non riuscivo a vedere sotto casa. Il teatro, le rassegne letterarie al Casinò. Sanremo per noi gente di Ponente è stata la capitale della ricchezza e della cultura”.

Un passato da grandeur.

Alfredo Nobel aveva lì la villa, e Italo Calvino con villa Meridiana, e la grande e colta comunità russa. Non c’era partita e non avevi alternative: se non volevi andare a Genova ti toccava Sanremo per i tuoi pomeriggi felici e impegnati.

La città dei fiori. C’è qualcosa di più immacolato di un fiore?

Quando il mercato tirava, quando la globalizzazione non aveva fatto chiudere le serre e inguaiato l’industria del territorio, ogni quindici giorni partiva il treno carico di fiori. Esportavamo ovunque il nostro profumo.

E c’era il Casinò.

Un’altra industria benefattrice. Sa che per statuto una parte dei ricavi veniva destinata alla prefettura di Imperia che poi li distribuiva a tutti i poveri comuni dell’interno? Mio padre era vicesindaco di uno di quei paesini e attendeva che Sanremo staccasse l’assegno per provvedere a riparare qualche buca per strada.

San Remo, appunto. Città santa e generosa… Usa giustamente l’imperfetto, oggi non è più così.

Oggi no. Ma voglio ancora restare per un momento a ieri: il Casinò organizzava dei formidabili martedì letterari. Erano incontri di alto livello. Poi col tempo…

Col tempo tutto si è guastato.

Il Festival della canzone è l’unica industria che ancora regge. Porta soldi e si aspetta febbraio per dare fiato alle trombe. Ma anche qua tenga presente che a parte i diretti interessati, cioè albergatori e ristoratori, ai sanremesi non è che il Festival faccia impazzire. C’è più disinteresse di quel che appare. La manipolazione televisiva, che inquadra naturalmente i soliti colorati cento metri quadrati antistanti l’Ariston, il teatro della canzone, nega all’Italia la verità esatta, la cornice abulica dentro la quale la scintillante settimana canora si svolge.

Pensi che noialtri credevamo ancora che fosse la città dei fiori.

Il cimitero delle serre colpisce al cuore. Troppe sono chiuse per via di un mercato selvaggio che ha spostato l’asse della produzione altrove.

E i cravattoni che giungono al Casinò a spendere soldi dall’origine incerta?

Non sono tutti Calvino. Molti ceffi brutti, purtroppo.

Ori al collo, pellicce al vento. Leggi tutto

scomodoHanno deciso di sfidare il centro di gravità permanente della loro vita: il Web. Siamo al quarto mese e i duecento e passa ragazzi romani che danno vita a Scomodo devono prepararsi a chiudere in tipografia il quinto numero del loro mensile. Sono diciottenni romani, alcuni per la verità hanno da poco superato la boa dei quindici anni, altri (pochi) hanno oltrepassato il limite dei venti, a dare vita alla più plateale forma di restaurazione della trasmissione della notizia e dell’approfondimento: la carta.

“La carta ti fa leggere piano, ti fa capire di più, ti aiuta ad analizzare i fatti, a entrare nella carne viva dei problemi”.

Adriano Cava è iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza e dirige una redazione che è una città aperta.

Studenti, essenzialmente liceali, di varie scuole di Roma. Succede tutto per caso, alla nostra età c’è poco di programmato. Ci diciamo: vogliamo provare a fare un giornale come Dio comanda?

Ma l’industria della carta è in crisi, i giornali perdono lettori perché la Rete li trasforma in utenti. Le edicole chiudono. E voi, nativi digitali…

Ma tu dove mi hai trovato?

Su Facebook.

Mica puoi pensare che noi viviamo in un altro mondo? Siamo in Rete, sempre connessi. Lo smartphone in tasca è il segno del nostro tempo. Non scambiare il nostro progetto per una restaurazione. Semplicemente ci siamo accorti che il Web ci bombarda di notizie fino a sommergerci.

Il rullo compressore.

Gossip e attualità, baci appassionati e morti disgraziate. Video, clip su Facebook, smile, commenti leggeri, tragedie, pianti. Tutto insieme, tutto in un minuto. Il rullo quotidiano delle news, o anche dei gruppi, delle chat, è una esplosione continua di sentimenti e situazioni. Ora vedi un video di morte da Aleppo ora una festa di compleanno della tua amica. La realtà così sovrapposta semplicemente evapora. Diviene nuvola in cielo.

Un sistema che ti comprime e un po’ ti pialla, vuoi dire questo?

Un sistema che non ti dà il tempo di capire e di pensare. Di approfondire i temi, di raccogliere un punto di vista diverso.

Nella tua casa sono mai entrati i giornali? I tuoi genitori leggono?

