flavio-briatore“Io faccio il tifo per Renzusconi”.

La crasi riduce a uno i leader di cui Flavio Briatore si dichiara devoto.

Voi del Fatto scrivete così perché siete maligni ma davvero avremmo bisogno del presidente Berlusconi e di Matteo, bravissimo ragazzo e con tanta birra in corpo.

Lei farebbe il consulente da Montecarlo.

Bellissimo clima e grande piattaforma logistica. Sei voli al giorno per Dubai.

Un ricco tra i ricchi. Ha letto Trump? Con tutto il rispetto, non si porterebbe mai un povero al governo. Non è un vincente, né ha dato prova di sapere organizzare la vita degli altri. Un ricco sì.

Approvo l’amico Trump. Non perché sia razzista, poi io come farei ad esserlo avendo conosciuto la povertà. Ma è un fatto che se hai mostrato carattere e forza, se sei un vincente, puoi esibire le tue qualità per il bene comune.

E poi nessuno proibisce al povero di divenire ricco.

Esatto. Io ne sono la prova.

Però a Montecarlo la ricchezza un po’ appesantisce e annoia. Colora di grigio il cielo turchese, vero?

Se da un lato c’è l’orgoglio di essere il secondo gruppo monegasco, dopo quello del principe, per fatturato e la città è straordinaria, l’aeroporto efficiente eccetera, è anche vero che le amicizie possono far pensare, specialmente se si è bambini, che il mondo sia di un solo colore.

Lei è in pensiero per la crescita sana del piccolo Nathan Falco.

Ho trovato a scuola un suo amichetto di sette anni con un Rolex al polso.

Povero figlio!

Non va bene. Ma mio figlio sa che esiste anche la povertà. Viene con me in Kenya. Al resort di Malindi, l’Africa perduta agli occhi, il mare che sembra una pietra preziosa. Lo porto anche nei villaggi vicini, dove i bambini giocano con niente. Lui mi dice sempre: sai papà che quei bambini sono poveri ma felici?

La ricchezza non dà felicità. Leggi tutto

luca-mercalliI meteorologi, gli scienziati del clima, fisici e astrofisici, sono sull’orlo di una crisi di nervi. “Non c’è allarme che tenga, sapere che convinca, disastro che allerti. La gente se ne sbatte di noi, delle nostre previsioni, della cura con la quale dimostriamo l’ineluttabile, il mostro che ci mangerà. La questione è divenuta così seria che abbiamo chiesto aiuto agli psicologi, qui siamo di fronte a un enorme fenomeno di dissonanza cognitiva”.

Luca Mercalli conduce, insieme alla brigata dei climatologi, campagne quotidiane di illustrazione dei rischi. Lui illustra e noi sbadigliamo.

È così. Ora stiamo friggendo sotto il sole, abbiamo 38 gradi sulla testa e la temperatura si innalzerà ancora. Tutto chiaro e previsto, e quando dico previsto voglio specificare che anche il dettaglio minimo del più grande tema del riscaldamento globale era stato ampiamente annunciato. Ma sembra che non sia servito a niente.

Ci prepariamo per i quaranta gradi.

Così sarà, e poi quarantadue.

Noi umani siamo divenuti impermeabili, incoscienti al punto estremo.

Mi chiedo come sia possibile. E infatti non avendo una risposta credibile, ragionevole, abbiamo chiesto aiuto agli psicologi. Indagheranno sull’inconscio collettivo.

Magari c’entra qualcosa la cultura capitalistica, la teoria dell’accumulo infinito?

Ci sta, ma non basta a spiegare perché gli elementi naturali della nostra vita, il fondamento della nostra esistenza, siano così disprezzati.

Si stupisce? Ma l’America ha eletto Trump.

Mi stupisco, sì. Perché l’uomo per 200 mila anni ha fatto il cacciatore. Uccideva l’antilope e magari non gli serviva, pensava: vabbè qualcun altro l’avrebbe uccisa, sarebbe morta uguale. Per ottomila anni ha fatto l’agricoltore, e soltanto da 200 ha avuto abilità industriali di massa. Il problema è che negli ultimi 200 anni ha fatto fuori il mondo.

