Gianfranco Lande, detto il Madoff dei Parioli, ha fregato un sacco di gente. Broker di provata esperienza ha fatto evaporare circa 300 milioni di euro. Prometteva a una clientela affezionata e selezionata dal 6 al 20 per cento di interessi sui conti aperti presso la sua società. Lo Stato italiano, nella convenzione con Autostrade, si è posto nel mezzo: ha garantito all’investitore (sic!) una remunerazione fissa mai al di sotto del 10 per cento e, a differenza di Madoff, ha onorato l’impegno.

Una bellezza, una magia, un sogno d’altri tempi, giacché quella cifra tonda e pingue sarebbe divenuta una rendita parassitaria, una assicurazione sulla vita per un pugno di già ricchissime e influenti famiglie.

Come sia stato possibile che lo Stato italiano, che paga ai suoi creditori tassi non superiori al 4 per cento se va bene (ma mediamente la percentuale è di molto inferiore) si sia travestito appunto dal generoso Madoff che abbiamo conosciuto alcuni anni fa, non è un mistero. È invece soltanto una vergogna.

Stilare accordi capestro di tale portata, per cifre di tale dimensione e su beni di tale rilevanza è un atto anzitutto criminale, prima ancora che squalificante.

Il governo è stato Cavalier servente del privato, non il proprietario di un servizio primario che la collettività paga e ripaga.

Bene fa, in questo caso, Luigi Di Maio a imporre una rottura, una scelta netta di cambiamento. E’ appunto questo il cambiamento che ci si augura: far arricchire un po’ di meno i già ricchi, e aiutare un po’ di più gli ancora poveri. Ed è questo il tema che deve tenere banco nel dibattito politico: come lo Stato spende i suoi soldi, a chi li toglie e a chi li regala.

Altro che gli sbarchi di centotrentasette disperati. Queste sono armi di distrazioni di massa che naturalmente Matteo Salvini usa forse anche per nascondere, guarda un po’ tu, la prudenza che sfiora la sudditanza, della Lega nei confronti di Autostrade.

Ah, già, dimenticavo che Salvini autorizzò col suo voto in Parlamento la concessione capestro e ogni altra cornucopia.

Matteo o lo smemorato di Collegno?

da: ilfattoquotidiano.it

La sabbia e il mattone. È la metafora, secondo me felice, di chi intendeva far capire bene la differenza tra Cinquestelle e Lega. Soffi da un lato e la sabbia muove verso quel lato. Soffi dall’altro e la sabbia si sposta all’opposto. È il mattone che resta fermo.

Inaugurare la stagione del cambiamento senza curarsi di quale direzione dovesse prendere, è stato un modo di far prevalere la suggestione alla ragione, la speranza alla verità. Il cambiamento non è mai incolore e non è inodore. Se aggiungi lo sciroppo di amarena all’acqua, essa diverrà rossa: se vuoi la mandorla, sarà bianco latte.

E adesso cosa sono i Cinquestelle? Amarena o latte di mandorla? Qual è il principio che li guida? Scegliere un capro espiatorio ed assecondare Salvini nella ricerca ossessiva di un solo nemico cui far fronte, il migrante, cioè il povero, colui che non ha diritti? Oppure rappresentare proprio i senza diritti, naturalmente i tanti italiani che l’hanno perso, coloro che si trovano senza lavoro e senza futuro?

Scegliere la legalità come requisito essenziale al punto di farlo divenire perno insindacabile di ogni scelta successiva; oppure valutare secondo discrezione e opportunità politica? Perché nel primo caso l’alleato Matteo Salvini sarebbe stato già giudicato ed espulso dal cerchio delle amicizie grilline. Nel secondo caso no. Se il ministro dell’Interno, il ministro dell’Ordine, viene indagato perarresto illegale, che si fa? Si fa finta di non aver capito?

Scegliere di rappresentare i senza diritti, coloro che sono stati esclusi dal circuito del potere, in quale modo è compatibile con gli interessi economici anche cospicui che la Lega ha tutelato e continua a tutelare nell’area più ricca e popolata del Paese, cioè il Nord?

Avere la maggioranza dei consensi al Sud e poi ascoltare la proposta della Lega di ripopolarlo, come si fa nelle campagne venatorie, grazie a una tax free, un territorio in cui il vantaggio fiscale sia l’unica molla che lo fa vivere e non la lotta alla corruzione e alla delinquenza che lo dissangua, non alla difesa dei talenti che vengono espulsi da una classe dirigente ottusa, non alla bellezza dei suoi luoghi, alla forza millenaria della sua cultura, ha qualcosa di razionale, di praticabile, di coerente?

