Scegli al mattino, dai verbali di polizia, il crimine che ti fa più comodo, anche se trascurabile, modesto, comune a tanti. Scegli l’autore, preferibilmente immigrato e con la pelle nera, e poi lo lanci nell’iperuranio di internet. Quel singolo reato verrà moltiplicato per dieci, per mille, per centomila volte in altrettanti singoli atti di malaffare. Poi selezioni le attività di polizia e tra le decine di operazioni meritorie che ogni giorno si compiono, scegli quelle legate alla radice politica del tuo impegno: lo sgombero. A patto che gli sgomberati abbiano la pelle nera, siano soprattutto o prevalentemente immigrati. Al modo già illustrato, quell’evento lo lanci nell’iperuranio di internet, nella certezza che venga moltiplicato per dieci, per mille, per centomila volte in altri singoli atti di sgombero.

La realtà prefigurata, alterata nel modo descritto, diviene, col concorso del tempo, la realtà vissuta, l’oggetto stesso della contesa. Non esistendo nella percezione collettiva altri eventi criminosi che questi, altri soggetti pericolosi che questi, altre questioni urgenti che quelle descritte, ogni attenzione sarà devoluta alla soluzione indifferibile e conclusiva di questi problemi, gli unici che meritano – con l’aiuto dei mass media – dibattito e polemica. L’alterazione della percezione della realtà sarà il frutto dell’uso manipolativo della comunicazione, e oggi conosciamo col nome di “troll” individui che in forma singola o associata, in modo professionale o dilettantistico, promuovono questa attività di disinformazione. La domanda, che mi permetto di rivolgere al capo della polizia Franco Gabrielli, la cui fede democratica è indiscutibile, e così pure le doti di equilibrio, di prudenza, di dialogo, è questa: che si fa se scoprissimo un giorno che a trasformarsi in troll era il ministro dell’Interno, cioè il ministro dell’ordine e della polizia?

da: ilfattoquotidiano.it

Se il dibattito pubblico si inquina al punto che due esponenti del movimento ora maggioranza di governo come Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio ritengano di poter definire legittimamente “puttane” e “infimi sciacalli” i giornalisti ritenuti colpevoli di aver “massacrato” mediaticamente Virginia Raggipur di provocarne le dimissioni, significa che siamo oltre la misura e che qualcosa di grave e forse irreparabile è già accaduto nella precaria democrazia italiana. Queste accuse sono certo irresponsabili perché lasciano intendere che oramai non ci sia più barriera e pudore nella sfera pubblica, nessuna riserva ad utilizzare un lessico così violento nei confronti di coloro che non sono più ritenuti professionisti al servizio dell’informazione ma congiurati, oppositori, scudieri dell’ancien regime.

Basta dire che è ingiustificabile questa posizione? Possiamo respingere, restituendole al mittente, queste accuse e poi basta?

Io penso che ugualmente noi giornalisti dovremmo interrogarci sulla misura con la quale raccontiamo questo tempo nuovo, sulla continenza che dovrebbe consigliarci di usare i social network, l’arma davvero letale che rischia di annientare noi giornalisti più che il potere pubblico.

Twitter, Instagram, Facebook ogni giorno ci spingono verso forme espressive sempre più cruente. Diciamo la nostra e, a mano a mano che scriviamo, la diciamo sempre più netta, più dura, più inappellabile. Cosicché il nostro diritto a manifestare compiutamente il nostro pensiero, perché prima che giornalisti siamo cittadini e godiamo pienamente delle libertà garantite a tutti (e ci mancherebbe!), a volte si sovrappone al nostro compito, quello di informare, e lo infiltra al punto che le opinioni anticipino addirittura i fatti, corrompendoli definitivamente della loro essenza: cosa è successo, dove è successo, per merito o per colpa di chi.

Intendiamoci: io non credo al giornalismo anestetizzato, e del resto scrivo su un giornale che delle sue opinioni fa bandiera quotidiana. Non credo al giornalismo terzo, non credo alla verità oggettiva, non credo al formalismo narrativo, alla ipocrisia linguistica.

Ma ci deve pur essere una terza via, un modo di scrivere che a volte non ci riduca a gazzettieri e a propagandisti, di una parte o dell’altra, non ci imponga, ogni giorno, giudizi feroci e perentori, assoluti sul mondo intero. Perché siamo noi giornalisti a rischiare di più. Dovremmo essere avvertiti sui rischi del giudizio continuo e compulsivo, di come i social trasformino brave persone in belve umane, aristocratici e stimati professori di economia in frange contrapposte e velenose che si combattono a suon di insulti, e persino scienziati in propagandisti della sera, irosi tuttologi del mondo che c’è.

