I colleghi che assumeranno le direzioni dei telegiornali sono stati scelti dall’amministratore delegato della Rai. Tra di essi ci sono figure con curriculum impeccabili, penso a quello di Giuseppina Paterniti, indicata alla guida del Tg3.

La questione qui e adesso è se i nomi sono il frutto della testa di Fabrizio Salini, il dirigente a cui i partiti hanno dato potere di scelta e indicazione, oppure sono l’esito di un accordo separato tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Propendiamo per questa seconda ipotesi.

La questione è la solita ed è anche piuttosto banale: la Rai è di proprietà pubblica, le sue azioni sono detenute dal ministero dell’Economia e le sue scelte sono determinate dalla maggioranza di governo.

Ma se si sceglie una persona e gli si affida ogni potere, perché, un minuto dopo, quel potere viene revocato?

Se Di Maio e Salvini hanno ritenuto che il nuovo amministratore delegato fosse una persona degnissima e con ogni competenza, perché poi lo hanno trasformato in un messo notificatore?

Perché Salini non è degno più? Impossibile. Perché non si fidano più di lui? Escluso.

Forse perché il potere ritiene che informare faccia da sempre un po’ rima con manipolare. E dunque, quando ci sono di mezzo i telegiornali, meglio andarci cauti: vuoi vedere che qualcuno scambia la competenza con l’autonomia e poi scodella la notizia nuda e cruda?

La notizia ha bisogno di essere vestita. Più bravo è il sarto a cucirla più la news sarà digeribile e gustosa.

Gnam gnam, evviva il cambiamento.

Da: ilfattoquotidiano.it

“Sento che per me è il momento di provare qualcosa di nuovo”. E’ il lascito morale di Marzia Bisognin, 26 anni di Arzignano(Vicenza) prima di suicidare il suo canale YouTube (beauty e design) con 6,7 milioni di seguaci e un fatturato di tutto rispetto. Marzia, per i suoi sostenitori CutiePieMarzia (dolcissima Marzia), sceglie tra la bolla di internet e la vita, quest’ultima. Vuole appunto provare qualcosa di nuovo: cioè vivere.

La vita, con le sue tristezze, la noia e persino i dolori, fa dunque capolino persino in chi senza la vita, cioè navigando in una bolla dorata, ha fatto soldi e tanti altri ne potrebbe fare perché il talento di youtuber certo non le manca. E’ un talento misterioso, sconosciuto ai più, che non evoca competenze al tempo in cui queste ultime non sembrano più necessarie finanche per governare un Paese, figurarsi per un canale web.

Adesso Marzia, che ha un fidanzato ben più rilevante di lei (PewDiePie, un mostro da 67 milioni di iscritti), vuole conoscere cos’è la vita, capire che si fa al mattino dopo il caffellatte, come si impegna la giornata, se è necessario un lavoro per campare, e se sì quale? per una ex youtuber di successo. Ha tanto parlato di design. Venderà mobili? Farà l’arredatrice d’interni? O è troppo sciocca, umiliante questa professione? E, lei che ne sa tanto di beauty, aprirà un centro di bellezza, o è troppo commerciale, perfino insultante?

Su YouTube si fanno soldi, per chi possiede quel talento misterioso, sconosciuto alla moltitudine dei poveri cristi: è il frutto di una alchimia che non ha brevetto. Si cuciono parole, a volte si scuciono e si ha un gran successo con poco, si guadagna dicendo persino fregnacce o facendo atti altrove registrati come idioti.

La vita è un po’ più severa di internet, per sfortuna. E chiede quella fastidiosa prova: ma tu, in effetti cosa sai fare?

da: ilfattoquotidiano.it

In Sicilia la Lega ha quadruplicato gli iscritti, ora sono quattromila e c’è convinto ottimismo che il numero degli aderenti al partito di Matteo Salvini aumenterà. In Lombardia la Lega è al governo da anni e il presidente della Regione Attilio Fontana, indicato da Salvini a succedere a Bobo Maroni, ha appena inoltrato al governo le richieste scaturite dall’esito del referendum per l’aumento dell’autonomia regionale. La prima delle richieste è quella di eliminare i vincoli che tengono ferme le piante organiche negli ospedali. “È una nostra eccellenza – ha detto – e c’è sempre maggiore richiesta di servizi soprattutto da chi viene fuori dalla Lombardia”.

