terremoto_amatrice

A come Accumoli, Amatrice e Arquata. Nell’area più immediatamente vicina al l’epicentro la popolazione residente ammonta complessivamente a 4.495 abitanti. Nonostante in agosto i dimoranti facciano aumentare il numero di almeno cinque volte, è in assoluto il sisma che ha prodotto il minor numero di senzatetto (un cinquantesimo rispetto all’ultimo in ordine cronologico, quello de L’Aquila) e il maggior numero percentuale di vittime. A oggi, conto parziale, siamo a 290 morti.

P come Paradosso. Primo paradosso. La forza del sisma è stata del sesto grado della scala Richter anche se amplificata dal fatto che fosse molto superficiale. In Campania e Basilicata, 36 anni fa, il movimento tellurico fu stimato di 6.9 gradi Richter e si abbatté su costruzioni assai più fatiscenti e povere, senza alcuna cultura della prevenzione e senza alcuna norma di rafforzamento statico degli edifici. Eppure il grado distruttivo, comparando aree omogenee rispetto alla loro distanza dall’epicentro e alla loro popolazione, è pressoché simile. Questo è il punto da cui partire. E sarà questo il primo livello di considerazioni da cui la Procura di Rieti affronterà i quesiti sul disastro, partendo dalla terribile e sorprendente caratura che ha avuto specialmente in Amatrice.

D come danno. Nei prossimi giorni avrà inizio l’accertamento del danno. È la fase più delicata e quella più problematica, durante la quale in genere si verificano operazioni arbitrarie quando non dolose di abbattimento ed eliminazione di elementi significativi per accertare responsabilità penali (concessioni edilizie in aree di vincolo assoluto, autorizzazione di superfetazioni, costruzioni semplicemente abusive, qualità dei materiali usati, coefficienti di armatura etc). Con lo stato di emergenza il governo autorizza spese di prima necessità. Una di esse è l’ingaggio di un numero congruo di tecnici accertatori da parte dei Comuni. In questo caso, il Comune di Amatrice si troverà a essere insieme ente accertatore e propulsore della ricostruzione e oggetto delle indagini giudiziarie. È il secondo paradosso. Sarà opportuno affidare a quegli stessi uffici tecnici la stima del danno e la guida della ricostruzione? Leggi tutto

pierluigi cappelloNoi terremotati siamo così tanti che potremmo edificare una Patria e avere una bandiera, una lingua comune. Con Pierluigi Cappello, il poeta della gentilezza, lo scrittore friulano che più ha dato all’Italia con la sua penna e la sua lirica, abbiamo un terremoto in comune. Lui, quando il 6 maggio 1976 il Friuli tremò, aveva nove anni. Io diciannove il 23 novembre 1980, il giorno del boato che distrusse le aree interne di Campania e Basilicata.

Quel rombo mi ha trafitto il petto a Chiusaforte, nella gola di monti che danno la schiena all’Austria. Stavo leggendo Tex, erano le nove di sera. Attraversai correndo la porta di casa a piedi scalzi e la corsa si arrestò quando le mie narici si intasarono dell’odore acre della pietra macinata e la polvere causata dalle frane mi chiuse la vista.

Quel tuono ti accompagna tutta la vita.

Schivai del tutto inconsapevolmente le tegole che cadevano dal cielo e sembravano mi inseguissero. Il terremoto sceglie le sue prede e lascia che ci sia chi ne faccia poi cronaca e conto. È una faglia che scompone in due l’esistenza. Io rivivo nitidamente il prima e il dopo del sisma. Sono due vite, non una sola.

Io sobbalzo ancora a ogni tremolio, eppure sono 36 gli anni trascorsi.

La frustata non è solo geologica ma anche biologica. Ti entra dentro il vuoto della terra che si apre e tenta di inghiottirti. Quel senso di vuoto ti affligge e ti fa ricordare il dolore, il buio, le lacrime.

Tu eri più piccolo di me, ma i giorni che seguirono alla scossa sono stati i più densi, pieni di energia, di vita. Vedevo gente nuova, conoscevo dialetti mai ascoltati prima, e un mucchio di doni. Mi pareva tutto magnifico.