D’inverno ci allaghiamo, d’estate moriamo di sete.

In città moriamo di smog. Moriamo per davvero.

Sembra un teatro, invece. Voi che indossate i panni dei profeti di sventura e noi che osserviamo muti e un po’ distratti.

La mia disperazione è tutta questa conoscenza che sprechiamo, tutto questo sapere che buttiamo al vento. Come non capire che se allaghiamo di cemento la terra, poi l’acqua ci infligge la pena? Non è ipotesi di scuola, è realtà. Ma noi cementifichiamo alla carlona.

Non vogliamo vedere.

Abbiamo un problema psicologico, altro non saprei dire. Perché non è possibile considerare ragionevole questa corsa a saturare la fonte della nostra vita. Stiamo avvelenando l’acqua, riducendo la sua portata, annientando la linfa vitale dell’esistenza. Diamine, accorgitene che hai un cancro e ti sta uccidendo.

 Siamo affaccendati e abbiamo mille pensieri.

Siete veramente degli stronzi. Leggi tutto

ministro-istruzioneProva d’esame: il pasticcio musicale. Far sostenere ai diplomandi dei conservatori per due volte la stessa prova, fingendo che sia diversa, potrebbe certificare il carattere fantasy dei nostri burocrati. Oppure documentare un dramma. E cioè che un diavoletto si sia impossessato degli uffici del ministero dell’Istruzione e non abbia voglia di abbandonarli. Pochi giorni fa era riuscito, pur di sfregiare l’enorme deposito di cultura di cui sono custodi e portatori sani gli alti funzionari di viale Trastevere, a infilare una i nelle tracce della Maturità, divenute nell’avviso web per l’appunto “traccie” con breve scandalo e immediate scuse per il plateale refuso.

Il piccolo demone è però ricomparso venerdì 30 giugno sempre sotto forma di traccia (questa volta singolare). Era infatti affidata alla cura del dirigente la trasmissione della terza prova scritta dell’esame di diploma di Composizione nei Conservatori di musica, secondo i programmi del vecchio ordinamento che attualmente coesiste con i più recenti diplomi accademici di primo e di secondo livello scaturiti dalla riforma del 1999. Per questi esami le tracce (senza la i) sono ministeriali, così come avviene per gli esami di Stato, e giungono a tutti i Conservatori dal Miur in busta sigillata. Racconta uno degli esaminatori, Roberto Altieri, docente di composizione al San Pietro a Majella di Napoli: “Alle otto in punto apriamo – alla presenza dei candidati – la busta con la dicitura “Analisi”(testo della terza prova, ndr) e troviamo, invece della consueta partitura orchestrale di 50/100 pagine, testo sempre impegnativo e pieno di tranelli, una paginetta, peraltro malamente fotocopiata, di un brano pianistico di cui non era neanche indicato l’autore (si tratta per la cronaca del sesto preludio dell’op. 37 di Ferruccio Busoni, ndr). Era una traccia da “Tema con variazioni”, che è però la seconda delle quattro prove d’esame già svolta regolarmente pochi giorni prima su un altro tema”.

Sconcerto, stupore, qualche risata avvilita tra i docenti. Che si fa? Febbrile giro di telefonate agli altri colleghi. Anche a voi è giunto il testo sbagliato? Sì anche a Salerno, anche a Bologna, anche a Castelfranco Veneto, anche a Torino.

Un qui pro quo generale, una enorme distrazione del capo ufficio, un pasticcio capitale! Come aver dato un problema di matematica in luogo della versione di greco; chimica invece che fisica; geografia al posto di storia. Fortuna per il ministero che la musica è questione che ormai intriga pochi e l’Italia – la culla, ora ex, delle sette note – cura in questo modo fantastico la materia. Fortuna che la questione ha riguardato solo poche decine di candidati in tutta la penisola, raffronto impossibile con i 500 mila maturandi e il chiasso che una simile sbadataggine avrebbe provocato. E, fortuna delle fortune, che i docenti dei conservatori vista l’ora (otto del mattino) hanno ritenuto inutile chiedere spiegazioni al ministero.

