Mentre siamo tutti impegnati a inseguire lo spread, osservandone ogni minima oscillazione, dopo aver inseguito ogni immigrato, temendo l’ora x dell’invasione totale, non ci siamo accorti che siamo già a buon punto con la secessione intra moenia. Il Veneto infatti, forte del referendum che ha sancito l’aumento dell’autonomia regionale, ha chiesto al governo, dove conta buoni amici, di ricalcolare la distribuzione dei danari dal centro alla periferia. D’ora in avanti i danari che Roma dovrà sganciare a ciascuna regione dovranno non solo tener conto del fabbisogno territoriale (il cosiddetto costo standard) ma anche del gettito fiscale pro capite. Più ricco sei più servizi hai. Cosicché in Veneto un ammalato godrà certamente di migliori cure che in Calabria, uno studente avrà migliori scuole, un camionista migliori strade, un vigile del fuoco (il Veneto vorrebbe anche loro alle dirette dipendenze) migliore paga. Direte: ma già è così. Vero. Non dovrebbe essere ma è così. Però la novità è che in futuro verrà formalizzato, se queste richieste dovessero essere accolte, che l’Italia non è più una e indivisibile ma due o forse tre.

da: ilfattoquotidiano.it

È una questione ciclica e attiene alla nostra ansia, al bisogno di credere nella magia perché la scienza non risolve quel che noi vorremmo fosse bell’e pronto: la ricetta per l’immortalità. Da qualche mese ad ogni ora del giorno e della notte il signor Adriano Panzironi, capelli fluenti sul collo, fisico asciutto, né giovane né vecchio, garantisce la semi-immortalità. Di pomeriggio o di sera c’è lui, giornalista pubblicista, e sbuca in tv e spiega che seguendo i suoi consigli dietetici la nostra vita si allunga di molti decenni e arriveremo, se tutte le pagine del suo libro (Life 120) e dei connessi beveroni saranno letti e digeriti bene, al trionfante risultato di campare almeno 120 anni, giorno più o giorno meno.

Panzironi, trovandosi nell’impiccio, spiega anche che ogni malattia, dall’unghia incarnita al tumore, è tenuta a bada della sua dieta miracolosa e ogni malanno, sufficientemente serio, regredirà appena noi berremo la pozione magica, e terremo a portata di mano il suo librone della felicità.

L’Antitrust sulla concorrenza gli ha appena comminato mezzo milione di euro di multa per pubblicità ingannevole. In ciò il dramma: l’Antitrust ritiene possibile che migliaia di italiani siano abbastanza stupidi da cascare nella favolistica ciarlatana. Temiamo che abbia ragione. Forse la multa lo aiuterà persino a dirsi vittima del sistema, e noi, dopo le alghe, le pietre calde, e le corna d’oro, scenderemo in piazza per la difesa del beverone.

da: ilfattoquotidiano.it

Arrestare Mimmo Lucano significa combattere l’unico modo in cui l’accoglienza si è fatta integrazione. Certo, è molto probabile che il sindaco di Riace abbia forzato le regole, sia andato al di là dei suoi poteri e persino che abbia consapevolmente infranto il codice penale. Non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, altrimenti. Ma c’è reato e reato. Marco Pannella ha dovuto far fronte a decine di processi. Si può dir di lui che sia stato un delinquente? E i picchetti operai che a volte hanno violato la libertà altrui (penso soprattutto al blocco stradale) possono essere giudicati atti criminali?

Mettere in manette il sindaco di Riace ha il sapore acre di una condanna morale, di un giudizio sulla sua onestà e sul suo onore più che sui suoi comportamenti. In una terra che vive di malaffare, popolata da cordate di collusi e corrotti, questo arresto, forma ultima ed estrema da valutarsi come obbligata in ragione della pericolosità sociale del soggetto e della sua capacità di reiterare il reato, mette in cella anche la speranza che l’immigrazione se non è coniugata all’integrazione divenga solo fonte di un sentimento che si va facendo sempre più razzista, che vive sempre più nell’ossessione dell’invasione, il fatturato ultimo della propaganda salviniana.

