bellaocenerellaSABRINA PINDO

Sono finiti i tempi della brava massaia che sorride alla telecamera e consiglia il detersivo che toglie lo sporco più ostinato. Basta con i petti forti e muscolosi di uomini senza volto che, come dice la voce fuori campo, non devono chiedere mai. A stabilirlo non è ancora una normativa, ma la cosa potrebbe presto accadere come conseguenza di un rapporto-iniziativa dell’Europarlamento contro le discriminazioni sessiste.
Niente più casalinghe diligenti che si struggono per tenere a bada i figli, cucire e contemporaneamente preparare il polpettone. Basta con l’uomo macho che -non so secondo chi di preciso- tutto sporco di grasso sarebbe tanto sexy. Una limitazione decisa, che diventa ancora più importante se lo spot va in onda nel pomeriggio, durante la fascia oraria riservata ai bambini e ai ragazzi, che sulla base di questi facili stereotipi potrebbero costruire la propria visione del mondo distorta.
Donne che lavano, stirano, tirano su i figli, fanno di tutto per la famiglia da mattina a sera. Donne mamme. Oppure ancora donne bellissime che ondeggiano sinuose, nude o quasi, accanto ad un’auto, dentro ad una doccia, sulla riva del mare. Donne sensuali. Per la serie o sei splendida o lavi i pavimenti. Non c’è scampo: bella o cenerella.
Secondo il Rapporto votato con 504 sì dalla maggioranza dei parlamentari Ue parte della discriminazione sessista dipenderebbe proprio dal modo banale in cui la vita viene presentata dalla tv. Ritratti caricaturali della realtà, gli uomini della pubblicità o guidano l’auto o riparano senza risultati un lavandino che perde. Le donne nella versione spot, invece, fanno il ragù in 5 minuti, si svegliano con la messa in piega già fatta e preparano colazioni faraoniche, stirano montagne di panni e alla sera sono ancora fresche come le rose.
Ottima idea quella di limitare gli stereotipi televisivi. Almeno i bambini avranno una visione più realistica del mondo che li aspetta. Peccato che, in ogni caso, sarà comunque sempre necessario un adulto accanto a loro, che siano davanti alla tv oppure no. Figure genitoriali sempre più assenti che dovrebbero spiegare ai più piccoli le cose del mondo. Quelle che vengono dal tubo catodico e quelle che ahinoi succedono fuori dalla nostra finestra.

slipFLAVIA PICCINNI

Fare violente avances sessuali non è una molestia. Almeno in Russia. È questo il verdetto di un giudice russo che ha assolto un manager molestatore sostenendo che “provarci” sul luogo di lavoro è utile «a garantire la sopravvivenza della razza umana: se non esistessero le avances sessuali non ci sarebbero bambini».
Niente di nuovo in un Paese il cui presidente Vladimir Putin, di fronte alle accuse rivolte all’omologo israeliano Moshe Katzav di aver violentato dieci donne del suo staff, si era detto ammirato, complimentandosi con lui perché era un «vero uomo».
E la storia che il verdetto consegna alla cronaca ha qualcosa di già visto in Russia, dove un recente sondaggio che ha rilevato che il 100% delle lavoratrici è stata molestata sul luogo di lavoro, il 7% addirittura violentato e l’80% si è rassegnato all’idea che senza sollevare la gonna con il capo non si può fare carriera. Filtrata con questa ottica l’impiegata 22enne che si è vista chiudere le porte del suo ufficio dal capo prepotente sembra essere naturale: No sex? No work.
Anche in Italia i dati non sono molto più rassicuranti. L’Indagine multiscopo dell’Istat “Sicurezza dei cittadini” effettuata nel 2002 tramite indagine telefonica, selezionando un campione di 60 mila famiglie per un totale di 22 mila 759 donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni ha rilevato che sono più di mezzo milione (520 mila), le donne dai 14 ai 59 anni che nel corso della loro vita hanno subito almeno una violenza tentata o consumata; si tratta del 2,9% del totale delle donne di 14-59 anni. Ma era il 2002. I dati aggiornati confermano che circa la metà (9 milioni 860 mila) delle donne in età 14-59 anni hanno subito nell’arco della loro vita almeno una molestia a sfondo sessuale; si tratta del 55,2% del totale delle donne di 14-59 anni. Sono poi 373 mila (il 3,1%) le donne di 15-59 anni che nel corso della vita lavorativa sono state sottoposte a ricatti sessuali sul posto di lavoro: in particolare l’1,8% per essere assunte e l’1,8% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera.
Anche negli Stati Uniti la situazione è disastrosa e per risposta arriva la campagna choc della fotografia. Non basterà, ma almeno spinge a riflettere, anche solo per un minuto, su che cosa è la violenza dei tempi moderni.