Telefonare a chi? Hanno preso per buono il cattivo custodito nella busta sigillata, trasformando in virtù la dabbenaggine dell’anonimo burocrate al quale il diavoletto aveva fatto visita. I candidati si sono visti assegnare un compito assai più semplice su una materia già svolta. La ministra nemmeno sa di questo piccolo e breve pastrocchio, i giornali hanno taciuto, i musicanti pure. Tutto è passato in cavalleria. Ed è meglio così. Do, re, mi, fa

Da: Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2017

Quella che segue è la confessione di un padre, da sempre impegnato per la legalità, che s’accorge del legame sentimentale di sua figlia col figlio del boss del paese. Lo sfogo è stato raccolto dopo aver verificato l’intenzione del protagonista di rendere pubblica la sua vicenda. I nomi sono di fantasia per evidenti ragioni di riservatezza.

boss

Era il 3 agosto del 2015 quando finalmente capisco che mia figlia, vent’anni e bellissima come sono tutte le figlie, capace, impegnata, piena di interessi, sta insieme al pargolo di uno dei boss della cosca più potente del mio paese. I giudici la chiamano la quarta mafia ed è quella che sequestra ogni speranza nel Tavoliere delle Puglie.

Meno nobile delle altre tre, ha caratteristiche rurali, certo non stragista come le altre per quanto gli omicidi non siano una rarità, ma non meno violenta e soprattutto pingue. Tiene sotto scacco un’economia agricola altrimenti florida, estorce ogni filo di ricchezza e provvede, da monopolista del mercato dell’orto – frutta, allo smercio delle braccia e dei prodotti. Non c’è ortaggio che non passi per le sue mani e non c’è grano né farina a cui non sovraintenda. Li ho sempre odiati questi mafiosi e ho odiato il mio paese, vile al punto di soggiacere alle pretese più vergognose. Ho sempre saputo di essere mosca bianca, ma non credevo possibile che fosse così grande il fronte di chi soggiace, comprende, subisce oppure – purtroppo – aderisce. Ho odiato il mio partito – era il Pds – che credevo lottasse contro costoro e invece cincischiava soltanto; ho odiato il sindacato corrotto nel midollo della sua cultura da questo modello di fabbrica. Mi ero illuso al fiorire della stagione di Mani Pulite che la sovversione potesse raggiungerci, che il bene in qualche modo avesse la rivincita sul male. Dieci anni di battaglie, alla fine delle quali ho preso atto che non c’è speranza possibile. Il massimo risultato ottenibile è la coesistenza. Il boss fa i fatti suoi, tu i tuoi. Lui spadroneggia tu ti difendi magari con buone letture, con la musica. Pensi ad altro, ti distrai.

QUESTO FINO a quando la sera del 3 agosto di due anni fa il boss mi è entrato in casa con la voce e il volto del figlio: un ragazzino nullatenente, nullafacente, frequentatore di videopoker, forse, ma non sono certo, anche scassinatore. Allora aveva 18 anni, due in meno di Valentina. Un amico mi ha appena detto che in paese corre voce… Leggi tutto

luigi-zojaCadute le ideologie, morti i partiti, defunta ogni possibile virtù pubblica, alla politica non resta che la paranoia. Dosi di paranoia le abbiamo tutti. Hanno l’effetto di suggerire prudenza e alimentare il dubbio verso l’altro, quel po’che ci permette di dare stima o avvertire sfiducia. Nella politica la quantità esonda e si trasforma in questione centrale. Il più grande studioso vivente della paranoia è senza dubbio il professor Luigi Zoja, psichiatra di fama e grande indagatore di questo vizio della psiche (Paranoia. La follia che fa storia. Bollati Boringhieri).

