carmelo-barbagalloMa dov’eravate?

A Capo Nord.

E com’era Capo Nord?

Ricordo che faceva freddo e c’era vento.

Al nord fa freddo.

A me la nave non piaceva e non me ne vergogno a dirlo: soffro di mal di mare. E di quelle scampagnate in acqua non capivo la ragione.

Purtroppo quel che è fatto è fatto. Segretario Carmelo Barbagallo: da oggi lei è il capo del sindacato in crociera. La Uil tra le onde.

Che minchiata che abbiamo fatto.

Molte crociere, molte minchiate. Ma anche molte trattative sindacali.

Erano i compagni dei trasporti e quelli della pubblica amministrazione. Spingevano per lo sciopero ma Angeletti aveva un’altra linea. E fu trovato quel modo per discutere con un po’ di calma.

Helsinki?

Non ricordo di essere andato a Helsinki.

Capperi, è bellissima. E San Pietroburgo?

Mi pare di sì.

E trattavate per tutti i giorni della crociera?

Ma guarda un po’ se uno come me a sessantanove anni dev’essere trattato per chi brigava per fregarsi le vacanze a spese del sindacato.

Lei non brigava, era il numero due e ha risposto al comando dell’allora numero uno. Bisognava fare la crociera e basta. Crociera per finta, lavoro invece.

Mica tutto il giorno si lavorava? Le discussioni duravano due o tre ore, ma si riteneva che quel clima vacanziero potesse agevolarle (secondo me no).

Però lei, Barbagallo, è qui a risponderne.

Altroché se ne rispondo! Vado ovunque mi chiamino, cerco io di incontrare gli iscritti e sono io a scusarmi. L’errore è stato grande, ma le mie mani sono pulite.

Intanto però c’è questa grana dell’imputazione.

Mah. Leggi tutto

foto Massimo Pica
foto Massimo Pica

Può San Matteo, con tutto il rispetto e anche con la simpatia che si deve a un santo di così alto lignaggio, rifiutare di inginocchiarsi davanti a Vincenzo De Luca? È la domanda che corre a Salerno, ancora incredula davanti alla scelta del vescovo Luigi Moretti di evitare che il patrono della città, nel giorno della sua ricorrenza (21 settembre) facesse visita a palazzo di Città, sede del governo cittadino. Per il secondo anno consecutivo si è ripetuto lo sgarbo e benché De Luca oggi governi la Campania, Salerno resta la sua patria, la sua casa, il suo trastullo quotidiano. E così il sindaco pro tempore, Vincenzo Napoli, secondo cittadino essendo il primo reggente sia in corpo che in spirito, ha deciso di rifiutare la festa per il patrono e togliere la voce al vescovo.

Gli ha staccato i fili degli altoparlanti che avrebbero portato la parola di Cristo in città, ritenuti illegali. Di più: sia il primo cittadino spirituale (De Luca senior), sia il secondo pro tempore (Vincenzo Napoli) sia il terzo futuro (Roberto De Luca, figlio del primo e nella qualità anagrafica assessore al Bilancio) hanno disertato la cerimonia. E così tutti i restanti componenti della maggioranza consiliare hanno rifiutato di presenziare al vilipendio indossando la fascia tricolore. Anche la Provincia di Salerno si è unita al comune sentimento di riprovazione e ha ritirato il gonfalone dalla celebrazione statuendo la profondissima crisi di fiducia tra lo Stato salernitano e la Chiesa.

enza fuochi d’artificio, senza festa e soprattutto senza voce. Ridotto in miseria, San Matteo, al quale comunque è stato assicurato il portamento a spalla dai fedelissimi di Gesù, è riuscito a completare la processione, seguito dal vescovo Luigi Moretti, teorico del minimalismo religioso, al quale la comunità salernitana guarda però con un segno di cristiana diffidenza per gli eccessi integralisti. Leggi tutto