frattinichantalChantal e Franco si son chiesti come fare, e soprattutto cosa fare. Insieme da poche settimane, lei dermatologa (dei vip, naturalmente) lui ministro degli Esteri, ma già innamoratissimi. Lui in vacanza alle Maldive e lei invece a New York. Distanti. Eppure lui già turbato, lei invece eccitata.
E’ scoppiata la guerra in Georgia e Frattini dov’è? Al mare. E con chi? E perché non torna? Di più e di peggio: il presidente francese ha invitato ad Avignone, sede della prossima riunione dei ministri degli Esteri (in programma il 5 e 6 settembre), anche le rispettive accompagnatrici. Chantal sale sull’aereo o no? Saluta Carla Bruni o no? Presenzia alla cena, sorride e si fa fotografare? Parla o resta muta? E, soprattutto, se le dovessero chiedere: lei, scusi, chi è?
E’ durato qualche giorno il dilemma, poi qualcuno, lei, ha preso carta e penna. Comunicato stampa anti paparazzo. Io e Franco stiamo insieme. E stiamo bene. L’Ansa, a sera, ha diramato il dispaccio d’amore. Ieri mattina nello studio del ministro non una telefonata, un cenno, un alito di partecipazione. Nessuno si è fatto vivo, niente. Meno male. Frattini era legittimamente imbarazzato e piuttosto incuriosito di vedere come i giornali avrebbero impaginato la love story. Ha letto. E commentato con i suoi: meglio questa pubblicità che assistere alla pena del paparazzo in agguato. Se c’è una cosa che non sopporto è questo abuso, l’intrusione sistematica negli affari privati delle persone pubbliche. Sapevo del comunicato e non l’ho scoraggiato. Lei è una persona che ha una sua vita professionale e proprie relazioni. Non è giusto che veda caricata sulle spalle attenzioni non appropriate. Leggi tutto

precarieMANUELA CAVALIERI

Tutto tace. Si sente solo il leggero fruscio della carta. Sono undici. Tutte donne, tutte mute. I cartelli che stringono tra le mani, parlano per loro. Sono le “vittime di Brunetta”. Fannullone, dunque? Non precisamente. Sono le centraliniste del call center dell’Ospedale di Legnano. Il famigerato decreto legge impedirà, difatti, il rinnovo del loro contratto precario perché hanno prestato servizio per più di tre anni nell’ultimo quinquennio. Hanno scelto la piazza virtuale di YouTube per la loro protesta. Nel girato amatoriale, le donne sorridono appena, nervosamente. La telecamera, certo, le imbarazza. Il disagio non vela, tuttavia, la preoccupazione di vedersi improvvisamente senza un lavoro dignitoso. Ci sono donne sole con figli a carico. Sui volti l’interrogativo: cosa ne sarà della loro famiglia? Non sono più padrone del loro destino, si sentono merce priva di valore, destinata al ribasso. Si vendono dunque. Vendono le illusioni perdute. Vendono la loro storia. Da oggi, 2 settembre, anche voi potrete “acquistare” una precaria. Mercanzia inflazionata, certo, ma pur sempre prodotto tipico. Rigorosamente made in Italy. “Ed ora non ci resta che il silenzio!”.

telenovelasSERENELLA MATTERA

Emergenza scuola. Chi può, si faccia venire un’idea. Più soldi no? Non ce ne sono. E allora fantasia al potere. Bisogna ingegnarsi, sperando che qualcosa succeda. Magari grazie a un ritorno al passato, quando gli studenti (più o meno) sapevano. Via il ’68, che ha fatto solo danni. Anche una ripulita alla televisione spazzatura non guasterebbe. Intanto ci riprendiamo il maestro unico. Il grembiule. Se serve, anche l’esame a settembre. Basterà?
Vai a chiederlo ai brasiliani. “Terapia telenovela”, risponderanno. Intrecci amorosi, drammi familiari, liti furibonde e colpi di scena sono una loro invenzione. “Topazio”, “Marilena”, “La donna del mistero”. Milioni di persone in attesa della prossima puntata.
L’università Bocconi ha studiato cosa succede quando “Rede Globo”, con la sua programmazione carica di telenovelas, raggiunge un’area del Paese. Storie nazionalpopolari, personaggi amati, gente comune che insegue il successo. E scatta l’effetto emulazione. Le famiglie nella finzione hanno pochi figli? La natalità diminuisce. L’eroina di turno investe sulla propria istruzione? Boom di iscrizioni a scuola.
Vai a dirglielo che da noi le soap opera sono considerate altamente diseducative. Ti risponderanno che da loro hanno fatto più di mille corsi di recupero.