A me toccarono così tanti giocattoli che non riuscivo nemmeno a farli funzionare. Noi eravamo abituati a giocare con la fionda, bambini di una montagna povera e lontana. Anch’io ho poca memoria di lacrime. Però assistetti al pianto di mio padre che al mattino dopo la scossa si recò a far visita alla casa che aveva ristrutturato con le sue mani per tutta una vita. La trovò distrutta: prima urlò, poi pianse. Lui non sapeva che c’ero anch’io. Lo vidi piegato, con in mano una boccia di grappa. Si ubriacò per la disperazione. Leggi tutto

terremotiCon il terremoto dell’Irpinia nasce lo spreco come teoria e prassi di governo e la Lega come movimento di opposizione. Quello de L’Aquila si ricorderà per le risate al telefono, di San Giuliano di Puglia si avranno in mente i 27 bambini sepolti a scuola. In quarant’anni sei terremoti distruttivi, quasi cinquemila morti e quasi quindicimila feriti, quasi cinquecentomila case andate perdute e un mucchio indefinibile di quattrini, un fiume che ha allagato fin quasi a sommergere l’Italia.

LA STORIA contemporanea è composta da un’unica, interminabile sequela di scosse, cronaca di banditi e di eroi, figuranti acchiappavoti, ingegneri acchiappa appalti. Solo il Friuli, che pure mette a frutto più di quindicimila miliardi di vecchie lire, si salva dal repertorio delle truffe: 990 morti, centomila senzatetto da quel rombo del 6 maggio 1976. 6,4 della scala Richter, epicentro dietro Udine ma corpi ovunque. Gemona è trafitta dalle pietre, e pure Venzone, Chiusaforte, Tricesimo. I friulani numerano mattoni e portali che diverranno la più possente e filologica opera collettiva e popolare di ricostruzione, con scandali ridotti al minimo.

Scosse di minore intensità e durata separano la ricostruzione di Gemona da quella irpina. Sono Messina e la Valnerina umbra (quest’ultima il 9 settembre 1979, cinque morti) a fare da intermezzo. Perché il 23 novembre 1980, 30 chilometri a est di Eboli, la scala Richter schizza a 6.9. Sarà un’ecatombe. Morti accertati 2735, feriti almeno ottomila, distrutti totalmente 31 paesi, parzialmente un altro centinaio. I senzatetto ammontano a 362 mila. Gli ultimi convogli dell’esercito giungeranno a destinazione anche dopo dodici giorni, vagando per campagne sconosciute e misere. La solidarietà è così potente che da ogni luogo della terra giungono aiuti e promesse. Anche Saddam Hussein, il dittatore che noi occidentali un bel po’di anni dopo porteremo all’impiccagione, stacca un assegno di 500 mila dollari. Angeli ed eroi a mani nude svuotano quel che resta delle case per salvare quel che resta delle vite. Il Comune di Laviano, poco più di 1200 residenti, perde quasi un terzo dei suoi abitanti. Il telegiornale manda il filmato dell’apocalisse: le bare sono così tante che occupano i due lati della strada piegata dai tornanti per quasi un chilometro. Eppure i morti sono di più delle bare. Per gli animali si procede alle fosse comuni, alla calce tirata addosso ai cani e ai gatti. È tutto un tanfo, un odore inimmaginabile, una visione inimmaginabile e un dolore inimmaginabile. Scriveranno dell’Irpinia Sciascia e Moravia, scriveranno i grandi letterati. Si allargano i cordoni della borsa, i morti chiamano i vivi al banchetto. Gli industriali del Nord fanno cordate, tecnici sono convocati da ogni parte di Italia. Confindustria ottiene dal governo la possibilità di far impiantare ai suoi soci aziende con un finanziamento al 100 per cento senza contropartita. Nessun impegno sulla qualità del lavoro, dell’occupazione, del mercato. Leggi tutto

giuseppe-melloneÈ vietato lavorare nei campi dalle 12 del mattino alle 16 del pomeriggio sotto il sole cocente e fino al 31 agosto”. Non siamo agli inizi del Novecento e nemmeno dentro il cuore delle lotte bracciantili degli anni Sessanta capeggiate dal pugliese Giuseppe Di Vittorio. Non è l’Italia della riforma agraria ma quella dei nostri giorni e il divieto e il primo atto da sindaco di Nardò di Giuseppe (Pippi) Mellone. E Nardò non è un angolo sopraffatto dalla miseria, abbandonato dalla civiltà e dal diritto. È città del barocco, pregiato e nascosto quadrilatero della pietra bianca e lucente, degli orli imponenti, dei roseti cuciti davanti alle mura delle chiese. Città che in estate si riversa sui chilometri di mare meraviglioso, trasparente come acqua di fonte. La separa a sud da Gallipoli e a nord da Porto Cesareo. Decine di chilometri di costa e una terra fertile, per un’agricoltura che ha bisogno di braccia.

