Stato di diritto o Stato di rovescio? Condono o fedeltà fiscale? Aiuti ai poveri o anche ai ricchi? Tutti uguali davanti alla legge o anche no? Angustiato dal sopruso che la realtà gli stava ponendo proditoriamente davanti agli occhi, ieri il parlamentare europeo dei Cinquestelle Ignazio Corrao è corso ai ripari. E con un tweet è sbottato: “Da siciliano mi sento enormemente offeso da un titolo del genere. Che squallore i media italiani. Vergogna”. Corrao si riferiva al titolo de “L’Aria che tira” di Myrta Merlino. Era questo: “Condono e reddito, la Sicilia brinda al governo”.

Corrao non capiva perché i siciliani dovessero brindare, oltre al reddito di cittadinanza, anche al condono, se nel contratto di governo con la Lega il condono non c’è. E perché la Merlino avesse fatto capire agli incolpevoli telespettatori che il governo aveva approvato una misura tipica della sanatoria fiscale: un condono che azzera, nei limiti previsti dal provvedimento, le sanzioni, ed estingue i possibili rilievi giudiziari ad esse riferibili. Anche questo nel contratto di governo non c’era. Leggi tutto

Presa diretta ha sfornato lunedì sera una puntata capolavoro: cosa accade al nostro cervello, alla nostra intelligenza, al senso del nostro equilibrio nel tempo della connessione perpetua, dell’iperconnessione da smartphone.

I colleghi di Presa diretta potevano anche sottoporre a noi telespettatori tre casi tipici di personalità ridotte in schiavitù dalla iperconnessione e avremmo capito i rischi che tutti noi corriamo. Potevano per esempio farci vedere com’è ridotta la vita di Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico, in ragione del ticchettìo compulsivo con il quale sostiene le sue opinioni ogni santo giorno. Per tenere testa a twitter ha bisogno di avere un pensiero originale all’ora. Dodici ore di attività, dodici pensieri unici e geniali. Il genio, capita l’antifona, se l’è data a gambe. E ha lasciato in braghe di tela Calenda.

Di Matteo Salvini cosa altro aggiungere? Degradando sempre più nella confidenza esistenziale, temiamo il giorno in cui, dopo averci spiegato il mondo che verrà grazie a lui, chiederà a noi – senza nemmeno concederci un minuto per riflettere – un parere sui calzini da indossare. Saremo in grado?

Ma più preoccupante ancora, perché imprevisto, è ciò che è accaduto a Carlo Cottarelli. Fino a qualche mese fa conosciuto come l’algido funzionario del Fondo monetario, il tagliatore di costi e di teste, l’uomo della spending review, in poche settimane è stato fagocitato da twitter (una manina sconosciuta gli avrà messo l’app sul suo display) e da allora è un altro. Ieri, purtroppo, ha consegnato a tutti la prova che lo smartphone fa male anche ai migliori. Ha scritto: “Superati i 50k followers! Grazie a tutti! Ormai più che riempiamo lo Juventus Stadium. Il prossimo obiettivo è l’Olimpico di Roma, poi San Siro”. E’ successo davvero, ha scritto proprio così. E lui era Cottarelli.

da: ilfattoquotidiano.it

Che cosa resta della Calabria senza Riace? Cosa di positivo di quella regione in questi anni si è conosciuto nel mondo se non il modello di accoglienza proposto dal sindaco di quel comune? E perché, quali sono i motivi che hanno portato a questo giudizio unanime? Tutti tifosi per partito preso?

Diamo credito, come è nostro dovere, all’inchiesta della magistratura. E senza attendere il giudizio definitivo riteniamo pure che il sindaco abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri: anche se lo scopo è umanitario la legge dev’essere rispettata. Bene. Ma erano necessarie le manette? L’indagato non si è certo difeso negando, sottraendo prove o camuffandole, non ha certo manifestato la volontà di scappare, non si è mai reso irreperibile. Ha dichiarato di aver obbedito al senso di umanità ritenendolo superiore ai codici. Ha sbagliato? Pagherà. Ma perché le manette? E perché ora il divieto di dimora a Riace?