Noi giornalisti dovremmo dire la nostra senza perdere la trebisonda, senza cioè che la nostra opinione, che abbiamo non solo il diritto ma a volte l’obbligo di manifestare, possa legittimare, neppure lontanamente, le terribili e infamanti accuse che oggi muovono nei nostri confronti Di Battista e Di Maio, per restare solo ad oggi e solo a loro due.

Se lo capiamo presto aiuteremo il dibattito pubblico a ripulirsi almeno un po’ da un linguaggio che si fa sempre più tribale, violento, che insozza la democrazia e non aiuta a capire un bel nulla riducendoci alla considerazione di essere tutti servi di qualcuno.

Da: ilfattoquotidiano.it

Su Ischia e i suoi abusi edilizi sta andando in scena il più grande festival dell’ipocrisia. Da sempre i suoi abitanti sono stati coperti nella loro iperattività costruttiva dall’abbraccio colluso della politica e persino in alcuni casi dall’occhio compassionevole della magistratura. Altrimenti non sarebbe stato possibile censire negli anni 28 mila abusi su una popolazione di poco superiore ai 60 mila abitanti. Significa che una famiglia su due ha infranto la legge e l’ha infranta anche ripetutamente per una sola ragione: l’economia turistica tira e ha bisogno di spazi sempre più coperti e sempre più attrezzati.

Sia il centrodestra che il centrosinistra hanno tentato nell’ultimo decennio di occultare questa realtà. Ma il vincolo di inedificabilità assoluta che subisce l’isola ha reso vano ogni tentativo. Il vincolo è giustificato dalle caratteristiche uniche del luogo e dalla particolare sua vulnerabilità, sismica e idrogeologica.

I Cinquestelle, con Luigi Di Maio, stanno ora ingenuamente tentando di sanare l’insanabile, regolarizzare ciò che non può essere.

Resta però la realtà: un terremoto si è verificato, molti cittadini sono divenuti senzatetto e ancora ospitati in alloggi di fortuna.

Se la politica decide di farla finita con l’ipocrisia, e i Cinquestelle decidono di farla finita con i condoni, una soluzione, magari parziale ma in qualche modo soddisfacente, può essere possibile e praticabile.

Anzitutto riducendo l’area del danno: ogni terremoto produce, insieme alle sue macerie, anche un simpatico filone di crepe fantasiose. Sappiamo che nell’isola il comune maggiormente se non esclusivamente colpito è quello di Casamicciola e solo su quel comune gli interventi finanziari dovrebbero essere destinati.

E sappiamo che i senzatetto sono prevalentemente inquilini di case fuorilegge. Non hanno dunque titolo al risarcimento, ma il costo sociale della loro condizione resta alto. La ricostruzione dovrebbe in questo caso non essere devoluta al singolo ma centralizzata dagli uffici pubblici ai quali dovrebbe essere concesso il potere di individuare nel piano urbanistico comunale l’area destinata a queste nuove costruzioni in modo da offrire, delocalizzandole, una casa a chi l’ha persa a un costo calmierato e con un pagamento dilazionato, come accade con i beneficiari dell’edilizia popolare. In cambio l’area di sedime su cui sorgono gli immobili abusivi di coloro che accettassero la sistemazione agevolata diverrebbe pubblica.

Niente condono, le aree a rischio restituite e risanate, e una casa sicura, non propriamente gratis però, a chi l’ha perduta. La giustizia farebbe il suo corso, e lo Stato confermerebbe di saper distinguere tra chi ha rispettato le regole e chi ha fatto della furbizia una regola.

da: ilfattoquotidiano.it

Il presidente Usa Donald Trump caccia via dalla sala stampa un giornalista della Cnn perché a lui sgradito. Nemmeno sembra più una notizia, ormai abituati alla soverchieria del potere, all’esercizio personale e padronale dell’ufficio pubblico. Quel che più fa paura, che più è indigeribile è che Trump stronca la domanda del collega americano che gli chiedeva conto del suo atteggiamento nei confronti della cosiddetta “Carovana dei migranti”, migliaia di povera gente che dal centro America va dirigendosi verso nord, accusandolo di essere un “nemico del popolo”.