dirittierovesciSABRINA PINDO

A pochi metri dai bianchi tavolini del chiosco dove mi trovavo un paio di settimane fa, le onde del mare producevano il loro eterno brusio. Gli altoparlanti della tv, intanto, borbottavano: “La Cina… le olimpiadi… questione dei diritti umani”. Un uomo commentava con la donna che gli sedeva accanto: “I diritti… “. L’improvvisato opinionista era a un tavolo prima del mio e, tra una piadina e un bicchiere d’acqua fresca, proseguiva la sua analisi. “…dei diritti non gliene frega niente a nessuno, questa è la verità”.
Esatto.
Questa è la verità.
Vox popoli vox dei.
Dei diritti, purtroppo, non gliene frega proprio niente a nessuno.
Meglio: la parola “diritti” non comunica assolutamente niente ai non addetti ai lavori. E si viene quindi a creare una spaccatura netta tra la discussione degli edotti e l’interesse della gente.
Ripongo una certa convinzione sul fatto che a chi spetta l’onere di governare, vada molto meglio così.
Ci sono alcune parole che hanno o assumono un significato talmente vasto che non possono essere “tradotte” alla spicciolata. Nel contempo se non le si “traduce”, perché mai proferirle? Leggi tutto

comeunromanzoFRANCESCA SAVINO

“Come se”. Come tutti i racconti, il giornalismo si nutre di “come se”. Serve a riempire i vuoti o, a seconda delle occasioni, a alleggerire i pieni. A volte per avvicinare un’immagine, altre volte per stemperarla. O per capovolgerla senza senso, nello spazio di sette battute. Il punto non è l’omosessualità. Non è la sessualità in genere, né i dati sensibili. Il punto è che i “come se” sono bestie strane, e uno dei motivi è nascosto nella storia di un giovane stewart morto ma non ancora sepolto sulle pagine dei nostri quotidiani. I fatti sono semplici: una sciagura aerea a Barajas, Madrid. Centocinquantatre morti. Fra loro, anche un italiano. Si chiamava Domenico Riso, aveva 41 anni e al suo fianco in aereo c’era la sua famiglia: Pierrick Charilas e il figlioletto di quest’ultimo, Ethan. Lo abbiamo letto solo fra le righe dei giornali, che al massimo si sono spinti a usare nella loro storia le parole coninquilino, amico più caro, “famiglia” ma solo fra virgolette. Lo abbiamo intuito guardando i telegiornali, e sentendo cugini intervistati che parlavano di “un bimbo amato come se fosse un figlio”, scorrendo articoli in cui si diceva che vivevano tutti a Parigi “come se fossero una famiglia fra le tante”. Trattati come se non lo fossero stati.

gelminiCARLO TECCE

Da Rovigo a Caltanisetta i teoremi di Euclide, matematico greco e dunque meridionale estremo, cambiano per vari motivi: preparazione degli insegnanti, cromosomi degli studenti, livello del mare, vicinanza alle Alpi. Né la filosofia di Giordano Bruno, nolano arso vivo a Roma, può avere gli stessi significati a Cuneo come a Catanzaro. Né Giovanni Verga ha parentela alcuna con Alessandro Manzoni. L’Italia è diversa nella sua cultura e nei suoi maestri, avrà pure ragione il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. E’ un suo teorema. Dimostrabile fin quando una Mariastella Esposito di Cercola (non s’offendano i cercolesi) diventi ministro oppure – meglio ancora – il giovane Mario Stellino Pizzomunno sia travolto da una carriera così verticale e repentina al pari dell’avvocato di Leno specializzatosi a Reggio Calabria. Per avere il curriculum bianco e vergine, a differenza della Gelmini, Pizzomunno dovrebbe cassare la sfiducia per inoperosità firmata da sette consiglieri di maggioranza e otto di opposizione al comune di Desenzano sul Garda (atto 33 del 31 marzo 2000), quando il futuro ministro era presidente del consiglio. E magari, successivamente, il meridionale Pizzomunno, seppur sedendo all’opposizione, avrebbe racimolato più delle due, tre misere presenze. Né Pizzomunno avrebbe censurato l’enciclopedia libera di Wikipedia, dove questi “particolari” – che per ragionamento induttivo conducono al generale – sono stati taciuti: il blog di Fabio Filisetti, studente di Desenzano, aiuta a capire. Leggi tutto

