Mazzette formato micro, nei casi più disperati e compassionevoli una fritturona di calamari, un cesto di cozze pelose, qualche riccio di mare e comunque, al massimo, cadeau proletari da 500 a 1.500 euro. Senza strafare, senza lussi da jet set e senza farsi notare.

È LA CORRUZIONE prêt-à-porter, il fascicolo speciale dei giudici ghiottoni chiamati oggi dai tribunali a rendicontare il loro vizietto. Magistrati tout court, o anche e soprattutto professionisti votati alla toga onoraria, delegati a dirimere le controversie tributarie. Cioè i soldi che lo Stato, quando li pretende e non li ottiene, avanza con domanda giudiziale. E Orazio Quintavalle, ex giudice tributario, presidente della commissione regionale, ha elencato proprio due giorni fa al Tribunale di Bari che lo processava insieme ad altri 23, tra colleghi giudici, avvocati e commercialisti, le sue colpe confessando i suoi peccati: “Riuscivo a pilotare l’assegnazione dei fascicoli”.

Il “pilota” Quintavalle elargiva ai sottoposti poche decine di euro, nei momenti difficili e per vertenze complicate si raggiungeva il tetto dei 1.500 euro, trattenendo il resto delle somme a sua disposizione, disponendo e apponendo il suo visto a “sentenze già scritte” dai patrocinanti corruttori. Piacevole e indiscutibile pratica, che sembra conosciuta da Milano a Catania, con la quale l’amministra – zione della giustizia, nella sua versione tributaria, attende ai suoi doveri. Se una rondine non fa primavera, due già annunciano qualcosa di buono, tre confermano l’auspicio, quattro lo irrobustiscono.

QUANTE rondini servono per fare un giudice ghiottone? Parecchie, perché la torta che fa brillare gli occhi e allargare lo spazio della giacca (arrestato tempo fa in flagranza a Milano Luigi Vassallo mentre infilava in tasca cinquemila dei trentamila euro necessari a corromperlo) alla schiera, purtroppo sempre più nutrita, di magistrati un tempo esemplari che sono chiamati a dirimere controversie che nel 2016 costruivano la pila di 581 mila procedimenti per un valore complessivo di 50 miliardi di euro. A Milano si sono accorti che qualcosa non andava e i finanzieri hanno iniziato a truccarsi da avvocati, messo spie, atteso i clienti e soprattutto i magistrati. Cosicché, s’è detto, uno di loro, il Vassallo, è stato beccato con le banconote nel doppiopetto, una seconda, Marina Seregni, chiamata a rispondere dei suoi atti invero sospetti di gestione amicale delle controversie. Una società sarebbe infatti uscita indenne dal procedimento grazie ai servigi offerti, e dunque sollevata dal pagare un tributo di 14 milioni e mezzo di euro. Quando si dice della dea bendata! Questa sì che è felicità… E ai primi due indagati (uno arrestato anche) sono seguiti altri due arresti, altri due giudici tributari, uno di primo e l’altro di secondo livello a cui il gip ha perfino negato il patteggiamento.

SONO PARTICOLARI questi giudici chiamati dalle professioni liberali a svolgere il ruolo di inflessibili terzi, inquadrati nella burocratica rappresentanza delle commissioni tributarie, chiamate a dirimere vertenze fiscali di primo e di secondo grado. Ecco invece il piccolo laghetto di banconote sparse, mazzette dal sapore antico, oppure favori di ordine gastronomico o anche benefit di mobilità. Leggi tutto

Pensavo al proprietario del pisello.

Non intendo rivelare l’identità certo a lei.

Chissà come starà in ansia lui.

Ha le spalle così larghe, certo non sarà impaurito dalle mie parole.

Un grande produttore.

Altri magari saranno più preoccupati. Vuole scommettere che sto qui a fare l’intervista, parlo per più di un’ora e di tutto lo scibile umano e domani comparirà il titolo sul pisello mascherato?

I dettagli a volte illustrano la scena meglio dell’inquadratura principale. In questo caso il pisello del produttore che secondo Nancy Brilli sarebbe il più potente e dunque il più ciucciato d’Italia aiuta a raccontare il cinema italiano e certi suoi talenti.