Quattro miliardi di euro. È la cifra messa a preventivo dal presidente del Consiglio per riparare i danni del terremoto che ha colpito Amatrice e i Comuni vicini. Ed è una cifra, avverte Renzi, anche sottostimata. A meno che il presidente non voglia fare di quei paesini di montagna delle piccole Miami, trasportandovi anche mare e spiaggia, e magari fare soggiornare i suoi abitanti in villone dai rubinetti d’oro, la cifra appare a occhio nudo eccessiva, smodata, incongruente rispetto all’evidenza della realtà. Come ha scritto ieri Enrico Fierro, il primo dei problemi, e il primo test per Vasco Errani, il commissario alla ricostruzione, è quello di delimitare con esattezza i confini del danno per evitare ciò che accade sistematicamente nel periodo della ricostruzione: il continuo gonfiamento della spesa.

Ogni terremoto infatti porta con sé, come dono speciale, una truppa di affaristi che trova nel dramma l’occasione per spiluccare ben bene. L’affare si compie se il danno si gonfia. E come si gonfia? Allargando il territorio colpito, trasformando piccole lesioni in grandi ferite, adeguando all’insù i criteri per la stabilità sismica, avanzando continuamente nel bisogno. Ad oggi sono tre i Comuni dell’epicentro, completamente distrutti: Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli. I residenti dei tre Comuni non raggiungono, per fortuna, i cinquemila abitanti.

C’è poi una corona di centri in cui il terremoto ha danneggiato più o meno seriamente alcuni edifici (e parecchie seconde case), u n’area vasta ma nella quale insiste una popolazione non superiore ai cinquantamila abitanti. Lo sperpero de L’Aquila, città di 70 mila residenti a cui oggi non bastano 10 miliardi di euro per vedersi ricostruita, è così vicino e documentato, così tragicamente evidente che bisognerebbe far tesoro degli effetti nefasti dei fuochi d’artificio berlusconiani. Evitare il bis è – prima ancora che una virtù – una necessità.

Da: Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2016

vittorio-sgarbiDove c’è una capra c’è lui.

In effetti il trittico Capra-Capra – Capra mi ha espanso, corpo e spirito, in una moltitudine sconosciuta che grazie a Facebook e Twitter ha assunto proporzioni notevoli.

Di capra in capra, Vittorio Sgarbi aumenta il fatturato.

Vado dove mi chiamano, gli italiani sanno che ho fatto più io per l’arte che dieci Settis.

Lei va dove la pagano.

Anche, giusto.

In questo momento ha tre eventi in corso: il Caravaggio a Ginevra, La Maddalena a Loreto, La Follia a Catania. Quattro con Osimo.

La Fondazione Sgarbi, le grandi opere custodite per un’intera vita dalla mia famiglia, da mia madre, ora sono patrimonio comune. Bellezza esibita, dispensata, regalata agli occhi del mondo.

Imprenditore del bello e in alcuni casi anche subappaltatore del bello.

È il mio lavoro, la mia passione. Non ho alcun interesse per i soldi.

Com’è noto le fanno schifo.

Non dice male, mi servono solo per acquistare opere d’arte. Altro non voglio

Però, sarà una coincidenza, alcune volte i soldi le fanno cambiare idea.

Cioè?

Non so quanto le abbia dato Vincenzo De Luca a Salerno.

Troppo poco, mi sembra pochissimo.

Per quel pochissimo è riuscito a trovare nel Crescent, un mostro di tutto rispetto, le grazie di una Gioconda.

Avevo ritenuto dapprima la cubatura un po’ eccessiva, ma gli interventi riparatori del progettista, lo spagnolo Bohigas, mi hanno convinto che l’edificio razionalizzasse l’area.

