COME ERAVAMO. Un campo per i profughi dell’est diviene un centro di studi universitario. Per ricordare

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Non erano neri ma bianchi. Non venivano dal sud ma dall’est. Sono le impronte digitali della democrazia quelle chiuse sui muri del campo profughi di Latina che per mezzo secolo ha ospitato i migranti che fuggivano dal comunismo, che si opponevano a Tito. I coraggiosi di Praga, gli operai di Danzica, gli intellettuali di Mosca. La storia siamo noi e quasi non ce lo ricordiamo. Ma a sessanta chilometri da Roma è stata allestita la più grande piattaforma di sosta e di sostegno per chi, ieri come oggi, chiedeva un’altra vita, un altro futuro, un’altra possibilità. E quel campo oggi è divenuto un campus universitario.

POLACCHI, cecoslovacchi , ungheresi, croati. Erano loro a chiedere rifugio dal 1957 in poi e noi italiani siamo stati pronti a darglielo. E un ventennio prima fummo noi italiani a ottenere dai francesi, dagli inglesi, dagli americani un’altra vita. Tutto scorre, ma tutto ha l’aspetto circolare, la dimensione di una ruota che gira e poi rigira. Le immagini scattate dal fotografo Tonino Mirabella, alcune delle quali vedete in questa pagina, obbligano tutti a ricordare cosa fu l’Italia negli anni Sessanta, cosa ottenne dal mondo libero e cosa diede a chi cercava la libertà. Oggi siamo atterriti dalle migrazioni che dal sud del mondo e dal Medio Oriente raggiungono le nostre coste. Mutano certo le dimensioni ma resta intatta la tragedia, la domanda d’asilo, un aiuto. Quel sostegno di cinquant’anni fa servì perché i fuggitivi che, ieri come oggi, da noi solo sostavano, potessero avere il permesso di trasferirsi negli Stati Uniti, in Canada, in Nuova Zelanda. Da dove hanno poi contribuito a seminare con i loro sacrifici, le loro rimesse, il loro sostegno, la democrazia nei Paesi che li avevano scacciati. Solidarnosc, il sindacato dei lavoratori polacchi, fu protagonista del più forte movimento operaio degli anni ottanta e l’ariete contro cui il regime comunista dovette fare i conti. Bene: negli anni Ottanta al campo di Latina giunsero in migliaia dalle città della Polonia. Chiediamoci allora: ieri cos’era Varsavia e oggi cos’è? Quell’asilo politico da noi concesso è servito ad allargare i confini della civiltà, del benessere?

LA RISPOSTA è indubitabilmente sì. Anche a Latina, come oggi nei centri dove i nuovi profughi sono alloggiati, ci furono tensioni, discriminazioni, vere e proprie sopraffazioni. Lo straniero se è povero e vagabondo diviene un diverso. E il diverso si trasforma sempre in un pericolo imminente, totale, defini-tivo. Bisogna perciò sollevarsi dall’immediato presente, voltarsi indietro e conoscere com’era l’Italia nel dopoguerra, cos’era l’Europa della cortina di ferro, com’eravamo fino a pochi anni fa. Potremmo mai dire di aver fatto male ad accogliere quei profughi? Ecco, lì c’è la risposta alle nostre paure odierne. Oggi quel campo profughi è divenuto un centro di studi, ha sede la facoltà distaccata di Economia della Sapienza di Roma.

La storia gira ed è a forma di ruota.

Da: Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2016

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