Piccole radio crescono

radioCARLO TECCE

Informate il legislatore del Regio Decreto del 1912: il mondo s’è capovolto. All’epoca, alla genesi della comunicazione di massa, furono costituite due società private a capitale pubblico: la Radiofono Italiana e l’Italia Radio Audizioni Circolari. Prima della «Grande Guerra» e della «Grande Censura», le radio trasmettevano solcando infrastrutture statali e previa approvazione dei palinsesti da parte del Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni. Nessuno ci credeva. Nel 2008 convivono e sgomitano oltre duecento emittenti radiofoniche: da Radio Bella e Monella (Veneto) a Radio Maria, da Radio Babboleo (Puglia) a Radio Buon Consiglio. I riottosi anni ’70 sono la miscela esplosiva per scatenare la riproduzione della radio e con buona pace dello Stato, puntellato dalle assidue sentenze della Corte Costituzionale. La proliferazione della parole senza volto, evviva le nuove tecnologie, è nel pieno del suo splendore: il vecchio ripetitore, il pc casalingo e portatile, il telefonino. Guglielmo Marconi idolo degli ultrà: questa moda, però, nemmeno il legislatore del 1912 l’avrebbe pensata.
Roma è la capitale della Radio: un biliardo, senza buche, dove ribalzano casi e rinfocolano polemiche. Le «radio romane» sono diventate un certificato di garanzia per i giornalisti, una tradizione (Lo Sport su Radio Radio risale al 1986) per gli anziani, un rito quotidiano e propiziatorio per i giovani: sono talmente numerose che, nell’estate 2006, hanno organizzato un vasto torneo (16 squadre) di calcio a 5 al teatro Tendastrisce. C’è chi va a Roma e non vede il Papa, e chi passa per Roma e non resiste alla tentazione di ascoltare Marione, al secolo Mario Corsi, già autore e fabulatore della trasmissione “Te la do io Tokyo” su Rete Sport, contorno del pezzo forte “Popolo giallorosso” di Carlo Zampa che, alle vigilie di Juve-Roma, trasmetteva a ripetizione la promessa di Capello: «Mai alla Juve». Stessi colori, su Radio Incontro, Max Leggeri presenta “SPQR” (senza padroni, quindi romanisti), mentre su Radio Spazio Aperto, Alberto Mandolesi, risposta piccata al laziale Guidone De Angelis, patrocina “Quelli che hanno portato il calcio a Roma”. RSA, inoltre, è microfono aperto degli Irriducibili biancocelesti con la “Voce della Nord”, fratello gemello di “Lazio&Company” su Radio Incontro. Ricco menù per Radio Radio, catechizzata dagli illustri interventi dei direttori dei quotidiani sportivi.
Le radio private danno fastidio: non soltanto alle comari nazionali, ma persino ai colossi dell’informazione e della comunicazione. Ansa e Telecom, per citare un precedente del ‘99, hanno violentemente protestato contro «l’illimitata e gratuita informazione delle piccole radio». La questione è figlia legittima della vendita collettiva dei diritti sugli eventi calcistici: idea della Lega Calcio, soldi della Telecom. Nonostante l’intervento diplomatico dell’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, istituita dalle legge Maccanico del ’97), la Lega concesse il palliativo di 6 minuti su 45 per le cronache in diretta dagli stadi. Il contenzioso non è stato disciplinato giuridicamente, inzuppato nel Testo Unico della Radiotelevisione (2005, 12 mesi dalla Legge Gasparri), e resta la priorità alla forza del denaro: la Rai ha il monopolio delle dirette, altre s’avvalgono (pagando) dei diritti delle singole squadre (Alè Catania, KissKiss Napoli etc) e i più poveri confidano nel diritto di cronaca e, spesso, sforano le tre finestre a tempo. L’ex ministro Gentiloni, sostenuto dall’editoria e dai giornalisti, proponeva una revisione del Testo Unico e una ingente somministrazione di poteri censori all’Agcom per «valutare iniziative nei confronti di chi usa i media per alimentare la violenza negli stadi». Gentiloni non c’è più. E nemmeno un ministro delle Comunicazioni.

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