Allarme! Allarme! Gallipoli non è più la Ibiza italiana! Sfortunata e morente, sta versando lacrime amare. I giovani ad un tratto sono spariti, le strade si sono fatte buie, e i ristoratori, gli albergatori, i commercianti sono sull’orlo di una crisi di nervi. Tra le più fameliche orde di predatori io inserisco d’impeto coloro che campano di turismo. Perché non hanno misura, non hanno equilibrio. È tutta una corsa ad arraffare, conquistare spazi, promuovere abusi, scansare ogni minima regola.

Gallipoli è stata definita ingiustamente la perla del Salento. Lei, la città di mare che si affaccia sullo Ionio, è innocente ed era in gioventù bellissima. La natura e gli avi l’hanno resa preziosa con l’incanto di una lingua di terra tonda che si adagia sull’acqua e dall’acqua raccoglie ogni frutto. La natura e gli avi non hanno pensato però a chi, secoli dopo, l’avrebbe abitata e abusata. Un’orda di predatori che in nome dell’arraffa – conquistare ad ogni costo e ad ogni prezzo, ogni disgraziato che avesse le sembianze di turista – l’hanno allagata di cemento. Hanno eretto, con la presenza di attiva omissione dello Stato, dell’amministrazione comunale e di tutti gli altri enti chiamati a tutelare il paesaggio, l’equilibrio e la bellezza, un’edilizia cafona, incivile, tracimante. E per anni, nei palazzotti costruiti ai margini della città vecchia, nelle stamberghe trasformate in case, nei parcheggi trasformati in b&b, hanno raccolto poveri cristi, per lo più giovani, chiedendogli questo mondo e quell’altro.

Gallipoli l’anno scorso non era una città ma, in alcune sue porzioni, una latrina a cielo aperto. E in troppi altri casi una serie infinita di abusi. Finalmente la magistratura, ridestatasi da un sonno lungo vent’anni, ha sanzionato chi aveva infranto non una regola ma una montagna di prescrizioni chiudendo locali e l’esercizio abusivo di attività turistiche. Apriti cielo! Turisti spariti, albergatori in crisi. E solo perché adesso finalmente per tuffarsi a mare non bisogna accoltellare il vicino di ombrellone, per mangiare un gelato non bisogna fare la fila come alla Asl, e andare al ristorante non deve trasformarsi in un’avventura.

Gallipoli è la quintessenza della nostra coscienza sporca, perché diciamo che il turismo è una fonte preziosa della nostra ricchezza ma poi dimentichiamo di curare la radice quadrata di questa pietra preziosa: la bellezza. L’Italia è bellissima e il suo Sud lo è in una forma straordinaria. Ma migliaia di azioni di rapina l’hanno sfregiata e ora gli autori dello sfregio, dopo aver incassato (fatturando però incassi miserabili) ogni ben di Dio, si lagnano se qualcuno, magari dopo anni, chiede conto.

Il lamento è tanto più orrido perché proviene da gente che non ha avuto misericordia di un ulivo, di una duna, di uno scoglio. È gente senza cuore e senza anima, che governa la sua vita immaginando che i soldi debbano servire a farne altri, solo quello. Non hanno un pensiero, gli basta essere clienti di qualcuno, non hanno personalità, gli basta essere devoti. Sono cattivi cittadini che non hanno cura dei loro figli e non hanno amore dei loro luoghi. Oggi va di moda eleggere una località capitale di qualcosa.

Gallipoli, a mio avviso, dev’essere eletta città martire per l’anno 2018. Ha subìto, come altre sue innocenti sorelle calabresi, campane, siciliane, il martirio senza che sia mai scoppiata una guerra, solo grazie alla forza di gravità della cafonaggine che lì, per motivi imprescrutabili, si è data convegno.

da: ilfattoquotidiano.it

Un particolare tipo di umani ritiene che la vita sia compendio di sfortune, di soprusi abietti, di scontri epocali. C’è sempre qualcuno nel mirino, perché la realtà non è mai mutevole, e l’avversario è intramontabile, nemico per sempre. Cosicché anche quando il suo avversario, o colui che ritiene tale, fa qualcosa di decente trova il modo di screditarne il valore per mettersi a pari con la coscienza e ristabilire il giusto equilibrio della dose di veleno quotidiano. Dopo la stagione dei cosiddetti “buonisti”, coloro che impalmavano ogni faccenda, anche la più screanzata, con un sorriso, è nato – grazie a internet – il regime dei “cattivisti”.