E’ davvero una misura di giustizia, urgente e indifferibile? Qui non c’entra il merito dell’accusa, ma la valenza simbolica di questa decisione. Obbligare Mimmo Lucano a lasciare Riace ha il sapore dell’estirpazione di una pianta cattiva, il senso che quel modello dev’essere raso al suolo. Già il ministero dell’Interni aveva provveduto a farlo, revocando a Riace l’autorizzazione ad accogliere ed assistere migranti. La giustizia sembra purtroppo completare l’opera politica. E lo fa in una terra che non trova mai giustizia, con una severità che è sconosciuta nei mille casi di malaffare che in quel territorio si manifestano e si sviluppano, e con un puntiglio che lascia stupefatti. Leggi tutto

Certo ci vuole applicazione, un po’ di impegno quotidiano, una dose accettabile di umiltà perché la conoscenza è un mare grande e profondissimo e noi umani non siamo in grado di attraversarlo tutto a bracciate. Però se l’onorevole Giorgia Meloni avesse avuto più stima per la sua ignoranza, e tutti noi del resto dovremmo esserne continuamente consapevoli, avrebbe misurato le parole e non scambiato il menù scolastico di un istituto del comune di Peschiera Borromeo per una dieta islamica. Le hanno riferito che i bambini mangiano cous cous, e a lei immediatamente è venuto mal di testa. “Follia” sottrarre ai bimbi lombardi la carne di maiale, il risotto e le verdurine, le patatine e le carotine. Bisogna che si mangi italiano, doc anzi “super doc”.

L’allarme della Meloni è stato subito raccolto dall’assessore regionale alla Sanità che ha annunciato una immediata verifica del menù e la sua stretta osservanza alla dieta lombarda. E’ dovuta intervenire la sindaca di Peschiera e informare che i bimbi mangiano seguendo una dieta equilibrata e controllata dalla Asl, non dall’imam. E certo non mancano in tavola, ogni giorno, la pasta, il pane, la frutta, la carne, le verdure e le carotine e le patatine. E ogni venti giorni (ripetiamo: 20 giorni) nel menù è proposto anche il cous cous. Proposto: chi vuole può mangiarlo. E il cous cous, sebbene sia un piatto africano, è sempre presente sulla tavola dei siciliani, che – fino a prova del contrario – sono anch’essi italiani.

Ma la Meloni, se avesse approfondito il tema dei prodotti doc, si sarebbe stupita e non poco. Perché avrebbe saputo, come un utente di Twitter le ha segnalato, che mangiamo, e con gioia, una notevole quantità di cibi che i nostri avi hanno importato, perché di migrazioni e migranti è fatto il mondo e specialmente l’Italia.

Per esempio: i pomodori, i fagioli, le patate vengono dall’America. E la mela e la pera dall’Asia. Il caffè dall’Etiopia, le arance dalla Cina, la melanzana e il basilico dall’India.

La Meloni, se dovesse dar credito alle sue stesse parole – solo cibo patrio senza alcuna contaminazione – alla sua bimba di pochi anni cosa darebbe da mangiare?

da: ilfattoquotidiano.it

Sono partito nel 2008, nel bel mezzo della crisi. Sono partito letteralmente con una valigia di cartone di dieci chili. Non avevo un soldo. Ero riuscito a malapena a comprare il biglietto aereo. Non avevo nemmeno i soldi per prendere lo shuttle da Beauvais a Charles De Gaulle, diretto verso il Canada, e in quel frangente ho dovuto dirmi: qua devo farmi dare un passaggio in auto, altrimenti perdo anche quel poco che avevo. Riuscii a farmi offrire un passaggio da alcuni polacchi che vivevano a Parigi e che per mia fortuna avevano appena visitato Venezia e non aspettavano altro che un italiano di quella zona gliene parlasse un po’ e gli raccontasse qualche aneddoto interessante su quella bella città.

Sono arrivato in Canada nel mezzo di una bella nevicata. Tre anni lì sono stati un incubo a livello personale, climatico e sociale. Il Canada – o per lo meno il Quebec – non è quel paradiso che tutti pensano che sia. Ma sono riuscito a farmelo andare e a mettere via abbastanza. Alla fine, ho trovato il modo per trasferirmi legalmente a New York, ed ora mi trovo qua.