QUEL CHE di straordinario ha questa vicenda è che il sindaco è un giovanotto di 32 anni militante della destra post- missina, leader cittadino di “Andare oltre”, movimento nutrito dell’ideologismo almirantiano, ma elettore convinto e propagandista dei Cinque stelle, iscritto al blog, che il mese scorso è riuscito a conquistare il municipio senza però i voti ufficiali del Movimento grillino, organizzando da solo invece una comunità di milizie disperse. Elettori e militanti di Sel, simpatizzanti del Pd, molti di Forza Italia e poi a destra, sempre più a destra, fino a Casapound. I Cinquestelle no, avevano il proprio candidato. Battuto al primo turno. E ora si ritrovano a sindaco un loro simpatizzante che li sfida: “Il popolo grillino mi ha votato, è una verità”.

E la città, 32 mila abitanti, è nota non per il suo smagliante barocco ma per i fenomeni di vero e proprio schiavismo, per essere crocevia e smistamento delle braccia dei migranti neri costretti a raccogliere angurie e pomodori in condizioni umane pietose e con una retribuzione molto al di sotto della legalità. Oggi si ritrova con questa ordinanza, persino banale. Chi è chino a terra non può sopportare due pesi: la fatica e il caldo che qui sfiora i 40 gradi. “Non avevamo tempo da perdere, dopo i fatti delle scorse estati”. Le scorse estati, sì. Un bracciante nigeriano, Mohamed, 47 anni, stroncato da un infarto mentre era nei campi. Questo due anni fa. E l’anno scorso ha finito la sua vita allo stesso modo una bracciante italiana di 49 anni. Paola, una mamma di San Giorgio Jonico. “Ora abbiamo posti letto per tutti i lavoratori, e docce, bagni, acqua. Ha contribuito anche la Coldiretti, e questa è una gran bella novità”.

LA STORIA di Nardò contribuisce a illustrare il grande magma a cinquestelle dal quale emergono profili singolari come questo Mellone. E il Movimento, sebbene il sindaco non esponga il timbro dell’autenticità grillina, raccoglie delusi di ogni ceto e angolatura politica e li sospinge, perfino nel modo misterioso di questo centro salentino, verso il potere.

E questo primo atto sindacale – classicamente, filologicamente di sinistra – se lo intesta il giovane avvocato trentaduenne dall’amore smisurato per la destra, che qualche anno fa era dentro le truppe di Gianfranco Fini, inquadrato nel piccolo recinto di Futuro e libertà, il partito apparso e poi scomparso all’orizzonte. “Ma la destra è vicina a chi soffre, ai poveri, agli ultimi. È una vera infamia quella che la vuole soltanto ascara e conservatrice, contigua ai potenti e ossequiosa verso chi ama la vita in deroga. Non è vero, non è così e i primi atti della mia amministrazione sono tutti a legare una vittoria di popolo con i bisogni del popolo. Abbiamo prima risolto l’emergenza dei migranti, gli abbiamo dato il minimo indispensabile. Ora siamo insieme alla Caritas perché a Nardò la povertà indigena è più grande e grave di quella immaginata. È una città borghese ma con sacche di disperazione”. Leggi tutto

fernanda-gigliottiFenomenologia della monnezza.

“Da quando sono stata eletta nel giugno scorso indago quotidianamente l’immondizia sversata illegalmente. Sparsa tra i rovi, dispiegata come merce deliziosa nei prati oppure destinata ad ingolfare le cunette, ammucchiata talvolta persino con ordine ossessivo nei luoghi in cui è severamente sporcaccioni in privato e perbenisti in pubblico, rilevo la loro condotta barbarica, realizzo reportage fotografici che parzialmente vietato. Apro i sacchetti, uno per uno. Ritrovo i tratti distintivi di alcuni abitanti della mia comunità, riconosco i miei concittadini pubblico su Fb in modo che i barbari possano riconoscersi. Poi passo il testimone all’ufficio verbali, perché nulla resti impunito”.

Se di Fernanda Gigliotti non ce ne fosse una sola, per fortuna dei calabresi e per sfortuna dell’Italia, ma almeno altre due o tre (ministra, sindaca o deputata) il nostro Paese sarebbe sicuramente più civile e più giusto.