I cattivisti si dividono in due fazioni: i razionali e gli emotivi. Una sub specie è quella dei cretinetti: sono i cattivi che cibano le loro giornate di ironie di quarta categoria. Internet ci ha rimessi in riga e fatto ritornare quelli che siamo sempre stati senza però mai dircelo: ci ha fatto ritrovare il gusto di essere cattivi. Cosicché qualunque cosa ci riempie di bile.

Anche a chi scrive Luigi Di Maio non sembra abbia somiglianza alcuna con Karl Marx, e il suo decreto “dignità” sarà anche pieno di buchi, imprecisioni e contraddizioni. Ma è troppo convenire su un punto, almeno su uno? Sul fatto cioè che il lavoro – qualunque tipo di lavoro – sia stato squalificato, derubricato, svilitoanche oltre le contingenze di una crisi economica senza pari? È troppo convenire almeno sul fatto che, in nome della crisi, una genia di imprenditori abbia costruito il nuovo teorema dello sfruttamento? Acquisire a qualunque latitudine e per qualunque necessità una forza lavoro a un costo sempre più contenuto, spinto addirittura sotto i limiti della fame?

Non bisogna essere marxisti, figuratevi se comunisti, per acquisire questo dato elementare come elemento condiviso e da lì partire per tentare di dare un futuro alle nostre speranze. Niente. I cattivisti sono all’opera. Forti del fatto che quegli altri, che ora sono al governo, nel ruolo degli oppositori erano ugualmente cattivi, anzi di più!, bisogna rendere la pariglia.

Merita un plauso invece Matteo Salvini, del quale sempre chi scrive non è un appassionato estimatore delle sue parole. Salvini ha compreso da tempo che ci piace essere cattivi, anzi cattivissimi, anzi ancora di più. E ogni giorno serve il menù che attendiamo, come i cani davanti alle macellerie di paese aspettano l’osso. Poi, per far fluidificare il nostro cattivismo e renderlo simpatico, il nostro Matteo, che la sa lunga, aggiunge come fosse il dessert dei giorni di festa, un pizzico di allegro ma pingue sarcasmo. Lui sa infatti che siamo anche un po’ cretinetti. Oggi per esempio ha scritto un bellissimo tweet: “Contro il caldo africano purtroppo non posso fare nulla. Come va da voi?”.

Fa un caldo africano anche qui, Matteo. Ma che forza di ministro che sei, e che ridere che fai!

da: ilfattoquotidiano.it

Il servizio pubblico è un servizio privato. I partiti hanno sempre utilizzato la televisione di Stato come macchina di propaganda, alloggio per i connessi, piattaforma espositiva delle amicizie influenti. L’informazione fa rima con manipolazione e tutto il mondo è paese. Il potere ha bisogno di indirizzare la comunicazione, orientare l’opinione pubblica, governare, assopire, o anche esaltare.

È storia di questi decenni di come la sinistra abbia gestito insieme alla destra, ed è cifra peculiare di questo Paese che abbia avuto al comando un tycoon dell’industria televisiva.

Queste elementari premesse dovevano consigliare assolutamente a Lega e Cinquestelle di cambiare registro e, almeno sul nome del presidente, ruolo di garanzia e non di governo, offrire al Parlamento la possibilità di scelta su una rosa minima ma degna.

Invece è successo che i Cinquestelle, incassata la nomina dell’amministratore delegato, l’uomo solo al comando, abbia lasciato alla Lega la facoltà di esercitare il diritto di proprietà sulla presidenza. Il nome che è stato imposto, quello di Marcello Foa, aveva unicamente questa funzione: spiegare bene chi comanda e non lasciare agli altri  nemmeno la cortesia dell’offerta, solo l’obbligo dell’approvazione.

Il cambiamento ha la sua forza se è sostenuto da uno stile, da un modo di essere, da una pratica di governo. Se questo proposito è falsificato, resiste la vecchia pratica ad opera di volti nuovi.

Non c’era da scandalizzarsi sapendo chi è Salvini, un po’ più di stupore lo assicurano i grillini.

E ruba un sorriso di compassione la fregola con la quale Foa ha agguantato le chiavi della stanza presidenziale e la poltrona di pelle umana prima ancora che la commissione di Vigilanza concedesse il parere vincolante.

