vito-tetiAltro che Nord e Sud, la questione adesso è come la montagna sopravviverà rispetto alla forza trascinatrice del mare, come l’Italia non continuerà ad ammassarsi, a mo’ di barcone tra le onde, sui bordi, lungo la costa, lasciando il centro, il suo cuore, senza anima. “Il senso dei luoghi” lo abbiamo conosciuto e imparato leggendo Vito Teti, antropologo calabrese, studioso di Corrado Alvaro ma soprattutto teorico della “restanza”, della necessità culturale e ideale di non abbandonare alle capre i nostri paesi, di avere cura della memoria e soprattutto difesa della nostra identità.

Professore, gli italiani si dividono, come lei dice spesso, tra i restati e i partiti.

Negli anni dell’emigrazione questa era la costituzione dell’Italia doppia. Chi aveva coraggio e necessità partiva, gli altri rimanevano e attendevano che qualcosa accadesse. Qualcosa di nuovo. Ora vedo invece una voglia diversa, un fuocherello che si allarga e anima le coscienze di coloro che abitano paesi apparentemente sconsolati: la voglia di rimanere, di riscattare un territorio e una civiltà, di sottoscrivere un patto col futuro.

Lei dice che non è più questione di Nord florido e Sud depresso.

La crisi economica livella, fa arretrare e produce una migrazione dall’interno dell’Italia verso le aree metropolitane. Sono colpiti i villaggi alpini come quelli dei Nebrodi siciliani. Se questa è la realtà, ed è la realtà, bisogna anche affermare che diversamente dal passato esiste una necessità diffusa di fermarsi nei luoghi dove si è nati, di cercare lì il riscatto.

Trovare il senso dei luoghi, appunto.

Che non è solo un legame affettivo o culturale. Non è tanto un sentimento quanto la constatazione che è il luogo ad abitare dentro di noi più che l’inverso. L’esigenza di trovare radici dove sono le nostre radici è anche un effetto coniugato della grande rivoluzione tecnologica e della crisi economica di sistema. Leggi tutto

rossella-lampoAlta o bassa, profonda o acuta. Squillante, suadente. Ugola d’oro, voce d’incanto. È madre natura a concedere i suoi favori ma poi la fatica, la passione (e la fortuna) selezionano e fanno il resto. Rossella Lampo è corista della Scala, la più prestigiosa ribalta della lirica italiana. Da 25 anni non fa che cantare, ogni sera in ogni luogo d’Italia e del mondo. Racconta qui la sua vita che scorre insieme alla sua voce. “La voce è da custodire con la gelosia di una innamorata persa. Facciamo prevenzione, per esempio adesso sono appena uscita da una seduta di inalazioni. La teniamo difesa come una mamma accudisce il suo figlioletto. La voce è tutto. Se manca, s’incrina, si appiattisce o si consuma è la fine”.

 Lei è soprano, quante colleghe e colleghi ha sul palco?

Siamo in centocinque. Le signore sono soprani o contralti, i signori tenori e bassi. La distinzione entra anche nella grammatica sindacale e nei turni di lavoro. Abbiamo orari mensili che prevedono sessioni comuni, sessioni di genere o di singole voci.

La corista a che ora esce di casa?

Di norma verso le 16.30 del pomeriggio. Raggiunge il teatro e inizia la prova di u n’opera programmata molte settimane dopo. Finisce le prove, si ferma un attimo poi va in sala trucco.

Finisce le prove di un Mac – beth e inizia la preparazione di una Turandot.

Sì, sempre due opere parallele, magari in lingue diverse. La prima è una del bouquet di opere che devono essere preparate, e la seconda è quella che si porta in scena la sera.

Cantare ogni dì. Poi trucco e parrucco.

Il confronto con la cosmesi è duro. In un Macbeth il regista ci volle tutte truccate d’azzurro. Ricordo ancora una Turandotcon maschere di resina. Un caldo, un fuoco ovunque. E alcuni abiti sono così pesanti, così difficili da tenere…

La corista deve avere un fisico bestiale.

Le opere durano tre ore di media, a volte quattro, alcune si avvicinano al tetto delle cinque ore. Sempre in piedi.