Facciamo finta che io sia un politico in ambasce, entri nel suo studio e chieda conforto alle sue virtù.

Facciamo finta.

Perché la paranoia affligge più di ogni altro l’uomo politico?

Cadute le ideologie, semplificato il messaggio (anche grazie alla responsabilità di voi giornalisti) la politica è alla continua ricerca di un capro espiatorio. Deve trovare a tutti i costi un nemico, uno da incaprettare con la colpa, con l’indice puntato.

Pure De Gasperi aveva un nemico, pure Togliatti.

Loro si difendevano con la prospettiva di un obiettivo da conseguire in un periodo di lungo termine, di progetti possenti. Di pensieri che comportavano trasformazioni epocali.

Il Sol dell’Avvenire.

Ecco, l’orizzonte nuovo.

I nostri non avendo idee sono più presi dal qui e ora.

Loro non avevano la necessità del risultato istantaneo, del titolo a effetto, della conquista del potere cotta in una sera e mangiata già il giorno dopo. Le ideologie erano una sorta di difesa naturale, restituivano al leader un clima di fiducia resistente agli spasmi quotidiani e alle variabili di umore, e lo difendeva dalle ossessioni del capro espiatorio.

Trovare a tutti i costi un nemico.

Vedevo nelle settimane scorse un dibattito alla tv tra Macron e Le Pen.

Tutti e due paranoici?

Il primo no, la seconda sì. Non c’era traccia di un pensiero ma solo di un nemico da abbattere: gli immigrati.

Sul suo lettino è adagiato il politico paranoico.

Gli direi di dosare la presenza pubblica. L’ego deve rientrare immediatamente nei limiti.

Come il colesterolo. Gli consiglia di nascondersi da qualche parte.

Dosare, non alimentare il suo narcisismo, non figurare sempre nei titoli dei giornali e nelle comparsate in televisione.

Mettiamo che il politico sia anche sfigato e perdente e in crisi di astinenza di idee. Ha bisogno di comparire.

La ricetta è questa e vale anche per il vincente.

La cura, professore.

Anzitutto un regime di vita dal punto di vista economico correlato ai vecchi standard ai quali era abituato prima di scegliere la vita pubblica.

No a vestiti firmati, auto di lusso, autisti, cene eleganti.

Capisco che la questione possa non essere dirimente con un Berlusconi.

Altre erano le sue paranoie.

Sul punto rammento un suo discorso contro i giudici esemplare.

Insomma, per chi non è ricco di famiglia lei consiglia sobrietà col portafogli.

È un equilibratore naturale. Medesima cura e attenzione va riposta nella famiglia. La vita privata deve assolutamente essere sottratta al regime del gossip, altrimenti è la fine.

Ahia. Qui iniziano le dolenti note.

Il disagio si acuisce quando il politico, già alle prese con la ricerca ossessiva del nemico, subisce un processo di isterizzazione.

Paranoico e pure isterico.

Tutti i titolisti che scrivono “l’ira di…” sappiano che concorrono ad averlo un po’ sulla coscienza.

I politici dovrebbero seguire un corso di gentilezza.

Poi esistono i grandi paranoici che danno vita a quella che chiamiamo “pseudologia fantastica”.

Vedono e illustrano un mondo parallelo, frutto della loro fantasia.

Il mondo fantastico piano piano viene sussunto in quello reale. C’è una sorta di trasmigrazione di senso e alla fine il parto della fantasia diviene ai loro occhi realtà. L’ha studiato bene Jung.

Chi era il politico indagato in quel caso?

Hitler.

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2017

vito-tetiAltro che Nord e Sud, la questione adesso è come la montagna sopravviverà rispetto alla forza trascinatrice del mare, come l’Italia non continuerà ad ammassarsi, a mo’ di barcone tra le onde, sui bordi, lungo la costa, lasciando il centro, il suo cuore, senza anima. “Il senso dei luoghi” lo abbiamo conosciuto e imparato leggendo Vito Teti, antropologo calabrese, studioso di Corrado Alvaro ma soprattutto teorico della “restanza”, della necessità culturale e ideale di non abbandonare alle capre i nostri paesi, di avere cura della memoria e soprattutto difesa della nostra identità.

