francesco-barbagalloNegli anni 80, quelli della Milano da bere, nella classe politica iniziò a farsi largo il bisogno di personalizzare la leadership. E fu Bettino Craxi il tenore di quello spettacolo. Dieci anni ancora o poco più e nasce, dentro i vincoli di bilancio di una grande azienda televisiva multinazionale, l’idea del partito personale. Il simbolo è l’azienda, l’etica si fa business, il padrone diviene premier. Ora siamo al partito famiglia, terzo gradino dell’inarrestabile declino della classe dirigente. È Francesco Barbagallo, storico illuminato e analista spigoloso delle devianze sociali, a teorizzare con il “partito famiglia” lo slittamento democratico verso le frontiere sudamericane.

“La politica perde ogni capacità di esprimere il suo talento. E all’arte di governare si sostituisce l’arte della messa in scena, il cosiddetto storytelling. Degradando così la funzione e il senso, non godendo più di una rete di protezione sociale giacché le passioni sono annientate e la distanza con la società si è fatta siderale, il mantenimento del potere è organizzato secondo lo schema rigido del clan, cioè della famiglia stretta. Il potere si consolida e si difende condividendolo con fratelli e sorelle, papà e figli. Così ha sempre fatto la ’ndrangheta, per esempio”.

Lei ne ha scritto iniziando dalla figura di De Magistris.

Nel Sud la cosa è spettacolare. De Magistris delega a suo fratello la costruzione del movimento. Del resto ha l’ardire di paragonarsi a Che Guevara. E ho detto tutto. Il fenomeno del narcisismo è così grave che incombe dovunque. Era una patologia curabile, poi le assicurazioni americane per non tirare fuori i quattrini hanno cassato dal prontuario questa malattia. Il narcisismo fa danni enormi alla democrazia.

Poi ha parlato del governatore campano De Luca.

Un altro niente male: vuole un figlio sindaco e un altro deputato. E la cosa pazzesca è che sembra gli riesca questa filiazione ereditaria. È politica o famiglia ? Propenderei per la seconda ipotesi.

Al Sud da padre in figlio, al Nord da figlio a padre.

Lì la linea del potere discendente si spezza. Troviamo il figlio che è più potente del papà.

Ecco il babbo di Renzi.

Una figura pervasiva che in nome del figlio avanza nella vita. Ecco declinato e aggiornato il partito famiglia. Il babbo di Renzi, il babbo di Lotti, il babbo della Boschi.

Il figlio di Casaleggio.

L’eredità parassitaria, la vigorìa familistica sono il saldo degradato di una società in disfacimento dove a comandare è il capitale finanziario e la tecnologia informatica. Governano Apple, Facebook e le banche d’affari. Superpoteri che annichiliscono governi privi di rappresentanza e di idee. Si perde pure il significato delle parole. Le riforme non hanno più il sapore di promuovere cambiamenti sociali ma di sistemare pacchetti di interessi. Allocarli qua o là. E l’infiltrazione di questa barbarie ha prodotto sistemi pazzeschi. Lo sfruttamento ai tempi della Inghilterra di Engels era niente rispetto a quello che c’è nella Cina comunista.

Le leggo un titolo del Fatto quotidiano di oggi: Consip, “Lotti tentò di raccomandare l’a mi co del padre di Renzi a Emiliano”. È la sintesi della sua teoria: in ogni sillaba anfratti del partito famiglia.

Lotti, il ministro. Che presenta al governatore della Puglia… Una parola su Emiliano la vogliamo dire? Questo signore è chiaramente, platealmente affetto da un disturbo narcisistico. La prima aspirazione che ha è verso la massima funzione del governo.

Lotti presenta a Emiliano l’amico del padre di Renzi.

L’amico del padre, ha capito dove siamo giunti?

La corsa verso il fondo è inarrestabile.

Alla mia età non si crede più che esista un fondo. Il peggio chiama altro peggio e temo che siamo solo a metà del precipizio.

Da: Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2017

scopri-la-Basilicata“Scopri la Basilicata, i tanti segreti della terra dei due mari. Quattro divertimappe, tante informazioni e più di venti giochi”.

Fiumi e laghi, torri e castelli, prati, caprette e cavalli, erbe aromatiche e poi – magnifico – l’amaro lucano: l’oro nero. Che bella la valle dell’energia, dice l’opuscolo prendendo in prestito le parole dell’ufficio marketing dell’Eni che ama definire la Val d’Agri, con al centro Viggiano, la capitale della produzione, la regina dell’Energia italiana: da sola sfama il dieci per cento del fabbisogno nazionale.