Giustamente il presidente lombardo si preoccupa anche dei siciliani che vanno a farsi curare a Milano e chiede più medici e più infermieri, più risorse, più posti letto, più attrezzature. Ma per Milano, non per Palermo. Però – va dato atto – sempre e comunque prima gli italiani.

da: ilfattoquotidiano.it

“Tra i due c’è un feeling inspiegabile. Si vedono, si sentono, si scambiano consigli”. I due sarebbero, secondo una ricostruzione del Corriere, Matteo Renzi e Matteo Salvini. Il primo Matteo, quello che attendeva il governo gialloverde con i pop corn in mano, seduto sul divano a gustarsi lo sfacelo, chiederebbe al secondo Matteo “di mantenere uno stato di fibrillazione costante” in modo che il governo stia sempre sul filo, la contesa perpetua eroda consensi ai Cinquestelle e permetta al Pd di ritrovare i voti perduti, e alla Lega di guadagnarli a spese grilline nelle aree del Meridione.

La ricostruzione sembra fantastica, eppure chi di voi avrebbe mai immaginato che Renzi, dopo aver promosso il referendum costituzionale per l’abolizione del Senato si sarebbe fatto eleggere senatore? Era lui che aveva promesso in caso di sconfitta elettorale, di farsi da parte, vero? E chi, dopo la batosta, avrebbe mai potuto pensare che la Leopolda sarebbe ritornata uguale a prima, come se nulla fosse accaduto? E infine chi avrebbe mai immaginato che l’ex segretario, dopo aver prodotto la più grave emorragia elettorale nella breve storia di questo partito, ambisse non solo a decidere il nome del successore, ma anche a fissare la data del congresso? I fatti sono andati oltre la fantasia. E allora perché dovremmo ora stupirci se i due Matteo, la cui carriera è iniziata nel ring televisivo dei giochi a premi di Mediaset, “si vedono, si telefonano, si scambiano consigli?”. Chi si somiglia, alla fine si piglia.

da: ilfattoquotidiano.it

“Segui chi ha la maglietta gialla. Il portavoce ti ascolta”, dice lo speaker. Seguo la via indicata e mi metto in fila. Il Circo Massimo oggi è una splendida, interminabile e cocente, per via del gran sole, sala d’aspetto. Ciascuno ha la sua ricetta e i suoi dolori. Si sta in piedi e si aspetta il turno.

Marilena e Franco, cinquantenni di Siracusa, lei super ottimista, lui meno. Lei: “Non dobbiamo scoraggiarci”. Lui: “La fa più facile di me”. Lei: “I nostri ragazzi fanno una fatica immane per stare al governo, perché devono anche imparare a starci, non so se rendo l’idea”. Lui: “Salvini è un problema, mi sembra un pochettino più scaltro”. Lei: “Non dormono più, non hanno mai tempo. Da quando è stato eletto il nostro deputato cittadino, Paolo Ficara, l’hai visto mica per strada? Notte e giorno a studiare. Se non gli diamo coraggio che ci stiamo a fare?”.

Giuseppe si è da qualche anno pensionato alle Poste. Divorziato, ha conosciuto Claudia. “Il colpo di fulmine è scoccato a una riunione dei Cinquestelle. Vero Cla?”. Giuseppe: “Salvini è amico di Berlusconi, questo non dobbiamo dimenticarcelo mai. Le schifezze sul condono hanno sempre quella radice lì: dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei. Noi comunque veniamo da Terracina, piacere. E io ho sempre votato a sinistra, finché Bersani si è inchinato al diktat di Napolitano”. Leggi tutto

Stato di diritto o Stato di rovescio? Condono o fedeltà fiscale? Aiuti ai poveri o anche ai ricchi? Tutti uguali davanti alla legge o anche no? Angustiato dal sopruso che la realtà gli stava ponendo proditoriamente davanti agli occhi, ieri il parlamentare europeo dei Cinquestelle Ignazio Corrao è corso ai ripari. E con un tweet è sbottato: “Da siciliano mi sento enormemente offeso da un titolo del genere. Che squallore i media italiani. Vergogna”. Corrao si riferiva al titolo de “L’Aria che tira” di Myrta Merlino. Era questo: “Condono e reddito, la Sicilia brinda al governo”.

Corrao non capiva perché i siciliani dovessero brindare, oltre al reddito di cittadinanza, anche al condono, se nel contratto di governo con la Lega il condono non c’è. E perché la Merlino avesse fatto capire agli incolpevoli telespettatori che il governo aveva approvato una misura tipica della sanatoria fiscale: un condono che azzera, nei limiti previsti dal provvedimento, le sanzioni, ed estingue i possibili rilievi giudiziari ad esse riferibili. Anche questo nel contratto di governo non c’era. Leggi tutto

Presa diretta ha sfornato lunedì sera una puntata capolavoro: cosa accade al nostro cervello, alla nostra intelligenza, al senso del nostro equilibrio nel tempo della connessione perpetua, dell’iperconnessione da smartphone.