Direi di sì. Ho visto più periodici che quotidiani. A casa mia c’era Micromega, poi Internazionale.

Scrivere costa più fatica che mandare un sms su WhatsApp, o twittare, oppure postare la foto del cane su Facebook, il bacio con la tua ragazza su Instagram. Leggi tutto

Era il prete del suo paese. Ora è il sindaco. Un don Camillo divenuto Peppone, anzi per chiudere il cerchio della trasgressione il don Peppone di Aiello del Friuli, la punta estrema del ex triangolo del salotto, le industrie del mobile ieri vanto e oggi croci di un territorio divenuto improvvisamente povero.

Andrea Bellavite, transgender del sesto tipo.

Venni qui da parroco nel 2002, stetti cinque anni e conobbi ogni casa. Sono tornato l’anno scorso da candidato, eletto per un soffio.

Teologo, filosofo, giornalista, pacifista, viandante.

Tutte queste cose messe insieme.

Ex prete anzitutto.

Nel 2007 ho rotto col mio mondo. A sorpresa un gruppo di amici e compagni della sinistra goriziana mi offrirono la candidatura a Gorizia. Ero già immerso nella vita pubblica, nell’impegno civile, nella cucitura dei movimenti di sinistra.

Era ancora prete.

Da prete e parroco conducevo questa vita su un doppio binario, timoroso però di lasciare la tonaca. Ero direttore del settimanale diocesano, pieno di impegni e di ansie.

La vita da prete dev’essere terribile. Anche lei ha dovuto fare i conti con la castità, prima ancora che con la politica.

Il frate fa il voto di castità, il prete fa promessa di celibato. Ma non c’è dubbio che il vincolo della assoluta illibatezza sia una montagna difficile da scalare.

A quanto pare i preti del nord-est sono cattivi scalatori.

Beh, i fatti della cronaca più recente danno il segno più di una devianza criminale. Io invece parlo della privazione di un sentimento così naturale, umano. Un atto di permanente contrizione.

Una vita dentro il peccato, all’ombra del peccato.

È vero, un prete tiene dentro di sé questo peso.

Tra colleghi non si discute del tema?

No, assolutamente. Al massimo col confessore o piuttosto con lo psicologo.

C’è il terrore che la gerarchia si vendichi ed espella?

No, la Chiesa è caritatevole anzi di più. Assolve sempre e comprende sempre, beninteso se il peccato non diviene di pubblico dominio.

A lei la relazione con una donna è stata la conferma che la promessa davanti a Cristo era stata mancata.

Vivevo col terrore questa condizione. Alla fine anche prendere il caffè al bar con una ragazza diveniva un elemento di paura: vuoi vedere che mi vedono? Stai a vedere che iniziano a mormorare. E la cosa più ingiusta era la mortificazione permanente della donna.

I paesi sono i luoghi del rancore, la gente mormora…

Eppure sapesse adesso i miei concittadini di Aiello come mi accolgono, quale spirito comunitario si è creato. Sono il loro sindaco e il loro confessore.

Un po’ Peppone e un po’ don Camillo.

La politica mi ha fatto dare uno scatto alla vita. Avevo paura al tempo in cui fui sospeso a divinis (era il 2007) di trovarmi senza lavoro, senza più amici, senza il mondo sul quale da prete avevo puntato: la società del bisogno e gli altri, i migranti per esempio.

Apre il municipio e suona le campane alla domenica?

Questo no, ma la mia identità è complessa e sovrappone le due vite che ho avuto la fortuna di vivere.

È sposato?

Non lo sono mai stato. E adesso sono single.

Il celibato non funziona proprio.

Temo di no, che noi uomini o gran parte di noi non riusciamo a coniugare la fede con questa condizione.

Voi preti, o ex.

Siamo peccatori. Ma ce ne sono tanti che invece immolano con convinzione e fiducia la loro vita alla castità. È un’attitudine, una luce che illumina alcuni e altri no.

Non dice più messa ma ha trovato un altro lavoro e un altro stipendio.

L’indennità di sindaco fa 1.302 euro al mese.

Si campa tirando la cinghia.

Faccio tante altre cose, non posso lamentarmi. E la soddisfazione più grande è che vedo la mia comunità partecipe, vicina.

Hanno mormorato, ma poi hanno capito.

Quando mi hanno chiesto di candidarmi dissi agli amici venuti in delegazione a Gorizia: ma siete proprio sicuri? Accettai perché mi parve un modo utile per mettere in campo le mie idee: apertura agli stranieri, lotta per la pace, multiculturalismo. Mi consigliavano di essere prudente nei comizi, invece io pensai che ci fosse un dovere di onestà e di sincerità. Questo io sono, queste sono le mie idee.

Bene, quanti migranti dunque ha il suo Comune?