Come ogni metropoli, non è una città facile e ho avuto momenti complicati. Ma gli Stati Uniti mi hanno dato tutto, nonostante si siano imbruttiti un po’ dopo l’ultima elezione presidenziale. Mi hanno dato un lavoro, molte possibilità, orizzonti molto più ampi. Mi hanno fatto capire il valore dell’accettazione (anche se oggi come oggi sembra paradossale dirlo, posso dirvi che non ci sono solo Trump in America come non ci sono solo Berlusconi o Salviniin Italia). Ho imparato cos’è l’adattamento, l’improvvisazione nei momenti di bisogno.

L’America mi ha insegnato a non usare solo la testa, ma anche l’intuito e l’istinto, cosa che loro sono più bravi di noi a fare. Ho visto alcuni dei capolavori dell’arte più famosi al mondo, spettacoli dell’opera, Broadway, teatri, faccio sport. Sono diventato un newyorchese e un americano quasi doc e conosco questa città meglio dell’80% di quelli che ci abitano e magari ci vivono da sempre. Insomma, New York me la sono conquistata. Qui sono considerato un americano e insegno inglese e letteratura inglese in un college. Ho la fortuna di avere una forte predisposizione per le lingue, quindi parlo l’inglese da madrelingua.

Eppure, sto per tornare in Italia.

L’Italia mi manca.

Le furberie degli italiani, dei politici italiani, la burocrazia di stampo kafkiano, le fregature delle compagnie telefoniche, e tutti gli altri vizietti quasi stereotipati che, in fin dei conti, si addicono a ciò che siamo e a ciò che facciamo, per quanto stiano rovinando il paese da decenni, ancora non sono riusciti a distruggere il piacere di dedicarsi ad uno stile di vita basato su valori semplici, per lo meno nelle zone di campagna dalle quali provengo io. Sono questi valori che sto cercando di riconquistare, tramite il duro lavoro qua in America.

Per non farla tanto lunga, posso dire di essere venuto in America per trovare l’America. Ed ho trovato (anche) l’Italia.

Tornerò presto.

Jay

da: ilfattoquotidiano.it

Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”.

Ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

 

Fogli bianchi destinati all’oblio. Ecco cosa siamo.
Fogli bianchi ecco
cosa siamo
imbrattati dall’inchiostro anonimo
del destino qualunque.
Accatastati e inermi
nei vagoni dei lunghi addii;
risme smisurate
di speranze torturate
malmenate, violentate, calpestate
e persino dimenticate
negli scaffali polverosi
della segreteria dell’attesa vana…
è caduto un foglio pulito da ogni pretesa
l’ho rimesso a posto
sporcandolo di amarezza e disillusione
ora sono anch’io tra quegli scaffali!

Eugenio Lucarelli emigrato in Svizzera

da: ilfattoquotidiano.it

Siamo all’indignazione degli indignati speciali. Oggetto: Cristina Parodi, conduttrice Rai ha confidato ai microfoni di una trasmissione di Radio 2 il suo giudizio sul successo politico della Lega. Le sue parole non sono state né eccentriche, né fuori misura, né particolarmente originali: secondo lei la Lega si è affermata grazie agli impegni mancati dei governi precedenti, al clima di paura che la crisi economica ha sviluppato, e anche a una buona dose di ignoranza.

Apriti cielo! La Parodi, lavorando in Rai, non godrebbe dei diritti costituzionali di cui il resto dei cittadini fa sfoggio quotidianamente. Deve, in virtù del suo lavoro, tenere la bocca cucita. Altrimenti? Ma chiaro: altrimenti licenziata!

La Lega, nuovo tutor del sentimento collettivo, dell’onore e del disonore individuale, ha chiesto la sua cacciata. Solo grazie alla magnanimità di Matteo Salvini che ha concesso in limine mortis la grazia (“Ma sì, lasciamogliela passare!”) la Parodi è salva.

Ma, si sa, la grazia si concede è una volta sola. Al secondo sbaglio è pronta la roncola.

Così facevano tutti, così si continua a fare.