Ahia, i tacchi! Leggi tutto

alessandro-fusacchiaBravi, bravissimi a scuola, parecchi master alle spalle e ottime carriere in corso. Anche i cervelloni si buttano in politica, ed è una novità preziosa perché scardina il principio che la passione per il Palazzo sia questione da spicciafaccende o al massimo tenimento ereditario dei cosiddetti figli di…

“Non possiamo chiedere che siano solo gli altri a fare. Abbiamo ritenuto che la questione civile e insieme economica fossero così acute e gravi da non immaginare più di cavarcela con una delega. C’è bisogno di una mano, e questo è il momento. Alcuni di noi hanno preso un sabbatico, altri hanno addirittura lasciato il lavoro e siamo pronti all’avventura”.

Alessandro Fusacchia ha superato i trent’anni ma non ha incontrato ancora i quaranta. È funzionario Ue in aspettativa. Già grand commis, essendo stato capo di gabinetto del ministro della Pubblica istruzione, prima consigliere economico di Corrado Passera al ministero dello Sviluppo, prima ancora nella segreteria tecnica di Emma Bonino al ministero degli Esteri e del Commercio internazionale. È il leader di Movimenta, il gruppo che ha formato.

“Capovolgiamo il ritratto della politica per soli professionisti e combattiamo l’idea che il tecnico sia utile solo per essere cooptato. Abbiamo buoni studi ma veniamo tutti dal mondo del lavoro. In parecchi lasciano impieghi eccellenti. Il nostro tesoriere si è appena dimesso da una poltrona piuttosto ambita all’Onu e dopo un master ad Harvard”.

Non sarete troppo bravi, troppo perfetti, troppo a puntino, troppo estranei alla capacità di rappresentare una società di diversi, di persone troppo lontane da voi?

Vediamo che succede. Penso che una volta tanto la cultura alta non guasti e le funzioni di responsabilità che abbiamo ricoperto non possano costituire un problema. Non si era detto che troppi guardano? Non è più vero che troppi delegano? Dobbiamo preoccuparci delle nostre capacità?

Non se ne abbia a male, ma la vostra entrata nel campo della politica mi ricorda tanto la trincea del lavoro alla quale si appellò Silvio Berlusconi per cooptare i suoi rappresentanti in Parlamento.

Non se ne abbia lei a male, ma direi che le nostre vite hanno differenze con quelle altre. Intanto abbiamo reciso un elemento fondato della chiamata in politica: la cooptazione. Ci esponiamo con i nostri volti e le nostre idee, non chiediamo nulla. E abbiamo voluto associarci al partito elettoralmente più fragile del panorama italiano: i radicali di Emma Bonino. Leggi tutto

letizia-dimartinoLetizia Dimartino aveva 57 anni quando ha incontrato Facebook. Ne ha fatti passare quattro tenendolo a distanza di sicurezza. Poi si è decisa. “Ho preso coraggio, nella mia vita ho amato solo la poesia. Mi son detta proviamo con la prosa”. Oggi ha 64 anni, vive a Ragusa ed è divenuta la narratrice di Facebook. “Sono ammalata, obbligata alla sedia, allo sguardo di una stanza, di un punto di luce, di un angolo di una finestra. E racconto una veduta, un ricordo, un oggetto, una piuma. I miei amici online mi aspettano. Così ogni giorno. Appena posso scrivo. Poche righe per tenerci compagnia”. È divenuta la narratrice istantanea, la scrittrice dell’ora e qui, consolatrice di gatti e finestre, aiutante di campo dell’anima dei navigatori di Internet.

LA BADANTE

Wioleta, prima badante di mia madre, dalla Polonia mette il suo like ai miei post. Ha occhi azzurri e capelli sottili e leggeri di biondo striati. Giovanissima venne da noi, litigava e ci amava. Faceva tanti shampoo e puliva mia mamma, un senso di colpa mia e la sua abnegazione e pure la rivolta necessaria. La sera friggeva patate e mele, in estate si dondolava sulla terrazza, ridevamo e ogni tanto no. Wioleta che adesso ha un figlio bianco e biondissimo. Quando partì trascinava sacche pesanti più grandi del suo piccolo corpo perfetto. E non ci vedemmo più. Fu il nostro tempo.