Nocera Terinese, che conta cinquemila abitanti, è allo stremo civile. Qui non c’è più nulla che la disperazione, tutto quel che si poteva massacrare è stato massacrato, e ogni luogo abusato, e di ogni diritto fatto clientela. Le condizioni per far vincere una come me, con un municipio in dissesto e non un euro da poter spendere o un impiegato da assumere, c’erano tutte, ah ah.

Il suo paese segna il territorio a nord di Lamezia Terme, la costa tirrenica sporcata dagli abusi edilizi, dalla sporcizia, dalla inettitudine amministrativa, dallo spreco, dalla malversazione.

A me ha colpito lo sporco, in senso proprio e figurato. Il municipio era zozzo, nessuno che pulisse nulla. Ho iniziato io a prendere la scopa in mano. Gli Lsu, i cosiddetti lavoratori socialmente utili, sono divenuti segretari, quindi non ramazzano più (ammesso che l’abbiano mai fatto). Gli impiegati li ho trovati immobili, alcuni si odiano al punto da non parlarsi mai. Nemmeno buongiorno. Ma può un’amministrazione pubblica essere preda della più crudele delle pratiche: l’ignavia?

E quindi la sua battaglia per il pulito. In senso proprio e figurato.

È una guerra per la civiltà degli usi e dei costumi che combatto grazie al fatto che sarò sindaco solo per un mandato. Cinque anni bastano e avanzano. Nemmeno uno in più. Ho il mio lavoro da avvocato, i miei cani, la mia terra.

Bellissima idea quella di fare il sindaco per un solo mandato. Se tutti la prendessero ad esempio… Leggi tutto

carmela-colantuonoLe più anziane sono Primavera, Regina, Baronessa, Mattiola, Biancospina. Ma Principessa è sempre stata avanti alle altre per la sua autonomia, il carattere forte, l’assoluta indipendenza di giudizio. È successo che senza attendere l’ultimo giorno di luna piena di maggio e mettersi con le altre amiche in cammino per la rituale transumanza, Principessa abbia lasciato in anticipo la piana pugliese e già arroventata dal sole di San Marco in Lamis per raggiungere le montagne molisane di Frosolone. Al fresco finalmente. Oltre duecento chilometri, quattro giorni di viaggio, senza sbagliare di un metro l’arrivo. “Le nostre mucche sono fantastiche. Sanno cosa fare, sanno dove andare, sanno avere giudizio”

Carmela Colantuono è nata tra le mucche ma non conosce l’odore di una stalla.

Noi le lasciamo allo stato brado. Alleviamo da cinque generazioni e non abbiamo mai avuto necessità di una stalla, di una corda, di un tetto. Loro stanno in estate al fresco sulla montagna di Frosolone, queste rocce molisane piene di vento e di erba.

Quante sono?

Quattrocento mucche adulte e un centinaio di vitelli. In cinquecento al pascolo libero. E nessuna che si perde, si allontana, s’incapriccia. Nessuna che abbia bisogno di qualcosa di più del campanaccio. Al mattino ci facciamo trovare al punto di incontro, dove gli animali si fanno prendere il latte.

Immagino che le andiate a trovare anche al pomeriggio.

Certamente. I miei fratelli conoscono ciascuna, e loro sanno chi siamo. Hanno ottima memoria, grande autonomia e senso di responsabilità. L’autonomia. Ciascuna ha un gusto particolare e cerca l’erba migliore. Si allontana ma poi ritorna. Vivono un benessere che le loro colleghe rinchiuse in stalla non conoscono.

Sono beate.

Non hanno malesseri: salute di ferro, vita lunghissima. Le nostre mucche oltrepassano la soglia dei sedici anni. Alcune di quelle tenute in stalla collassano dopo il primo parto. E vogliamo parlare del latte?

Parliamo del latte.

Iniezioni di antibiotici e anabolizzanti sulle bestie da stalla, assolutamente nulla quelle che hanno la fortuna di stare con noi.

Il vostro latte sarà magnifico. Leggi tutto

FestaunitaC’è un paese in Italia, un borgo di 780 abitanti, dove il Pd è bandìto e la sua festa cassata d’imperio, non autorizzata. Monteverde, nell’alta Irpinia, è un grumo di case, molte delle quali purtroppo svuotate dagli anni dell’emigrazione, che ora ospitano solo 780 residenti. È bellissimo, e infatti è iscritto nella lista dei borghi più belli d’Italia, ma i suoi cittadini più della beltà si cibano del rancore col quale paiono convivere felicemente dalla nascita.

