ULTIME TAPPE DEL GIRO LUNGO LE FERROVIE ABBANDONATE: DA DOGLIANI, DOVE IL PRESIDENTE ASPETTAVA IL CONVOGLIO PER ROMA, ALLE 25 LOCOMOTIVE COMPRATE PER I SARDI E DISTRUTTE A BARI. PASSANDO PER LE DUE STORICHE TRATTE, FANO-URBINO E ORTE-CIVITAVECCHIA, UCCISE DIVIDENDO ANCORA DI PIÙ L’ITALIAbinariomorto
Se Garibaldi è fermo a Marsala, con il ricordo della spedizione seppellito dall’incuria e la sua statua divenuta un arbusto di indegnità dentro il recinto di soldi buttati in un cantiere sequestrato dalla magistratura, il treno che aspettava Luigi Einaudi a Dogliani e lo conduceva a Roma è sparito, la stazione sigillata, i binari prepensionati.
Le Langhe hanno conservato il barolo, ma perso la strada ferrata. L’alluvione nel Piemonte del 1994 spezzò la linea Torino-Savona tra Bra e Mondovì e immediatamente il governo stanziò i milioni di euro necessari per il ripristino della tratta, con le necessarie opere di risanamento idrogeologico. Impegni altissimi e concreti. Infatti i soldi vennero dirottati altrove, servirono (forse) a formare un bel gruzzolo per dare alla cittadina di Asti la sua tangenziale (450 milioni di euro), lasciando alle corriere singhiozzanti tra le curve collinari il diritto unico di trasportare persone e merci. “Andavamo in Liguria, il nostro mare, col treno e in città, a Torino, in treno. Il treno non è solo un vettore ma un connettore di comunità, un serpente che striscia e accompagna lo sviluppo di una intera zona. Mio nonno era ferroviere. Fu il primo comunista, il primo a scioperare e il primo a essere licenziato”. Mangiare a Pollenzo nella serra creativa di giovani cuochi di ogni cultura e latitudine – c’è qui il corso di laurea in Scienze gastronomiche – restituisce a Carlin Petrini il senso di una epica sfida globale (la forza rivoluzionaria della tavola come produttrice di sostenibili stili di vita e di consumo della terra) ma lo consegna, con il ricordo delle rotaie sparite, alla precarietà della provincia, all’asfalto che conquista la sua terra e alla terra che perde se stessa. Il treno ha fieri oppositori, alcuni anche illuminati, come Marco Ponti, esperto di trasporti. Parla con la calcolatrice in mano: “Fare andare un treno locale costa circa tredici euro e cinquanta centesimi a chilometro, contro i 3,3 dell’autobus. Esattamente un quarto, senza tener conto dei costi per l’infrastruttura (stazioni, passaggi a livello, deposito dei treni, ecc.) che incidono tanto di più quanto meno treni percorrono la linea. Un autobus porta senza problemi cinquanta passeggeri, un treno locale 250 o più. Quindi se in una certa ora ci sono in media 200 persone che prendono il treno, costa di meno allo Stato fornire 4 autobus all’ora, anche gratis. E si possono avere anche orari più comodi, e servizi più capillari”. Leggi tutto