Fraternizzare è il verbo adatto, perché da adulto la vita non sai dove ti porta e le coincidenze, anche sfortunate, sono dietro l’angolo. Nell’esatto momento in cui il volumetto viene distribuito – immaginiamo a tutte le scuole della regione – i simpaticissimi pozzi, dipinti alla base di un bel verde pisello (il rispetto dell’ambiente anzitutto!) e oggetto del lavoro scolastico (“colora anche tu la testa dei pozzi petroliferi”), sono sospettati di essere i protagonisti della terza infiltrazione nelle acque dell’invaso del Pertusillo, il lago artificiale che dà da bere ai lucani e anche ai pugliesi. Una enorme scia dal colore funesto, un denso marrone, una grande scia di simil cacca, è stata avvistata e ritratta nelle decine di foto che hanno iniziato a diffondersi nel porta a porta di face book. Un nuovo allarme sanitario, giacché la dispersione di idrocarburi nel fondale e la contaminazione delle falde acquifere sono state già oggetto di denunce, contestazioni e paure.

SEMPRE nel Pertusillo, circa tre anni fa, una grande e improvvisa morìa di pesci aveva destato allarme e provocato la diffidenza e l’ostilità popolare. È la questione delle questioni: la enorme quantità di fanghi e di liquido sporco, i reflui nocivi di impianti che producono numeri elevatissimi, la necessità che questi reflui hanno siano oggetto di una sigillatura meticolosa e purtroppo la convinzione che troppo sporco abbia attraversato la Regione infiltrando le sue viscere e dunque inquinandola in modo grave. Sono oramai numerose le inchieste giudiziarie sul traffico di sostanze pericolose, le costanti indagini epidemiologiche che danno in rialzo patologie gravi nei luoghi più vicini ai campi estrattivi. Paura che si gonfia ancor di più nella consapevolezza che al centro Eni vanno aggiunti i pozzi Total e poi quelli Shell. La produzione raddoppia, i rischi pure? Avessero conosciuto questi infausti precedenti, i redattori del libretto, che forse non risiedono nella Val d’Agri, mai avrebbero pubblicato, nella pagina del “Divertimappe”, la domanda: “Tu quanti litri di acqua al giorno bevi?”. Temiamo che l’alunno chieda a casa, ma confidiamo che i genitori prima di dare una risposta colgano al volo l’insidia e soprattutto esibiscano al piccolo le casse di acqua acquistate al supermercato. Se sarà un pargolo puntiglioso inizierà ad approfondire le curiosità: mamma mi spieghi cos’è un mare nero (pagina 12)? Ci si può tuffare? Si ricavano 90mila barili di greggio al giorno che equivalgono a circa 14 milioni di litri quotidiani, bello no?

TEMIAMO verrà di chiedere se tutta quell’altra acqua è buona come quella di casa. Confidando nella prudenza dei genitori, che saranno stati sicuramente allertati allo scopo dalle Asl, le bambine e i bambini di Lucania sapranno che l’acqua nera non va bevuta, altrimenti sai quanti sputafuoco, e bellissimo non sarà. Dobbiamo aggiungere che nel libro didattico c’è anche materia d’inchiesta: “A volte gli abitanti della Basilicata non sono contenti di convivere col petrolio. Chiedi di indicarti il perché”. In effetti, perché?

Da: Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2017

Sono un migrante della politica, un apolide, un senza casa. Uno di quelli che la società politica non vede più, un elettore poco interessante perché non “moderato” e non di “centro”, il luogo geografico dove si è statuito che ogni contesa si perda o si vinca. Non c’è tornata elettorale senza che debba cercare un rifugio provvisorio oppure vedermi confinato all’astensione.

Perché dovrei essere dispiaciuto della scissione in corso nel Pd? Perché dovrei, io che pure ho votato Romano Prodi, ritenere un incubo e addirittura la fine del mondo quello che sta accadendo? Dovrei lacrimare davanti al “cupio dissolvi”, come scrive da Parigi Enrico Letta? Si spacca il Pd, si riduce la sua forza, si destabilizza il suo potere e io dovrei piangere?

ESULTO INVECE, e ho ottime ragioni dalla mia parte. Sono di sinistra perché credo nel valore intramontabile del diritto alla libertà. Credo all’uguaglianza. Credo nell’umanità e nel dovere che ogni individuo ha di farsi carico, per quel che può, di chi ha meno. Quindi sono e resto di sinistra.

