Italo è una gran bella storia di successo. Un gruppo di imprenditori ha scelto di investire nel trasporto ferroviario, grazie alla legge che toglieva al soggetto pubblico il monopolio, e in quattro anni di attività hanno fatto bingo. Ogni euro speso è rientrato e altri nove euro si sono aggiunti come premio. Due miliardi e 500 milioni il prezzo pagato da un fondo di investimenti americano. Sono i soldi del successo, il premio a chi vede lontano e rischia di suo.

Un altro gruppo di imprenditori ha scelto di investire sul trasporto aereo acquistando Alitalia. L’affare si è rivelato poco petaloso. I debiti sono cresciuti, le tratte sono diminuite, i conti sono saltati per aria. Cosicché gli imprenditori hanno salutato i dipendenti, lasciati all’imbarco, e se la sono data a gambe. Il governo sta provvedendo alla vendita, non prima di aver sganciato 600 milioni di euro, detti elegantemente prestito ponte, somma che poi è salita a 900 milioni di euro.

Morale: se l’affare è buono, l’imprenditore raccoglie i frutti e non divide il bottino con nessuno. Quando l’affare si rivela cattivo, un colpo di tosse, un passo di lato, e Dio provvede. Poi chiamalo capitalismo.

da: ilfattoquotidiano.it

In genere sono vigili urbani o carabinieri di complemento. Li osserviamo nei collegamenti televisivi porsi sul ciglio dell’inquadratura nella speranza che il loro capoccione entri nello schermo. La televisione è potente e il piacere di farsi riconoscere al bar dagli amici resta indiscutibile. Quando c’è Sanremo il disturbatore di turno però sale di grado e diviene il politico che ritenendo vitale la propria presenza nello show più popolare d’Italia rifiuta la legge della fisica sulla impenetrabilità dei corpi e manovra per imbucarsi.

L’ESITO – largheggiando con i sentimenti – varia spesso sui diversi caratteri della compassione. Ora noi siamo abituati a tutto da Maurizio Gasparri, perciò la sua prova canora, perfettamente stonata, a Un giorno da pecora (Radio Uno) è nella coerenza del personaggio che contrasta al famosissimo Antonio Razzi (anch’egli naturalmente presente al parallelo confronto canoro), già senatore ora solo caratterista, la palma del migliore. Nella gara, e chissà perché, entra Liberi e Uguali. Con un tweet rispondono a Fiorello che sul loro nome aveva scherzato per un nanosecondo: mi ricorda lo shampoo, liberi e belli. Lo shampoo si chiamava Libera e Bella e Grasso, se proprio, avrebbe dovuto puntualizzare. Invece è comparsa la sua faccia da preside e la scritta: si, anche belli! Se non hai la battuta pronta è meglio che fai lo snob e parli di coesione territoriale. Carlo Calenda, ministro irrequieto e snob, ha pensato di imbucarsi facendo lo snob. Quindi ha scritto su twitter che, per non fare lo snob, ha visto Sanremo, appuntamento al quale mancava dal tempo degli Spandau Ballet, perché lui mica perde tempo con i Pooh. Apriamo parentesi: questi benedetti Pooh si sono divisi e sono cascati, senza un perché, sull’Ariston come quelle bombe a grappolo, arma dai micidiali effetti collaterali, sparati da Baglioni (chi, Gentiloni?) contro il popolo in festa. Ovunque morti e feriti. Ho capito, vi state chiedendo: e Salvini cosa ha fatto? Poteva lui lasciare sgombro il campo? Leggi tutto

Sempre più spesso ci capita di essere coinvolti in una qualche petizione. E’ uno strumento utile e civile che con la digitalizzazione si va facendo sempre più frequente grazie a una piattaforma, Change.org, che raccoglie e organizza la raccolta di firme. E così, dopo essermi ritrovato destinatario di una richiesta di petizione per la fine della guerra in Congo, la libertà alle donne saudite, l’obbligo per le aziende di ridurre gli scarichi inquinanti, eccetera eccetera, mi è giunta quella di invitare Asia Argento a non ipotecare casa a Morgan, il suo ex marito che è indietro con gli obblighi di mantenimento della loro bambina. La casa no, Morgan ha difficoltà finanziarie e un tetto bisogna pur lasciarglielo altrimenti rischia di finire per strada e, preso dalla disperazione, anche di suicidarsi. Nella petizione infatti si fa pure riferimento a una legge recente, la cosiddetta “salva suicidi” che aiuta le persone in crisi.