Il presidente non si è accorto di essersi trasformato in un Fantozzi in sedicesimo.

Prima lascia meglio è.

da: ilfattoquotidiano.it

Solo uno stupido presume che questo governo, per principio, debba fare o faccia unicamente cose sbagliate. Secondo Aldo Grasso del Corriere, Danilo Toninelli, il ministro delle Infrastrutture, sarebbe null’altro che il ministro del No. No al Tav, no al Tap, no all’Airbus, no all’efficiente consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Grasso, per rendere ancora più teatrale la sua disistima, lo chiama “ToniNo” e lo annovera tra i distruttori universali. Noi che abbiamo assai stima di Grasso aspettavamo di leggere le motivazioni che erano alla base della sua critica. Ma purtroppo dobbiamo pazientare. La sentenza è stata resa pubblica, le sue ragioni no.

Nell’attesa abbiamo passato in rassegna i No di Toninelli.

Iniziamo dall’aereo di Stato. Sappiamo quanto costa, 150 milioni di euro il contratto di leasing, sappiamo chi l’ha commissionato, cioè Matteo Renzi, ma non sappiamo a cosa serva. Infatti questo lussuoso aereo non è mai stato utilizzato da Renzi, né da alcun suo ministro. Per una volta, almeno così abbiamo capito, è salito a bordo l’ex sottosegretario Scalfarotto in missione all’estero con gli industriali italiani. Ha senso? Esistono gli aerei di linea, e gli industriali, singolarmente o in gruppo, possono riservare la business class delle migliori compagnie e, con l’aiuto del governo italiano, fare affari all’estero.

Il Tav. Mai un’opera è stata così contestata. Iniziamo a domandarci perché. Tutti matterelli i residenti della Val di Susa? Tutti vogliosi di togliere all’Italia un’opera così essenziale nel trasporto merci? I contestatori da anni documentano che i costi erano sovrastimati, il tracciato infieriva inutilmente e crudelmente sulla vallata. Perché i loro documenti, le analisi, le perizie e la logica che proveniva da quel movimento sono stati ritenuti inaffidabili e poi però abbiamo dovuto fare i conti con la realtà di altre analisi, perizie e verifiche, questa volta istituzionali, che, per esempio, hanno certificato che i 15 milioni di tonnellate di merci previste nel business plan per il 2035 rappresentano una cifra fantastica, irragiungibile? Perché appena due anni fa l’allora ministro Delrio ha comunicato la revisione del progetto con un risparmio di 2,6 miliardi di euro e una riduzione dell’impatto ambientale della tratta senza incidere in alcun modo sulla sua efficienza? Ecco, Aldo Grasso potrebbe riflettere e dirci chi aveva ragione: quelli del No o quelli del Sì. E soprattutto spiegare perché la decisione dell’attuale ministro Toninelli, quella cioè di analizzare attentamente i costi e capire cosa sia meglio fare, gli sembra così bizzarra.

Proseguendo, sempre Grasso potrebbe spiegare ai pugliesi ma anche agli italiani perché lo sbarco del Tap, il grande tubo che arriva col suo gas dal lontano Oriente, debba per forza posarsi nell’area protetta di Melendugno anziché nella zona industriale desertificata e da bonificare di Brindisi? C’è qualcuno che finora l’abbia fatto capire bene? A me sembra di no. Chi si oppone allo sbancamento di Melendugno non riuscendo a comprendere la logica di quella scelta, è anch’egli un sovversivo, un estremista, un distruttore?

E chi dice che i binari italiani siano utilizzati per meno di un terzo e le attenzioni esclusive sono destinate alle tratte dell’alta velocità, dichiara il falso? Sono più di cinquemila i chilometri di binari morti e centinaia di tratte secondarie sono in disuso. Lo sa Grasso che l’Italia nascosta, quella interna, sta morendo proprio perché non ha più via di comunicazioni celeri ed economiche? Lo sa che tra pochi anni mille dei nostri 8000 paesi moriranno, nel senso che scompariranno, perché la vita in quei posti è divenuta impossibile? Ogni anno la morìa avanza: ospedali chiusi, scuole chiuse, uffici postali chiusi.