Ho riferito in tv una confidenza fattami da una persona dai modi piuttosto sgarbati e con un linguaggio piuttosto triviale. Il contesto (a Porta a Porta si parlava delle accuse di violenza sessuale avanzate al l’amico e collega Fausto Brizzi) mi hanno autorizzato a riferirne il contenuto con la medesima crudezza.

Il solito de relato.

Quando la tv si sostituisce allo Stato, un programma si trasforma nella sezione investigativa della Questura. Questo è. E non me ne capacito.

Lei è andata in tv a difendere Brizzi perché è suo amico. L’esclusiva ragione della sua scelta è stata la colleganza, non il merito delle accuse.

È mio amico, lo conosco e lo stimo. Non mi è mai capitato di ascoltare su di lui nulla di quel che ho letto e udito. A lei pare così strano che sia andata a raccontare la mia verità?

Si parla tanto della scarsa reputazione della politica. Ma il mondo dello spettacolo spesso assume atteggiamenti assai più corporativi.

Mi faccia un esempio.

Un’intervista se non è coniugata alla promozione di un suo film. Tecnicamente si chiama marchetta.

Nell’intervista può fare tutte le domande che vuole all’attrice che promuove.

Di lei si dice che sia assai antipatica.

Di me si dice invece l’opposto: mi trovano tutti simpaticissima. Sono io che mi ritengo antipatica.

Insicura e invidiosa della felicità altrui.

Questo sì. Ho avuto un’infanzia non spensierata. Leggi tutto

Matteo Salvini è il Giletti della politica, leader dalla schiena dritta: “Use rei cautela con la definizione”.

Cautela?

Oggi hanno arrestato anche il candidato siciliano dei 5Stelle, quelli dell’o-ne-stà. Quindi meglio la prudenza. Diciamo che mi scelgo compagni di viaggio dalla storia conosciuta. Io, come sa, ho avuto la fortuna di non avere ombre giudiziarie.

Un po’ autonomista, un po’ padano, un po’ sovranista, un po’ siciliano.

Parla di doppiezza proprio a me? Ho dei punti fermi e da lì nessuno mi schioda.

Elisa Isoardi.

No alla riforma delle pensioni, anzitutto. No all’invasione di gente che non possiamo ospitare, no al pietismo di facciata, alla carità pelosa, al clientelismo. No ai barconi.

Togliere dalla sua bocca il barcone è come levare dai piedi di Totti il pallone.

Ma che ci posso fare se questa è l’emergenza, è il tema che più interseca la nostra vita quotidiana. Gli italiani lo sanno e mi danno ragione. Vuole lei gli immigrati? Magari ha una magione di lusso ed è attrezzato all’ospitalità di massa. Si faccia avanti.

Togli gli immigrati dal menu della Lega e Salvini cosa offre? Pane e cicoria.

Sarei il primo a essere contento, strafelice se questo problema non si ponesse.

E poi su Facebook cosa scriverebbe? Niente più ladri, prostitute, stupri, violenze.

Guardi che su Facebook scrivo anche altro (e qualche anno fa nemmeno lo usavo).

Scrive d’altro?

Anche di fatti miei, mi prendo la confidenza di dire cosa mangio, chiedo agli altri cosa fanno la sera, che vino bevono. Uso i social da pari a pari.

Oggi intratteneva sull’Italia di Ventura senza nemmeno aver visto la partita. E ha scritto: Stop invasione.

I vivai dove sono? I ragazzi italiani, i talenti del calcio dove sono? È tutta una depressione, dai. Già sono milanista e con i tempi che corrono…

Ecco il Salvini tricolore! Come va con i compagni d’arme siciliani?

Ho piena fiducia del governatore Musumeci, mi fido. Leggi tutto

“Sto sgranocchiando i maccheroni, già sapevo che mi avrebbero arrestato”. Il nome tradisce il destino e il ghigno sul volto illustra la scaltrezza di questo Alì Babà dei Peloritani, che si è costruito il centro benessere da cinque piani nell’impluvio della montagna, dentro l’alveo del torrente che rompe le uova nel paniere, e infatti si è fatto finanziare dal ministero dell’Ambiente una muraglia cinese per zittirlo, metterlo a posto ora e per sempre.