Domanda: non sarebbe il caso di lasciare a tutti i Morgan viventi la scelta di decidere sul rispetto dei loro impegni, che tra parentesi saranno pure cavoli loro, e noi invece, sempre tra parentesi, dedicarci a quelli nostri che pure sono faticosi? Come per i farmaci, anche le petizioni hanno infatti effetti collaterali. In questo caso il famoso “ma i cavoli tuoi quando te li fai?” calza a pennello. Pensare di più, almeno tre volte al giorno, preferibilmente passeggiando e senza il contapassi del telefonino in mano.

da: ilfattoquotidiano.it

De gustibus non est disputandum. Ciascuno di noi si mette davanti alla tv e scrutando Sanremo, scruta l’Italia. I pubblicitari, per esempio, hanno visto che le canzoni fanno bene alla tavola. Inserzioni massicce di olio, pomodori pelati, cioccolata fondente. Significa che con le canzoni, o canzonette, si mangia. E dove c’è il Pil c’è lui, Paolo Gentiloni. Scrutando Sanremo Pier Luigi Bersani nota che Claudio Baglioni dà l’idea di essere un po’ il Gentiloni del Festival. Aplomb da forza tranquilla. In questo caso tranquillissima. Per la verve e l’energia mostrata, e rimanendo sempre ben piantato al centro della scena, a noi ricorda di più quei mattacchioni dell’Udc ai tempi in cui sonnecchiavano, e senza neanche dividersi, in Parlamento.

L’erba dev’essere uguale per tutti. Mediapro, la concessionaria dei diritti televisivi del calcio, ha una sua strategia per farci divertire come non mai e ha iniziato a porre le sue condizioni. Basta con il famoso detto: “L’erba del vicino è sempre più verde”. Il colore del prato, il verde, dev’essere della medesima intensità in tutti i campi di calcio. Basta col verde muschio, il verde pisello, il verde acquerello, il verde svogliato. Dev’esser verde prato per tutti. Stessa tonalità. E i fili d’erba dovranno avere la stessa altezza, si giochi a San Siro o a Palermo.

Per farci sentire ancora più coinvolti, noi telespettatori che abbiamo acquistato il pacchetto televisivo “più calcio più felicità”, non dobbiamo desolarci nel vedere tutto quell’orribile vuoto nelle tribune, sinonimo di disinteresse e pigrizia sociale. Mediapro prevede che tutti gli spazi inquadrati debbano essere occupati da tifosi, o in mancanza da figuranti o, in ulteriore assenza, da soggetti coscritti. Così, e non lo sapevamo, già fanno pure in Spagna e con ottimi risultati. Guardare la partita a spalti televisivamente pieni, con urla in play back, è molto più avvincente per lo spettatore casalingo. Mediapro infine, nel prontuario che ha messo a punto per far divenire la serie A famosa e bella come la Premier League inglese, chiede che i led che illuminano i tabelloni pubblicitari abbiano lo stesso colore. Pasta De Cecco o gomme Michelin ma nella tonalità giusta per dare uniformità visiva al messaggio.

Sono pochi obiettivi, ma chiari. Non è comunque specificato se l’erba, di identica tonalità e medesima lunghezza, possa poi venire calpestata dai calciatori. In ogni caso, per evitare fraintendimenti e nel caso il campo da calcio non fosse calpestabile per non rovinare la ricrescita dell’erba, ci sarà lo speaker suggeritore che utilizzerà l’Inno alla gioia come base e l’incitamento pre registrato che Fiorello ha appena portato al festival di Sanremo: “Su le mani! Giù le mani!”. Noi da casa potremo esultare seguendo il ritmo.

da: ilfattoquotidiano.it

Sono soldi. Milioni di milioni che Veronica Lario non vuole restituire all’ex consorte Silvio Berlusconi. Sessanta al lordo delle tasse, quarantacinque il suo netto. Cifra destinata al consumo e dunque “irripetibile”, scrive l’avvocato della signora.

Giunge in Cassazione, per l’ultimo tratto di una querelle giudiziaria solcata da questo mare di quattrini con i quali gli ex coniugi costruiscono le proprie memorie intime, la richiesta della Lario. Si aspetta che la Suprema Corte cancelli la sentenza con la quale i giudici di Appello di Milano nel novembre scorso cassarono l’assegno mensile di 1,4 milioni di euro a carico dell’ex marito, ordinando anche la restituzione dell’indebito percepito nei tre anni seguiti alla pronuncia di divorzio. Essendo economicamente “autonoma” Veronica non mantiene più quel diritto. Ecco, sul punto la contestazione. I soldi, quei soldi, servirebbero a ripagarla dal sacrificio impostole dall’unione: aver dovuto “sacrificare” il lavoro di attrice alla famiglia.