Riace da modello salutato come esemplare nel mondo diviene crimine organizzato, da fortunata esperienza collettiva è restituito alla forma di intrapresa delinquenziale.

Il danno che si fa alla speranza, e anche alla fiducia nella giustizia, è enorme.

Capiremo meglio nelle prossime ore di quali gravissimi crimini si sia macchiato Lucano.

Ma questa misura così punitiva sconforta e un po’ mette paura.

da: ilfattoquotidiano.it

Malgrado tutto, abbiamo bisogno sia di un’opposizione che di una piazza. Malgrado oggi dal palco a protestare contro la cosiddetta deriva “populista” fossero i suoi legittimi dante causa. Malgrado il capitale politico bruciato in un ventennio, la reputazione finita negli abissi, la stima e la fiducia annullate da stili di vita (e di governo) che hanno provocato il più terribile dei paradossi: un partito erede della sinistra classica che vede fiorire, con le sue politiche, milioni di nuovi poveri e che perde il senso della propria ragione sociale.

Un’opposizione vigile, non cialtronesca né demagoga, sceglie le strade proprie per far sentire la sua voce: il Parlamento e anche la piazza. Attiva il confronto, difende così la democrazia e aiuta anche la maggioranza di governo a contenersi. Oggi è stata la volta del Pd, che è divenuto un pezzetto di un mondo, di un popolo senza più cittadinanza, ma che resta l’unico in grado di mobilitare passioni e speranze. Il centrodestra sta naturalmente in silenzio, aspetta che Matteo Salvini lo conduca al governo e presto, alle prossime regionali, verificheremo come tutto andrà secondo tradizione.

E chi mai, se non la sinistra, potrà dire che è vergognoso rispondere al presidente della Repubblica con un “me ne frego dell’Europa”? Chi, se non la sinistra, potrà rammentare agli italiani che il me ne frego ha un solo padre, Benito Mussolini? Chi, se non la sinistra, potrà ricordare a Di Maio che correre al balcone di palazzo Chigi per esultare per la vittoria conquistata con la manovra di bilancio, ha le stimmate del peronismo argentino, di un populismo da quattro soldi, è deriva da reality show?

Chi, se non la sinistra, può denunciare il regalo contenuto nel cosiddetto provvedimento della “pace fiscale”, agli evasori, i furbi, coloro che prendono e mai danno. Il provvedimento più ingiusto, l’offesa più grande al principio di eguaglianza, il solito favore ai soliti noti. Ma chi, se non la sinistra, deve considerare necessario aiutare le fasce più deboli, i poveri e i poverissimi, attraverso un sussidio universale? Perché considerare un lusso evitare che migliaia di famiglie vadano incontro alla fame? E se si ha fame come si fa, cosa si fa?

E sempre la sinistra deve registrare come giusto, possibile, opportuno, detassare coloro, per lo più giovani, privati di una serie di benefit sociali, obbligati, attraverso il sistema della partita Iva, a lavorare il doppio per guadagnare meno della metà degli altri. E la sinistra deve anche considerare che esistono lavori che non sono sopportabili oltre un limite d’età. Non tutti i lavori, ma tanti sì.

Ed è sempre la sinistra che può far capire che il vero reddito di cittadinanza si avrà se si sceglierà la strada degli investimenti per tenere in piedi l’Italia: strade, ponti, ferrovie, manutenzione straordinaria delle periferie e dei centri storici, tutela della terra, dell’assetto idrogeologico. E poi il sapere: scuola, cultura, aumento delle borse di studio e di ricerca, allungamento del tempo pieno. Questa è la crescita. Un’opposizione che veda il giusto, che spinga sul necessario e denunci l’ingiusto, l’improbabile e anche l’azzardo. Un’opposizione ci vuole, e anche una piazza.

da: ilfattoquotidiano.it

La manovra del popolo, la Costituzione del popolo, il movimento del popolo. Se ogni decisione è presa nel nome del popolo, chi mai potrà ritenerla sbagliata? Qualunque tipo di azzardo sarà giustificato dall’esigenza di aver detto e scritto, finanziato o revocato un provvedimento per il bene del popolo, dunque di tutti.