I colleghi di Presa diretta potevano anche sottoporre a noi telespettatori tre casi tipici di personalità ridotte in schiavitù dalla iperconnessione e avremmo capito i rischi che tutti noi corriamo. Potevano per esempio farci vedere com’è ridotta la vita di Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico, in ragione del ticchettìo compulsivo con il quale sostiene le sue opinioni ogni santo giorno. Per tenere testa a twitter ha bisogno di avere un pensiero originale all’ora. Dodici ore di attività, dodici pensieri unici e geniali. Il genio, capita l’antifona, se l’è data a gambe. E ha lasciato in braghe di tela Calenda.

Di Matteo Salvini cosa altro aggiungere? Degradando sempre più nella confidenza esistenziale, temiamo il giorno in cui, dopo averci spiegato il mondo che verrà grazie a lui, chiederà a noi – senza nemmeno concederci un minuto per riflettere – un parere sui calzini da indossare. Saremo in grado?

Ma più preoccupante ancora, perché imprevisto, è ciò che è accaduto a Carlo Cottarelli. Fino a qualche mese fa conosciuto come l’algido funzionario del Fondo monetario, il tagliatore di costi e di teste, l’uomo della spending review, in poche settimane è stato fagocitato da twitter (una manina sconosciuta gli avrà messo l’app sul suo display) e da allora è un altro. Ieri, purtroppo, ha consegnato a tutti la prova che lo smartphone fa male anche ai migliori. Ha scritto: “Superati i 50k followers! Grazie a tutti! Ormai più che riempiamo lo Juventus Stadium. Il prossimo obiettivo è l’Olimpico di Roma, poi San Siro”. E’ successo davvero, ha scritto proprio così. E lui era Cottarelli.

da: ilfattoquotidiano.it

Che cosa resta della Calabria senza Riace? Cosa di positivo di quella regione in questi anni si è conosciuto nel mondo se non il modello di accoglienza proposto dal sindaco di quel comune? E perché, quali sono i motivi che hanno portato a questo giudizio unanime? Tutti tifosi per partito preso?

Diamo credito, come è nostro dovere, all’inchiesta della magistratura. E senza attendere il giudizio definitivo riteniamo pure che il sindaco abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri: anche se lo scopo è umanitario la legge dev’essere rispettata. Bene. Ma erano necessarie le manette? L’indagato non si è certo difeso negando, sottraendo prove o camuffandole, non ha certo manifestato la volontà di scappare, non si è mai reso irreperibile. Ha dichiarato di aver obbedito al senso di umanità ritenendolo superiore ai codici. Ha sbagliato? Pagherà. Ma perché le manette? E perché ora il divieto di dimora a Riace?

E’ davvero una misura di giustizia, urgente e indifferibile? Qui non c’entra il merito dell’accusa, ma la valenza simbolica di questa decisione. Obbligare Mimmo Lucano a lasciare Riace ha il sapore dell’estirpazione di una pianta cattiva, il senso che quel modello dev’essere raso al suolo. Già il ministero dell’Interni aveva provveduto a farlo, revocando a Riace l’autorizzazione ad accogliere ed assistere migranti. La giustizia sembra purtroppo completare l’opera politica. E lo fa in una terra che non trova mai giustizia, con una severità che è sconosciuta nei mille casi di malaffare che in quel territorio si manifestano e si sviluppano, e con un puntiglio che lascia stupefatti. Leggi tutto

Certo ci vuole applicazione, un po’ di impegno quotidiano, una dose accettabile di umiltà perché la conoscenza è un mare grande e profondissimo e noi umani non siamo in grado di attraversarlo tutto a bracciate. Però se l’onorevole Giorgia Meloni avesse avuto più stima per la sua ignoranza, e tutti noi del resto dovremmo esserne continuamente consapevoli, avrebbe misurato le parole e non scambiato il menù scolastico di un istituto del comune di Peschiera Borromeo per una dieta islamica. Le hanno riferito che i bambini mangiano cous cous, e a lei immediatamente è venuto mal di testa. “Follia” sottrarre ai bimbi lombardi la carne di maiale, il risotto e le verdurine, le patatine e le carotine. Bisogna che si mangi italiano, doc anzi “super doc”.