È immaginabile che l’Italia possa essere abitata solo lungo la costa, nella direttrice nord-sud, dove appunto i frecciarossa sono in orario, e divenire un cimitero al suo interno? È immaginabile lasciare cadere milioni di metri quadrati di abitazioni oramai disabitate e concentrare nelle aree metropolitane tutti i migranti territoriali? Finora Trenitalia ha pensato non agli italiani, ma alle sue casse. Chi ha soldi e abita in città parte, chi no aspetta e spera. Comprensibile per chi ha un fatturato da salvaguardare, meno per un governo che – fino a prova del contrario – dovrebbe fare gli interessi di tutti, principalmente dei più deboli.

da: ilfattoquotidiano.it

 

Nella prima stesura del saluto su Facebook agli italiani il collega Marcello Foa, indicato come presidente della Rai, ha aggiunto per fare prima e per fare presto un’acca che non aveva chiesto di essere messa lì: “Mi impegno sin d’ora a riformare la Rai nel segno della meritocrazia e di un servizio pubblico davvero vicino agli interessi e hai bisogni dei cittadini italiani”. “Hai bisogni”, immediatamente e naturalmente poi corretto.

La fastidiosa disattenzione, ancorché proveniente dal presidente dell’azienda culturale del Paese – quindi subito segnalata e commentata – consiglia a noi tutti, che per nostra fortuna non presiediamo alcunché, molta prudenza col vocabolario, con la grammatica e con la sintassi.

Meglio un periodo semplice a uno complesso. Dopo tutto il grande linguista Tullio De Mauro ci avvertì poco prima di lasciarci, che noi italiani siamo un popolo di analfabeti funzionali. Solo un terzo di noi comprende perfettamente la frase principale e quella subordinata. Il resto dell’umanità, stragrande maggioranza di un popolo dedito ormai alla tastiera da combattimento, riesce purtroppo a comprendere solo frasi brevi e una costruzione semplice del periodo (soggetto, predicato e complemento). Cosicché a tanti di noi restano in mente solo le parole di uso comune, quelle con cui tracciamo il solco della nostra nuova giornata: schifo, merda, negro, migrante, ladro, rom.

Come il presidente della Rai ha appena dimostrato, dobbiamo invece sforzarci di scovare nel vocabolario anche le parole a noi più lontane. Le impareremo a conoscere e ad apprezzarle.

Non insistiamo a dare soddisfazione alla potenza del nostro pensiero, quasi che scrivere presto fosse come quegli impellenti bisognini, perché, purtroppo per noi non ci sarà nessuno che tirerà la catenella.

da: ilfattoquotidiano.it

Piano piano, senza far rumore perché il colpo di pistola assomiglia a quelle pernacchiette che anticipano i botti veri diCapodanno, gli italiani stanno finalmente prendendo confidenza con le armi e fantasticando con la mente. A Macerata, ricordate?, un uomo espresse tutto il suo sdegno in nome del “Prima gli italiani”, e falciò una serie di persone di colore. Un libero tiro a segno. La democratica Macerata invece di insorgere si chiuse in casa, impaurita da quell’atto, e il Pd – che pure aveva subito una pallottola diretta a un suo circolo – s’indignò ritirando ogni appoggio alla protesta di piazza. Il suo sindaco raccomandò a tutti di non fare baccano per strada, i concittadini erano ancora sotto stress e non avrebbero retto all’urto di una manifestazione pacifica.

Passarono le settimane e qualche pernacchietta venne udita a Forli, poi a Caserta. Infine, ma è cronaca di questi giorni, un esemplare funzionario del Senato, in quiescenza per raggiunti limiti di età, stava provando la sua meravigliosa pistola a piombini. Nessun proiettile vero, solo piombini che, come dice la parola stessa, fanno male senza strafare. L’uomo esemplare, il padre di famiglia, italiano al cento per cento, volendo esercitarsi è uscito sul balcone e ha mirato dall’alto verso il basso in modo che il suo esperimento fosse sottoposto anche alla virtù della balistica. Per un accidenti, che ancora il pistolero non sa spiegarlo, una bimba rom ha intercettato il piombino, forse per sgraffignarlo?, e con una torsione incredibile ha lasciato che le si conficcasse in una spalla.

E che dire di quel che è appena successo a Cassola, nel vicentino? Un signore, anche lui con carabina in spalla ha scelto ieri di sparare qualche colpo di piccolissimi e innocenti pallini di piombo. Aveva un piccione come dirimpettaio e voleva innocentemente spiegargli che era meglio sloggiare: Prima gli italiani.