Richiamarsi al popolo continuamente e anche a volte eccedendo con questa connessione sentimentale, può produrre effetti collaterali.

Innanzitutto la prima: la benemerita manovra si finanzia col debito pubblico. Dunque potremo chiamarlo debito del popolo. Dal quale popolo, qui sorge la domanda, vanno detratti gli evasori fiscali oppure no? Anche gli evasori sono nostri concittadini che usufruiscono dei servizi ai quali tutti accediamo. Dunque sono popolo. Però essendo evasori al momento di pagare i debiti non sono popolo.

Secondo effetto collaterale: a nome degli italiani, dunque del popolo, parla anche il presidente della Repubblica che consiglia, indica, propone. Il popolo che rappresenta Mattarella è lo stesso a cui fa riferimento continuamente Di Maio? Mettiamo caso che Mattarella, interpretando il popolo, esprima parere differente a quello del governo. Che si fa?

Terzo effetto collaterale: i giudici sentenziano in nome del popolo italiano. E proprio nel loro nome hanno inquisito il ministro dell’Interno Salvini.

Che però – ricordate? – ha risposto spiegando che lui rappresenta il popolo, ed in nome del popolo sta governando e i giudici – che attualmente giudicano in nome del popolo – si facciano eleggere dal popolo per giudicare un uomo del popolo.

Il popolo: cioè uno, nessuno e centomila.

da: ilfattoquotidiano.it

Vedere il presidente del Consiglio posare per i fotografi avendo in mano il cartello del #decretoSalvini, hashtag incluso, fa semplicemente tristezza. Non si capisce più se il professor Giuseppe Conte sia un premier o un ostaggio, sia un protagonista o una vittima di sé stesso, della sua ambizione che ogni giorno esige un corrispettivo sempre più oneroso per vederla realizzata. Conte è divenuto un ausiliario dello spot salviniano, rimosso perché inservibile appena il set di palazzo Chigi ha chiuso i battenti e la contraerea di Matteo Salvini si è abbattuta sui social, facendo migliaia di vittime (“in dieci minuti già terzo in Italia su Twitter! Grazie” ha annunciato felice il ministro dell’Interno).

Far apparire l’immigrazione clandestina, che resta un grande problema da affrontare, come il principale problema della sicurezza in Italia, stabilizzare nella mente l’equivalenza clandestino/ladro (spacciatore, stupratore etc) e risolvere la questione poi con l’hastag resta il raggiro più grande, la truffa più insopportabile alla ragione e alla logica.

La sicurezza in Italia è purtroppo minata da una criminalità diffusa e feroce che è oramai divenuta una montagna invalicabile. Solo per fare un esempio: il presidente Conte proviene da una terra, la Capitanata, la piana foggiana, in cui la legge è scomparsa. Sono i gangster made in Italy a spadroneggiare, a estorcere soldi a chi lavora, a rendere schiavo chi ha bisogno. A espropriare, sparare, intimidire e trasformare quella terra in un far west.

È una vergogna tra le tante e il presidente del Consiglio dovrebbe dichiarare di provarla per l’incapacità dello Stato di rifiutare questa umiliazione invece che fare dei migranti un capro espiatorio sistemico, funzionale al cortocircuito creato per ingannare anziché risolvere un problema. Le baby gang di Napoli, le mafie che dominano il Mezzogiorno, i colletti bianchi che la infiltrano nel tessuto produttivo del Nord: queste rappresentano l’emergenza sicurezza. Contro di esse lo Stato dovrebbe impegnare ogni risorsa. E invece?

Invece il premier fa il comprimario nella recita salviniana.