Il Partito democratico ha però rifiutato di rappresentarmi. Non è questione delle caratteristiche psicologiche di chi oggi e anche domani sarà non solo il segretario ma il dominus assoluto. Renzi avrà pure atteggiamenti bulleschi, ma questa sua peculiarità è intesa dalla stragrande maggioranza dei suoi elettori come un valore positivo. E le scelte politiche che ha assunto, a parte quelle sui diritti civili e sull’immigrazione, hanno la virtù di non tacere quali ceti sociali e valori sostenere e quali altri no.

È una scelta legittima: può farlo. Ricordo le file alle primarie che lo proclamarono deus ex machina della sinistra. Militanti con i capelli bianchi che avevano votato per una vita Pci e perso per una vita, trovarono nel giovane sindaco di Firenze la speranza della vittoria. Solo con lui si può. Infatti s’è visto.

Renzi non è mai stato di sinistra, e questo incredibilmente veniva giudicato un formidabile atout. Certo, l’obiettivo era soltanto vincere, guadagnare il governo. Il Pd ha il più alto rapporto tra elettori ed eletti; dal Pd sono venuti gli ultimi quattro presidenti della Repubblica, del Pd gli ultimi tre premier. Di area Pd la maggioranza della Corte costituzionale, del Pd e affini la maggioranza dei governatori regionali e dei sindaci metropolitani. Nel Pd è stato scelto chi mandare nelle più grandi aziende pubbliche. In quel partito, a volte solo in quello, l’orientamento sulle nomine nel mondo bancario, assicurativo, nell’editoria. Naturalmente nella Rai.

Questo esercito enorme di amministratori è valso a sentire più vicini, più forti, più sicuri i legami che ciascuno di noi ha con la radice della sua speranza? Qual è la passione che ha trasmesso il Partito democratico a uno che, come me, crede ancora ai valori della sinistra?

E non dovrei benedire ogni atto, seppure parziale, debole, contraddittorio, che mi aiuti a ritrovare casa, offrire una buona ragione al mio voto? Domanderete: con D’Alema, Bersani, Speranza? Lo so anch’io. Ma spero che ogni refolo di vento possa agitare la foresta dei pioppi immobili, delle querce senza più foglie. Oggi il Pd decide il giochino di chi resta e chi va via, secondo la preminente necessità – come ha utilmente confessato nell’illuminante fuori onda televisivo il ministro Graziano Delrio – di ciascuno di conservarsi un posto in Parlamento. Che comunque è un mestiere e anche un salario per chi ha figli a casa e mutui e forse autisti e segretarie da pagare ogni fine mese.

Da: Il Fatto Quotidiano, 22 febbraio 2017

matteo-renziLa festa è qui, nel quartiere rosso dei Parioli, una delle due circoscrizioni dove il Pd vince sempre a Roma. Siamo al Parco dei Principi, due piani sotto la Spa e l’area fitness. È un cinque stelle di gran lusso, c’è tutto quel che si vuole dalla vita e quel poco in più che fa la differenza: la royal suite da 394 metri quadri la trovate in offerta questa settimana a 10 mila euro a notte (inclusi american breakfast e wifi).

MATTEO sta procedendo a grandi falcate verso il finale di partita. Il delegato Zunino, che pure sta con lui, non capisce ma si adegua: “Stiamo andando verso la scissione tra scrosci di applausi mi pare”. Si corre infatti e Renzi, l’ex campione del maggioritario, da oggi sarà il segretario del partito del proporzionale. Campione della rottamazione altrui, ora di sé dice: “Si può eliminare un problema, non una persona”. Ambiva al 40%, si accontenterà di una buona metà dei voti, e se tutto dovesse andare storto saranno almeno cento i deputati che condurrà a Montecitorio, lui compreso, oggi momentaneamente a spasso. Ed è parecchio conveniente essere a capo di un Pd, anche se dimagrito. La ditta finora ha dato ottimi utili: ha sfornato gli ultimi quattro presidenti della Repubblica, l’unico rappresentante italiano nella commissione Ue, la maggioranza dei sindaci e dei governatori. Scelti dal premier – e gli ultimi tre sono del Pd – la totalità dei vertici delle aziende pubbliche di maggior peso. Perciò il sogno è fare il bis “senza caminetti e senza correnti”. Da solo, com’è di sua abitudine. “Vi siete accorti che ora in Parlamento la settimana è più corta di quando ero io al governo?”. Senza Renzi il regno di Fannullonia. Finalmente si riparte. Le uniche facce emaciate si scorgono tra i vecchi, i più importuni – seppure amici – sono dei veri cacadubbi. Il solito Piero Fassino a spiegare che separarsi è anche un po’ morire e che dire di Walter Veltroni? Ha mazzolato quelli e questi. La minoranza e la maggioranza, avvertendoli del ruzzolone che aspetta tutti. Con altre parole lo stesso concetto affrontato da Delrio nel fuorionda di qualche giorno fa: “Con la scissione si apre una crepa nella diga. Non sai l’acqua dove andrà a finire, magari ti travolgerà”. Magari lo dice a chi?

