La bici è la nostra compagna di vita. Ci ricorda l’infanzia e ancora a tanti fa venire in mente la fatica. Quanti sono andati al lavoro e ancora vanno con la bici? Pedalare, si dice per illustrare oltre ogni misura che serve il sudore, l’impegno, la resistenza. Il ciclismo è perciò lo sport più vicino all’animo popolare, perché composto della capacità del nostro corpo di rispondere anche alle sfide più grandi, più impegnative, anche più rischiose per la salute (e le cattive e continue storie di doping stanno lì a dimostrarcelo).

SI VA ALLA CORSA ma senza obbligo di comprare il biglietto. Il ciclismo è l’unico sport popolare che non preveda ticket d’ingresso. Si va alla corsa senza necessità di odiare, contestare, senza un nemico insomma. La bici unisce e non divide. Perciò esistono eventi sportivi così grandi che hanno unito l’Italia e l’hanno difesa anche nei momenti più bui della storia repubblicana, come l’attentato a Togliatti. Fu il mitico Bartali a salvare l’Italia dalla guerra civile vincendo il Tour. E la corsa più amata, più influente, più partecipata, ha sempre legato la sua storia a quella del Paese, e ha fatto scendere in strada gli italiani, tutti gli italiani. Del Nord e del Sud.

Assistere oggi a un Giro che si dimezza, per via degli affari che incombono e indicano le tappe giuste e quelle sbagliate, è prima che una delusione una sconfitta. Vedere il prossimo Giro, 102esima edizione, che neanche tocca il Sud, raggiungendo a malapena San Giovanni Rotondo e poi deviando verso il Tirreno, verso Terracina, è il segno di un Paese spezzato, diviso, che neanche si riconosce più. Già la distanza tra Nord e Sud va incredibilmente allargandosi, con un Mezzogiorno che si spopola e dimagrisce fino a divenire scheletrico, raggiungendo il punto più basso della sua decrescita infelice: non c’è area in Europa più spopolata, più grande e più depressa che questa. Leggi tutto

Lui, barese, ha col diritto la stessa orgogliosa amicizia che lei, bolzanina, prova quando è issato il tricolore. Francesco Paolo Sisto e Michaela Biancofiore sono stimati deputati berlusconiani. Con loro affrontiamo un tema delicato ma attuale: la morte apparente di Forza Italia.

Giovanni Toti dice che siete un po’ già trapassati, vivete un po’ nell’aldilà della politica, nell’eterno riposo.

Sisto: Lei dice un po’. Un po’ trapassati, un po’defunti, mette sempre quel po’. Su quel po’ vorrei approfondire.

Biancofiore: L’ho scritto a Silvio Berlusconi. Dobbiamo scegliere: alimentare la competizione con la Lega oppure accettare il partito unico consapevoli che Salvini però non ha in mente di annettere ma di annientare.

Sisto:Abbiamo la consapevolezza che Berlusconi non è più il Verbo che illumina e attrae (temo che il Verbo sia Salvini). Dobbiamo noi darci da fare. Tajani non si ferma un attimo.

Biancofiore: Tajani avanza controvento e ce lo dobbiamo dire, purtroppo. Qui è necessario eleggere anche un segretario politico.

Sisto:I moderati non scompariranno. Appena l’onda populista ridurrà la sua forza, appena gli italiani capiranno di cosa sono stati capaci questi qua (intendo i gialloverdi), chiameranno noi a salvare la baracca.

Biancofiore: La situazione è seria e va vista nella sua complessità, anche se io conservo un ottimismo di fondo.

Sisto: I sondaggi dicono che abbiamo perso qualche punto, inevitabile considerata la contingenza. Conservo anch’io un ottimismo di fondo.

Biancofiore: Parlo per me, e parlo per Bolzano e Trento dove si è appena votato. Noi a Bolzano abbiamo raccolto l’1,02% e a Trento il 2,85%. A un occhio estraneo potrebbe risultare una catastrofe.

Sisto: La catastrofe vera la procurerà agli italiani questo governo. Già 300 miliardi di euro bruciati. Temo che ci chiameranno quando i danni saranno tali e tanti… Meglio non pensarci.

Biancofiore: A Bolzano gli italiani sono il 30% della popolazione, per cui quell’1,02 bisogna moltiplicarlo per tre e fa già il 3,76%. Non molto distante da quell’8% sul quale il partito è attestato nel nord est. A Trento il 2,85% non è certo esaltante, però vediamo pure gli altri. Vogliamo parlare del Pd? Dei 5 Stelle?

Sisto: Siamo in una fase di attesa operativa.

Biancofiore: Lei sa che quando è venuto a fare il comizio Berlusconi la città era letteralmente bloccata? Sa che non sapevamo più dove mettere la gente? Abbiamo dovuto lasciare una moltitudine fuori dalla sala.

Sisto: Certo, dovremo affrontare anche il nodo Lega. Perché una cosa è essere alleati, ma se tu, Salvini, ci vuoi togliere il pane di bocca, allora io dico no, no e no.

Biancofiore: Mai e poi mai avrei immaginato questo risultato. Ero super ottimista. Ho una relazione molto fisica con la politica. Metto passione, chi mi conosce lo sa. Percepivo un’aria frizzantina, felice per noi. Leggi tutto

Ci sarebbe bisogno di milioni di opere piccole e anche piccolissime e invece la nostra attenzione è sempre e solo concentrata sui miliardi di euro che servono per le grandi opere. E poi dividerci, mentre i miliardi vengono spesi, sulle scelte compiute, sull’utilità di esse.

Cosa ne è del Mose, per esempio, nessuno lo sa. Avrebbe dovuto difendere Venezia dall’acqua alta, e aspettiamo, dopo che qualche miliarduccio è stato speso, di vederlo completato e di capire se sia servito oppure no.

Sapremo domani forse. Per oggi possono bastarci le polemiche sul Tap. Si deve fare! Ecco l’esercito dei Sì che si confronta con quello del No. Che quel No fosse non tanto sull’opera, il gasdotto transnazionale, ma sul luogo in cui debba sbucare è questione che non ci riguarda. Banalmente: sarebbe stato possibile far adagiare il grande tubo in un’area già sottratta all’ambiente, già posseduta dal cemento? Cosa mai sarebbe accaduto se il grande tubo fosse sbucato qualche decina di chilometri più a nord, in prossimità delle aree industriali inquinate e dismesse del brindisino? Sarebbe stata quell’opera anche motivo per bonificare terreni che invece saranno lasciare al loro destino, ai loro veleni.

Le idee muovono le passioni, ma l’ideologismo le ammazza, ci fa vivere sempre dietro una barricata. Decine di studi dimostrano che il Tav è costoso, sovradimensionato, al di sotto dei parametri minimi che assicurano al costo dei benefici corrispondenti. Perché non accettare la logica e comprendere, finché si fa in tempo, che quei soldi possono divenire più utili, maggiormente profittevoli per la collettività, se si investissero altrove?

Avremmo bisogno di una legge che ci obbligasse al consumo zero del suolo. Dovremmo dire: basta così. Ogni energia dovrebbe andare a mantenere ciò che è stato costruito, difendere i beni che sono esposti agli attacchi oramai virulenti della natura. Avremmo bisogno di un piano straordinario di manutenzione straordinaria del Paese. Che sarebbe anche un modo per dare un reddito a chi ne è privo, e cittadinanza a chi – senza lavoro – ha perduto la sua dignità.

Tenere in piedi l’Italia prima che ci caschi in testa. Questa dovrebbe essere l’urgenza.

E invece: si Tap, no Tap, si Tav, no Tav…

da: ilfattoquotidiano.it