LA POLTRONA di sindaco assomiglia a un trono e chi l’agguanta sente che è venuto il momento di regnare, inaudita altera pars. Cosicché dal 2006, da quando cioè i rappresentanti del Partito democratico hanno perduto il comando dell’amministrazione, si sono visti cassare d’imperio la loro Festa dell’Unità che ogni anno, per circa venti di seguito, tenevano in agosto, il 15 e il 16 del mese, giornate calde ma abitate da un gran numero di vacanzieri, di compaesani di ritorno dalla Germania, di studenti in sosta prima di riprendere il viaggio verso le università del nord. Nel 2006 il cambio all’amministrazione e il no ripetuto. La Festa dell’Unità non si può tenere in quelle giornate causa concomitanti e prevalenti manifestazioni concorrenti. Fatela quando volete, ha ghignato il sindaco, magari a luglio, oppure sotto la neve di dicembre, al ghiaccio di febbraio, nell’autunno piovoso novembrino, ma non pensateci proprio di tenerla quando il paese è vivo, nelle giornate agostane, chiassose e felici.

NELL’ITALIA oggetto del permanente patrocinio renziano, la lumaca nera dell’eccezione è questo minuscolo anfratto geografico, minuscolo ma straordinario per la posizione, la cornice urbana, lo sviluppo a pendio dei suoi tetti, gli sbalzi magnifici di una veduta incomparabile, l’orizzonte verde dei boschi irpini prima di scivolare verso il Tavoliere di Puglia. Il paesino ha dato i natali ai nonni materni di Mario Draghi, il governatore della Bce, ed è familiare, per cointeressenze anagrafiche paterne, a Michele Santoro. Da dieci anni, dunque, l’opposizione cerca di ottenere dalla maggioranza il certificato di agibilità politica. E la maggioranza, che in questi luoghi fa tutt’uno nel corpo del sindaco, sadicamente la nega. Trecento firme, il raccolto di una petizione popolare, non sono bastate al prefetto di Avellino negli anni scorsi per convincere il patrono locale (il sindaco si chiama Francesco Riccardi) a un gesto compassionevole, come pure i regnanti sono capaci per dare sollievo alle sventure altrui.

Qui a Monteverde non c’è battaglia sulla Costituzione, interessa poco il Sì e il No, poco la Boschi, poco il diktat di Renzi, i cambi alla Rai, il monopolio dell’informazione pubblica, la prevalenza di un partito di governo trasformato in partito della Nazione. Il punto è che – almeno a Monteverde – chi perde la battaglia del municipio, sia rosso, nero, verde, debba patìre in permanenza la sconfitta e riviverla con carichi ora lievi ora più pesanti.

Perciò la Festa dell’Unità non si può fare. Quest’anno l’11 luglio è giunta la richiesta, il 20 il diniego con le date concomitanti di processioni, madonne e santi in cammino, sagre in preparazione. Appuntamenti fittissimi, decisi però il 29 luglio. Naturalmente ex post.

Bene ha fatto il Pd a citare, in fondo al foglietto di denuncia e di protesta, una frase di Rousseau: “Piantate un palo adorno di fiori in mezzo a una piazza, riunite attorno il popolo e avrete una festa”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2016

massimo-brayStaff oppure team. È lo staff che sorveglia, il team che censura, l’ufficio stampa che risponde. Non ci sono nomi ma ombre. Di Facebook si conosce il proprietario, il giovane milionario Zuckenberg. Il giovanotto gestisce la vita, le passioni, i segreti e le idee di un miliardo e settecento milioni di persone. Un grande continente. La libertà di ciascuno è sorvegliata e i suoi limiti decisi dallo staff o dal benedetto team. Chi siano, e soprattutto dove siedano, quali i loro curricula, è mistero della fede digitale. Di qualche giorno fa l’avventura del regista Daniele Vicari che ha chiesto conto per una settimana e più della censura subìta per aver manifestato il suo (documentato) pensiero sulla mattanza poliziesca al G8 di Genova. Ha dovuto imbucare la sua protesta alla cieca, confidando che qualcuno la leggesse e giudicasse. Qualcuno, chissà chi e chissà dove.

