Quanto conta, anzi quanto vale un bosco? E un costone di montagna, un prato, un ruscello d’acqua pulita, una spiaggia senza schifezze, una veduta? Il capitale naturale è l’unico tesoro che possediamo e al quale però togliamo il suo giusto prezzo, neghiamo il valore che possiede, evitiamo di pensare al suo costo economico se lo mandiamo in fumo”.

Davide Marino insegna all’Università del Molise Contabilità ambientale ed Estimo rurale. Da più tempo degli altri, con più caparbietà degli altri (e passione, e vigore) tiene il registro del capitale naturale. “Non è una sommatoria di risorse ma un combinato di fattori. Sono fattori di produzione e di benessere, indicatori di vitalità economica e civiltà, ma l’approccio collettivo è deludente, anzi disarmante”.

Un bosco quanto vale?

Vale naturalmente la sua legna. Ma nel capitale naturale gli addendi sono diversi: alla legna aggiunga il beneficio che ne trae l’aria, il valore anche economico della regolazione bioclimatica. Aggiunga il servizio essenziale di filtraggio dell’acqua piovana, e poi le ricadute sull’economia del turismo. E infine: quanto vale l’ispirazione che quella risorsa dà all’arte, alla filosofia, alle religioni. Ricorda il bosco di San Francesco? Ecco: un bosco è una ricchezza complessa e dal valore piuttosto alto.

Vale tanto, eppure per noi non conta nulla.

Il prezzo è il segnale della qualità di risorsa. Se è limitata esso sale.

Dovrebbe costare una fortuna allora.

Invece zero. Lei paga per passeggiare in montagna? Di certo però compra il biglietto per andare al cinema e vedere un film.

Non la stimiamo come indispensabile quella montagna e forse nemmeno quella passeggiata.

Facciamo di peggio. Se un bosco va a fuoco, e se vanno a fuoco decine di boschi, di costoni di montagne, lo Stato impiegherà mezzi e persone per spegnerli. L’attività antincendio ha sicuramente un costo e quel costo finisce alla voce attiva, è spesa pubblica. Aumentando gli incendi aumenta la spesa pubblica e dunque aumenta il Pil. E il Pil (prodotto interno lordo) è un indicatore di ricchezza.

Benvenuti nel mondo alla rovescia.

Più incendi, più allagamenti, più ricostruzioni, più emergenze fanno salire il Pil. Dunque inducono noi a ritenerci non solo più ricchi, ma anche più fortunati.

Com’è possibile che siamo giunti a questa primitiva condizione di obsolescenza mentale, questa forma di inettitudine logica?

Perché rispetto a trent’anni fa l’ambiente, il valore delle risorse naturali, ha perso centralità nelle coscienze individuali e nel dibattito pubblico. Trent’anni fa si costruì sotto la spinta di una pressione di massa una rete enorme di parchi e aree protette. Oggi quella consapevolezza diffusa si è rarefatta, è divenuta patrimonio di pochi.

Nei talk show la politica è declinata secondo le formule di rito.

Un filino di attenzione appena il disastro si compie. Poi il nulla, o forse l’attesa del successivo. Parola d’ordine emergenza non prevenzione.

Altro che passi in avanti, stiamo felicemente tornando indietro.

Bisogna dire che si sono elaborati schemi di contabilità omogenei che definiscono meglio questa ricchezza naturale. Ora si tratta di obbligare gli Stati a utilizzare quel tipo di conto economico.

Ce la faremo a fare entrare un bosco o un fiume nel quadrante della ricchezza o della povertà di un popolo?

Non lo so. Sono aumentate le forme di egoismo, abbiamo una cura di noi stessi a volte parossistica, ma non riusciamo a cogliere l’opportunità che il capitale naturale mette a nostra disposizione. Noi italiani – che ne possediamo tanto – dovremmo essere felicissimi di rivalutarlo. E invece lo facciamo scorrere e defluire nell’enorme voragine della nostra disattenzione. Non solo non ci applichiamo ma troviamo il modo per arretrare.

Per esempio?

La mia università ha dovuto chiudere il corso di studi in Scienze ambientali. Gli iscritti si sono ridotti fino a scomparire. Come se della natura non debba fregare più niente a nessuno.

È la rete che ci rende liberi e felici, no?

Sconforto.

Da: Il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2017

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