“Salutiamo il conducator assente”, è Giachetti a svillaneggiare D’Alema malgrado la cautela di Orfini il presidente dell’assemblea che offrendogli il microfono gli dice: “Mi raccomando Roberto”. La sala è su di giri e Renzi anticipa che bisogna rimettersi subito al lavoro “per far ripartire l’Italia”. “Basta con la settimana bianca delle discussioni interne!”. Ha la camicia arrotolata come nella foto alla festa dell’Unità di Bologna con i segretari socialisti di Francia e Spagna. Erano bei tempi, i tre ragazzi nemmeno tre anni fa scalavano il mondo. Loro si sono persi, lui è qui a spingere – garantisce – per farci ripartire. Il povero Gentiloni ascolta e misura i mesi che lo dividono dall’addio: sette dovrebbero essere, se Matteo ha fatto bene i conti e riuscirà a portare gli italiani alle urne a settembre.

GLI ASTANTI si incupiscono solo un attimo, quando Cuperlo parla di gorgo. “Fatevi spiegare la radice storica del termine da qualche comunista clandestino seduto al vostro fianco” gli dice intimando corsi di recupero. L’ex bracciante Teresa Bellanova non ci sta: “E io chi sono? Anch’io vengo dal Pci ma resto con Renzi. E basta con questa puzza sotto al naso!”. Un applauso la saluta, e di sicuro è uno dei più forti della giornata. Un secondo lo vorrebbe per sé il collega di governo Giacomelli quando prende in giro Emiliano: “Ho ascoltato lui o il suo sosia? Ieri Michele diceva una cosa, oggi un’altra”. Ma Matteo, il capo risorto, è magnanimo e invita gli amici ad esultare con moderazione, a rottamare sotto traccia, a chiudere in fretta la telenovela. Infatti il segretario, pur di evitare fraintesi – volessi mai che la minoranza ci ripensi e faccia dietrofront – rinuncia alla replica. Così, felici e contenti, si torna a casa. Le auto blu sono all’ingresso, in attesa delle Autorità. Il resto si arrangi, c’è pure sciopero dei taxi.

Da: Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2017  

isaia-salesSono sei, di età compresa tra tre e quindici anni, i bambini che qualche giorno fa la magistratura napoletana ha sottratto alla patria potestà dei genitori, camorristi di vario calibro. La novità clamorosa è che questa decisione è prima culturale e poi giudiziaria: non solo le famiglie ma Napoli nel suo complesso non è nelle condizioni di far crescere i propri figli in un ambiente che non sia criminogeno. Perciò meglio mandarli al Nord, lontano dalla città della mala gente. A Isaia Sales, che studia da anni le cause della devianza civile di marchio camorristico, abbiamo chiesto se questa non sia in effetti la statuizione di un principio capovolto. In questo caso, in qualche modo, le colpe dei padri ricadono sui figli: “Sì, è così. In qualche modo si prende di mira il contesto sociale. Basta questo per supportare una decisione traumatica e definitiva: allontanare un bimbo dai propri genitori”.

Questi bambini però confezionavano droga, marinavano la scuola.

Ma non discuto! Altrove però si sarebbero invocati i servizi sociali, la famiglia sarebbe stata accompagnata in un recupero etico della propria funzione e i genitori messi davanti alle responsabilità. Oggi Napoli è senza alcuna capacità di accudire, assistere. È in balìa della sua nuova povertà. E la magistratura ne prende atto troncando il discorso e separando i destini.

Lei ha parlato di Stato-padre.

Riflettiamo su un punto: i soggetti qualificanti della vita napoletana oggi sono i camorristi e i giudici. Chi delinque e chi ripara, chi offende e chi punisce. Manca completamente la politica, manca la società. Nell’assenza il confronto si sviluppa in modo anomalo. Il giudice ha solo il codice penale come espressione della sua funzione.

Cosa deve fare il magistrato?

Infatti il magistrato, vistosi alla strette, capito che il Municipio non aveva mezzi per sostenere la riabilitazione e la città non aveva luoghi, comunità, case famiglia dove far accogliere questi bambini, ha deciso lo stralcio della loro vita. Ovvero la migrazione da un punto all’altro della Penisola.

