L’AZIENDA SANITARIA: “SOSPESO IL CARDIOCHIRURGO, STIAMO VALUTANDO LA POSIZIONE DEL PRIMARIO”. VIAGGIO IN UN REGNO DI SILENZIO E FAMILISMO

Potenza è la città silente. Non vede e non sente. Al massimo spettegola. “Ha la sfortuna di essere piccola ma da capoluogo di Regione dover gestire risorse importanti. Ne consegue che ogni provvedimento è costruito attraverso passaggi burocratici che hanno il sapore di riunioni di famiglia. Suocero e nuora, marito e moglie, papà e figlia o figlio o nipote. I nomi si rincorrono e sono uguali. La contiguità produce vizi”, dice il procuratore della Corte dei conti Michele Oricchio.

“Ho lasciato ammazzare una persona”
L’ultimo dei quali è all’ordine del giorno: la confessione rapita da un medico a un altro sulle tecniche di copertura della malasanità. Una paziente in sala operatoria che muore durante una travagliata e all’apparenza assai negligente operazione di cardiochirurgia. Lui vede ma non parla, non denuncia: “Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona. Non parlo altrimenti mi cacciano… però tengo il primario (coautore dell’operazione) per i coglioni”.
Non si era quasi mossa foglia, nel solco dei panni sporchi da lavare obbligatoriamente in famiglia. Poi d’un botto la pubblicazione del nastro e – per conseguenza – l’agitazione. Comunica il direttore generale dell’azienda sanitaria Giampiero Maruggi: “Abbiamo deciso di sospendere un cardiochirurgo (è il medico che confessa e accusa, ndr)e non nego che stiamo valutando una nostra presa di posizione che potrà essere ampliata anche nei confronti del primario (autore dell’intervento considerato negligente)”.
L’eredità del caso Claps e 21 omicidi irrisolti
Si allarma la politica. Il sottosegretario (lucano) alla Salute Vito De Filippo chiede conto, vuol sapere. Vuol sapere il presidente della giunta regionale Marcello Pittella, vuole approfondire meglio la magistratura, e tutta la città – finora muta – è in attesa di conoscere l’esito di quest’altro scandaletto. Potenza ha sulle spalle l’eredità Claps, la ragazza uccisa, trovata incredibilmente diciassette anni dopo – e dopo una serie di paurose omissioni e defaillances giudiziarie – nel sottotetto di una chiesa. Muta e sorda da una parte, con il vescovo che nemmeno comprende quando il suo parroco gli dice di aver trovato un cranio, cranio che si trasforma in “ucraino”. L’alto prelato verrà chiamato a spiegare ai giudici questa ed altre confusioni di stato e di luogo. Claps è il paradigma di una città che non parla, di una magistratura che ha sulle spalle negli ultimi trent’anni non una catena di successi ma 21 omicidi, alcuni anche molto strani, rimasti senza colpevoli. Tredici anni fa una poliziotta si suicida. La Digos la rinviene impiccata “a una cintura legata a una maniglia di una porta”. Domanda: maniglia della porta?
Città fondata sul cemento per 67 mila abitanti
Potenza è una città fondata sul cemento. Sessantasette mila abitanti in altura (819 metri sul livello del mare) e sepolti dentro un reticolo di palazzoni spropositati nelle misure, proiettati versi il nulla. Il cemento serve alla politica e anche agli ingegneri, al grande partito dei tecnici che gode di un riflesso magico: ogni pezzo di città collegato all’altra da viadotti. L’ultimo dei quali, in fase di tormentata ultimazione, è costato una tombola: 30 milioni di euro più cinque milioni di parcelle. Non per niente si chiama nodo complesso del Gallitello. E anche qui, come nella sala operatoria del San Carlo, si scopre l’inghippo, o quello che appare tale, grazie a una denuncia di un singolo. L’ingegnere Pippo Cancellieri, estraneo alla progettazione, rivela che una porzione di viadotto poggia su basi di argilla: “Sapevo che per un errore marchiano, dovuto a una clamorosa distrazione, era stato messa una quantità di ferro venti volte minore del necessario. Pensavano che dilegiassi, attendevano che mi arrestassero. Il sindaco fece bucare il viadotto e capì che la mia denuncia era fondata”.