Massimo Bray, da poco presidente del Salone del libro di Torino, è direttore generale della Treccani, prima ancora è stato ministro della Cultura nel governo Letta. La Treccani è stata la pietra angolare del sapere, lo status symbol dell’elite, il segno, con i suoi diversi chili d’inchiostro posizionati al centro della biblioteca di casa, dell’affrancamento dall’ignoranza.

Cominciamo dall’attualità: la direzione del Salone del Libro, una bella gatta da pelare…

Preferisco non parlarne ancora, sono appena stato nominato e c’è solo da lavorare.

Allora parliamo di Treccani, che sta a Facebook come la terra sta alla luna.

Sono sempre più convinto che questi ultimi due decenni abbiano segnato l’umanità assai più che in tutti i secoli addietro. C’è da spaventarsi? Io dico di no.

Eppure al tempo della conoscenza istantanea e orizzontale la nostra libertà è devoluta a un’entità distante, nascosta, liquida, inconsistente.

Facebook è grande quanto un continente. I social coinvolgono miliardi di persone in un flusso indiscriminato di notizie. La cosa che mi inquieta è la loro assenza di validazione. Giovanni Gentile si sforzava sempre di spiegare che la Treccani per formare la classe dirigente aveva bisogno del contributo dei migliori intellettuali: fossero antifascisti, ebrei, musulmani. Il fascista Gentile apriva il suo mondo antico al sapere molto di più di quanto si faccia oggi. Leggi tutto

“Dudù ritornerà”, annuncia Michela Vittoria Brambilla, l’unica abilitata a parlare di cani con cognizione di causa. È una nota di non poco conto. Perché la scomparsa di Dudù dai paraggi di Silvio Berlusconi, dalle sue amorevoli braccia, ma anche, se così si può dire, dai piedi della nomenklatura di Forza Italia e dalle aiuole di velluto villa San Martino, è subito parsa – al netto delle necessità mediche del padrone di casa – la conclusione dell’ultima curiosa stagione politico- animalista dell’anziano leader di Forza Italia. Un quadriennio segnato dal quadrupede bianco, dolcissimo, gioviale e ospitale, principe di Palazzo Grazioli, presente a tutte le più importanti riunioni. Coccoloso, pieno di attenzioni e sempre di buonumore, secondo le cronache, con isolate manifestazioni di disistima nei confronti di pochi frequentatori evidentemente colti in atteggiamenti poco amichevoli col leader o, in subordine, con la rappresentanza canina di Palazzo Grazioli. La coincidenza dell’allontanamento di Dudù (e Dudina e Peter e Trilly e Wendy) con la rimozione dalle funzioni di badante di Maria Rosaria Rossi e il trasferimento, così scrivono i fogli di gossip, in un eremo dorato nei dintorni di Arcore di Francesca Pascale, l’amore di questi anni a cui si deve l’ingresso di Berlusconi nel mondo animale, ha subito fatto pensare al peggio. E cioè che il commissariamento politico di Mediaset, seguito alla degenza in ospedale, avesse preso di mira proprio l’età di Dudù, la stagione del più marcato e sensibile declino pantofolaio di Silvio. Invece l’onorevole Brambilla afferma, come leggerete in questa pagina, che Dudù tornerà alla presenza e anche alla testimonianza politica. Anche Stefano Parisi, impegnato a scalare il partito e mettere in liquidazione l’ancien regime, si ritroverà Dudù tra i piedi. Carezze o bau bau?

1.brambilla 2.gasparri 3.ravetto 4.rotondi

Da: Il Fatto Quotidiano, 6 agosto 2016

 

 gaspare-giacaloneLe dritte, i furbi scovati, gli onesti premiati, la legalità restaurata, la civiltà recuperata. Gaspare Giacalone, 45 anni, ex funzionario della Banca europea degli investimenti, ha scelto quattro anni fa di lasciare Londra e far ritorno al suo paese. Da sindaco. Quel che ieri era Petrosino, dieci chilometri di spiaggia dietro Marsala, nel cuore di una terra ad alta vocazione mafiosa, oggi non è più. Le risultanze del suo impegno pubblico sono un prontuario utile di chi crede che cambiare si può, e un ammonimento a chi invece pensa o sogna che la vita debba scorrere sempre nel solito malanno.

Sindaco, dalla Sicilia lei illustri le azioni tipiche per ridare dignità alla politica.