Che senso ha parlare a gettone, entusiasmarsi a gettone? Leggi tutto

evelina-christillinEvelina Christillin è l’unica donna al mondo che abbia posseduto più poltrone che rossetti da labbra. Valdostana di alto lignaggio, torinese di elezione, sorridente in qualsiasi condizione di luogo e di stato, sportivissima, devota della Juve, ma prima della Juve devota all’avvocato Agnelli, è moglie di Gabriele Galateri di Genola, ora presidente delle Generali. Spiritualmente veltroniana, si tiene alla larga dalla politica.

Poltronista io? Allora contiamole insieme tutte queste seggiole che mi volete attribuire.

Avevo segnato.

Allora: c’è il consiglio di amministrazione della banca.

Due consigli.

Uno soltanto, mio caro: solo Cariparma, Carige non più.

La presidenza della Fondazione del Museo Egizio.

Giusto.

E quella del teatro Regio.

Quella non più.

Ah scusi, c’è lo Stabile…

Ma son cose vecchie! Vede che tiene il conto inesatto?

Bisogna dotarsi di un algoritmo per conoscere l’esatta condizione lavorativa della Christillin.

Voi del Fatto siete dei malandrini e cercate di vedere nero dov’è bianco.

Lei stordisce.

Poi c’è la presidenza dell’Enit.

Ecco il regalo di Renzi.

Vuol sapere? Presidente a mia insaputa.

All’insaputa è bellissimo.

È la verità.

Renzi è ottimista, volitivo. Leggi tutto

ciampiUn numero, il 13, racconta la partita doppia con il potere, la sua doppia vita di banchiere e di politico. Tredici anni a Via Nazionale e altrettanti tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Non è precisamente un uomo del popolo, non ama la piazza, anzi ne ha paura (“soffro di agorafobia”), eppure se ne serve. Si dichiara servitore dello Stato, eppure – per obbligo di ufficio – si fa mediatore con chi dello Stato ha una concezione proprietaria. Carlo Azeglio Ciampi ha il merito di aver sopportato due crisi epiche della Repubblica: la prima monetaria e l’altra morale. Ha affrontato con buoni risultati la prima e gestito la seconda con la tecnica della riduzione del danno.

Gli è toccato, da presidente del Consiglio, di prendere in mano un’Italia quasi fallita. Ce l’ha fatta a riportarla in una condizione accettabile. È stato chiamato, da presidente della Repubblica, a sorvegliare il tratto più facinoroso del ventennio berlusconiano, la gragnuola di leggi ad personam, lo sbrego quasi quotidiano alla Costituzione. Ce l’ha fatta a resistere, a non darla sempre vinta a Berlusconi.

L’ITALIA di Ciampi per lungo tempo non si è innamorata, e infatti non c’è ragione alcuna perché lo fosse. Agli italiani poteva mai piacere un laureato alla Normale, di matrice azionista, parte di una élite repubblicana antica e sconosciuta? Di un credente dai tratti fermamente laici? Uno che rifiutava, per senso dello Stato, di prendere la comunione in chiesa. Un giorno era nella cattedrale di Loreto e si negò, con un cenno del capo, all’ostia che il vescovo stava per offrirgli. “Come presidente della Repubblica rappresento tutti gli italiani”, avrebbe poi spiegato. Infatti, è poi diventato il presidente più amato, forse secondo solo a Pertini. S’è detto e s’è scritto che fosse anche massone. È però un fatto la confidenza così intima con Wojtyla da incontrarlo ogni settimana in Vaticano e fare colazione con lui, insieme alla moglie Franca e a don Stanislao, il segretario del papa.