Il piccione è volato via, cosicché i pallini di piombo, ormai liberi  nella traiettoria, hanno autonomamente scelto di dirigersi nella schiena di un uomo, incredibilmente al lavoro su una scala e, ancor più inspiegabilmente, di colore nero.

I pallini, già tradotti in caserma, devono spiegare perché hanno cambiato traiettoria sebbene il proprietario della carabina avesse raccomandato prudenza. La linea difensiva dei pallini, illustrata dall’avvocato difensore, è la seguente: “Avevamo capito di prendere due piccioni con una fava”.

da: ilfattoquotidiano.it

Siamo più attenti alla provenienza della rucola che al curriculum di un nostro parlamentare: chi è, cosa ha fatto nella vita, cosa ha intenzione di fare per noi. Intendiamoci: facciamo assai bene a indagare sulla rucola e su ogni altro cibo, a evitare le contraffazioni. Dovremmo, parimenti, avere la stessa voglia di conoscere, almeno per sintesi, chi andiamo a votare. La vicenda dell’onorevole Andrea Mura, il deputato che si rifiuta di andare in Parlamento perché troppo preso dal suo amore per la vela, ci dice che ai principi della democrazia rappresentativa siamo abbastanza indifferenti.

Non ho alcun dubbio che l’onorevole Mura abbia avvertito i dirigenti del Movimento Cinquestelle del suo amore immenso per gli abissi. Come non ho alcun dubbio che le migliaia e migliaia di cittadini che hanno votato Cinquestelle abbiano a cuore le sorti dello Stato, che anzi abbiano sofferto per averlo visto saccheggiato, che abbiano subito la frustrazione di assistere a tante o piccole ingiustizie. Ma resto convinto di un fatto: per loro più delle idee e delle passioni del candidato Andrea Mura, velista incallito, contava il simbolo del movimento. Bastava una croce sul simbolo. Garanzia per tutti.

Indagare sulla storia della rucola, l’erba asprigna che gustiamo a tavola, è un’attività assai più meritoria che conoscere il curriculum di chi mandiamo in Parlamento? Sembra di sì. E infatti l’onorevole Mura se ne è andato per mari, felice come solo un velista col maestrale può esserlo. E se i giornali non avessero pubblicato le assenze dei parlamentari e soprattutto se Mura non avesse risposto con miracolosa sincerità sulla sua scelta (un giorno a settimana in terra, cioè al Parlamento, e il resto in acqua) nessuno se ne sarebbe accorto. Forse neanche Luigi Di Maio che gli ha dovuto chiedere di dimettersi.

Però resta un fatto: chi l’ha candidato sapeva, perché lo stesso Mura dichiara di aver avvertito in tempo, dei bisogni insopprimibili della sua persona, eppure l’ha messo in lista. Perché l’ha fatto? Perché forse sapeva che gli elettori avrebbero votato comunque e a prescindere. Il voto era sul simbolo del Movimento non su chi lo rappresenta. Ma la democrazia rappresentativa si fonda invece proprio sul principio rappresentanza. In nome e per conto del popolo sovrano.

E Davide Casaleggio, che è la Corte Suprema dove ogni ultima istanza del movimento viene presentata, sapendo che siamo più incuriositi dalla provenienza della rucola che dalla vita e dalla storia di chi eleggiamo, ha annunciato che tra qualche tempo del Parlamento potremo fare anche a meno. Così invece di delegare, magari al velista assenteista, esercitiamo da casa, magari mentre laviamo con cura la rucola, il controllo diretto sui nostri governanti.

Click click, urrà!

da: ilfattoquotidiano.it

Poteva l’odio garantire zone franche? Poteva l’invidia non esondare e allagare anche quei campi rimasti all’asciutto di contumelie? Così pure il ciclismo, l’ultimo spettacolo che si guarda senza dover pagare il biglietto, la strada è il campo di gioco, subisce il destino di questo tempo.

Il Tour de France è la gara a tappe più famosa e più seguita al mondo. Lungo la strada migliaia di appassionati (all’Alpe du Huez un milione di persone erano sul ciglio dei dodici chilometri più impegnativi, una scalata memorabile) attendono ore se non giorni pur di guadagnare le migliori posizioni. E da sempre solo applausi di incoraggiamento, tranne trascurabili episodi di incontinenza.

Quest’anno però sono comparsi i fumogeni, che è veleno puro per chi è già in debito d’ossigeno e sta scalando una montagna, poi secchiate d’acqua gelida e cattiva, o spintoni, oppure ostruzioni (il nostro Nibali, il miglior corridore italiano, si è dovuto ritirare finendo in ospedale) o infine sputi.