Professore, gli italiani si dividono, come lei dice spesso, tra i restati e i partiti.

Negli anni dell’emigrazione questa era la costituzione dell’Italia doppia. Chi aveva coraggio e necessità partiva, gli altri rimanevano e attendevano che qualcosa accadesse. Qualcosa di nuovo. Ora vedo invece una voglia diversa, un fuocherello che si allarga e anima le coscienze di coloro che abitano paesi apparentemente sconsolati: la voglia di rimanere, di riscattare un territorio e una civiltà, di sottoscrivere un patto col futuro.

Lei dice che non è più questione di Nord florido e Sud depresso.

La crisi economica livella, fa arretrare e produce una migrazione dall’interno dell’Italia verso le aree metropolitane. Sono colpiti i villaggi alpini come quelli dei Nebrodi siciliani. Se questa è la realtà, ed è la realtà, bisogna anche affermare che diversamente dal passato esiste una necessità diffusa di fermarsi nei luoghi dove si è nati, di cercare lì il riscatto.

Trovare il senso dei luoghi, appunto.

Che non è solo un legame affettivo o culturale. Non è tanto un sentimento quanto la constatazione che è il luogo ad abitare dentro di noi più che l’inverso. L’esigenza di trovare radici dove sono le nostre radici è anche un effetto coniugato della grande rivoluzione tecnologica e della crisi economica di sistema. Leggi tutto

roberto-formigoniA me interessa soltanto parlare del processo.

Le mie erano notazioni intimiste.

Non sono interessato alle sue notazioni.

Roberto Formigoni è stato condannato a sei anni per corruzione.

Sono furibondo, mi sembra tutto assurdo, incredibile. È una storia che va raccontata per bene.

Comunque c’è l’appello.

I miei avvocati sono già al lavoro.

C’è stato complotto.

Non direi, non arrischio tanto.

Persecuzione, dai.

Diciamo accanimento. Del resto il centrodestra è stato bersaglio strutturale dell’azione delle procure, obiettivo permanente, soggetto propulsore dell’altrui attività censoria.

Ma com’è stato possibile che uno come lei…

Dunque: innocenti i dirigenti che avevano deciso, innocenti gli assessori che avevano condiviso, innocenti i funzionari che avevano deliberato e materialmente finanziato le somme per la Maugeri e il san Raffaele. Tutti innocenti. Un unico colpevole: Formigoni.

La sua caratura politica era tale, il dominio assoluto, la personalità così forte. Non per niente era il Celeste.

Ma il Celeste è un nomignolo affibbiatomi dagli amici alleati di governo per via della giacca celeste.

La giacca celeste la ricordo benissimo.

E del fatto che il mio ufficio fosse al trentacinquesimo piano del Pirellone.

In linea d’aria un po’ più vicino a Dio rispetto al resto del mondo. Il Celeste condannato è un ossimoro. È contro il principio di gravità.

Devo ancora completare la lettura delle motivazioni della sentenza. La sostanza è che vengo condannato per aver finanziato benemerite istituzioni sanitarie, per aver dato accesso alle migliori cure la povera gente che ancora mi ferma per strada, in metrò.

E la gente che incontra come fa?

Spesso mi chiede: quando ritorna?

Ma lei si ricandiderà?

Questo non lo so, è dal 1975 che sono in politica e certo ascolterò gli amici sul da farsi. Finora ho sempre fatto così. Sempre con una messe di voti invidiabile. Davanti a fior di politici. Ricorda un certo Scalfaro? Io prima di lui. Ricorda un certo Martinazzoli? Io prima di lui.

I suoi occhi incrociano quelli dei lombardi. Scruta livore oppure ossequio? Amicizia oppure odio?