Ha deciso che i bambini del Pallonetto, il quartiere dove stavano crescendo nell’illegalità, possono avere una vita felice solo a condizione di migrare al Nord. Come se il Sud – infettato dal virus criminale – non avesse più anticorpi.

Dal momento che non sono disponibili medicine e cure per combattere l’infezione sociale è meglio farli fuggire.

È un giudizio definitivo e mortale sul Sud. Leggi tutto

contestatori-renziSe ne vanno. Gli ultimi saluti ieri e nello stesso teatro che tre anni fa – esattamente tre – diede il benservito a Enrico Letta. Da oggi cambiano le quote azionarie del Pd che assume le sembianze di una Margherita formato maxi e nella proprietà di Matteo Renzi entrano con cifre importanti Dario Franceschini, Graziano Delrio, Andrea Orlando e Maurizio Martina.

È UNA IMMAGINE, una sola foto – Enrico Mentana la mostra durante la sua diretta televisiva – a immortalare doviziosamente il recinto degli scissionisti, i traslocatori o trasvolatori riuniti nel rito dei saluti finali. In pochi metri quadrati e tre file di poltrone hanno preso posto, e certamente di loro spontanea volontà, Massimo D’Alema, in posizione centrale e silente, da perfetto deus ex machina, alle spalle Michele Emiliano, al lato Pier Luigi Bersani, poi Roberto Speranza, quindi Guglielmo Epifani. A fare da corona due pretoriani del sud e del nord dell’Italia, il calabrese Nico Stumpo e il veneto Davide Zoggia. Nel ritratto, e qualcosa vorrà pur dire, anche Marco Minniti, il ministro dell’Interno, dalemiano di tradizione, dal cuore appassito per il vecchio amore, ieri infatti un po’ afflosciato e forse fuori posto. Quando ha visto il flash – per darsi un po’ di ritegno – si è lievemente piegato alla sua sinistra, ma il clic era già andato a segno.

“Se ci conduci in un congresso solipsistico le conseguenze saranno gravi”. Nelle parole di Bersani, durante un discorso pieno di argomenti anche molto ragionevoli, l’ultimo avvertimento. Ma la sceneggiatura era stata già scritta e le parole dell’ex capo della Ditta che ora va in affitto mostravano quel che già si sapeva. Quale può essere la conseguenza grave se non la rottura definitiva? “È così, è una sciagura, qualcosa che non doveva succedere. Pensare che dieci anni fa ero il solo perplesso a sciogliere il Pds. Mi dissero che non era il caso di tenere la sinistra in un partito del diciotto per cento. Ora vanno a fare una Cosa che arriverà al dieci, lasciando completare a Renzi la sua Opa sul Pd”. Gianni Cuperlo, l’ex fedelissimo dalemiano, è in ambasce: “Mi batterò fino all’ultimo perché non succeda, ma i giochi sembrano fatti”. Renzi si vuole contare subito in un congresso che deve svolgersi prima dell’estate. Neanche Andrea Orlando intervenuto a sorpresa è riuscito a farlo rallentare: “Fare il congresso durante la campagna elettorale per le amministrative non ha senso. Sarà la fiera dell’antipolitica”. Niente da fare. “Mi dispiace Andrea…”, gli ha replicato Renzi. In primavera la conta sul nuovo segretario, in estate/autunno le elezioni.

Per quel tempo i traslocatori avranno edificato una nuova casa oppure, come appare plausibile, si saranno accasati dentro il grande e largo Campo progressista che sta realizzando il milanese Giuliano Pisapia. Perché è con Pisapia che Renzi dovrà vedersela, insidioso competitore sia per la premiership che come front man per una contro Opa. È un fatto che due giorni fa a Bologna l’ex sindaco di Milano sia stato benedetto da Romano Prodi: “Ho stima personale per Pisapia. Vediamo come si articolerà la proposta”. Parole che hanno fatto esultare Virginio Merola, sindaco di Bologna, anch’egli Pd e anch’egli con la testa altrove: “Quello di Prodi è per noi un importante incoraggiamento ad andare avanti”.

Tutto si tiene, forse.

Da: Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2016  

demagistrisVSchiamparinoIl piemontese e il napoletano. Il riformista e il populista. Il primo nell’establishment fino al collo; in piazza e con il popolo il secondo. Tra Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte e già presidente della Compagnia San Paolo, ex sindaco di Torino, prima ancora deputato, e Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, la distanza apparente è almeno equivalente ai chilometri che separano le due città. Abbiamo rivolto loro le stesse domande e ciascuno, senza conoscere le risposte dell’altro, ha detto la sua. L’esito del confronto è meno scontato di quanto appaia e i due misurano i passi per vincere la partita della vita: come governare in tempi di crisi, quando l’odio e il rancore divengono identità sociali.