Il foglietto in mano, lo sguardo assente, gli occhi che mirano il vuoto.

È il premier dell’altrove.

da: ilfattoquotidiano.it

Sappiamo che Rocco Casalino è molto bravo. Plurilingue, laureato in ingegneria, efficiente, lavoratore instancabile e anche fantasioso e con ottime relazioni.
Non sappiamo però perché Casaleggio e Di Maio e Grillo non l’abbiano destinato al ruolo che gli compete: un ministero di prima classe dove poter illustrare le proprie qualità, costringendolo alla bottega di portavoce di palazzo Chigi.

La preoccupazione di un portavoce è infatti quella di trafficare principalmente con i giornalisti. E questi ultimi hanno la medesima ansia: trafficare col portavoce, illustrare a lui, affinché conceda o neghi, i pensieri, le magie, le suggestioni del potere. Il più delle volte il portavoce chiede silenzio e porta silenzio. Casalino, che è il più bravo di tutti, concede molto più del suo silenzio. E lo fa nelle forme brillanti della sua personalità. Magnifico e immortale il videoritratto di sé stesso mentre cronometrava il tempo, cioè i secondi, che sarebbero trascorsi affinché la notizia, il boccone prelibato che aveva concesso a Enrico Mentana, un signor giornalista, sugli esiti della crisi di governo, divenisse di dominio pubblico. Da quel video si intuiva che Casalino più che portasilenzio gradisce il frastuono, lo stupore, il botto che i suoi comportamenti devono suscitare nell’opinione pubblica: Oooohhhh!

E così, registrando il messaggio vocale destinato a un collega giornalista, ha spiegato, chiedendo fintamente di tacere, la battaglia campale contro “i pezzi di merda” del ministero dell’Economia che non concedono ai Cinquestelle ciò che hanno elargito a tutti: una manciata di miliardi, dieci, per avviare il reddito di cittadinanza, la pietra miliare sul quale si regge il governo del cambiamento. Casalino ha annunciato una “mega vendetta” contro coloro che ostruiranno. Da qui il nuovo nomignolo di “epuratore”.

Ora, senza voler mancare di rispetto a Casalino, diciamo che già Francesco Storace, nella veste di addetto stampa di Gianfranco Fini, fu gratificato dell’appellativo in questione. “Epurator” per i modi franchi e spicci con cui risolveva le faccende di governo e di partito. Casalino, molto più in alto di Storace e di tutti coloro che l’hanno preceduto nella bottega di palazzo Chigi, può tranquillamente valutare – dato il volume di intelligenza e di potere che cumula ed esibisce – se non sia il caso di stupire ancora una volta iniziando a depurare il suo vocabolario.

Depurare, non epurare né esondare. Altrimenti, seguendo il filo logico del suo pensiero, dovrebbe essere lui per primo l’epurato. Epurato, e poi magari promosso. Per esempio a Ministro dell’Economia, se Tria dovesse farsi da parte, oppure a Ragioniere generale dello Stato se la Repubblica italiana, com’è plausibile, dovesse avere necessità di una mente brillante, disinvolta, competente e smisurata.

da: ilfattoquotidiano.it

Marta ha cinquant’anni, vive a Grosseto e non ha avuto una vita fortunata. Pochi soldi, molti problemi. Uno dei quali veramente terribile: lo sfratto di casaPoi un giorno la dea bendata, come rivela Repubblica, si fa viva con lei. E con un Gratta e vinci di pochi euro ne mette in tasca molti ma molti di più: cinque milioni. È una cifra astronomica, al di sopra delle sue speranze, delle sue aspettative, del suo stesso stesso modo di vivere. Marta quindi prende quel che le serve per garantirsi la tranquillità e poi compila una lista di cinquanta nomi: amici bisognosi, associazioni, enti di carità, a cui devolvere la gran parte della vincita.

Vi chiederete: ma se è povera come fa a buttare all’aria tutta quella ricchezza? Oggi che il sogno si avvera rinuncia?