Lo sputo è il nuovo biglietto da visita. Lo sputo al nemico, in questo caso il team britannico Sky e i suoi campioni, Geraint Thomas e Chris Froome, rispettivamente primo e secondo in classifica, è il modo in cui si evolve tristemente il rispetto di un tempo verso il più forte, lo sputo è il marchio di fabbrica dell’invidia sociale, lo sputo, che sui social si esprime con le parole-rutto, al Tour si manifesta con il corpo.

Finora mai, nemmeno quando alcuni corridori come Froome, sospettati di aver fatto uso di farmaci vietati, ci si era spinti a tanto.

Ma il vento dell’odio spira forte, e legittimato anzi sostenuto dalla classe dirigente che invece di trovare risposte ai nostri bisogni ogni giorno indica nuovi nemici alle nostre ansie, avanza in territori proibiti.

Il fumogeno velenoso, le secchiate d’acqua cattiva, lo spintone, la parolaccia, infine lo sputo. È l’azione ascendente di chi odia: prima lo manifesta con i simboli dello sfregio, poi adotta il vocabolario dell’ingiuria, infine mette il proprio corpo al servizio contundente.

E non si ferma mai, non si ferma più.

da: ilfattoquotidiano.it

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Costruite e sarete felici! Gli arbusti edilizi di Catanzaro, le escrescenze cementizie, quelle tumefazioni dell’ambiente costringono la città a essere invasa dal brutto che a volte si fa orrido impellicciato di alluminio, a loro modo fondale della speranza e non della calunnia. Il regime calabrese, l’impotente monopolio degli spicciafaccende che hanno sgovernato, fossero di centrodestra o di centrosinistra, la Regione da quando è nata, ha convinto i suoi abitanti che un paradiso in terra anche per loro ci sarebbe stato, che comunque una pizzeria, un bar, un albergo o un negozietto segnasse la terra promessa.

La maleducazione al cemento, che trova in Catanzaro il suo capoluogo, è cosmesi che trucca le campagne e unisce le altre città. Il non finito, riduzione filosofica dell’incompiuto, è un tratto caratteristico che un fotografo e un filosofo, Angelo Maggio e Francesco Lesce, hanno illustrato con passione e competenza. “Il fabbricato non finito non è solo un elemento estetico che punteggia da cima a fondo il paesaggio calabro – spiega Lesce – ma costitutivo di uno stile di vita”.

Negli anni sessanta costruire è stato l’imperativo categorico della modernizzazione. Che significava collocare le proprie speranze nel futuro, era l’aspettativa del riscatto: “Il fabbricato non finito è un progetto che doveva realizzarsi e mai si è realizzato, è rimasto sospeso nel tempo, e ora è divenuto parte integrante del paesaggio”.

Badolato, Caulonia, Stilo, e prima il Crotonese, o Soverato se si è sullo Ionio e se ne discende da Catanzaro. Lamezia Terme se si guarda al Tirreno, la crosta cementizia delle cittadine di mare (i calabresi odiano la costa, sono gente di collina e di montagna, la cucina ne risente e il mare subisce l’inimicizia dei nativi).

Ad Angelo Maggio, il fotografo, la visione di mattoni a vista come fondale del Cristo di San Luca in Aspromonte lo convinse all’idea di realizzare un tour del non finito: rassegna visiva di costruzioni sospese, di vite affamate di speranza. Ricorda Angelo: “Andai a San Luca per mostrare ai residenti la mia foto con il Cristo e la costruzione di cemento dietro di lui e capire quale reazione producesse: quella foto piaceva tanto”.

L’industria del cemento ha avuto preminenza e sviluppo fino ai primi anni del nuovo secolo. Dopodiché la crisi e la povertà che ha generato, ha obbligato i calabresi al ritorno alla condizione di partenza: nuovamente e perdutamente emigranti. Restano dunque gli scheletri di ieri; oggi invece le nuove costruzioni sono fantasmagorici centri commerciali, spesso lavanderie perfette per la finanza creativa ed estorsiva della criminalità organizzata, realtà incoercibile e – a quanto pare – incontenibile.