A ROMA avevano capito che lui fosse il sindaco di tutto il paese, Fiumedinisi, e che i soldi, alcuni milioni di euro, dovessero servire a mitigare i rischi di esondazione del torrente che taglia le case e almeno una volta all’anno le bagna fino alle ginocchia. Fiumedinisi per difendersi dall’acqua e dalle frane che il costone rilascia a intermittenza variabile, si è sistemato sul fianco sinistro della montagna, guardando di fronte la roccia che incombe, la terra che cede, la spalla di monte che scende a valle. Cateno, da sindaco, si è invece preso la sponda opposta, definendo nei dettagli i suoi sogni di gloria. Cura del corpo, cyclette e relax per i futuri fortunati clienti. E poi, neanche a dirlo, il benessere altrui è un bel modo per dare lavoro ai tanti ragazzi disoccupati: estetista, barman, cameriera di sala. Magnifico. Cento, duecento forse mille nuovi assunti. Direttamente da lui. Avendo voglia di spazio, perché i sogni erano tanti, Cateno ha ristretto il fiume.

Lo arrestarono per via di una concussione della quale lui si dice innocente, anzi perseguitato. E infatti ha ingaggiato un fiore dell’avvocatura, l’indimenticabile Carlo Taormina, per procedere alla ricusazione dei giudici messinesi. Gli è andata male. Ma è vero che il giorno delle prime catene, quel brutto giorno di cinque anni fa, Cateno disse: “Un amico mi ha avvertito che davo fastidio. Questa è roba della massoneria, sono i poteri forti che vogliono zittirmi, io do fastidio”. Concussione? Comunque e purtroppo quattro anni la richiesta del pubblico ministero. I lavori sospesi dalla magistratura, Cateno agli elettori: “Non mi fanno lavorare”.

Ieri la seconda volta delle catene ai polsi. E lui: “Lo sapevo che mi avrebbero arrestato”. Tra una catena e l’altra, un mandato di cattura e un secondo ha fatto anche il sindaco di Santa Teresa di Riva, 5418 abitanti, pochi chilometri più in là. Sindaco ubiquo, itinerante e spassosissimo ai comizi con gli avversari: “Andate affanculo”. Leggi tutto

Lei gioisce. “Con 7850 voti ce l’ho fatta. Felicissima sono”. Lui patisce. “11020 preferenze, un’enormità. Purtroppo non avevo previsto l’exploit dell’avvocato Calderone. A Messina è andato fortissimo e mi ha fregato”.

Lei è Luisa Lantieri, nonna tra dieci giorni, da Enna. Luisa, socialista e laica, ha aperto il suo cuore, nella progressione della carriera, alle istanze della moderazione e, per motivi personali, ha subìto una conversione religiosa molto intensa.

Mi chiamano tutti la pasionaria, per via della passionaccia che ho per la politica. E sono una credente sfegatata perché la vita ti porta a riconoscere il trascendente che è in te.

Nino Germanà è figlio d’arte. È stato capo della segreteria politica del suo babbo Basilio, già deputato di Forza Italia e animatore sui Nebrodi di una fantastica “festa del porco”, un pantagruelico campionario delle virtù del maiale nero. Anche Nino come il papà è stato deputato nazionale. Ultimamente da consigliere regionale aveva abbracciato la causa di Angelino Alfano ma, a settembre scorso, è ritornato da Berlusconi.

Ho fatto una campagna elettorale determinata e vincente. Tre mesi in auto, ho battuto palmo a palmo il mio collegio e il risultato è stato straordinario. Con undicimila voti mai mi sarei aspettato di venire escluso.

Luisa, lei è la donna in più che ha galvanizzato il Pd.

Quando ho scelto il Pd ho subito avvertito Gianfranco Miccichè, perché si stava insieme in Grande Sud, la sua vecchia lista elettorale (ora è di nuovo in Forza Italia). Siamo rimasti molto amici e anche ieri mi ha fatto le congratulazioni.

Anche di Germanà si dice un gran bene nel centrodestra.