Lucania, ciascun potente è parente dell’altro
Ecco, qui è il punto. Non esiste rete di controllo efficiente, organizzata, impermeabile alle pressioni: ciascun dirigente è parente dell’altro. Il giornalista ha la moglie alla Regione, il consigliere regionale è in affari con la Regione, un pm è stato per anni in comunione con la politica attraverso il consorte. Se ogni potere è pervaso all’altro ciascuno si fa i fatti propri. La Lucania è aggrappata alle denunce solitarie, come quella di Giuseppe Di Bello, tenente della polizia provinciale, che rivela come l’invaso del Pertusillo, acqua che serve ai 500mila lucani e ai pugliesi assetati, è divenuto una scia di idrocarburi, un contenitore di veleni. “Mi accusano di procurato allarme, poi di rivelazioni di segreti d’ufficio. Mi processano e mi condannano a tre mesi per il reato di associazione. Ho commesso il reato in concorso con il segretario dei radicali di Basilicata. Ma lui viene assolto. E io perchè sono stato condannato?”. Il poliziotto è trasferito al museo provinciale, addetto alla sicurezza, a grattarsi i pollici così impara.
L’Eni, l’alga e le carpe morte
L’acqua è perfetta, e le migliaia di carpe trovate morte sono il frutto di un’alga assassina. L’Eni, che qui estrae petrolio, non è imputabile e non sarà imputato. Tutto si chiude sotto il cielo di Potenza. Città infelice, registra un gruppo di psicologi che hanno calcolato l’indice del sorriso delle città italiane. Potenza è la città più infelice d’Italia. “È una terra oscura, senza peccato e senza redenzione – scriveva Carlo Levi – Dove il male non è morale ma è un dolore terreno che sta per sempre nelle cose”. I guai iniziano dal nome. Potenza o Cosenza? “È un cruccio perenne per noi dover sillabare: Potenza. A volte, tristissimo, capita la domanda di rimando: e dove si trova?”, dice la sociologa Grazia Salvatore. Potenza è il multiplo di un ministero, vive di rendite statali, di pensioni, di rimesse dai Bot. Non c’è casa che non abbia il suo impiegato, famiglia che non rappresenti la fedeltà all’idea che la storia passa ma i figli restano. Il governatore Marcello Pittella è fratello di Gianni, capogruppo all’Europarlamento.
Per decenni democristiana e ora all’ombra del Pd
Figli della politica e di un onorevole papà. La Basilicata per decenni è stata democristiana, adesso è del Pd ma sembra la stessa cosa. “Le movenze affettate di Emilio Colombo, pluriministro dc e anche presidente del Consiglio, la sue cautele si ritrovano (anche se sono personalità di diversa statura nella espressione Dorotea di Roberto Speranza, capogruppo del Pd alla Camera”, dice lo scrittore Andrea Di Consoli. Vero, il sapore democristiano, quell’antichità immobile, è consegnata alle cronache quotidiane. Il nuovo segretario del Pd eletto ieri è Antonio Luongo, già eletto segretario 21 anni fa. Potenza non premia il merito ma la parentela. E il mediocre più che un fesso è colui che poggia la mano alla corda attende che altri la tirino. Il talentuoso è mobile per necessità, irriverente. Il mediocre invece conserva e sclerotizza. Non fa un passo e se può ostruisce. Potenza non cambia sé stessa perché è abituata a sostenersi nella cooptazione. Per un incidente elettorale nell’ultima tornata è stato eletto sindaco un esponente di Fratelli d’Italia, Dario De Luca. Doveva cambiare Potenza, ma dai primi passi sembra che Potenza lo abbia già convinto a farsi i fatti suoi. 

da: Il Fatto Quotidiano 3 settembre 2014

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