Con queste definizione i regimi totalitari mettevano a tacere il dissenso. I Paesi del blocco sovietico, del cosiddetto socialismo reale, la Cina comunista, i fascismi e le dittature latino-americane. Perciò inizia a farmi paura l’uso così disinvolto e a volte inappropriato che si va facendo, anche in Italia, della parola “popolo”, che sembra oramai lo scudo d’acciaio dietro al quale ogni schifezza si nasconde, si tutela o si legittima: per il popolo, a favore del popolo, in nome del popolo, continuando poi con i suoi derivati (la manovra del popolo, etc). Sarebbe il caso, prima di invocare invano il nome del Popolo, di conoscere e applicare le regole basiche della democrazia che ci ricorda come nel confronto, e naturalmente nel dissenso, essa vivifichi e maturi.

da: ilfattoquotidiano.it

B&B, case vacanza, cliniche, ostelli, scuole. Un patrimonio edilizio che fa della Chiesa di Roma la titolare di una rendita fondiaria immensa alla quale, non si è mai saputo in ragione di cosa, è stata concesso un condono perpetuo. Non ha mai pagato infatti l’Ici sui suoi immobili.

La Chiesa cattolica invece mostra da sempre un attivo interesse per patrimonializzare i suoi beni, agendo sul mercato al pari di altre aziende private. Mette a reddito tutto ciò che può. Finanche la facciata della Scala santa, luogo di pellegrinaggio e di culto, è coperta da un enorme fascio pubblicitario. Paghi, e nel nome del Padre avrai il tuo spot.

Finalmente la Corte di giustizia europea ha dichiarato illegale l’ingiustizia italiana, il principio di diversità secondo il quale c’è chi deve e c’è chi no. I primi calcoli dicono che l’arretrato ammonterebbe a qualche miliardo di euro, addirittura cinque si stima. Sarebbe cosa e buona e giusta se quei soldi, per esempio, potessero venire spesi per difendere la terra, i boschi, le case dalla natura che si è fatta incontinente.

Nel nome di Francesco, che è da sempre il suo Santo venerato protettore, e ora anche il suo Papa.

da: ilfattoquotidiano.it

La bici è la nostra compagna di vita. Ci ricorda l’infanzia e ancora a tanti fa venire in mente la fatica. Quanti sono andati al lavoro e ancora vanno con la bici? Pedalare, si dice per illustrare oltre ogni misura che serve il sudore, l’impegno, la resistenza. Il ciclismo è perciò lo sport più vicino all’animo popolare, perché composto della capacità del nostro corpo di rispondere anche alle sfide più grandi, più impegnative, anche più rischiose per la salute (e le cattive e continue storie di doping stanno lì a dimostrarcelo).

SI VA ALLA CORSA ma senza obbligo di comprare il biglietto. Il ciclismo è l’unico sport popolare che non preveda ticket d’ingresso. Si va alla corsa senza necessità di odiare, contestare, senza un nemico insomma. La bici unisce e non divide. Perciò esistono eventi sportivi così grandi che hanno unito l’Italia e l’hanno difesa anche nei momenti più bui della storia repubblicana, come l’attentato a Togliatti. Fu il mitico Bartali a salvare l’Italia dalla guerra civile vincendo il Tour. E la corsa più amata, più influente, più partecipata, ha sempre legato la sua storia a quella del Paese, e ha fatto scendere in strada gli italiani, tutti gli italiani. Del Nord e del Sud.

Assistere oggi a un Giro che si dimezza, per via degli affari che incombono e indicano le tappe giuste e quelle sbagliate, è prima che una delusione una sconfitta. Vedere il prossimo Giro, 102esima edizione, che neanche tocca il Sud, raggiungendo a malapena San Giovanni Rotondo e poi deviando verso il Tirreno, verso Terracina, è il segno di un Paese spezzato, diviso, che neanche si riconosce più. Già la distanza tra Nord e Sud va incredibilmente allargandosi, con un Mezzogiorno che si spopola e dimagrisce fino a divenire scheletrico, raggiungendo il punto più basso della sua decrescita infelice: non c’è area in Europa più spopolata, più grande e più depressa che questa. Leggi tutto

Lui, barese, ha col diritto la stessa orgogliosa amicizia che lei, bolzanina, prova quando è issato il tricolore. Francesco Paolo Sisto e Michaela Biancofiore sono stimati deputati berlusconiani. Con loro affrontiamo un tema delicato ma attuale: la morte apparente di Forza Italia.

Giovanni Toti dice che siete un po’ già trapassati, vivete un po’ nell’aldilà della politica, nell’eterno riposo.