Per cambiare bisogna fare scelte. E le scelte hanno un costo anche politico. Se voglio dare un po’ di più a chi ha meno, devo togliere un po’ a chi ha di più. Se voglio combattere la mala politica non devo fare accasare gente che ha praticato la malapolitica, come sta succedendo al Sud con la Lega, nuovo approdo per una moltitudine di transfughi.

Se voglio che la Costituzione domini le mie gesta non posso accettare che dei maramaldi, come è accaduto sulla spiaggia di Castellaneta, inneggiando al ministro dell’ordine pubblico, stabiliscano da soli il nuovo ordine. E lo illustrino con le bandiere al vento. Questo si chiama fascismo, semplicemente.

I Cinquestelle hanno finora goduto di un vantaggio competitivo enorme: la crisi della reputazione dei partiti della sinistra e di quelli della destra storica. Un vantaggio che li ha premiati oltre ogni merito. Ma la sabbia, senza il cemento di una idea, la forza di un progetto, è destinata a volare via alla prima folata di vento.

L’autunno è vicino.

da: ilfattoquotidiano.it

“E ti vengo a cercare” è una delle più belle canzoni di Franco Battiato. Parla dell’amore irrefrenabile che ruba l’istante e costringe a seguire l’amata, anzi inseguirla, ovunque si trovi.

Nella disperazione di questi giorni tristi, un deputato italiano, avete capito bene: un rappresentante delle Istituzioni, un legislatore, avverte la magistratura che, nel caso si eserciti nei confronti di Matteo Salvini l’azione penale per l’enorme mole di violazioni di legge che il ministro dell’ordine sta infrangendo, divenendo così il ministro del disordine e dell’illegalità, bene, in questo caso “vi veniamo a prendere sotto casa”.

Ha scritto proprio così Giuseppe Bellachioma, deputato leghista e segretario della Lega in Abruzzo.

L’orgoglioso fascista abruzzese non vede l’ora di menare le mani, dare manganellate alla magistratura e ricondurla al rispetto e alla soggezione, giacché ha sottratto la sua testa, la sua mente, il suo cervello alla ragione, al contegno, al diritto. Bellachioma (nomen omen!) esibisce le mani perché gli pare che essere peggio di quel che si poteva pensare oggi in Italia riscuote successo.

Attendiamo adesso che qualche suo collega, perché al fondo non c’è mai fondo, lanci l’idea di promuovere per esempio una gara di rutti e di peti, in segno di solidarietà per il Capitano (così chiamano Salvini) che, pur di liberare l’Italia dallo straniero mette a repentaglio la sua libertà (sic!).

Visto come stanno le cose ci sentiamo di avanzare un invito un all’onorevole Bellachioma: trovandosi con le mani impegnate nella ricerca, prima di passare sotto casa dai magistrati, riuscirebbe a fare un giretto sotto via Bellerio, la sede di quella che fu la meravigliosa della Lega Nord, e iniziare intanto a cercare i 49 milioni di euro che – incredibile a dirsi – sono stati sgrignaffati allo Stato da qualche leghista? Salvini, che pure era nei pressi, purtroppo non sa e non ricorda.
Bellachioma, nomen omen, faccia venire un’idea alle sue mani e le metta a scavare.

da: ilfattoquotidiano.it

 

Pdt, partito del torto. Esiste un partito del torto e la certezza altrui è che abbia torto persino quando dimostra la sua ragione. Il partito del torto è oggi interpretato, scritto e proposto dal Pd il quale vive una stagione buia che va persino oltre i suoi demeriti. E’ la stagione della sinistra che non trova più idee, non ha parole e soprattutto gli manca la reputazione per avanzare un progetto. Non ha credito presso l’opinione pubblica. E’ la medesima crisi reputazionale di Autostrade per l’Italia che porterà il governo, al di là dell’esito giudiziario della drammatica vicenda, a insistere per la revoca della concessione e anzi a fare di questo atto un cavallo di battaglia.