ALLA FINESTRA

Alla finestra adesso: due ragazzini spingono un passeggino e scendono per una strada appesa ridendo e saltellando. Una donna anziana e grassa sale lentamente aiutata da un bastone, mi pare di sentire il suo fiato a ogni fermata necessaria al riposo. Due uomini con giubbotti smanicati attendono che i loro suv scuri vengano lustrati al lavaggio. La signora in total nero ferma l’auto davanti alla farmacia e incontra un’amica, parlano lisciandosi i capelli e toccando le borse firmate. Un’ambulanza sosta senza sirene. Quattro ragazze indossano magliette aderenti e mostrano i loro ventri debordanti gesticolando e ridendo, le mani a coppa sulla bocca e il capo alto e sfrontato. Striature di nuvole leggere e vetrate aperte. Maggio si presenta in un pomeriggio qualunque. Io sono a letto e ogni tanto mi alzo per cercare di esistere. Leggi tutto

piermaria-romaniRicco e mentecatto, artista e imbonitore, adulto e infante. La vita di Piermaria Romani, satirico ai tempi di Cuore, matita per Smemoranda, Comix e Il manifesto, profanatore del buon senso nelle incursioni con le Iene, e adesso artista del de minimis, del dettaglio che illustra la vita, della normalità e della miseria quotidiana, dei segni indelebili della noia, della viltà e del coraggio, è degna di una sceneggiatura. Romani disegna i volti, le voci, le lacrime dei qualunque. Ogni giorno della sua vita, e fino alla morte che verrà, ritrae l’uomo qualunque, il quisque de populo. Chiunque oltrepassi la frontiera del suo regno, Stienta sul Po, si aggiudica un ritratto.

“Mio padre è stato un repubblichino di Salò. Dalle mie parti l’hanno sempre definito un fascista di merda. Mia madre era una ricca commerciante. Io l’unico figlio al quale hanno destinato solo il grandissimo dubbio che fosse un ragazzo marcio dentro e fuori. Al punto che quando mi sono sposato i miei sono corsi dai genitori di mia moglie a dirgli: siete pazzi a far mettere vostra figlia con lui? L’abbiamo portato già sei volte dall’esorcista”.

Che bellezza i consuoceri di una volta.

Mi sposai ugualmente, ma dopo nove anni mia moglie mi ha lasciato per un venditore ambulante di accendini, uno del Senegal. Il primo che passava. Se avesse scorto una trota si sarebbe accoppiata con lei pur di chiudere bottega col sottoscritto.

In quanto ad autostima lei va forte.

Infatti mi sono dovuto rimboccare le maniche e mettere alla ricerca di far qualcosa. Innanzitutto, essendo stato mio padre fascista, ho aderito ad Avanguardia Operaia. Poi ho lavorato con Michele Serra e con i suoi eredi finché è durato Cuore. Ma sapevo che non durava ed ero allarmato. Mi dicevo: poi che faccio?

Ottimismo a oltranza.

È venuto il momento delle Iene ma mi dicevo: poi che faccio?

È venuta la morte dei genitori.

La morte è un non sensecome la nascita. Si nasce e si muore senza un perché. Sì, sono morti e io mi sono trovato ricco. Ho ereditato la loro ricchezza.

Il poveraccio riccastro.

Per l’appunto. Ora per esempio mi trova appena uscito da una banca dove sono corso piuttosto confuso dopo aver letto sull’Espresso che l’istituto di credito faceva cagare ed era sull’orlo del fallimento.

Custodire i soldi è un pensiero faticoso.

È una iattura. Essere ricco è un impegno quotidiano che mi costringe a uscire da me. Devo stare attento, curare il bottino, devo essere sorvegliato, vigile, prudente, limitatamente generoso.

Deve comportarsi da ricco. Leggi tutto

mauro-felicoriLa Reggia di Caserta è il punto di approdo degli ultimi, per molti è un regalo agli occhi, una piccola vacanza verso il bello. Alla Reggia si va specialmente nei giorni di festa (quando non si paga) ed è un’avventura familiare, defezione collettiva – mamme, figlie, zii, nonni anche acciaccati – e fuga dall’escrescenza urbana della cintura napoletana.

La Reggia è così grande da sovrastare e intimorire la piccola e anemica Caserta, pied à terre di Napoli.

Finora era tenuta in freezer, lasciata boccheggiare, anzi incaprettata ai riti e ai vizi della burocrazia.

Più chiusa che aperta, più sporca che pulita. Il bolognese Mauro Felicori è stato chiamato a dirigerla due anni fa. Ed è stata una fortuna sia per lui che per la Reggia.