Sisto: Lei dice un po’. Un po’ trapassati, un po’defunti, mette sempre quel po’. Su quel po’ vorrei approfondire.

Biancofiore: L’ho scritto a Silvio Berlusconi. Dobbiamo scegliere: alimentare la competizione con la Lega oppure accettare il partito unico consapevoli che Salvini però non ha in mente di annettere ma di annientare.

Sisto:Abbiamo la consapevolezza che Berlusconi non è più il Verbo che illumina e attrae (temo che il Verbo sia Salvini). Dobbiamo noi darci da fare. Tajani non si ferma un attimo.

Biancofiore: Tajani avanza controvento e ce lo dobbiamo dire, purtroppo. Qui è necessario eleggere anche un segretario politico.

Sisto:I moderati non scompariranno. Appena l’onda populista ridurrà la sua forza, appena gli italiani capiranno di cosa sono stati capaci questi qua (intendo i gialloverdi), chiameranno noi a salvare la baracca.

Biancofiore: La situazione è seria e va vista nella sua complessità, anche se io conservo un ottimismo di fondo.

Sisto: I sondaggi dicono che abbiamo perso qualche punto, inevitabile considerata la contingenza. Conservo anch’io un ottimismo di fondo.

Biancofiore: Parlo per me, e parlo per Bolzano e Trento dove si è appena votato. Noi a Bolzano abbiamo raccolto l’1,02% e a Trento il 2,85%. A un occhio estraneo potrebbe risultare una catastrofe.

Sisto: La catastrofe vera la procurerà agli italiani questo governo. Già 300 miliardi di euro bruciati. Temo che ci chiameranno quando i danni saranno tali e tanti… Meglio non pensarci.

Biancofiore: A Bolzano gli italiani sono il 30% della popolazione, per cui quell’1,02 bisogna moltiplicarlo per tre e fa già il 3,76%. Non molto distante da quell’8% sul quale il partito è attestato nel nord est. A Trento il 2,85% non è certo esaltante, però vediamo pure gli altri. Vogliamo parlare del Pd? Dei 5 Stelle?

Sisto: Siamo in una fase di attesa operativa.

Biancofiore: Lei sa che quando è venuto a fare il comizio Berlusconi la città era letteralmente bloccata? Sa che non sapevamo più dove mettere la gente? Abbiamo dovuto lasciare una moltitudine fuori dalla sala.

Sisto: Certo, dovremo affrontare anche il nodo Lega. Perché una cosa è essere alleati, ma se tu, Salvini, ci vuoi togliere il pane di bocca, allora io dico no, no e no.

Biancofiore: Mai e poi mai avrei immaginato questo risultato. Ero super ottimista. Ho una relazione molto fisica con la politica. Metto passione, chi mi conosce lo sa. Percepivo un’aria frizzantina, felice per noi. Leggi tutto

Ci sarebbe bisogno di milioni di opere piccole e anche piccolissime e invece la nostra attenzione è sempre e solo concentrata sui miliardi di euro che servono per le grandi opere. E poi dividerci, mentre i miliardi vengono spesi, sulle scelte compiute, sull’utilità di esse.

Cosa ne è del Mose, per esempio, nessuno lo sa. Avrebbe dovuto difendere Venezia dall’acqua alta, e aspettiamo, dopo che qualche miliarduccio è stato speso, di vederlo completato e di capire se sia servito oppure no.

Sapremo domani forse. Per oggi possono bastarci le polemiche sul Tap. Si deve fare! Ecco l’esercito dei Sì che si confronta con quello del No. Che quel No fosse non tanto sull’opera, il gasdotto transnazionale, ma sul luogo in cui debba sbucare è questione che non ci riguarda. Banalmente: sarebbe stato possibile far adagiare il grande tubo in un’area già sottratta all’ambiente, già posseduta dal cemento? Cosa mai sarebbe accaduto se il grande tubo fosse sbucato qualche decina di chilometri più a nord, in prossimità delle aree industriali inquinate e dismesse del brindisino? Sarebbe stata quell’opera anche motivo per bonificare terreni che invece saranno lasciare al loro destino, ai loro veleni.

Le idee muovono le passioni, ma l’ideologismo le ammazza, ci fa vivere sempre dietro una barricata. Decine di studi dimostrano che il Tav è costoso, sovradimensionato, al di sotto dei parametri minimi che assicurano al costo dei benefici corrispondenti. Perché non accettare la logica e comprendere, finché si fa in tempo, che quei soldi possono divenire più utili, maggiormente profittevoli per la collettività, se si investissero altrove?