Ciampi non ha goduto dell’eloquio fluente dell’uomo pubblico, anzi spesso incespicava e le finali rotolavano fuori dai periodi, si perdevano nelle lunghe subordinate che il Nostro (in gioventù insegnante di latino e greco) si concedeva. Mostrava del suo ruolo un rispetto così alto da tenerlo fuori dalla partecipazione popolare. Non chiedeva entusiasmo e nemmeno ne riceveva. Se nel ’93 raggiunse Palazzo Chigi chiamato dal presidente Oscar Luigi Scalfaro, fu perché rappresentava l’ultima spiaggia di una Repubblica indebitata che si affidava al governatore della Banca d’Italia per mettere ordine nei suoi conti e dare quel che gli restava in termini di credibilità per ottenere un po’ di fiducia dai creditori. Scelta felice grazie alla quale Ciampi, sei anni dopo, siamo nel 1999, avrebbe conquistato il Quirinale al primo colpo, con una maggioranza schiacciante. Lo chiamano dopo che lui ha sperato e atteso invano di essere invece il successore di Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo, esperienza morta per mano di Fausto Bertinotti. Per Ciampi premier, il Ciampi ministro del Tesoro di Prodi, si dichiarò prima Walter Veltroni, che lo raggiunse nella sua casa marina di Santa Severa e poi D’Alema. Sembrò fatta, al punto che in attesa dell’incarico definì la squadra di governo. “Io resto vice”, gli disse Veltroni. Ma non arrivò mai la telefonata dal Quirinale dove invece venne ricevuto Massimo D’Alema… Leggi tutto

fabio-mussiIl potere è stato conquistato dai mediocri. E la mediocrità è la cifra che unifica e identifica. Il mediocre non ha memoria e non ha futuro. Invece Fabio Mussi, che al liceo aveva tutti nove e dieci, brillante laureato in Filosofia e oratore di qualità, prima che riuscisse ad affermarsi come politico di primo piano (è stato capogruppo del Pds, poi ministro dell’Università) ha dovuto zappare l’orto di casa Pci per un ventennio. Oggi guarda dal divano di casa quel che succede nel Palazzo che ha abitato. Soprattutto guarda chi vi entra. “È la profondità del tempo che separa un talentuoso da un mediocre. Ora non c’è visione, non c’è manco la voglia di immaginare un futuro. Esiste l’urgenza dell’oggi, l’impegno flash, lo sguardo breve”.

Ha ragione il filosofo canadese Alain Denault che nel suo La Médiocratie (Edizioni Lux) annuncia la conquista del potere mondiale da parte dei mediocri.

Quando la politica si trasforma in governance, si riduce a semplice gestione, lui scrive al problem solving, cosa vuole che accada se non questa tragedia? Il pensiero unico ha provocato situazioni orwelliane. Mi fermo solo a un caso: il 2003 e la guerra all’Iraq. Tutti coloro che la sostenevano erano i razionali, i cosiddetti moderati. Chi la osteggiava, chi intuiva i rischi e i disastri di quella scelta e li prefigurava elencandoli era giudicato un estremista.

I noti moderati.

Il pensiero unico, confezione intrigante dentro cui si nasconde invece l’assenza pura e semplice di un pensiero, ha un punto geografico i cui si ritrova: il centro, anzi l’estremo centro. Quel punto è il luogo politico dove ogni differenza si annulla, gli slogan si doppiano, identiche fedi si professano. In questo quarantennio è stato deciso che fosse cosa buona e giusta svalorizzare il capitale umano fino a ischeletrirlo, urlare flessibilità a qualunque costo. L’u omo, l’economia, la società devono essere flessibili. Di nuovo: chi si opponeva a questa indecenza diveniva estremista. Gli altri invece moderati e razionali.

Anche lei quando deteneva il potere avrà fatto giocate sbagliate.