Come sia stato possibile per il Pd non ritenere che il principio di realtà – quel ponte di Genova è caduto, e quel ponte era assoggettato alla cura e alla manutenzione di un soggetto che aveva sottoscritto un obbligo a fronte di un corrispettivo (il pedaggio) – dovesse avere la meglio su ogni altra considerazione è un mistero. In un dramma di tale portata l’azione di revoca appare adeguata, misurata, in una parola: giusta. E come sia stato possibile che per qualche settimana il Pd, un partito che si rifà agli ideali della sinistra, non abbia ritenuto giusto, corretto, adeguato il bisogno di rafforzare i diritti dei lavoratori, resi così enormemente precari da una corsa al ribasso che ha mortificato oltre ogni ragionevole misura la dignità di chi lavora, è un altro sacro mistero.

Cosicché tutte le azioni sguaiate, le parole fuori misura, gli atteggiamenti e le posture in alcuni casi nettamente fascistoidi di cui hanno dato prova i rappresentanti del governo, con la Lega intenta a rendere l’immigrazione il capro espiatorio di ogni devianza, promuovendo iniziative persino disumane, perde purtroppo di peso e vaga sullo sfondo.

Il primo piano della scena è ciò che ieri abbiamo visto ai funerali di Genova: la folla che chiedeva a Salvini e a Di Maio di tener duro. “Tenete duro”, dicevano. Cioè: non vi piegate ai compromessi, non aderite a negoziati in cui chi ha responsabilità trova il modo per sfuggire ad essa. Soprattutto: fate in modo che per una volta i potenti paghino per le loro colpe.

E’ una domanda populista? E’ una richiesta esagerata o misurata? E’ vero o falso che il capitalismo di relazione in Italia ha sempre ottenuto una corsia preferenziale, e sussidi, e contratti e benefit che l’hanno messo al riparo da qualunque accidente? E dentro questa verità il Partito democratico, assoggettato in questo caso a Forza Italia, la cui leadership soffre della medesima crisi di reputazione, non muove un muscolo.

E anche quando segnala che le responsabilità di governo esigono uno stile più sobrio, che Salvini e Di Maio non possono rendere il ponte crollato come sfondo per il loro teatro propagandistico, poi perde la misura e, anziché riflettere su quel che bisogna dire ad Autostrade per l’Italia, se convenire o meno con il proposito della revoca, fissa l’istantanea di un selfie – quello di Salvini con una signora ai funerali – che appare un atto vergognoso e barbarico.

Si deve alla ragione e al contegno di una ex deputata del Pd, Cristiana Alicata, che “sommessamente” consiglia al suo partito di riguardarsi tutta la scena e capire che in quel selfie Salvini è caduto senza colpe, per avere di nuovo il senso della estraneità del Pd al corpo sociale più numeroso, al cosiddetto popolo.

Però avere un partito perennemente imputato di essere nel torto, nuoce ai tanti suoi militanti e dirigenti che hanno passione e mostrano dedizione verso il bene comune. Nuoce persino al governo che ritiene così di gonfiare ancor di più il petto ed esondare dagli argini del contegno e della misura, giudicando i like su Facebook l’unica controprova attendibile alla sua azione. Avere un partito sistematicamente adagiato nel torto sviluppa una democrazia deviata, promuove una deriva plebiscitaria, assicura a chi ha oggi il potere assurde posizioni di rendita.

Voglio dire che il danno è incalcolabile per tutti, anche per chi è lontano da quel mondo o vi si oppone e l’avversa. Una società per azioni, come una srl, porta i libri in tribunale oppure dichiara estinta la sua missione.

Il Pd dovrebbe seguire l’esempio e capire che la reputazione per riconquistarla ha bisogno di una casa nuova, di dirigenti estranei alla storia recente, di volti inattaccabili e di decisioni anche drammatiche, anche definitive.

da: ilfattoquotidiano.it

Dopo una settimana trascorsa, purtroppo, a passare in rassegnanorme e cavilli, regole e eccezioni, il rispetto e l’oltraggio, la fine e il principio dello Stato di diritto, abbiamo finalmente la possibilità di occuparci dello Stato di rovescio. I fatti sono imparagonabili con la tragedia di Genova ma utili ugualmente a capire di che pasta è fatta l’Italia e, per proprietà transitiva, chi la abita.

Da aprile a maggio del 2011 i finanzieri indagano l’enorme emorragia di funzionari del comune di Reggio Calabria a metà mattinata. Un fuggi fuggi verso bar e boutique, strade e edicole, parchi e casali della bellissima città calabrese. Per un mese scattano foto, filmano, descrivono, accertano e infine denunciano gli impiegati facenti parte di quella classe di sfruttati che prende il nome di “furbetti del cartellino”. Diciassette in manette, settantotto a piede libero. Praticamente tutto il Municipio!

