Le fatiche inutili nel “solarium” di Montecitorio

LE DECISIONI SI PRENDONO ALTROVE E LE LEGGI, SENZA SOLDI, NON RIESCONO AD ARRIVARE IN AULA
Il sole si è fatto attendere, ma adesso è insuperabile, inebriante. “Baciami sole” dice Laura Ravetto, cogliendo il raggio più intenso tra quelli che raggiungono il cortile di Montecitorio. Si abbronza e fa bene perché oggi, sono le 15 di giovedì, null’altro sembra urgente, ogni incombenza è stata adempiuta, l’aula è vuota, il corridoio deserto e la vita sembra non avere ulteriori obblighi che una seduta abbronzante. Tonifica il corpo e rende un poco più felici. Il sole è l’unico antibiotico alla democrazia malata. “Il governo non fa provvedimenti perché ogni decisione ha bisogno di denari”, commenta Ravetto, figura di ipercinetismo televisivo, pronta nei giudizi e anche nelle cure di cui avrebbe bisogno il Paese. C’è però che non la mettono alla prova, non chiedono a lei, che è del Pdl, e ai tanti altri legislatori, un parere, un consiglio, foss’anche solo un cenno della testa. Tu che ne pensi?
LA VITA VUOTA del parlamentare è una sofferenza quotidiana perché dei mille inquilini del Palazzo più di 600 sono alla loro prima esperienza. Che immaginavano esaltante, rivoluzionaria, inarrivabile. “Era nato mio figlio da cinque giorni quando ho saputo dell’elezione al Senato. Pensa alla mia felicità, allo scombussolamento, all’adrenalina che s’impadronisce del corpo. Al bisogno che hai di dimostrare di essere diverso, di tenere al bene comune, di far vedere di che pasta sei fatto”. Andrea Cioffi faceva l’ingegnere fino a tre mesi fa. Poi lo tsunami e si è ritrovato senatore. Di eleganza meridionale, con una colorita serie di papillon che gli addolciscono il collo, si è presentato a Palazzo Madama assieme alle sue migliori intenzioni. “Lavori e non sai per cosa. Fai riunioni interminabili. Noi ci abbiamo messo il nostro, s’intende. Siamo piccoli Tafazzi che crescono, ma la vita del Palazzo è insopportabile. Io sento che manca la voglia di cambiare, di sovvertire le regole che stanno mandando l’Italia a gambe all’aria. Se c’è una parola che perde senso qui dentro è la voglia. La mia era incontenibile, sfrenata, magari disordinata ma sincera, inesausta. Poi vedi le facce degli altri colleghi e ti ammosci”. Ammosciare, per chi è del sud, dà già il senso della sconfitta, della perdita di vitalità. Un fiore senz’acqua quando la calura è insopportabile si ammoscia. Si piega, si inginocchia. Venerdì mattina, la Camera era come giovedì pomeriggio. Vuota, deserta, inagibile alla democrazia.

In effetti c’è una ragione: alle riforme costituzionali ci pensano i saggi di Napolitano; all’economia i burocrati di Bruxelles; alla politica forse Berlusconi, ma da Arcore, e Renzi, via Firenze. Tutto succede altrove. “Voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, eh? Ecco la scatoletta, ma è vuota. Grillo se n’è accorto da poco. Leggo che adesso intona il motivetto dei Righeira: non tengo dinero, oh oh oh. È così, senza soldi nessuna legge è possibile, plausibile, emendabile, giudicabile. Se non c’è copertura non c’è possibilità che raggiunga l’aula. Muore prima di nascere”. La sentenza di Roberto Giachetti, ora vicepresidente della Camera, virtuoso delle procedure e dei regolamenti, è inappellabile. “Ogni legge che si presenta ha bisogno del timbro della ragioneria dello Stato che ne visti l’ammissibilità da un punto di visto economico. Nove volte su dieci, i fondi di copertura sono ritenuti incongrui. Nove volte su dieci, la fatica che si fa è senza speranza”. Non crediate però che siano entrati fannulloni in Parlamento. Da marzo a oggi, circa 1930 proposte di legge sono state sottoscritte e presentate. Ma navigano in una bolla d’aria. Sono e resteranno leggi morte, articoli e stampe buttate al vento, sogni confessati e dispersi. Anche cose piccine, ridotte, di buon senso.
CATERINA PES, docente di Filosofia e sarda, sa ad esempio che nelle piccole isole la vita è soggetta ai traghetti. Se ti ammali e non c’è il traghetto ci sono guai. Se vai a scuola e il traghetto non giunge in porto, la classe si svuota, la maestra non c’è. È un’ingiustizia per i ragazzi e un deficit da colmare. Stava pensando, oggi che è deputata del Pd, a come farvi fronte. Per esempio, si è detta, si può organizzare una graduatoria speciale per gli insegnanti che chiedono di essere inclusi e impegnarli a una permanenza nell’isola almeno per un triennio. Giusto, fattibile, opportuno. L’onorevole Pes continuerà nella sua corsa solitaria verso una giusta misura. Poi arriverà la domanda della ragioneria: per obbligare un insegnante alla residenza nell’isola si avrà bisogno di un’indennità aggiuntiva. Con quali soldi?

Giunti al punto la proposta tornerà nel cassetto, sparirà dall’orizzonte.

Fatica senza lavoro, questo è il Parlamento. E nel Palazzo resisterà solo un raggio di sole. Che forse è metafora del miraggio.

da: Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2013

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