Invece il povero, a differenza del ricco, conosce il bisogno ed è sul bisogno, suo e del proprio simile, che fonda la sua vita: dà e riceve, offre e chiede. Il ricco conosce solo la propria responsabilità. Il povero vive una vita comunitaria, il ricco invece la solitudine.

Infatti sono i Paesi ricchi ad alzare i muri e rispondere con le armi alle ondate migratorie. Devono difendere il loro status dall’orda umana che ha fame e chiede di partecipare al banchetto.

L’85 per cento dei diseredati della terra è ospitato da Paesi poveri e poverissimi.

È questa la verità.

da: ilfattoquotidiano.it

Il ministro dei Beni Culturali si chiama Alberto Bonisoli. Ieri era a Genova e in un incontro con storici dell’arte, rispondendo a una riflessione avanzata da un funzionario circa la inutilità dell’insegnamento della Storia dell’arte al liceo, ha dichiarato: “Anch’io la abolirei. Al liceo era una pena per me, quindi la capisco e condivido il suo disagio profondo”.

Non sappiamo se fosse nero sarcasmo né se le sue parole fossero una protesta contro la marginalità della materia che, nel piano di studi, trasforma una buona intenzione in una cattiva pratica, oppure una semplice battuta per stemperare una discussione e un confronto difficile.

Mettiamo pure che quest’ultima ipotesi sia la verità.

L’avesse detta un tubista, un tronista, un dentista, un idraulico, oppure Calenda, o Renzi o lo stesso Salvini, faceva parte del plausibile, del possibile, di questo mondo che cambia così velocemente che persino i pensieri corrono senza governo, senza prudenza.

Ma se il ministro che deve tutelare l’Arte in Italia, ritiene – pur scherzando – che l’insegnamento della Storia dell’Arte sia inutile e faccia pena, immagino perché noiosa pratica di studio, allora il sospetto che dell’Arte al ministro dell’Arte freghi nulla viene.

E spaventa pure un po’.

da: ilfattoquotidiano.it

La visione del medico che insozza il lavabo del bagno dell’ospedale di Praia a Mare (Cosenza) intento a pulire le seppie fa domandare: ma chi è costui? Come può essersi ridotto così? Quanti sacrifici avranno fatto i suoi genitori per mantenerlo agli studi, offrirgli una vita degna, un lavoro importante, un ruolo sociale rilevante? Perché è finita così tragicamente la sua dignità, inghiottita nel lavabo, tra il nero di seppia e il camice bianco. E ancora: cosa ha fatto la Calabria per meritarsi un affronto così enorme alla civiltà, alle regole, ai doveri minimi ma inderogabili a cui ciascuno di noi è tenuto?

Ecco, partiamo proprio da quest’ultima domanda: i calabresi hanno fatto di tutto per respingere, denunciare, affamare i corrotti e i corruttori, hanno lottato fino alla morte contro gli indegni, hanno resistito fin che hanno potuto per difendere la propria dignità, il decoro pubblico?

Sebbene quel medico sia stato licenziato, una sanzione che sembra purtroppo una novità entusiasmante e non l’esito obbligato per quel comportamento incivile, resta pesante come pietra la domanda: cosa abbiamo fatto noi? Quante volte abbiamo visto e non abbiamo parlato, denunciato. Quante volte nelle corsie d’ospedale da cittadini siamo divenuti questuanti? Ci sembra uno sproposito esigere attenzione e cura da chi è pagato per prestare attenzione e cura. Ci sembra troppo esigere rispetto per il nostro parente ammalato e immobile. Ci hanno trasformati in clienti, cittadini senza diritti e senza dignità.

E noi abbiamo lasciato fare.

Grazie dunque a chi ha denunciato questo piccolo grande scandalo.

Perché è giusto dirlo: a cosa serve invocare il mondo nuovo se prima non cambiamo noi?

da: ilfattoquotidiano.it