Mi vergogno un po’ a dirlo ma ancora nessuno.

Don Peppone, proprio lei fa ostruzione!

Siamo appena entrati nel progetto Sprar. Solo da marzo avremo otto richiedenti asilo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2017

isabella-contiHa trentacinque anni e fa il sindaco da meno di tre. E lo fa talmente bene che, dimenticando di guidare la giunta di San Lazzaro di Savena, rosso su rosso emiliano vicino a Bologna, cippo imperituro al Pci e alla Lega Coop, ha imbracciato proprio con le Cooperative una battaglia corpo a corpo: non solo ha rifiutato di concedere la sua firma per autorizzare quella che le pareva una notevole e sconclusionata colata di cemento, ma ha delegato ai magistrati della Procura di Bologna l’approfondimento dei fatti. L’ha deciso pur avendo in tasca la tessera del Pd e nutrendo verso il partito un amore incondizionato ed eterno.

Fare la guerra alle Coop proprio dove le Coop comandano è medaglia al valore.

È una vicenda tristissima, che mi ha amareggiata molto e sulla quale non vorrei tornare. Avevamo le nostre buone ragioni per negare le autorizzazioni e le abbiamo fatte valere.

Direbbero i cattivi: ma lei non sa come va il mondo? Lei non sa cosa è divenuto il Pd?

Io sono buona e credo nei buoni. Anzi ho fede smisurata nella bontà. A 15 anni, quando mi sono iscritta alla Sinistra giovanile, ho scambiato la politica per una pratica umanistica, da volontariato, tipo Croce Rossa. Aiutare i poveri, dar da mangiare gli affamati. Ci credevo e ci ho sempre creduto.

Poi è cresciuta.

Non sono divenuta crocerossina ma penso che la politica debba avere una relazione empatica con gli elettori. Deve sorridere loro tutte le mattine, deve condurli per mano, fargli capire la propria buona ragione.

Ciò che non è riuscito a Matteo Renzi, che pure lei apprezza molto.

Di Renzi mi è piaciuto il piglio, la voglia di cambiare, e anche la fatica di farlo.

Voleva cambiare insieme a chi?

Agli italiani!

Voleva cambiare l’Italia facendo però a meno di cambiare il Pd, il suo partito.

Io lo so quello che pensa.

Penso che nel suo partito ci siano parecchi cattivi.

Mi ha appena detto che il Pd è irriformabile.

Lo confermo. Leggi tutto

pierluigi-petrilloSono undici anni che tra il 24 e il 28 dicembre, data fissa, viene emanato il decreto milleproroghe. Non c’è altro atto avente forza di legge che sia così certo, puntuale, improcrastinabile.

La proroga come elemento culturale dell’identità nazionale, il rinvio come strategia, l’apparenza che diviene realtà. Pier Luigi Petrillo insegna Diritto pubblico comparato all’Unitelma Sapienza e Teorie e tecniche del Lobbying alla Luiss, ed è un indagatore del rinvio come carta della fortuna, strategia del cuore, motivatore delle nostre pigrizie. “È l’impronta digitale del nostro pensiero, la necessità di ovviare alla realtà provando a utilizzare l’apparenza”.

Noi riusciamo a prorogare persino scadenze già scadute.

Risolviamo in modo unico il problema: lo eliminiamo dal presente e lo spostiamo in un futuro indeterminato, giacché siamo pronti, alla scadenza del primo rinvio, a emanare un decreto di ulteriore proroga. Essendo gli unici in Europa a utilizzare questa legislazione fantasy, sono sicuro che qualcuno ce lo copierà prima o poi. In effetti è bellissimo rinviare. Perché mai bisogna pagare le tasse entro quel termine?

La proroga come cultura e strategia di vita.

Non ci bastano più le parole per essere ultimativi: se bisogna adempiere un certo atto “entro il” noi troveremo scritto “entro e non oltre il”. Abbiamo bisogno di un rafforzativo per dichiarare la nostra volontà ferrea di non transigere.

È severamente vietato…

Vede? Non ci bastava scrivere “è vietato”. Quel severamente ci aiuta a non fare i conti con la realtà.

Il rinvio è una speranza o una furbata?

Il rinvio serve alla politica per affermare di aver fatto una cosa che poi non è. E ai giornali per titolare su una decisione dandola per acquisita e definitiva quando non è. Qui siamo alla forma più sofisticata del rinvio: la legge si approva ma è vuota e rimanda a decreti legislativi, a un futuro prossimo alquanto incerto. La legge Madia sulla Pubblica amministrazione è un guscio vuoto, una semplice promessa, per esempio.

Siamo in tempi di post verità.

Anche la legge sul Jobs act è un guscio vuoto, licenziata dal Parlamento senza contenuto. Leggi tutto