Populismo è la parola ricorrente di questa fase. Sta divenendo un tic collettivo: non c’è ora del giorno che non si invochi o si maledica il populista che è in noi.

Chiamparino: La paura che contamina ogni luogo e ci corre dietro spinge le fasce più deboli ed esposte alla crisi alla propria difesa attraverso l’unica arma a disposizione: odio verso tutto ciò che appare come nemico, cioè il potere costituito. Rancore verso coloro che sono incasellati nell’establishment: i ricchi che conservano, i potenti che distraggono. Siamo sommersi da merci che sconfiggono i nostri affari e da persone – i migranti – che destabilizzano il nostro modo di vivere. Il populismo è la traduzione politologica di una reazione popolare in cui le virtù sono tutte da una parte e i vizi d a un’altra.

de Magistris: Se per populismo intendiamo un potere che reclama di stare più dentro al cuore popolare io mi sento populista. Bado a conservare una connessione sentimentale con chi ha zero, a fare sempre un pezzetto di strada insieme agli ultimi e a comprendere le ragioni della indignazione. Che è un sentimento apprezzabile perché libera energie vitali e tiene a bada la paura che, se esonda, porta alla marginalità e, nei casi estremi, all’eversione.

C: Ricordiamoci sempre della frase del compagno Pietro Nenni: “C’è sempre un puro più puro che poi ti epura”.

dM: Se poi l’indignazione deve significare rabbia ottusa o depressione, banalizzazione di ogni decisione, repulsione per ogni ragionamento più complesso, se si intende il populismo in questa accezione, neanch’io condivido.

Sembra oggi che l’arco costituzionale venga compreso tra il Pd e Verdini, con Berlusconi al centro del gioco. Tutti dentro e legittimati, malgrado le storie, i profili – a volte alcuni schiettamente criminali – e le idee. E poi i movimenti popolari, parlo dei cinquestelle ma anche della Lega e di Fratelli d’Italia, visti come l’Msi di anni fa: sul limite dell’eversione.

C: Non penso che Lega e M5S abbiano coniugazioni comuni e possano essere accomunati in un fascio antidemocratico. Mi sembra solo propaganda questa. E per quel che vedo qui a Torino dove la sindaca Chiara Appendino è l’espressione del Movimento, noto un loro atteggiamento molto istituzionale, dentro al sistema dei poteri costituiti, rispettosi della cifra civile. A volte io sembro più eccentrico e fuori dalle regole di quanto non appaia la sindaca.

dM: Il Pd con Renzi è l’oligarchia al potere e ha collegato il suo destino a quello dei Verdini e dei Berlusconi. Amico fino alla sudditanza dei grandi potentati economici, dentro o nei paraggi dei grup pi finanziari, occupando lo Stato e ogni sedia dell’amministrazione pubblica. Il giochetto è di far apparire chi è ostile a loro come ostile al buon governo e anche alla democrazia. Si chiama demonizzazione dell’avversario.

Quanto a demonizzazione pure i grillini sono maestri.

C: Qualche volta mentre torno la sera a casa mi fermo a bere una birra con questi ragazzi dei cinquestelle. Sono bravi ragazzi e gli dico sempre: guardate che nel Pd non siamo tutti delinquenti e ladri.

dM: I cinquestelle all’origine rappresentavano un movimento trasversale e di popolo. Ho partecipato ai primi meet up ed erano altra cosa rispetto ad oggi dove la disciplina verticistica è assoluta e blocca ogni pensiero personale. E poi i loro capi sono arroganti. Quando vuoi scambiare un’idea con qualcuno di questi sbuca il Di Maio di turno che intima: non facciamo alleanze con nessuno! Ma chi vuole allearsi? Parlare significa allearsi?

È una società che vede il buco nero della crisi interminabile con la classe dirigente che non riesce a ritrovare un minimo di reputazione pubblica.