L’EROE DEI DUE MONDI ASPETTA IL MONUMENTO ALLA SUA IMPRESA DAL 12 MAGGIO 1860, IL GIORNO SUCCESSIVO ALLO SBARCO DEI MILLE IN SICILIA. TERRA DOVE È TUTTO FERM O, A COMINCIARE DAI TRENI: DA CASTELVETRANO A PORTO EMPEDOCLE-AGRIGENTO LE STRADE FERRATE E LE STAZIONI SONO ORMAI ABBANDONATE DAL LONTANO 1986binariomorto
La stazione di Alcamo è un bel covo di rondini. Lasciata in territorio franco, una campagna aperta e assolata, è stata presto conquistata dall’aria e dalla terra agli animali. Le rondini hanno deciso di realizzare nel salone desolato e lungo la pensilina defunta una piattaforma mediterranea di partenze e arrivi, una centrale demografica della loro specie, un sistema di cure per volatili infermi o affaticati, per gli appena nati, rondini-baby bisognose di attenzioni. Da terra, i cani randagi presidiano la piazzola d’ingresso in un via vai impressionante, un traffico di bocche affamate e assetate, meste testimoni dell’inoperosità dell’uomo. C’è, è vero, un capostazione. È solo al comando. Qualche vagone ancora parte, direzione Palermo. Quanti viaggiatori si affaccino fin quaggiù è questione aperta al mistero.
La ferrovia va a scartamento ridotto, i treni la raggiungono quando possono, come possono. Meglio l’auto o, naturalmente, il bus. La costa meridionale della Sicilia occidentale è un lungo, impressionante binario morto. Ramo secco non solo la ferrovia, ma gli arbusti, i terreni, le case, i paesi e le città. Limpida metafora dell’inutilità, della superfluità, di un’Italia da mandare in cantina, sotterrare alla vita civile, lasciarla deperire, mortificare, annullare in un’agonia disperata. Non c’è Stato quaggiù. Ed è così visibile l’assenza di un ordine che la bellezza straripante della natura riesce a malapena a mitigare lo sforzo della classe politica di rendere inospitale un’esposizione universale della cultura classica e di quella araba, incrocio formidabile di conquiste, terra da sbarco, terra da guerre e di fede. Di là c’è Marsala, e i Mille di Garibaldi. Ma prima, verso Calatafimi, il treno dei desideri, se solo ci fosse, ci condurrebbe a Segesta, antica città dorica. Il suo magnifico tempio domina la valle e alla sua ombra è defunta la ferrovia. Roba vecchia, inutile, dismessa. Non c’è nulla che funzioni più, l’ultimo treno è passato da qui il 25 febbraio di quest’anno. “Allontanarsi dai binari, treno in transito”: è il nastro registrato che continua a fare imperterrito il suo lavoro. “Si avvertono i signori viaggiatori”… Si piange o si ride? Leggi tutto

binariomortoDELLA MEGA STAZIONE DI COSENZA RIMANE SOLO IL PARCHEGGIO INTERRATO RIDOTTO A PICCOLA DISCARICA URBANA, L’ATRIO DESOLATO E LA LITTORINA DIESEL CHE ASPETTA DI PARTIRE VERSO IL NULLA. IN DIREZIONE CATANZARO SOLO POCHE FERMATE POI BISOGNA LASCIARE IL CONVOGLIO PER SALIRE SULLA CORRIERA SU GOMMA


A Cosenza la stazione ferroviaria è divenuta una escrescenza, un abuso, un punto dell’anoressia sociale. I treni si sono ridotti al punto da sostenere il traffico delle poche tratte locali, lo scalo merci è chiuso, chi deve partire di certo non ha cuore di mettere piede qui dentro. Resistono due tassisti sotto il sole di luglio. Il primo ha sistemato una poltroncina di tela sul marciapiede. C’è da aspettare molto e da avere fede nel prossimo. Chiesero allo studio Nervi di progettare questa stazione, e farla grande, importante. Infatti furono spesi tanti soldi, e al solito, oggi, di quei soldi restano grandiosi vuoti tecnici. Il parcheggio interrato ridotto a piccola discarica urbana, l’atrio desolato, la littorina diesel che aspetta, afflitta e sola, di partire verso il nulla. Hanno chiuso ogni speranza ai binari, tutti hanno l’obbligo di viaggiare su gomma attraverso le strade interrotte, le frane ricorrenti, i lavori in corso. Bisogna fare la fila, stare in fila anche qui, anche in questo territorio che non conosce metropoli, ma solo affari metropolitani. Leggi tutto

Lungo la tratta da Sicignano a Lagonegro s’incontrano aziende funzionanti e mega inganni di imprenditori “mariuoli” con i soldi pubblici. A Polla, 5mila anime in provincia di Salerno, in piazza i binari sono stati sepolti sotto al cemento per agevolare il passaggio degli autobus