I fatti accertati e all’apparenza incontestabili devono però essere validati ed eventualmente sanzionati da un tribunale, perché siamo un Paese civile. Anzi: uno Stato di diritto.

Sicché due anni dopo, anno 2013, il Pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. Il tempo è danaro, ma anche la fatica è immensa, cosicché solo l’anno successivo, 4 dicembre 2014, si celebra l’udienza preliminare davanti al Gup e agli albori del quarto anno (marzo 2015) si firma il decreto che fissa il giudizio per i fatti e le indagini compiute nel 2011.

Il tempo è denaro, e l’abbiamo capito, ma purtroppo i tribunali sono intasati, la fatica resta immensa e un rinvio dopo l’altro sposta il giudizio al 2016, poi al 2017, infine a quest’anno.

In tempo forse per giungere, incrociando le dita, alla prescrizione. Cioè all’assoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

Prima di abbonarmi a Telepass, ormai molti anni fa, ero un habitué delle file ai caselli. A volte così lunghe che andava via un’ora, altre il tempo di un’intera partita di calcio. L’attesa induceva alla vista: vedere sganciare tanti e tanti quattrini per godere del diritto di passaggio, in alcuni tratti con un costo più elevato del carburante necessario, e vederli in mani private mi ha sempre procurato uno sconforto. Dove ci sono quattrini da guadagnare, lo Stato lascia. Dove ci sono debiti, lo Stato prende. E domandavo con ingenuità: perché succede? Le risposte erano tristemente uguali: lo Stato non ha la capacità, l’efficienza, la duttilità delle imprese private che riescono a fare meglio e con più speditezza dove la mano pubblica si blocca, s’impiccia, si  corrompe e infine si ferma. Le medesime spiegazioni, se ricordate, che sono state alla base di diversi condoni. Lo Stato non riesce quindi… Non riesce a controllare gli evasori quindi condona, non riesce a realizzare celle degne e umane quindi libera anzitempo chi avrebbe da scontare la sua pena. C’erano poi dei settori, come la sanità, in cui l’eccellenza, la media dei luoghi migliori dove farsi curare, era pubblica mentre la precarietà diveniva privata. E cosa succedeva? Che l’industria privata si arricchisse proprio nel settore dove le sue prestazioni erano mediamente peggiori del concorrente pubblico.

Domandavo, che ingenuo: ma se è un affare, e gli ospedali hanno una reputazione maggiore, perché sono rovinati dai debiti? Perché i nosocomi pubblici sono spesso in una condizione vergognosa e quelli privati, più scarsi nelle competenze, lindi e belli?

Avere il coraggio di affrontare, certo con più compiutezza di quanto io non sia in grado, l’elemento psicologico, il difetto di autostima che ci convince che di là ci sono i buoni e di qua i cattivi e nulla può cambiare il corso delle cose, aiuterebbe a sistemare meglio le opinioni e dare un senso alla logica.

Perché nemmeno il più fesso tra di noi, il più sprovveduto, avrebbe mai firmato un contratto, come quello che il governo italiano ha stipulato con Autostrade SpA nel quale si stabilisce che a fronte di gravi e documentate inadempienze del concessionario il concedente è comunque tenuto a corrispondere il valore dei profitti equivalente agli anni residui della concessione.

Chi di noi avrebbe firmato un accordo simile che è un premio all’inefficienza? Nessuno.

Con la nostra tasca mai e poi mai avremmo accettato.

Ora i terribili fatti di Genova dicono che quel patto si è potuto accettare perché non era la nostra tasca in gioco ma quella di tutti.

Ecco, se potessi dare un consiglio, inviterei, come nel gioco dell’oca, a tornare alla casella di partenza: cosa è e come si difende il bene comune, questo sconosciuto.

da: ilfattoquotidiano.it

Succede in Norvegia. Lui, uomo bianco, panciuto, maturo, abbastanza ricco e molto razzista, si innamora di una giovane dalla pelle color ambra, molto bella, rifugiata per motivi politici. Lui, Per Sandberg, 58 anni, deputato da oltre venti, è anche ministro della Pesca e ha un curriculum xenofobo di tutto rispetto. Lei, Bahareh Letnes, 28 anni, iraniana, dagli occhi verde smeraldo, risponde all’amore imprevisto e improvviso con l’amore.

La coppia che si forma, secondo la considerazione più immediata e anche banale, è figlia del sentimento che vince contro ogni altra ragione.