Vorrei evitare nostalgie e superbie, perché sento il peso della responsabilità e delle colpe che anch’io ho. Siamo tutti figli di qualcuno, e se oggi è così…

Oggi è terribile. Non si scorge luogo, tema, tempo, dove un’idea sia sperimentata. Leggi tutto

luigi-di-maioPinochet non avrebbe sfigurato in Venezuela e pure Chavez in Cile se la sarebbe cavata bene. Il colore, il sapore e anche l’odore delle dittature sono disgrazie che accompagnano il potere e a Luigi Di Maio che ha scambiato un Paese con l’altro, temiamo purtroppo anche una storia con l’altra, non abbiamo consigli da offrire. Anzi già ci rallegriamo per non aver scaricato sul suo social media manager, l’assistente che posta su Facebook e Twitter i pensieri e le opere del Capo, la responsabilità dell’infortunio. Se Di Maio avesse conosciuto a fondo la personalità sanguinaria di Pinochet è certo che non l’avrebbe utilizzata come pietra di paragone con l’attualità psichedelica renziana. S’è fatto forse suggestionare dall’abbraccio americano al referendum, dalla presa di posizione dell’ambasciatore Usa. E qualcuno gli avrà ricordato le ripetute ingerenze della presidenza Nixon contro il governo socialista cileno di Salvador Allende, organizzando e finanziando il colpo di Stato militare che ne seguì, con Pinochet (oppure Pinoscè?) all’assalto della Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago.

Gira storto per Luigi di questi tempi, e quando girastorto succede come con la birra: un sorso tira l’altro. Sette giorni fa ha dovuto spiegare di aver capito poco e male le mail di Virginia Raggi sulle indagini giudiziarie che riguardavano l’assessore all’Ambiente del Campidoglio, e dunque aver scambiato un qui per un quo.

Ieri, maledetta fretta, ha dato al Cile il nome del Venezuela, portando il sud a nord, mischiando Santiago con Caracas, Pinochet con Chavez. Altro qui pro quo. Gli proponiamo di prendere la palla al balzo e immaginare, magari con la sua compagna, un viaggio nell’America Latina simile a quello che ha fatto da ragazzo il suo compagno Alessandro Di Battista, un meraviglioso tour andino che parta da dove la Storia si fermò l’11 settembre 1973 per finire oltre la criniera montuosa, quando la piana apre l’orizzonte che conduce fin laggiù, fra i peggiori bar di Caracas. Un viaggio lungo e impegnativo, che avrebbe anche il pregio di sospingerlo oltre la rumorosa ma insignificante attualità e produrre volontariamente l’assenza, vendicarsi con l’improvviso vuoto fingendo di sparire.

Da: Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2016

Cielo nero, pioggia in arrivo. Moglie al marito: “Non trasu, mallordu i scarpi”. Prime goccie, seconda moglie con consorte: “Amuninni, turnamu a casa”. Terza coppia, questa volta il marito, notevolmente antirenziano, a compagna devota: “Lassulu futtiri”. Invece entriamo e Fausto Raciti, il segretario regionale del Pd, si presenta sul palco: “Benvenuti alla festa dell’Umidità ”. La festa ha i metri quadrati contati, un popolo rinchiuso in pochi bus, piuttosto festante nelle prime file, preso dalla noia nelle ultime. Saremo in tremila, cento volte in meno, e doveva andare male, di quelle che correvano ad ascoltare Berlinguer. Il tempo passa e si vede. Quel che resta del Pci siciliano è Mirello Crisafulli, intramontabile figura di dirigente-possidente del partito nello spicchio di terra più povera, la provincia di Enna, poi accompagnato alla porta e oggi seduto, col pancione di sempre e un miniventilatore incollato alla faccia, nel suo fantastico stand di promoter della personale Università, disegnata da sé medesimo a Enna. Facoltà di medicina in lingua rumena, succursale italiana di quella di Galati, nessun blocco per gli studenti. Chi vuole entra. Avanti popolo. Ascolta Renzi. Gli siedo accanto. Gli altoparlanti non arrivano: “Mi basta il rumore, non è necessario seguire parola per parola. Adesso sta dicendo che lui vota Si al referendum. Anch’io voto Sì, seguo sempre la linea del segretario. Ho votato secondo le indicazioni anche quando mi hanno cacciato dalle liste. Tengo al partito. Adesso sta parlando di cose inutili, l’unica curiosità vera è quanti bus sono riusciti a fare. Aspettiamo la fine del comizio: se tutti fuggono via vuol dire che hanno da rientrare a casa”.