Alcuni se ne fregano, in tanti mi riconoscono, altri chiedono: ma lei è Formigoni? Leggi tutto

antonio-azzolini“L’ordine di arresto mi viene notificato il mercoledì di quel disperato giorno di giugno di due anni fa”. Il senatore pugliese Antonio Azzollini venne imputato di associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta della “Casa della Divina Provvidenza” l’ex ospedale psichiatrico di Bisceglie. Richiesta di arresti domiciliari, un tuono in quel giorno di sole. “Il giovedì del 10 giugno 2015, mentre percorro alla guida della mia auto l’autostrada che da Molfetta mi porta a Roma vengo raggiunto dalla telefonata di papa Bergoglio. Sono assorto nei tristissimi pensieri. La sua voce mi scuote”.

Un fremito la percuote.

Mi manca il fiato, si appanna la vista, mi blocco. Alla fine cedo all’emozione ed è un fiume di lacrime. Il Papa mi consola.

Diciamo subito che fu uno scherzo ordito da La Zanzara, la trasmissione di Radio24.

Davvero mi confuse quella voce, nemmeno per un istante pensai alla beffa.

Oggi senatore la voce di Papa Bergoglio però si ripresenta a lei in forma scritta. Il Papa ha intenzione di scomunicare i fedeli corrotti.

Nel senso di tangentisti?

A quanto sembra sì, le leggo il titolo della notizia, non saprei dirle se il decreto si allarga ad altre fattispecie criminose.

Sul punto sono assolutamente fuori da ogni ipotizzabile scomunica.

In effetti ha una truffa e una bancarotta fraudolenta.

La bancarotta è caduta.

La truffa è rimasta. Leggi tutto

rossella-lampoAlta o bassa, profonda o acuta. Squillante, suadente. Ugola d’oro, voce d’incanto. È madre natura a concedere i suoi favori ma poi la fatica, la passione (e la fortuna) selezionano e fanno il resto. Rossella Lampo è corista della Scala, la più prestigiosa ribalta della lirica italiana. Da 25 anni non fa che cantare, ogni sera in ogni luogo d’Italia e del mondo. Racconta qui la sua vita che scorre insieme alla sua voce. “La voce è da custodire con la gelosia di una innamorata persa. Facciamo prevenzione, per esempio adesso sono appena uscita da una seduta di inalazioni. La teniamo difesa come una mamma accudisce il suo figlioletto. La voce è tutto. Se manca, s’incrina, si appiattisce o si consuma è la fine”.

 Lei è soprano, quante colleghe e colleghi ha sul palco?

Siamo in centocinque. Le signore sono soprani o contralti, i signori tenori e bassi. La distinzione entra anche nella grammatica sindacale e nei turni di lavoro. Abbiamo orari mensili che prevedono sessioni comuni, sessioni di genere o di singole voci.

La corista a che ora esce di casa?

Di norma verso le 16.30 del pomeriggio. Raggiunge il teatro e inizia la prova di u n’opera programmata molte settimane dopo. Finisce le prove, si ferma un attimo poi va in sala trucco.

Finisce le prove di un Mac – beth e inizia la preparazione di una Turandot.

Sì, sempre due opere parallele, magari in lingue diverse. La prima è una del bouquet di opere che devono essere preparate, e la seconda è quella che si porta in scena la sera.

Cantare ogni dì. Poi trucco e parrucco.

Il confronto con la cosmesi è duro. In un Macbeth il regista ci volle tutte truccate d’azzurro. Ricordo ancora una Turandotcon maschere di resina. Un caldo, un fuoco ovunque. E alcuni abiti sono così pesanti, così difficili da tenere…

La corista deve avere un fisico bestiale.

Le opere durano tre ore di media, a volte quattro, alcune si avvicinano al tetto delle cinque ore. Sempre in piedi.

Ahia, i tacchi! Leggi tutto

luciano-canforaI voti? Quanti voti? La sinistra ha perso il suo popolo durante i suoi governi, che io chiamo del suicidio. Lo ha regalato all’astensione, alla disperazione, ai Cinquestelle, alla Lega e persino a Fratelli d’Italia. Quindi mi terrei prudente, conterrei le speranze”.