Avremmo bisogno di una legge che ci obbligasse al consumo zero del suolo. Dovremmo dire: basta così. Ogni energia dovrebbe andare a mantenere ciò che è stato costruito, difendere i beni che sono esposti agli attacchi oramai virulenti della natura. Avremmo bisogno di un piano straordinario di manutenzione straordinaria del Paese. Che sarebbe anche un modo per dare un reddito a chi ne è privo, e cittadinanza a chi – senza lavoro – ha perduto la sua dignità.

Tenere in piedi l’Italia prima che ci caschi in testa. Questa dovrebbe essere l’urgenza.

E invece: si Tap, no Tap, si Tav, no Tav…

da: ilfattoquotidiano.it

È ancora il Giro d’Italia oppure è divenuto il Giro della Padania? Gli organizzatori hanno infatti deciso di far piegare il manubrio ai ciclisti, in occasione della 102esima edizione (l’11 maggio prossimo avrà inizio) appena dopo aver toccato San Giovanni Rotondo, forse per la rituale benedizione di Padre Pio. Più a sud del nord della Puglia non si arriva. Ed è vero che le Alpi sono dall’altra parte, e che il Mortirolo, il Gavia, il Ghisallo si trovano lassù, e che le risalite, dopo le discese ardite, sono il cuore della corsa, però l’Italia è un po’ più lunga di quella disegnata. E’ vero anche che il Nord è più ricco e chi vuole ospitare una tappa deve sganciare quattrini, ed è vero che Rcs, storica organizzatrice del giro, aveva offerto a Matera la possibilità di inaugurare la corsa al costo di 500mila euro, ed è vero che Matera ha rifiutato dichiarandosi con le tasche vuote. Ed è infine vero che, secondo un recente studio degli uffici di analisi economica del Senato, il Mezzogiorno resta l’area più vasta, spopolata e arretrata d’Europa, ed è vero che le sue strade sono piene di buche, infragilite da continue frane, ingobbite dai dossi. Però, secondo la vecchia cartina geografica in nostro possesso, l’Italia finisce in Sicilia non a Terracina, com’è stato invece deciso.

da: ilfattoquotidiano.it

La tempesta di vento e di mare che ha distrutto le imbarcazioni deluxe di Portofino e ha travolto persino “Suegno”, 37 metri di leggendaria ricchezza sfornati dai cantieri Ferretti per far godere a Pier Silvio Berlusconi il piacere dei piaceri, purtroppo non strazia il cuore come dovrebbe. E sapere Pier Silvio vittima delle piogge torrenziali e isolato nel suo castello insieme alla di lui compagna, dà conforto all’idea che per un ricco anche la tragedia ha un tono minore, perché il dramma si rimpicciolisce e rientra in quelle scocciature che al resto dell’umanità toccano anche quando una pioggerella infastidisce i tetti e fa capolino nel tinello.

Lo yacht Suegno è purtroppo finito sugli scogli ma siamo sicuri che sarà una gran perdita soprattutto per l’assicurazione. Certo, Pier Silvio sarà addolorato ma le sue lacrime, come cantavano Jannacci, Cochi e Renato in “Ho visto un re”, le avrà già versate in un calice di vino in una delle sale da pranzo del castello dov’era momentaneamente riparato.

Non è infatti tanto vero che una tempesta è uguale per tutti, e che un terremoto fa danni ovunque. E’ sicuro che l’acqua arrivi prima in cantina che all’ultimo piano, come è certo che un terremoto faccia più danni a una casetta malmessa che a una costruzione antisismica.

Sarà invidia, ma il ricco con i soldi ha più armi per difendersi dalle calamità e anche dagli accidenti della vita, più possibilità di farsi curare bene e vivere più a lungo, grazie a medici di gran nome che in genere non visitano gratis, e cliniche di gran pregio dove in genere non si opera gratis e il ricco, infine, ha anche a suo vantaggio il tempo da dedicare al fitness, alla dieta, ai massaggi d’acqua dolce, alle docce multi-cromatiche, ai bagni nelle grotte di sale e a tutto il resto delle creme, delle alghe e dei fanghi dedicate al ceto d’altura.

Perciò persino la natura, nella sua versione matrigna, ha qualche problema ad usare la livella. Ma quando accade, allora sì che l’evento si fa straordinario.

da: ilfattoquotidiano.it