Non è però l’amore che fa scavalcare le montagne, come a prima vista sembrerebbe, ma il destino dell’uomo. La sua migrazioneda un luogo all’altro della terra ha costruito il mondo. Il viaggio è la sua condizione incoercibile, la misura irrinunciabile, il senso del dire e del pensiero. Senza la migrazione saremmo oggi ancora all’homo erectus. Perciò i razzisti non solo non hanno ragione, ma neppure hanno logica perché non sanno di essere figli di coloro che odiano e non sanno che coloro che odiano hanno costruito il mondo che loro dicono di voler difendere.

Gli usi e i costumi hanno in sé la cifra del divenire. Mutano i gusti, i vestiti, lo scrivere e l’abitare solo perché abbiamo potuto viaggiare, vedere, gustare, capire.

Se i razzisti sapessero, conoscessero, diventerebbero rossi come i pomodori che fanno raccogliere in casa nostra agli schiavi neri. I razzisti, gli schiavisti forse pensano che i pomodori siano il frutto eletto della Capitanata di Foggia. Mica sanno che gli aztechi ce li hanno fatti conoscere, e che se oggi li mangiamo è solo perché tanti e tanti anni fa siamo andati fin laggiù, nell’America centrale, a scoprire, guardare, conquistare. Cioè a migrare.

da: ilfattoquotidiano.it

Divenuti trasponders, celle telefoniche vaganti in perenne attesa del segnale, noi uomini abbiamo trasferito al cellulare la nostra memoria, chiedendogli di sistemare quel che adesso non ci viene più facile né possibile: il ricordo. Poi abbiamo scelto di trasferire a lui la nostra vista, i momenti più belli e anche quelli così così, le foto di rito e quelle di lato, lo scatto memorabile e il fotogramma per l’idraulico, la necessità quotidiana e il momento clou. Foto, e poi foto e poi ancora foto e video e time lapse e ogni altra fantasticheria. Infine abbiano donato il nostro cuore. Con whatsapp o messenger innamorarsi è divenuto un po’ più facile, diretto, possibile. E abbastanza alla nostra portata. Possiamo dirci innamorati in un nano secondo. Basta un emoticon (cuore) per comunicare all’altra il nuovo inizio. Due (cuore più cuore trafitto) se siamo già sulla via dell’intramontabile unione. Tre o più (volto con gli occhietti a forma di cuore è particolarmente increscioso ma pure è all’apice della classifica dell’amore) se la coppia è solida come marmo di Carrara.

Io e voi, quasi tutti voi perché le eccezioni sono davvero poche, dobbiamo ammettere che il cellulare è corpo del nostro corpo, elemento indiscutibile non più ornamento. Siamo sempre connessi. E condividiamo tutto. Condividiamo, cioè facciamo rete, ci colleghiamo, facciamo partecipi l’altro della nostra felicità o del nostro dolore, della nostra preoccupazione, della nostra speranza, delle nostre idee, della nostra civiltà, della nostra verza, dei calli ai piedi, del nostro amato parrucchiere, eccetera. Condividiamo la pizza, il bacio, il ballo, la foto sugli scogli, la foto senza scogli, il nostro bimbo che spegne le candeline, il nostro cane che spegne le candeline, il nostro gatto, i nostri nonni, i funerali, i matrimoni, le gite al lago. Condividiamo tutto, e ci siamo capiti. E grazie a internet, che è uno strumento di conoscenza immediato, popolare, orizzontale, istantaneo, possiamo sapere ogni cosa: dal Ku Klux Klan a Geronimo Stilton, da Beethoven alla pasta frolla.

Quello che non mi torna è che, pur condividendo tanto, non siamo coesi, e pur connettendoci di notte e di giorno restiamo sempre più soli. E anche se abbiamo la fortuna della conoscenza gratuita e istantanea, promuoviamo forme di ignoranza collettiva, di analfabetismo funzionale, quando non di vera e propria idiozia. A me sembra, e chiedo scusa se sono di parere opposto al vostro, che anche nel dibattito pubblico ci sia una corsa verso la cretineria, di gruppo o singola. Forse però la risposta che dovremmo darci è più amara ma più vera: il fatto è che siamo più stupidi di quanto riteniamo, e meno talentuosi di quel che supponiamo, e forse anche un tantino più ignoranti di quanto speravamo. Internet ci ha fatto allora questo regalo: tenere lo smartphone sempre acceso, e chiedergli di fare le nostre veci: ricordare al nostro posto, e ricordare quanto più è possibile (memoria illimitata!), indicarci la retta via (con google maps!), l’amore per la vita (cuoricini, uno o un suo multiplo), e infine la convinzione di essere stimabili anche se risultiamo ridicoli.

da: ilfattoquotidiano.it

La storia di Martina Salsedo, livornese, cantante blues, è la storia della vita, il mistero che ci trascina alla felicità o ci restituisce l’infelicità come fosse un servizio promesso, un obbligo da adempiere.