DUE RENZIANI indispettiti : “Embè? Anche la Camusso portò la claque”. Mirello, imperturbabile: “Lo sento scarico”. Cioè? “Ha fatto un mezzo casino con la scuola. È riuscito a dare 150 mila posti di lavoro e a trovarsi tutti contro. Se perdi la scuola perdi le elezioni. In ogni famiglia italiana c’è qualcuno che insegna”. Tre compagni da Floridia, provincia di Siracusa. Delegazione capeggiata dal sindaco Orazio Scolorino: “Sono senza maggioranza e nemmeno la voglio. Devo trattare a turno con i consiglieri comunali. Ognuno ha una esigenza da soddisfare. Non è un granché. Ma meglio fare il sindaco così che avere un partito che ti accoltella”. Leggi tutto

michele-santulliMichele Santulli, anziano e sapiente antiquario di Arpino, ha lavorato anni alla ricerca dei fatti, dei nomi, dei volti: “È un immenso vaso di Pandora, una inestricabile ragnatela di profili umani, di donzelle chiamate alla posa”.

Lei dice e prova che Gallinaro forgia una classe di modelle per Artisti.

La fame li sospinge a Roma, e qui trovano –mentre girovagano con il piffero e l’organetto – i primi reclutatori. Si passano la voce, si chiamano l’un l’altro, si incontrano a Fontana di Trevi e aspettano che qualcuno li ingaggi e li metta alla posa. C’è, dietro la Fontana, il vicolo dei Modelli, il ritrovo”.

Ma perché la Ciociaria?

Perché ha i figli più belli. Lo so, la Ciociaria non sembra neanche un punto geografico, è un accessorio, una dependance di Roma, terra di cafoni e al massimo di caciocavalli. Altro che siluette.

E invece lei è riuscito a dare nome e cognome, identità, luogo di nascita.

Le ragazze ciociare sono meravigliose. Le cito il grande Rodin che di loro diceva: ‘merveillusement belle, belle comme una Venus, comme Apollon… elle était un enchantement des yeux’. Siamo a Parigi e la Ciociaria, tra il 1860 e i primi del Novecento, fa vedere le sue gambe e i suoi seni, e le mani e i piedi. Sciama tra le viuzze di Montparnasse e nella zona di Mouffetard.

Per chi posano?

Rosalina Pesce, da Gallinaro, è la Semeusedi Oscar Roty, Agostina Segatori di Subiaco è L’Italiennedi Van Gogh, Carmela Cairo di Gallinaro è la Carmelina di Matisse, Michelangelo de Rosa di Atina è il corpo che copre Il panciotto rosso di Cezanne.

È un’infatuazione per la Ciociaria.

Prima Roma, poi Parigi, infine Londra. La beltà si espande, è riconosciuta, raccontata, tramandata.

È incredibile che si sappia così poco. Qual è il quadrilatero della bellezza?

La Val Comino e i suoi dodici Comuni conficcati quasi nell’Abruzzo.

È il centro di gravità della beltà.

Gallinaro è il fulcro, poi Arpino, Picinisco, Subiaco, Atina.

Una meraviglia.

The living embodiment of a classic beauty. La personificazione vivente della bellezza classica, scrivono gli inglesi di Alessandro de Marco da Picinisco, provincia di Frosinone.

Ma i ciociari lo sanno?

È il mio più grande cruccio: abitare dentro una bolla di inconsapevoli. La Ciociaria è come se avesse ottenuto una compensazione naturale. La terra offriva pietre e non pane, però donava al mondo, al l’arte, una bellezza non comparabile.

Donava. Usa l’imperfetto.

Questa attività è durata fino agli inizi della Prima guerra mondiale. Leggi tutto