La passione resta intatta e con Musumeci i rapporti sono veramente ottimi. Leggi tutto

A Napoli dicono tric trac. Nei palchetti sganasciati dei quartieri popolari anche tricchete e tracchete. Lui, che è nato nelle vicinanze della bocca dell’Etna, e lì ha la vigna, i cani, i mandarini e la scienza esatta del suo talento politico, annuncia: “Il mio governo sarà una moschetteria”. Assessori come fanti col dito sul moschetto dei regolamenti e delle leggi: provvedimenti a raffica, bonifiche, sanatorie, appalti, urgenze adempiute. Saranno fuochi d’artifici e vedremo finalmente lo spettacolo del buon governo.

E IMPRESENTABILI ridotti a “scassapagghiari”, ladruncoli di paese. Insomma: microcriminalità politica. Nello Musumeci, il fascista perbene, l’uomo d’ordine che conosce i bisogni della gente è il vincitore ed è fermo sul ricordo: “Ho guardato negli occhi Berlusconi e gli ho detto: io nomino, io scelgo. O così, o mi dimetto”. Fiducioso, volitivo, pragmatico. Nulla a che vedere con Rosario Crocetta, l’uscente neomelodico, l’affabulatore e il narciso che ieri, via sms, ai giornalisti comunicava: “Tra quattro ore termina il mio voto di castità”. O ringhiava: “Il Pd voleva ammazzarmi e ha finito col suicidarsi”. No, Musumeci è disciplinato come un tedesco, sobrio, asciutto nel fisico, determinato: “Questa vittoria la dedico ai miei tre figli (uno dei quali purtroppo è deceduto), ai figli della Sicilia e a tutti i siciliani”. A Palermo è giunto con le tenebre, e lo attendeva il capo moschettiere Gianfranco Miccichè, ieri suo indubitabile nemico, che si è molto congratulato: “Avrò pure il diritto di consigliargli qualche assessore? Poi certo, lui sceglie”. E Vittorio Sgarbi, teatrante di prima grandezza e vice moschettiere: “L’assenza del mio movimento, Rinascimento, dalla corsa elettorale è stato decisivo per la vittoria di Musumeci. Sarò suo assessore alla Cultura”, etc etc. Leggi tutto

Salvatore Cardinale, detto Totò, vive e opera a Mussomeli. Ha 69 anni, di cui cinquanta devoluti alla politica. È stato deputato e ministro. Sua figlia Daniela ha ereditato lo scranno ed è nel Pd. Lui per tenersi in forma si è fatto una lista personale, Sicilia Futura. Conosce così bene i suoi elettori che è in grado di contare i voti ancor prima dello spoglio.

Questa è una intervista predittiva. Io le dico una città e lei fa la conta. Alcamo.

Tremila voti a me.

Catania.

Trentacinquemila.

Vittoria.

Avevo un buon candidato che però poi si è messo col Pd. Con lui avrei fatto tombola.

Vittoria, stia sui numeri però.

Trecento.

Petralia Sottana. Leggi tutto

Guardaloo, puntalooo, non indietreggiare, non avere pauraaaa”. L’hanno cercato a Brescia il nuovo mister, un quarantenne gladiatore che al campo d’allenamento di Paduli, dodici chilometri dal centro città, sta frustando i calciatori scoraggiati del Benevento, undici sconfitte su undici incontri disputati, quattro gol all’attivo, ventinove al passivo, il peggio possibile in Serie A di tutti i tempi. Benevento è la prima città italiana a impatto zero. E se domani le cose andranno come purtroppo ci si aspetta (trasferta torinese per incontrare la Juve) saranno dodici su dodici le sconfitte, mai visto niente di simile nemmeno in Europa a meno che non si scorra l’album della storia e si scomodi nel lontanissimo 1930 la catastrofica serie negativa del Manchester United che appunto domani dovrebbe essere eguagliata.