“È il più grande museo popolare italiano. È la pietra preziosa dei Borboni, l’imponenza intramontabile dei suoi giardini è un dispiegamento intensivo di bellezza. Quando ho deciso di concorrere per la direzione dei musei italiani non ho avuto dubbi: volevo andare con tutte le mie forze a Caserta”.

La sfida impossibile. L’imponenza dell’arte nel luogo in cui l’arte è sconosciuta; la presenza dello Stato nei luoghi dell’anti Stato. Il buono che sfida il cattivo.

Sfida bellissima ma soprattutto possibile. Nel 2015, quando sono giunto, avevamo 450 mila visitatori. Oggi ne contiamo circa 700 mila. Sono felice naturalmente, ma ancora non sazio.

È merito del Nord che è sceso al Sud?

Ma che sciocchezza è questa? I migliori cervelli viaggiano da Sud verso Nord. Sente mai dire: quel medico dell’ospedale emiliano è siciliano o pugliese o campano o calabrese? No: è solo bravo. Abbiamo fatto così il callo a questa trasfusione di competenze a senso unico che colpisce, sembra quasi eccentrico che un emiliano vada a cercar fortuna nel Mezzogiorno. Suscita stupore, una punta perfino di riprovazione: ma come, deve venire lui dal Nord? Siamo abituati all’opposto.

Lei è giunto qui che la Reggia barcollava. Leggi tutto

kampahÈ il dito che compie il miracolo o – chissà – lo sputo, magari il pugno. Se l’arte per dispiegarsi ha bisogno del corpo allora si giunge al punto in cui è arrivato Flavio Campagna, in arte Kampah (FCK). Flavio è artista multimediale: matita, video, computer. E anche, per non farsi mancare nulla, un dito della mano, un pugno come timbro, un’unghia come sfregio.

Fck è un creativo contemporaneo. Come tanti – solo un poco più fortunato – ha attraversato – partendo da Parma dove poi è ritornato – mille mondi e usato mille modi per affermare la sua arte: “Innovare sempre. La grafica pubblicitaria mi ha portato a Hollywood, l’amore per l’animazione mi ha spinto in Australia, la voglia di cambiare il mondo o resistere al regresso del mondo mi ha fatto atterrare all’Avana”.

Fck non è un pittore, non è un disegnatore, non è un grafico. “Mischio, contamino, sovrappongo. E vado dove la passione mi porta”.

All’Avana si è divertito con la faccia di Trump.

Cento serigrafie con la tecnica stencil. Sovrapporre un foglio ben disegnato e poi colorarlo. Lavorare con uno stampo di carta. Ho ritratto la faccia di Trump e poi con un pugno l’ho violentemente colpita.

Ogni copia un pugno.

Esatto. Colpita cento volte con cento pugni differenti. E sono usciti cento ritratti distinti. Un colore alla volta, i cento colori di Trump.

In Italia invece ha affidato alla street art la missione.

Fare arte all’aperto è l’esperimento creativo e collettivo più importante di questo mezzo secolo. È una fucina di passione che spesso non trova dignità artistica perché si espande fuori dalle regole.

I graffiti saranno un segno di passione ma a volte anche di sopraffazione.

Vero. Quando si sviluppa sul filo di lana dell’illegalità, quando disegna sui muri altrui, a volte quando disegna male, quando occupa e forse esagera. Arte pubblica, di strada, en plein air. C’è l’artista e lo sprovveduto, l’imbrattatore e il grande ambasciatore del nuovo. Mi sono sempre rifiutato di lavorare in luoghi non deputati. Dove mi hanno chiamato ho dipinto.

In questo caso dipingere il cemento è un’attività meritoria. Si allevia la ferita al paesaggio.

Il colore cambia il volto di un palazzo. E un colore col tempo e le intemperie muta di identità, si trasforma, e trasforma il messaggio. Una casa dipinta fa un effetto vista da vicina, chiama a un’altra idea se osservata da lontano. Leggi tutto

vito-mancusoDomani è Pasqua, è la Resurrezione. Domenica scorsa ci siamo scambiati il ramoscello d’ulivo: il segno della pace. Due giorni fa – solo per ricordare l’ultimo atto della più sanguinosa stagione bellica che interseca quella drammatica della migrazione secolare – Donald Trump ha ordinato lo sganciamento della più devastante bomba non atomica, la MOAB. E ieri Marine Le Pen ha ingiunto al Papa di non “immischiarsi”, di non aprire bocca sul tema dell’immigrazione.