C: La politica si addensa nei luoghi tradizionali che non gestiscono il potere che noi gli accreditiamo. C’è come un effetto ottico. Penso al consiglio regionale, caricato di chissà quante aspettative ma che alla fine può poco. Ma anche il Parlamento così monumentale e presente nella vita quotidiana ha armi spuntate. In verità il potere che decide c’è dove non si vede. In Europa per esempio. E scelte politiche che cambiano la vita di tanti sono figlie delle scelte di grandi multinazionali, potentati economici e finanziari che pure sono difesi da una lente che opacizza fino a renderli invisibili.

dM: Perciò ho voluto legare sempre di più il popolo al Palazzo. Fondando questo movimento, DemA, che sta per Democrazia e Autonomia e vuole indicare una via possibile: trasversalità delle idee ancorate alla base della piramide sociale. È il popolo che deve guidare i processi e sono le autonomie territoriali che devono difendere le identità. In una città come Napoli siamo riusciti a calmierare la rabbia e a far esplodere energie positive. L’Italia ha bisogno di questi fermenti, altro che la cupezza e la mediocrità istituzionale del Pd.

Il Pd che idee ha? Solo quella di erigere un muro a difesa dei nuovi barbari?

C: Il mio partito deve decidere alla svelta un congresso e capire dove vuole andare e cosa vuole fare da grande. Pensano che se Grillo fallisce la prova del governo locale i voti che sono andati a lui torneranno a casa. Questo si chiama abbaglio da rendita parassitaria. Ormai ho l’età per non illudermi.

dM: E che ci vuoi fare con il Pd? La sua classe dirigente è così distante da noi… Proprio qui a Napoli in questi giorni è esploso il caso delle candidature sottoscritte a insaputa dei candidati. Cose dell’altro mondo.

Prima di salutarci date un consiglio a Virginia Raggi.

C: Mi dimetterei per cercare il riscatto. Ammetto che è un consiglio interessato, ma insomma ogni giorno è una legnata. Se credi di non meritarle devi pure dire: basta!

dM: Mi ha fatto molto impressione una sua dichiarazione nella quale giustificava la scelta di Marra in quanto l’unico che potesse darle le chiavi dei segreti del Campidoglio. No Virginia, devi trovare altre forme per governare quel caos. Io resisterei ancora un altro po’ ma poi, se mi vedessi perso nel labirinto romano, beh allora ciao ciao…

da: Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2017

La mia Sanremo… Vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. (Italo Calvino)

vittorio-collettiAristocratica per via del suo nobile passato ma con tratti contemporanei da super cafona, Sanremo in questi giorni è il centro dell’Italia e del nostro Paese e giustamente testimone e specchio. Città doppia. Sta a nord ma è molto meridionale, ricca ereditiera ma attraversata da parecchi disonesti e sanguisughe, linda eppure sporca nell’anima. Vittorio Coletti è ligure, accademico della Crusca, linguista di valore ha firmato con Francesco Sabatini il dizionario della lingua italiana. Vive a Imperia che è la sorellina povera e sfigata di Sanremo. “A Sanremo c’era la libreria che non trovavo nella mia città, il cinema con i film che non riuscivo a vedere sotto casa. Il teatro, le rassegne letterarie al Casinò. Sanremo per noi gente di Ponente è stata la capitale della ricchezza e della cultura”.

Un passato da grandeur.

Alfredo Nobel aveva lì la villa, e Italo Calvino con villa Meridiana, e la grande e colta comunità russa. Non c’era partita e non avevi alternative: se non volevi andare a Genova ti toccava Sanremo per i tuoi pomeriggi felici e impegnati.

La città dei fiori. C’è qualcosa di più immacolato di un fiore?

Quando il mercato tirava, quando la globalizzazione non aveva fatto chiudere le serre e inguaiato l’industria del territorio, ogni quindici giorni partiva il treno carico di fiori. Esportavamo ovunque il nostro profumo.

E c’era il Casinò.

Un’altra industria benefattrice. Sa che per statuto una parte dei ricavi veniva destinata alla prefettura di Imperia che poi li distribuiva a tutti i poveri comuni dell’interno? Mio padre era vicesindaco di uno di quei paesini e attendeva che Sanremo staccasse l’assegno per provvedere a riparare qualche buca per strada.

San Remo, appunto. Città santa e generosa… Usa giustamente l’imperfetto, oggi non è più così.

Oggi no. Ma voglio ancora restare per un momento a ieri: il Casinò organizzava dei formidabili martedì letterari. Erano incontri di alto livello. Poi col tempo…

Col tempo tutto si è guastato.

Il Festival della canzone è l’unica industria che ancora regge. Porta soldi e si aspetta febbraio per dare fiato alle trombe. Ma anche qua tenga presente che a parte i diretti interessati, cioè albergatori e ristoratori, ai sanremesi non è che il Festival faccia impazzire. C’è più disinteresse di quel che appare. La manipolazione televisiva, che inquadra naturalmente i soliti colorati cento metri quadrati antistanti l’Ariston, il teatro della canzone, nega all’Italia la verità esatta, la cornice abulica dentro la quale la scintillante settimana canora si svolge.