vedrologoFLAVIA PICCINNI

E’ sostenibile pensare che ci possa essere un dialogo politico e allo stesso tempo civile in Italia? Può sembrare una provocazione, ma da tempo mi domando quanto grande sia necessità di formare una maggioranza trasversale che, messo da parte il credo politico e il passato più o meno recente, si interroghi sui problemi reali del nostro Paese.
La risposta mi è arrivata in modo completamente inaspettato da VeDrò, riunione dell’omonima associazione che si è tenuta nella centrale di Fides, poco distante da Riva del Garda, e dove oltre 400 trentenni/quarantenni si sono ritrovati per discutere della società italiana e delle inarrestabili rivoluzioni cui puntualmente si sottrae.
Famiglia, istituzioni, tecnologia sono stati solo alcuni dei temi trattati dai dieci workshop e affiancati a due riunioni plenarie dove al centro del dibattito sono stati la privacy (Gli italiani credono che sia ancora importante? Non troppo…) e gli sviluppi legati all’informatica (possibilità di archiviazione dati, creazione di vite secondarie, ecc.).
Ad aprire i lavori ci ha pensato Enrico Letta (Pd), ma il parterre era assolutamente bipartisan a partire dalla presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno (Pdl). E poi scrittori come Antonio Scurati, produttori come Luca Josi di Einstein Multimedia, sindacalisti come Renata Polverini (UGL) e giornalisti come Giovanni Floris e Filippo Facci.
Il clima di tranquillità e di confronto fra professionisti di campi diversi, politici compresi, mi ha estremamente stupito e non è un caso che la necessità di un dialogo sia stato al centro di un dibattito acceso ed estremamente produttivo. Leggi tutto

alemannocasaleMARCO MORELLO

Sono passati quasi cinque giorni, ma il degrado è ancora il sovrano assoluto nel casale lungo la Portuense dove venerdì notte sono stati aggrediti i due turisti olandesi. Ci sono vetri di bottiglie rotte e barattoli arrugginiti che emergono dalla sterpaglia, in ogni angolo escrementi di animali e preservativi usati pronti ad attaccarsi alle scarpe. All’interno, nell’edificio pericolante, un divano consumato dal tempo, tende-coperte di fortuna e un materasso sdrucito, di fronte al quale un cane bianco e smunto fa la guardia immobile. «È un’area privata, non potevamo intervenire più di tanto», afferma a voce bassa un carabiniere della vicina stazione di Ponte Galeria, quasi giustificandosi. Ma nessuno ha da muovere accuse: in attesa dell’arrivo del sindaco per un sopralluogo, qualcosa di importante si è già mosso. La Protezione Civile è già al lavoro per recintare i 400 metri dell’area e, a quanto pare, «stanno procedendo a tempi di record, finiranno stasera quando in genere per questo tipo di interventi ci vuole una settimana». Lo dice distrattamente un vigile urbano mentre si affanna a regolare il flusso dei veicoli che spuntano da ogni parte. Perché in un luogo così isolato, sospeso a mezz’aria tra la stazione di Ponte Galeria e i palazzoni minacciosi di Corviale, così tanta gente non si era mai vista.
«Abbiamo diffidato la proprietà di questo stabile – dice Alemanno mentre si avvicina al casale – affinché entro cinque giorni lo metta in sicurezza murandolo o abbattendolo». Non c’è «la padrona di casa» ad accogliere il primo cittadino, «è una signora anziana», spiegano alcuni residenti. Al suo posto ecco invece il fattore, che porta il sindaco a fare un giro approfondito dell’area: lui si informa, vuole sapere esattamente che cosa è successo in quel luogo «dimenticato da dio e dagli uomini», poi si indigna e bolla i due pastori come «bestie che non meritano perdono». In fondo, per dargli ragione, «basta vedere quello che hanno fatto». Leggi tutto