Luciano Canfora, il principe della filologia classica e sempre schierato sul limite estremo del pensiero di sinistra, è inesorabile nello stimare le percentuali di successo dell’arcipelago progressista nel caso si ritrovasse unito.

Forse perché sono troppo vecchio e ricordo il flop dell’unificazione socialista. O perché in mente mi viene lo sfracello di voti che doveva prendere la Margherita quando diede vita al simbolo unico. E poi: flop. Oppure, ricorda, all’altro sfracello annunciato dal Pd, il partito a vocazione maggioritaria. Walter Veltroni e la Giovanna Melandri ogni sera in tv con questa benedetta vocazione maggioritaria. Si autoproclamavano maggioritari. Mi ricordavano quelli che alla domanda perché il papavero facesse dormire, rispondevano: perché ha la virtus dormitiva. Irresistibile come spiegazione.

Le viene in mente il fallimento delle varie fusioni fredde.

È la storia che ce lo dice. Anche quando si promosse Rifondazione comunista, e io facevo parte del gruppo di Cossutta, la cosiddetta terza mozione, parvero spalancarsi chissà quali porte, chissà quali praterie davanti a noi. Dopo un po’ di tempo le percentuali si assottigliarono fino a divenire quasi irrilevanti.

Quindi Bersani & co non si facciano troppe illusioni.

Io mi accontenterei della cifra che teme di perdere il Pd, ormai definitivamente partito di centro insieme a Forza Italia. Quel sei per cento che l’avversario Matteo Renzi paventa sarebbe già un bottino significativo.

Il Pd di Renzi?

Questo partito ha prodotto un aborto. Ora lo votano i nipoti degli elettori democristiani, le élites urbane, i benpensanti. È definitivamente e dichiaratamente un partito di centro.

Se il Pd copre unicamente il centro, facendo concorrenza a Forza Italia, ci sarà dunque una speranza a sinistra? Saranno paragoni inappropriati, ma altrove, dove la sinistra si è presentata nel suo vestito più classico e con i volti persino datati dell’americano Sanders e del britannico Corbyn, il proprio popolo l’ha ritrovato eccome.

Anzitutto si ricordi che in America, e non da ora, esiste un pezzo della sua società illuminato che vota a sinistra. Bernie Sanders ha perso il confronto con la Clinton perché anche lì le primarie sono una buffonata. Però c’è un’altra verità da riferire: negli Usa la sinistra non ha mai governato. E in Gran Bretagna i laburisti invece non si sono mai suicidati.

Invece in Italia la sinistra, governando, si è suicidata.

Non so perché si parli con una tale sfrontatezza di ventennio berlusconiano. Silvio Berlusconi ha governato dodici anni, il resto è opera di altri. L’emorragia di voti che ne è conseguita, aver regalato temo definitivamente alla Lega la classe operaia lombarda, o quel che resta di essa, aver prodotto migrazioni bibliche verso i Cinquestelle e financo dalle parti di Fratelli d’Italia è l’esito di un disastro politico.

La sinistra non ha un popolo, dunque, e nemmeno un leader.

La sinistra ha quel che ha, non la sopravvaluterei. Si affacceranno al voto nuove generazioni, vedremo come voteranno. Sul voto resto cauto. Sul leader possibile aggiungo che non bisogna trovare immediatamente il Giulio Cesare. Il leader deve uscire dal confronto delle idee, dal corpo a corpo nell’agone politico.

Torna in campo persino il nome di Prodi. E Bersani risulta addirittura più popolare di Pisapia. Di nomi nuovi e volti giovani nemmeno l’ombra.

A parte che Giuliano Pisapia è quasi coetaneo di Pierluigi Bersani e non vedo perché dovrebbe essere più popolare, ma che fesseria è questa dell’anagrafe? Il più giovane presidente del Consiglio che abbiamo avuto si chiamava Benito Mussolini. E ho detto tutto.

Da: Il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2017