Pensi che noialtri credevamo ancora che fosse la città dei fiori.

Il cimitero delle serre colpisce al cuore. Troppe sono chiuse per via di un mercato selvaggio che ha spostato l’asse della produzione altrove.

E i cravattoni che giungono al Casinò a spendere soldi dall’origine incerta?

Non sono tutti Calvino. Molti ceffi brutti, purtroppo.

Ori al collo, pellicce al vento. Leggi tutto

Giuliano Pisapia sarà il nuovo Romano Prodi, parola di Gad Lerner.

Non è solo questione di fisiognomica, c’è il profilo culturale la caratura morale e anche la qualità politica che mi spingono a questo paragone. È il solo che può federare, allargare il campo del centro sinistra.

Vuol dire che con Renzi si perde e con Pisapia si vince?

Giuliano non è Mandrake che arriva e spacca tutto. Ma io so che con Renzi non è certo nemmeno che il Pd esista ancora da qui a qualche mese. Ha scelto di tenere il partito in ostaggio dopo che ha perso il referendum. Lo vedo disorientato, senza un orizzonte avanti a sé e un processo di atomizzazione delle istanze e dei profili. Correnti su correnti, minoranze che si distinguono e si sovrappongono.

Ecco Pisapia che ci salva.

A Milano ha mostrato come si governa. Gentilezza e rigore. Mai dato adito a un’inchiesta, ha attraversato la città con i suoi piedi e le sue opere si vedono. Lasciatemi poi dire che Giuliano, del quale confesso un’amicizia antica e salda, è l’unico che può raccogliere il vasto campo di una sinistra delusa, dispersa, ora silente.

Ma la sua candidatura non è troppo figlia dell’élite milanese, della cintura stretta della città dove vive e lavora?

È un’obiezione ragionevole. Vedrete però che inizierà presto a girare l’Italia, viaggio che ha già in parte compiuto.

Pisapia c’è ma non si vede. Sembra sempre nascosto dietro un cespuglio ad attendere.

Non si vede perché non raccoglie folle di cronisti, non è mediatico come un Renzi. Ma è solido, portentoso nella sua cifra civile. Raccoglie simpatie ovunque ed è sempre là dove non te l’aspetti. Lo dico anche, se mi permette, per fare in modo che i lettori del Fatto conoscano il suo profilo un po’ meglio di quanto fino ad oggi non abbiano potuto. Sempre e solo a dire che è stato l’avvocato di De Benedetti, come fosse chissà cosa. A parte il fatto che quella difesa di anni e anni fa fu meritoria… Leggi tutto

#famostostadio o #famostoquartiere? Che il calcio sia il passepartout per eccellenza, chiave miracolosa per concludere affari è cosa nota. Comprensibile che la Roma, pur di avere il suo campo, si allei con chi mira ad aggiungere almeno seicentomila metri quadrati di cemento a quelli necessari per la realizzazione dello stadio e dei servizi annessi. Non soltanto non c’è traccia di una discussione sulla dimensione dell’opera monstre, sulla sua utilità effettiva ma neanche un cenno al fatto che tra i protagonisti dell’impresa – tutta autofinanziata – ci sia l’immobiliarista Luca Parnasi i cui affidamenti negli ultimi anni si sono trasformati in altrettanti enormi incagli per le banche creditrici, la prima delle quali – Unicredit – versa lacrime amare per i suoi 450 milioni di euro mai rientrati. Non è pensabile negare alla Roma lo stadio di proprietà, e certamente non è augurabile che la Capitale perda investimenti che costituirebbero, viste le casse allo stremo del Campidoglio, l’unico polmone finanziario. Eppure anche in queste condizioni varrebbe la pena considerare con meno approssimazione la qualità di investimenti che s’annunciano strabilianti: quante possibilità hanno di rivelarsi per strada pieni di piaghe? Zero? Tor di Valle è l’area a sud della città che precede quell’altro enorme insediamento della nuova Fiera di Roma, nelle intenzioni polo commerciale di prima grandezza nazionale divenuto poi desolante spiazzo di cemento a cielo aperto. Roma, la sua élite culturale e politica, assistono alla querelle dello stadio e delle grandi opere connesse con l’arietta furba di chi non vede, e se vede non capisce lasciando apparire come una capricciosa contrarietà alle cubature del progetto del solo assessore all’Urbanistica Paolo Berdini. Oltre a Spalletti e Totti, cosa resta in città?

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017