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Mi chiamano il sindaco del vaffanculo perché non ho peli sulla lingua. Mando affanculo tutti quelli che vogliono bloccare, ostruire, trescare, sospendere. In Calabria chi può dire, come posso dire io, che con la politica non ho da spartire ricchezza. Non tocco un euro, non ho bisogno di niente. Tutti mi riconoscono l’onestà. E questo mi fa scavalcare le montagne”.

Sergio Abramo è il podestà di Catanzaro. Non solo imprenditore, non solo ricco, non solo spigoloso, polemista, ambizioso, affabulatore. Brevilineo, scatto nervoso e tenace, si è accasato nel municipio della città da circa un ventennio, con una parentesi fallimentare al consiglio regionale.

Mi chiamavano una volta al mese, mi pagavano per partecipare a una stupida riunione di una commissione consiliare. Una noia mortale. Avrei fatto bene il presidente, ma il centrodestra non mi ama, diffida di me. La politica è entrata nel mio corpo per la prima volta grazie a Massimo D’Alema, che mi fece sapere di vedermi bene alla guida della coalizione di centrosinistra. Non se ne fece nulla, passai dall’altra parte.

Lei è sindaco di Catanzaro. Più di una città sembra uno svincolo, infatuata dal cemento e conquistata dalla bruttezza.

Puoi fare quello che vuoi, puoi fantasticare con la mente, puoi faticare come un mulo, puoi attirare progetti, ma tutto quello sporco non se ne va più. È lì e lì resta.

Intanto dica basta al nuovo cemento.

Basta? Ho appena mandato affanculo quelli che mi proponevano di autorizzare una lottizzazione di quattrocento case nell’unica area ancora libera che dà sul mare. Come sa, Catanzaro è mare e montagna. Il suo cuore è quassù, dove fu eretta, mentre l’anima commerciale, se possiamo chiamarla così, si trova ai suoi piedi.

Dicono che lei sia un gran affabulatore, che converta in realtà la fantasia, la accusano di trasformare il falso in vero.

Ah sì? Quando sono arrivato qua (era il 1997, ndr), mi sono seduto su questa sedia, ho trovato solo macerie e debiti. Progetti appena abbozzati, lasciati incompiuti, pilastri di cemento armato a vista, lotti mai finiti. Se questa città ha un teatro funzionante, un centro espositivo, una pavimentazione adeguata nel centro storico, dei servizi essenziali dignitosi, una piscina, lo deve a me. Se questa città avrà un impianto di trattamento dei rifiuti che la farà star tranquilla per i prossimi 150 anni, una metropolitana leggera che legherà il territorio oggi sfaldato e boccheggiante, beh vuole che un po’di merito non me lo pigli?

Se lo prenda pure, senza strafare.

Strafare? Io invece strafaccio. Sto seduto su questa poltrona di sindaco dalle otto di mattino alle otto di sera, mi leggo tutto perché non ho fiducia in nessuno. Odio le camarille, odio i potenti, odio i fannulloni, odio chi pensa solo a se stesso. Catanzaro è popolata da uomini che hanno pensato solo al proprio portafogli.

Dopo San Vitaliano, il patrono, c’è Sant’Abramo, il super efficiente.

Santo non sono, efficiente sì.

Lei è buono, i cattivi sono gli altri.

Sono onesto e faccio di tutto per amministrare bene.

Odia la politica ma ne è coinvolto come nessuno. Vorrebbe fare il presidente della Regione?

Mi piace amministrare. Le sembra mai che la Calabria produca in loco beni che hanno solo il 13 per cento del valore del suo Pil? Le sembra mai possibile che non abbia produzioni, nemmeno quelle elementari, per far fronte alle proprie necessità? Le sembra possibile che ogni minchiata debba essere acquistata fuori? E le sembra possibile che noi dobbiamo essere ridotti in questo modo? I calabresi sfottuti ovunque.

Tanto il centrodestra non la candiderà in autunno per la sfida regionale…

Lo so che non mi vogliono, li farei filare. Ma diamo tempo al tempo.

Intanto a Catanzaro lei ancora deve finire i compiti. Ha fatto pace con l’imprenditore Noto, il più ricco della città.

È lui che ha fatto la guerra a me. Visto che l’ha persa, per rimettersi in gioco ha dovuto comprare la squadra di calcio. Ha fatto una buona cosa.

Sergio Abramo, il sindaco che manda tutti a quel paese.

Se non lavori, ti mando a quel paese sì. Se vuoi farmi fesso, ti caccio via. Perché, è sbagliato secondo lei?

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018