C’è ancora religione? L’irrilevanza sociale della fede nei Paesi con i più alti standard di vita è anche questione civile? Così risponde Vito Mancuso, teologo. “Questo pomeriggio alle tre (ieri per chi legge ndr) si commemora la morte di Cristo. Un tempo suonavano le campane, si spogliavano gli altari. È il giorno del digiuno. Oggi lei sente un cambio nella vita quotidiana? Tutto è come sempre”.

Non c’è più religione, questo vuol dire?

La religio ha radice lessicale profonda. Significa legame. Religio come grande legame sociale. Romolo fonda Roma ma è Numa Pompilio, grazie alla religione, a costruire la sua identità. Perdere la fede significa far vacillare l’identità e dunque mettere in crisi la natura della propria civiltà. La religione ci permette di individuare un bene superiore, un bene comune che sopravanza quello dei singoli. Ci tiene stretti dentro quella cornice generale. Invece oggi siamo messi così.

Il cattolicesimo diviene burocrazia, la preghiera un rito, la parola del Papa pura consolazione.

Sì, fu un’illusione già di Giovanni Paolo II di immaginare che pesare all’interno dei movimenti potesse significare cambiare i rapporti di forza. Rischiamo di essere una religione senza popolo.

Eppure Francesco è amato, ascolta gli ultimi, continua a pronunciare messaggi rivoluzionari.

Un grande generale ha bisogno di un grande esercito. Invece il Papa è solo, la Curia cos’è? Dov’è?

La Chiesa cattolica è irrimediabilmente sfigurata da una classe dirigente, chiamiamola così, non all’altezza?

Senta: laddove i preti sono sull’altare riescono a muovere le comunità. A Bologna il nuovo vescovo, un bergogliano, sta rivoluzionando il rapporto della città con la sua Chiesa. Invece altrove è tutto un rito stanco.

È responsabilità del Papa non riuscire a mutare il volto della sua Curia e la sua reputazione?

Certo che sì. Come può chiedere al mondo di cambiare se non se la sente di affrontare la crisi di fiducia che esiste dentro il suo piccolissimo Stato? Oramai sono passati quattro anni dalla sua elezione. Il Papa ha il potere di fare ciò che ancora non fa.

Perché non lo fa? Leggi tutto

andrea-marsan
A Genova qualche giorno fa un cinghiale è riuscito a tuffarsi a mare e dopo qualche bracciata ha fatto ritorno tra i suoi monti. L’animale, finora coccolato soprattutto dai cacciatori che lo impallinano e poi lo gustano a tavola, non è nuovo a fughe in avanti. Negli ultimi tempi ha però fatto irruzione nelle nostre periferie con insolita frequenza producendo, come effetto collaterale, una nuova nevrosi da ingombro animale.

Daini, lepri, volpi, caprioli, naturalmente cinghiali, qualche lupo, anche qualche cervo. Gli avvistamenti si susseguono e con loro una nuova tipologia di stato d’ansia. Vuoi vedere che? Andrea Marsan, zoologo genovese e studioso appassionato di questo quadrupede, è il più titolato ad avanzare un’analisi logica della questione.

“Il cinghiale è un onnivoro. È un ghiottissimo fruitore della nostra ricchezza infinita che esonda nei rifiuti e fotografa la cultura della società dei consumi. Viene in città perché la campagna è spopolata e abbandonata, giunge da noi perché trova cibo. Se usassimo maggiore accortezza nella gestione dell’immondizia e nella relazione tra città e campagna la questione non si porrebbe”.

Il cinghiale è bello grosso.

Se s’incazza, perché teme un pericolo, ci fa anche male. Anche se nella scala del pericolo io metterei prima gabbiani e cornacchie. Sono veramente cattivi quelli.

Cinghiali a Roma, cinghiali a Genova.

Stupore, eh? Non c’è nulla di cui stupirsi invece. Il cinghiale si avvista in città come Genova ma anche a Barcellona e Berlino dove c’è continuità tra bosco e periferia. Dove non c’è rottura è più naturale che l’animale che ha fame, come un letto di fiume in piena, straripi un p o’. Succede sempre più spesso, ma è un fenomeno che vive soprattutto in primavera quando le campagne hanno terminato di offrire loro ghiande e castagne.