L’allarme della Meloni è stato subito raccolto dall’assessore regionale alla Sanità che ha annunciato una immediata verifica del menù e la sua stretta osservanza alla dieta lombarda. E’ dovuta intervenire la sindaca di Peschiera e informare che i bimbi mangiano seguendo una dieta equilibrata e controllata dalla Asl, non dall’imam. E certo non mancano in tavola, ogni giorno, la pasta, il pane, la frutta, la carne, le verdure e le carotine e le patatine. E ogni venti giorni (ripetiamo: 20 giorni) nel menù è proposto anche il cous cous. Proposto: chi vuole può mangiarlo. E il cous cous, sebbene sia un piatto africano, è sempre presente sulla tavola dei siciliani, che – fino a prova del contrario – sono anch’essi italiani.

Ma la Meloni, se avesse approfondito il tema dei prodotti doc, si sarebbe stupita e non poco. Perché avrebbe saputo, come un utente di Twitter le ha segnalato, che mangiamo, e con gioia, una notevole quantità di cibi che i nostri avi hanno importato, perché di migrazioni e migranti è fatto il mondo e specialmente l’Italia.

Per esempio: i pomodori, i fagioli, le patate vengono dall’America. E la mela e la pera dall’Asia. Il caffè dall’Etiopia, le arance dalla Cina, la melanzana e il basilico dall’India.

La Meloni, se dovesse dar credito alle sue stesse parole – solo cibo patrio senza alcuna contaminazione – alla sua bimba di pochi anni cosa darebbe da mangiare?

da: ilfattoquotidiano.it

Sono partito nel 2008, nel bel mezzo della crisi. Sono partito letteralmente con una valigia di cartone di dieci chili. Non avevo un soldo. Ero riuscito a malapena a comprare il biglietto aereo. Non avevo nemmeno i soldi per prendere lo shuttle da Beauvais a Charles De Gaulle, diretto verso il Canada, e in quel frangente ho dovuto dirmi: qua devo farmi dare un passaggio in auto, altrimenti perdo anche quel poco che avevo. Riuscii a farmi offrire un passaggio da alcuni polacchi che vivevano a Parigi e che per mia fortuna avevano appena visitato Venezia e non aspettavano altro che un italiano di quella zona gliene parlasse un po’ e gli raccontasse qualche aneddoto interessante su quella bella città.

Sono arrivato in Canada nel mezzo di una bella nevicata. Tre anni lì sono stati un incubo a livello personale, climatico e sociale. Il Canada – o per lo meno il Quebec – non è quel paradiso che tutti pensano che sia. Ma sono riuscito a farmelo andare e a mettere via abbastanza. Alla fine, ho trovato il modo per trasferirmi legalmente a New York, ed ora mi trovo qua.

Come ogni metropoli, non è una città facile e ho avuto momenti complicati. Ma gli Stati Uniti mi hanno dato tutto, nonostante si siano imbruttiti un po’ dopo l’ultima elezione presidenziale. Mi hanno dato un lavoro, molte possibilità, orizzonti molto più ampi. Mi hanno fatto capire il valore dell’accettazione (anche se oggi come oggi sembra paradossale dirlo, posso dirvi che non ci sono solo Trump in America come non ci sono solo Berlusconi o Salviniin Italia). Ho imparato cos’è l’adattamento, l’improvvisazione nei momenti di bisogno.

L’America mi ha insegnato a non usare solo la testa, ma anche l’intuito e l’istinto, cosa che loro sono più bravi di noi a fare. Ho visto alcuni dei capolavori dell’arte più famosi al mondo, spettacoli dell’opera, Broadway, teatri, faccio sport. Sono diventato un newyorchese e un americano quasi doc e conosco questa città meglio dell’80% di quelli che ci abitano e magari ci vivono da sempre. Insomma, New York me la sono conquistata. Qui sono considerato un americano e insegno inglese e letteratura inglese in un college. Ho la fortuna di avere una forte predisposizione per le lingue, quindi parlo l’inglese da madrelingua.

Eppure, sto per tornare in Italia.

L’Italia mi manca.

Le furberie degli italiani, dei politici italiani, la burocrazia di stampo kafkiano, le fregature delle compagnie telefoniche, e tutti gli altri vizietti quasi stereotipati che, in fin dei conti, si addicono a ciò che siamo e a ciò che facciamo, per quanto stiano rovinando il paese da decenni, ancora non sono riusciti a distruggere il piacere di dedicarsi ad uno stile di vita basato su valori semplici, per lo meno nelle zone di campagna dalle quali provengo io. Sono questi valori che sto cercando di riconquistare, tramite il duro lavoro qua in America.

Per non farla tanto lunga, posso dire di essere venuto in America per trovare l’America. Ed ho trovato (anche) l’Italia.

Tornerò presto.

Jay

da: ilfattoquotidiano.it