Lagonegro (Potenza) – Lasciato il binario morto alla vista della piana di Foggia, mi dirigo verso il mare. Adesso ho la Puglia alle spalle e Agropoli all’orizzonte, nel Cilento. Percorro la fondo Valle Sele: una strada dritta e nell’ultimo tratto deserta che sbuca sulla Salerno-Reggio Calabria, l’opera più illustrata d’Italia, capitale degli appalti, mangiatrice di commesse, teatro immobile di uno spreco immane di energie, di parole e di buone intenzioni. Inondata di milioni e di lavori, attende oramai sfinita dall’indigenza e dalla vecchiaia di esser degna del nome di autostrada. Se la strada subisce, all’altezza di Maratea, in Lucania, restringimenti e incolonnamenti, i binari cominciano a infettarsi di ruggine centoventi chilometri prima. L’alta velocità si ferma a Salerno. Da lì il treno prende il singhiozzo, si fa lento e infine –
presa la via delle montagne – scompare. Un po’ come l’Italia. Roma è lontana e la locomotiva ha il passo ancora buono quando taglia la piana di Battipaglia e sfiora i templi di Paestum. La magia della Magna Grecia è insieme un monumento alla memoria, una sfida dell’arte all’uomo ed esposizione universale dei nostri difetti. Paestum è inglobata in assi stradali, case, villette, bancarelle. Non ha respiro, come se le mancasse una prospettiva di felicità. A pochi metri di distanza risiedono, costipate in campetti di fango, le bufale a cui dobbiamo la più buona mozzarella italiana. M’incuriosiva capire perché la bufala s’inzozzasse, perché preferisse rilassarsi nel fango anziché adagiarsi sul prato. Leggi tutto

binariomortoVIAGGIO SULLA STRADA FERRATA NATA NEL 1892 PER PORTARE GLI IRPINI ALLA STAZIONE DI ROCCHETTA SANT’ANTONIO: LUOGO DELLE SPERANZE DA DOVE PARTIVANO I CONVOGLI “ESPRESSO ” PER TORINO, MILANO E PER LA GERMANIA DAL DICEMBRE 2010 QUEI 119 KM NON VENGONO PIÙ PERCORSI: ORMAI È SOLO DESERTO
Se puoi, se ti va bene, tra le sette e le dieci del mattino trovi il treno. Se ritardi torni a casa e aspetti. Perché intorno alle 14 ripassa una locomotiva ma alle 18 finisce ogni ansia, ogni movimento. D’altronde è corretto: quasi tutti i treni sono stati soppressi.

Tenere aperta un intero giorno la stazione di Avellino a cosa serve? E soprattutto: a chi? L’Italia sprecona, che ha consumato ogni pudore dirottando verso tasche bucate miliardi di euro, solo con la ferrovia ha avuto la mano di ferro. In mezzo secolo sono stati dismessi circa seimila chilometri di binari, solo negli ultimi vent’anni un supplemento di qualche centinaia di tratte sono state destinate alla ruggine e alle erbacce.
Il treno costa e non passa più. Non sostenibile economicamente. Troppo pesante il salasso delle casse pubbliche, troppo oneroso tenere aperta una strada ferrata, specie se corre tra le montagne. Adesso ci sono le strade (e ponti, viadotti, assi attrezzati) e i bus. E tutti oggi hanno l’auto. Chi vuole parte. All’ora che gli piace, quando gli fa comodo. Veloce, sicuro, tranquillo.
È così? Siamo proprio sicuri che sia così? Leggi tutto

Domani, 14 agosto, compare sul Fatto la prima delle cinque puntate del viaggio lungo alcune delle tratte dismesse delle ferrovie italiane.

In autunno sul Fatto.it un documentario in più puntate curato da Enzo Monteleone, una grande firma del cinema d’inchiesta italiano.

Le riprese sono di Vittorio Antonacci