Non c’è davvero male. Il cambiamento c’è e si vede!

da: ilfattoquotidiano.it

Mentre siamo tutti impegnati a inseguire lo spread, osservandone ogni minima oscillazione, dopo aver inseguito ogni immigrato, temendo l’ora x dell’invasione totale, non ci siamo accorti che siamo già a buon punto con la secessione intra moenia. Il Veneto infatti, forte del referendum che ha sancito l’aumento dell’autonomia regionale, ha chiesto al governo, dove conta buoni amici, di ricalcolare la distribuzione dei danari dal centro alla periferia. D’ora in avanti i danari che Roma dovrà sganciare a ciascuna regione dovranno non solo tener conto del fabbisogno territoriale (il cosiddetto costo standard) ma anche del gettito fiscale pro capite. Più ricco sei più servizi hai. Cosicché in Veneto un ammalato godrà certamente di migliori cure che in Calabria, uno studente avrà migliori scuole, un camionista migliori strade, un vigile del fuoco (il Veneto vorrebbe anche loro alle dirette dipendenze) migliore paga. Direte: ma già è così. Vero. Non dovrebbe essere ma è così. Però la novità è che in futuro verrà formalizzato, se queste richieste dovessero essere accolte, che l’Italia non è più una e indivisibile ma due o forse tre.

da: ilfattoquotidiano.it

È una questione ciclica e attiene alla nostra ansia, al bisogno di credere nella magia perché la scienza non risolve quel che noi vorremmo fosse bell’e pronto: la ricetta per l’immortalità. Da qualche mese ad ogni ora del giorno e della notte il signor Adriano Panzironi, capelli fluenti sul collo, fisico asciutto, né giovane né vecchio, garantisce la semi-immortalità. Di pomeriggio o di sera c’è lui, giornalista pubblicista, e sbuca in tv e spiega che seguendo i suoi consigli dietetici la nostra vita si allunga di molti decenni e arriveremo, se tutte le pagine del suo libro (Life 120) e dei connessi beveroni saranno letti e digeriti bene, al trionfante risultato di campare almeno 120 anni, giorno più o giorno meno.

Panzironi, trovandosi nell’impiccio, spiega anche che ogni malattia, dall’unghia incarnita al tumore, è tenuta a bada della sua dieta miracolosa e ogni malanno, sufficientemente serio, regredirà appena noi berremo la pozione magica, e terremo a portata di mano il suo librone della felicità.

L’Antitrust sulla concorrenza gli ha appena comminato mezzo milione di euro di multa per pubblicità ingannevole. In ciò il dramma: l’Antitrust ritiene possibile che migliaia di italiani siano abbastanza stupidi da cascare nella favolistica ciarlatana. Temiamo che abbia ragione. Forse la multa lo aiuterà persino a dirsi vittima del sistema, e noi, dopo le alghe, le pietre calde, e le corna d’oro, scenderemo in piazza per la difesa del beverone.

da: ilfattoquotidiano.it

Arrestare Mimmo Lucano significa combattere l’unico modo in cui l’accoglienza si è fatta integrazione. Certo, è molto probabile che il sindaco di Riace abbia forzato le regole, sia andato al di là dei suoi poteri e persino che abbia consapevolmente infranto il codice penale. Non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, altrimenti. Ma c’è reato e reato. Marco Pannella ha dovuto far fronte a decine di processi. Si può dir di lui che sia stato un delinquente? E i picchetti operai che a volte hanno violato la libertà altrui (penso soprattutto al blocco stradale) possono essere giudicati atti criminali?

Mettere in manette il sindaco di Riace ha il sapore acre di una condanna morale, di un giudizio sulla sua onestà e sul suo onore più che sui suoi comportamenti. In una terra che vive di malaffare, popolata da cordate di collusi e corrotti, questo arresto, forma ultima ed estrema da valutarsi come obbligata in ragione della pericolosità sociale del soggetto e della sua capacità di reiterare il reato, mette in cella anche la speranza che l’immigrazione se non è coniugata all’integrazione divenga solo fonte di un sentimento che si va facendo sempre più razzista, che vive sempre più nell’ossessione dell’invasione, il fatturato ultimo della propaganda salviniana.

Riace da modello salutato come esemplare nel mondo diviene crimine organizzato, da fortunata esperienza collettiva è restituito alla forma di intrapresa delinquenziale.

Il danno che si fa alla speranza, e anche alla fiducia nella giustizia, è enorme.

Capiremo meglio nelle prossime ore di quali gravissimi crimini si sia macchiato Lucano.

Ma questa misura così punitiva sconforta e un po’ mette paura.

da: ilfattoquotidiano.it