Martina, come racconta oggi il Corriere della Sera, mette la sua voce al servizio dei più grandi bluesmen. Domenica sera invece era tutto suo il concerto, nella sua Livorno, tra i suoi amici. Ad un tratto la platea ha iniziato a urlare, uno spettatore si era sentito male e aveva bisogno di soccorso. Lei ha bloccato i musicisti, ed è corsa a vedere. Si è accorta, benché le luci psichedeliche fossero ancora in funzione e rendessero meno nitidi i volti, i lineamenti, che l’uomo steso a terra, sessantotto anni, era il suo papà. Gli stavano praticando il massaggio cardiaco, e a farlo era una sua amica infermiera, anch’ella presente allo spettacolo.

Martina non sapeva che suo padre era lì, e non poteva immaginare di assistere alla sua morte in diretta. Quando, qualche istante dopo, ha dovuto riaccendere il suo telefonino ha trovato l’sms: “Sono qui che ti ascolto, sei una forza figlia mia. Un bacio”.

Quel bacio è stato l’ultimo suo bacio. Un bacio dato e mai ricevuto.

Dovremmo far fronte all’impellenza della vita, e anche al suo mistero, con più generosità, con più ardore e soprattutto con più necessità. Bisognerebbe far presto per esempio, e più presto che si può, ad amare, e cogliere con tutte le forze la felicità possibile, agognata, persino necessaria. Perché il tempo dell’infelicità è sempre in agguato, non smette mai di sorprenderci.

Dovremmo farci sorprendere dalla gioia, la gioia pura. A volte, chissà perché, resistiamo a questa eventualità, non la riteniamo un’impellenza. E i nostri pensieri si fanno tristi, ritenendo forse che la malinconia, lo scoramento o solo la rabbia per tutto quello che non va si addicano alle nostre giornate spesso piene di noia. Senza sapere che il dolore è lì dove non pensiamo, proprio quando non ci sembra possibile, nel modo che nemmeno immaginiamo.

da: ilfattoquotidiano.it

Ci sono libri più consoni all’estate. E libri che andrebbero letti d’inverno. Cappuccetto rosso, Geronimo Stilton e altri grandi classici del fumetto, Paperino a Paperopoli, le avventure di Gastone, oppure, per le femminucce, La bella addormentata nel bosco vanno bene ai bambini in gita. Per le ragazze da matrimonio, le nubili attempate, o le single di successo i romanzi sono il meglio per una vacanza da sogno. I maschi, sotto l’ombrellone, potrebbero fantasticare con i libri d’avventura. Secondo Elisa Montemagni, capogruppo della Lega in Toscana, esistono dei libri “più consoni al periodo estivo” a differenza di altri. La leghista ce l’aveva col mio saggio su Salvini (“Il ministro della paura”, Paper First) che oltre ad essere “contro” il suo leader, sarebbe risultato inappropriato presentarlo in una serata estiva e per di più patrocinato da un ente pubblico.

Montemagni, senza alcun dubbio, divora i saggi, e specialmente quelli politici, ma solo nel periodo autunno-inverno. E con lei tutti i dirigenti leghisti. L’idea, ora che ce l’ha spiegata, non risulta affatto peregrina: leggere qualcosa che faccia sorridere o fantasticare o anche appassionare è sempre meglio che incupirsi con la realtà a noi contemporanea specialmente in un periodo in cui il nostro corpo e la nostra mente raggiungono l’agognata libertà dal pensiero. Sono sempre preoccupazioni in meno. Con il corpo in ammollo a mare oppure al pascolo sulle montagne è opportuno, desiderabile, invidiabile un libro di inchiesta? Decisamente no. Ridurrebbe la vacanza a uno strazio e farebbe perdere l’attimo fuggente della felicità.

Chissà se la Montemagni farà carriera nel partito di Salvini. A occhio, direi di sì.

da: ilfattoquotidiano.it