LA CITTÀ DELLE STREGHE ha selezionato il nuovo allenatore, Roberto De Zerbi, puntando tutto sui miracoli della omeopatia. Il nuovo mister è reduce da uno spicchio di campionato svolto l’anno scorso agli ordini del patron del Palermo Zamparini, il fantasmagorico presidente mangia allenatori. Sette partite disputate, sette perdute. Licenziato. Ma a Benevento Marco Baroni, il mister predecessore, stava facendo peggio: ko in nove incontri su nove. Quindi in panchina De Zerbi, all’attivo solo sette sconfitte di seguito, che finora ha perduto nel Sannio solo altre due partite e guarda al futuro con la temerarietà del fante in trincea: “Più che alla Juve dobbiamo pensare alla gara successiva, quella col Sassuolo. È lì che ci giochiamo la dignità. Perché se servo rimango, altrimenti vado via”. Leggi tutto

Forconi o forchette da tavola?

Intuisco dove vuole arrivare. Il pregiudizio, se non il malanimo del suo giornale, è tale che oggi vi viene facile dipingerci come collaterali alla Casta. Ma si sbaglia in un modo grandioso.

Di grandioso, Mariano Ferro, c’è solo la sua sfida alla impenetrabilità dei corpi. Dieci anni fa lei, imprenditore agricolo di Avola, capeggiava la rivolta dei padroncini, degli artigiani, del ceto medio di provincia. Incendiava la Sicilia, la bloccò ostruendo il passaggio navale dello Stretto. Inneggiava alla ribellione con i Forconi. Oggi sta nella lista di Lombardo e Saverio Romano a sostegno di Nello Musumeci governatore: il centro del centro del centro. Democristianeria pura.

Vero, abbiamo subìto un arretramento visivo. Tenga conto però che il nostro movimento, nato per sovvertire le cose, ha dovuto fronteggiare due emergenze: i soldi, perché ci autofinanziamo e noi siamo lavoratori e dobbiamo ogni giorno tirar fuori dal nostro portafogli le finanze che servono per fare politica (quegli altri sanno dove prenderli.)

Seconda emergenza?

I cretini al nostro interno. Troppe teste calde, troppi cretini.

La mamma dei cretini è dei Forconi?

Le dico che ci sono stati troppi guastatori. Leggi tutto

Non c’è un centimetro dell’isola che non abbia la pancia gonfia di rabbia, urlata o respinta nelle viscere. E i marciatori della rabbia, i vessilliferi della rivolta e del disgusto davanti alle macerie del trasformismo e del malaffare, ma anche della cretineria di Stato, sono però gli unici ad avere volti sorridenti. Non assomiglia allo sbarco teatrale del leader di cinque anni fa, la grande nuotata nello Stretto, coast to coast. A dirla tutta è una marcetta approssimata e caotica, organizzata alla meno peggio, con i giornalisti a inghiottire un Beppe Grillo sofferente per l’influenza, il quale devierà, dopo il primo chilometro insieme al candidato Giancarlo Cancelleri e al suo mentore Luigi Di Maio (solo Alessandro Di Battista resisterà un altro po’) verso lidi più remunerativi.

Ma la presa di Catania, città chiave della Sicilia che produce, è obiettivo tuttora incerto ma finalmente possibile. Città e campagna, depressione e urbanizzazione, ceti alti e ceti bassi. I 5stelle siciliani sono forti in modo omogeneo. Perché? Perché – malgrado i guai romani, la multa di Torino, la goffaggine istituzionale, la precarietà della sua classe dirigente – i 5stelle confermano il monopolio dell’opposizione e si attestano a un alito di vento dal centrodestra che propongono Nello Musumeci, il candidato favorito?

UTILE PARTIRE da Messina, la “città-babba”che quattro anni or sono si ribellò al potere immutabile dei padroni delle ferriere – i Genovese (che ora hanno in lizza il pargolo, nello schieramento però opposto al loro precedente) e i Buzzanca – e chiamò al municipio il sindaco scalzo Renato Accorinti. “Ricordo come fosse ieri. Sebbene non l’abbia votato, e oggi dico per fortuna, la sera delle elezioni si trasformò in una enorme festa di popolo. Il municipio fu assaltato, sembrò la rivoluzione. Poi il nulla. Da quel giorno il nulla. Non un’idea, un progetto, un fatto. Solo parole”, ricorda Milena Romeo, organizzatrice di eventi culturali. Non un evento e nemmeno una strada, una piazza, un parco giochi. Disastro. Leggi tutto