Un costo che si somma al beneficio per Berlusconi di liberare tempo, grazie all’impegno casalingo di Veronica, per i suoi affari e poi, sempre grazie all’attitudine della ex moglie, alla sua riservatezza e, presumiamo, anche alla sua beltà, di aver fatturato politicamente l’immagine di una famiglia coesa e felice, oltre che esteticamente a modo.

Ora noi dobbiamo dirlo chiaro: la simpatia per Veronica non è negoziabile. “Ciarpame senza pudore” definì il contesto anche umano nel quale suo marito sosteneva la funzione del capo del governo. Una pronuncia che ha costituito la prima vera crepa del berlusconismo. Eppure questo conteggio della bellezza, e anche della felicità o dell’infelicità, sembra un pochino fuori luogo. Che Veronica non sapesse di Silvio, dei suoi piaceri, del suo lifestyle? Dubitiamo. Ogni rinuncia ha un costo, e sono le donne prima e più degli uomini, a dover affrontare il doloroso bivio del lavoro oppure della famiglia. Ma in genere la scelta è dettata da motivi opposti. Sono i pochi soldi che obbligano alla rinuncia, invece nel caso in esame sono stati i soldi, fin troppi, ad aver messo Veronica con le spalle al muro: sposare il tycoon della Brianza, vivere nell’oro massiccio ma chiusa in casa invece che calcare da nubile il palco dei teatri d’Italia. Conteggiare poi la felicità (anche sessuale?) indotta al partner e lo sfruttamento intensivo che quest’ultimo per fini politici o di affari ha fatto della sua figliolanza non appare, a prima vista, granché utile né elegante. Dei soldi, sui soldi, con i soldi la vita di Silvio Berlusconi è lastricata. E Veronica, nei 23 anni di comunione, avrà assaporato forse più dispiaceri che piaceri. È certo dunque che lei, al contrario di lui, sa che i danè non sono tutto, che la felicità non si acquista a peso e che i figli, quand’anche facoltosi per nascita, non sono fatti di oro zecchino. Carne, sangue e forse persino lacrime. Veronica, se possiamo permetterci, pensi al resto che ha ritrovato.

da: ilfattoquotidiano.it

Lasciamo cascare dalla tavola 1,3 miliardi di tonnellate di cibo acquistato, magari anche cotto ma non consumato. Grazie ai soldi spesi, alcuni miliardi di euro, trasferiamo il cibo che abbiamo comprato nella busta dei rifiuti. Spenderemo un altro pacco di soldi per portarli al termovalorizzatore. Che brucia ma inquina. Per difenderci dall’inquinamento prodotto dai gas derivati dalla bruciatura del cibo che abbiamo acquistato, forse anche preparato ma non consumato, dovremo investire un altro bel po’ di pacchi di euro.

Usando i piedi al posto della testa possiamo allargare il perimetro del nostro pensiero: se c’è più mafia o anche solo criminalità comune, ci saranno più occupati nelle forze dell’ordine, e quindi più sicurezza.

La logica non fa una piega.

Finora nessuno ha detto che non siamo noi ad essere razzisti ma loro a essere neri. Ma non c’è da disperare.

da: ilfattoquotidiano.it

La mia paura è giungere – per paura – al punto in cui è precipitato quel cittadino bianco di Macerata, il luogo del raid razzista, che a Goffredo Buccini del Corriere della Sera ha dichiarato: “Non si spara così, poteva piglia’ qualcuno”.

L’abisso dei sentimenti si raggiunge in un tempo più breve di quanto possiamo prevedere o augurarci. E’ spinto dall’ignoranza che genera la paura, dalle parole che producono ignoranza e dalle decisioni pubbliche che investono sull’ignoranza e sulla paura per profittarne.

Si fa profitto se la grande migrazione, a sua volta figlia della paura (della guerra, della fame, della violenza), invece che essere accompagnata da azioni positive è lasciata molto spesso nelle mani di organizzazioni ugualmente illegali perché il destino degli ospiti (39 euro al giorno) non è controllato, governato, gestito. Lasciarli bivaccare per strada o accompagnarli nell’impegno di un qualche servizio sociale, non è un obbligo né un obiettivo. Come non lo è trasmettere il sapere, che non è solo la conoscenza della lingua italiana ma anche l’alfabetizzazione sui diritti e sui doveri. Il fatturato si espande quando questa gente, più esposta a ogni tipo di richiesta anche illecita, viene lasciata senza alcun controllo e la sanzione della legge verso chi delinque si assottiglia fino a divenire invisibile.