Fino a ieri il lupo lo teneva a bada.

L’equilibrio della natura è formidabile e il lupo provvedeva alla selezione naturale.

Quanti ne beccava a settimana?

Non saprei dirle con certezza. Il lupo predilige i cinghiali baby, o azzanna quelli adulti ma feriti o ancora si fa lupo quando la preda è in vecchiaia avanzata, deboluccia e arrendevole. Il lupo deve misurare le proprie forze e sa che un conflitto con un cinghiale in armi, giovane e robusto, lo vedrebbe sconfitto.

Abbiamo ripopolato troppo? Siamo stati permissivi?

Beh, in qualche caso siamo stati distratti e non abbiamo calcolato la prolificità di questo animale che riesce a triplicarsi in una sola annata. Ma più che contenere le nascite, e quindi dar luogo all’eliminazione per via cruenta, bisogna avere fiducia e lasciar fare alla natura. L’equilibrio naturale della selezione è la via maestra. Considerare poi che le campagne incolte producono, come effetto collaterale, questa mini invasione e capire che lo spopolamento produce enormi questioni, vitali per la società del benessere. Ricordi che l’uomo ha impiegato dodicimila anni per rendere domestico l’animale più aggressivo. Dal lupo è nato il cane; dal cinghiale il maiale. Leggi tutto

francesco-giavazziFrancesco Giavazzi è il contapassi di ogni governo in carica. Per mestiere insegna, è un economista di valore e ha cattedra alla Bocconi. Per piacere, scrive. Libri e soprattutto gli editoriali che da anni riversa alla tipografia di via Solferino per la prima pagina del Corriere della Sera. Teorico del mercato, è un combattente della prima ora contro lo Stato predone. Liberista puntiglioso, non alza mai la bandiera bianca della sconfitta. Le sue idee sono chiare, i suoi nemici pure.

I giornali che legge?

Non leggo i giornali.

Non legge il “Corriere” su cui scrive?

Mi piace il Foglio, lo sento moderno e soprattutto agile. Sul Corriere invece dò un’occhiata agli editoriali. I giornali che hanno molte pagine mi mettono ansia: non ha senso sfornarli in quella dimensione. Dei fatti che accadono nel mondo sappiamo ogni cosa prima di raggiungere l’edicola. Quindi, perché leggerli?

Noi non ci stanchiamo di leggere lei invece. Dice che il mercato è l’unico rimedio contro la povertà, il liberismo l’unica medicina che ripara dalle diseguaglianze. Più impresa e meno stato. Siamo nel pieno dello scandalo che ha coinvolto il “Sole 24 Ore”, il giornale della Confindustria. Professore, se l’impresa è quella…

E lo dice a me? Guardi che per tempo dissi che il Sole non poteva avere quella proprietà. Fosse per me chiuderei Confindustria.

Come dice?

La chiuderei, completamente inutile. Osservazioni che magari non sono piaciute. Del resto una prova è che io non sia stato mai invitato al meeting di Ambrosetti.

Mai andato sul lago di Como? Il meglio dell’impresa, del pensiero economico, il crocevia dei leader.

In verità fui invitato quando lavoravo al ministero del Tesoro, anni fa, insieme a Draghi. Non mi fu possibile partecipare. Poi ho avuto modo di dire che è veramente incredibile che un imprenditore per essere lì debba pagare trentamila euro. Soldi spesi malissimo. Magari applaudirei se li investisse a solcare il mare con un bel veliero, ma darli ad Ambrosetti. Suvvia!

Lei i nemici li convoca in comitiva. Eppure sa che si dice? Che le sue prediche sono fuori tempo, il suo liberismo è fuori scala, e quando ha voluto mettere in pratica le sue lezioni di economia, Mario Monti – suo collega bocconiano allora premier, rifiutò di accoglierle.

Keynes diceva che le buone idee hanno gambe forti e hanno bisogno di tempo per vedere il successo. Saranno i nostri figli, i nostri nipoti a giudicare.

La crisi economica non finisce più, l’austerità ha ridotto gli Stati a stamberghe eppure nulla è cambiato. Leggi tutto