La prima cosa da fare è un’attività didascalica, persuasiva delle buone azioni. I miei concittadini non avevano l’abitudine di pagare le tasse locali e le tariffe per i servizi. La percentuale di fedeltà non superava il 15%. Con i miei assessori ci siamo detti: annunciamo i controlli, ma facciamoli partire sui tributi evasi o meno dei consiglieri comunali. Chi chiede agli altri di pagare deve dimostrare anzitutto che lui i quattrini li caccia.

Dare l’esempio.

Dare l’esempio è fondamentale in una terra abituata a osservare chi, chiamato a far rispettare la legge, la contrastava o la calpestava.

Gli amministrati hanno capito subito che qualcosa cambiava?

Piano piano hanno capito che noi pagavamo e anche loro dovevano farlo. Ma pagare per cosa? Il problema è dare servizi concreti, visibili.

E quindi?

Quindi se prima camminando per la spiaggia incontrava mini discariche, se la raccolta della nettezza urbana era un evento disordinato e caotico, ora è un servizio efficiente, amichevole, disponibile. Oggi la differenziata è ai livelli più alti dell’isola e mentre la Sicilia soccombe ai rifiuti in una crisi mai vista, la mia comunità trova le strade pulite, le aiuole al posto di bidet scordati in strada o in spiaggia.

Gli evasori sono diminuiti?

Abbiamo raggiunto l’8 0%. Per i cocciuti e i renitenti abbiamo fatto partire le ingiunzioni di pagamento. Si è creato un clima collaborativo: chi ora paga pretende che anche il suo vicino lo faccia. Viene da noi e denuncia.

Secondo titolo del prontuario del perfetto amministratore.

Nel solco dell’esempio, promuovere azioni che abbiano immediata rilevanza collettiva. Ci siamo tolti ogni benefit: auto, spese di rappresentanza, tutto il superfluo. Il risparmio è servito alla realizzazione di un parco giochi. Azioni brevi ma dal grande impatto. Chi ti ha eletto riconosce la tua buona azione e anche il tuo sacrificio e accetta di sopportarne l’onere civile che gli si chiede in cambio.

In una terra sedotta dall’abusivismo, i suoi concittadini cosa hanno fatto?

Hanno prima voluto vedere cosa noi avremmo fatto. Abbiamo redatto una grande enciclopedia degli abusi, identificando gli autori e spiegando loro cosa poteva essere sanato e cosa no. I grandi abusi o le opere che contribuivano alla malinconica convinzione che al potente tutto è permesso sono stati combattuti con una energia particolare, nel solco della didattica civile.

Esempio.

Edificio costruito a cinque metri dal mare, formalmente con tutti i crismi della legalità. L’incuria degli anni lo aveva mandato in rovina e la rovina costitutiva pericolo pubblico imminente e reale. Il proprietario – uomo potente di Marsala, già sindaco della città – resiste ai solleciti, alle ingiunzioni, alle ordinanze. La contesa va in giudizio, il giudice ci dà ragione. È un venerdì di luglio. Alle otto di sera l’avvocato mi comunica il risultato, alle cinque del mattino del lunedì successivo il manufatto è stato abbattuto. Nella stessa giornata sono stati portati via i detriti, nei mesi seguenti la spiaggia è stata restituita integra alla cittadinanza.

I cittadini sono stati bravi scolari?

Altro che! La metà dei proprietari di immobili totalmente o parzialmente abusivi hanno provveduto spontaneamente a rientrare nelle regole abbattendo quel che c’era da abbattere o sanando quel che poteva essere sanato.

Cambiare si può!

Si può. Non devi fare proclami, non devi sbandierare una legalità di carta. La mia auto di servizio è un bene confiscato a un mafioso. Sulle sue fiancate c’è scritto Petrosino è contro la mafia. Quell’adesivo, senza questi fatti, sarebbe stato ridicolo, ipocrita.

In cosa ha fallito invece?

Nell’idea collettiva che il cambiamento sia legato alla mia sola presenza. Ci sono e si cambia, ritorno a Londra e qui si torna all’inciviltà. Non essere riuscito a promuovere davvero una nuova classe dirigente, non aver fatto capire che l’opera è per tutti ed è di tutti, che si cambia solo se lo decidiamo tutti. E si cambia per sempre.

Lei vota?

Sono di sinistra ma non ho un partito. Credo nel civismo, nei movimenti locali, credo ai fatti, ai comportamenti.

Da: Il Fatto Quotidiano, 30 luglio 2016