Coloro che legiferano, organizzano e dispongono riutilizzano le loro inadempienze a fini elettorali. La destra, per esempio, ha governato almeno la metà nell’ultimo ventennio, e sulla paura, che ha prodotto ha poi fatto profitto elettorale.

Essendo la paura contagiosa, più paura significa più voti. Il contagio è come un chicco di grano. Il seme va in terra e poi si fa spiga.

Dobbiamo avere paura della nostra paura, perché l’abisso razzista è a un passo da tutti noi.

da: ilfattoquotidiano.it

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca? domandava don Lorenzo Milani.

Domanda porta domanda.

“A che serve essere Vittorio Sgarbi se poi finisci come Vittorio Sgarbi a pietire posti in lista, assessorati ovunque e divenire un questuante politico petulante e ossessivo?”.

“A che serve essere Carlo Cracco e poi fare la pubblicità alle patatine Pai?”

“A che serve fare il prete e poi chiudere la chiesa alle 13, come don Michele Babuin, parroco della Santa Maria della Pace a Torino, “perché qui rubano anche le candele”?”

“A che serve essere Padre Pio e poi ricevere la visita di ringraziamento di Clemente Mastella perché sua moglie Sandra Lonardo è stata ricandidata in Forza Italia?”.

Allungate a vostro piacimento la lista delle domande.

Se non ve la sentite, provate con le risposte.

da: ilfattoquotidiano.it

C’è sempre bisogno di spiegare la legge, soprattutto a chi la scrive. Pensate a come deve sentirsi oggi l’onorevole Maurizio Lupi, il cui entusiasmo nel ritrovare l’indirizzo di Berlusconi, per sbaglio dimenticato in un cassetto del ministero delle Infrastrutture al tempo del suo governo con Renzi, è stato davvero fuori dal comune. Lupi oggi è un cencio,  sconvolto da un adempimento di una norma della legge elettorale, il Rosatellum, a cui lui stesso aveva fattivamente contribuito, che lo mette momentaneamente fuori dalla campagna elettorale.

Diciassette candidati lombardi cassati da un giudice perché non hanno rispettato le regole sull’apparentamento. “Abbiamo anche chiesto agli uffici del ministero dell’Interno preventivamente cosa fare”, ha detto parecchio incavolato. La cocente amarezza di Lupi, a cui auguriamo ogni fortuna, deve aprire finalmente uno squarcio di verità sul diritto e sul rovescio. Per esempio: siamo così sicuri che il Jobs act abolisca l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori? Potrebbe darsi bene che lo stesso Lupi, o magari un suo collega legislatore, dichiari di non ricordare. E se il legislatore non sa o non ricorda, la legge resta valida o si prosegue in deroga?

Badate che non è la prima volta che accade il qui pro quo: ai tempi del suo primo ministero il leghista e statista Bobo Maroni confessò di aver approvato nel consiglio dei ministri una legge contro i magistrati a sua totale insaputa. Nel senso che aveva letto e non aveva capito. E se Maroni, che è un’aquila, non capì allora, perché pretendiamo che Lupi capisca adesso che diavolo ha combinato col Rosatellum? E se Lupi, che pure è di pronta intelligenza, non domina quel che è nel suo talento, perché far credere a Renzi e a tutti gli altri che questa legge elettorale ci porterà all’inciucio? Per caso c’è scritto inciucio? E come dar torto, volendo spaccare il capello in quattro, ai volenterosi giovani, alcuni fascisti anche embè? e un po’ razzisti, embè? di CasaPound, che la Costituzione condanna sia il fascismo che il razzismo? A parte che i Costituenti sono tutti o quasi scomparsi e pace all’anima loro. C’è per caso un ufficio del ministero dell’Interno che spiega la Costituzione a Casa Pound? E c’è un ufficio che spiega al candidato Paolo Siani, fratello dell’indimenticato Giancarlo, vittima della camorra, che gli “impresentabili” contro cui giustamente s’accanisce sono collegati al suo nome, nella stessa lista di cui egli fa parte, nella stessa città dove egli abita?

La legge, prima di interpretarla, andrebbe spiegata innanzitutto a chi l’ha scritta.

da: ilfattoquotidiano.it