UNA GIOVANE TESTIMONE DELLE BOTTE AI NERI DOPO L’ASSALTO AL BUS: “GLI AGENTI DICEVANO CHE ERA SOLO UN CONSIGLIO, UN MODO PER ALLEGGERIRE”
M. ha solo 21 anni, è una giovane donna che studia Giurisprudenza all’università di Tor Vergata, conosce il posto che deve avere la legge in una società civile. L’altra sera era a pochi passi dai bianchi italiani che volevano bastonare i neri, gli stranieri d’Africa, imputati di aver preso a sassate due autobus di linea e reso invivibile Corcolle, borgata confinata ai margini della Capitale, nella punta a est che inonda di cemento la Prenestina e la contorce fino a saturarla di traffico. M. ha visto alcuni suoi concittadini prendersela con i neri, soprattutto con un tizio ghanese, mercante pacifico di collanine. Ha visto che la protesta era monitorata da due pattuglie della polizia. Ha però sentito la voce di un poliziotto che dissuadeva un dimostrante con queste parole: “Ve li lasciamo domani. Adesso c’è troppa gente”. Leggi tutto

È apparso all’improvviso, come quei conduttori che aprono un’edizione straordinaria di tg. Con l’istant video Matteo Renzi completa la sua variegata tecnica di comunicazione e aumenta il livello della propria capacità di fare fuoco. Ritrova il grande nemico, il sindacato, e lo punta al petto. Ai messaggi confezionati ci aveva abituati Berlusconi che li recapitava alle televisioni e ai giornali, nella prevalenza considerati sue cassette postali. Quelli erano testi ovattati, usati, nel gioco delle luci e della calza, come strumento principe della tecnica di trasmissione della dolcezza, a convincere, persuadere, tirare gli italiani verso di sé. Renzi non ha cura del contesto, la telecamera taglia il suo corpo in due, ma del modo con cui chiama alla battaglia. Leggi tutto

TRA I CRITICI ANCHE GIULIANO AMATO, GIUDICE DELLA CONSULTA IL PROGETTO REALIZZA LE PROMESSE DI B. QUANDO ERA PREMIER
L’evoluzione della specie. In 45 articoli e 56 pagine, rese pubbliche quattro giorni fa sulla Gazzetta Ufficiale Matteo Renzi si congeda dal sospetto e sviluppa – apertis verbis – le fattezze di Silvio Berlusconi, raccoglie e mette in pratica i dieci comandamenti dell’uomo del fare. Fare strade, autostrade, ferrovie, tralicci, ponti, inceneritori, canali di scolo e ogni altro genere di combinato col calcestruzzo nel più breve tempo possibile. Fare, soprattutto progettare, possibilmente senza gufi intorno, mani alzate, vincoli, osservazioni, consigli, deduzioni. Leggi tutto

Il tagliatore di poltrone perde la poltrona. Per Carlo Cottarelli è previsto il rimpatrio negli Usa nel prossimo ottobre. Non è una magnifica notizia? Nel Paese dove lo spreco è elevato a istituzione, l’inutilità a fabbisogno quotidiano, quale altro destino poteva avere il mitico Cottarelli? Non essendovi in circolazione un numero sufficiente di palloni gonfiati, abbiamo sperimentato la gioia dell’uso delle parole gonfiate. Tra queste, su tutte, la spending review. Si recita in inglese per dargli un decoro, una sua personalità. Oramai ci siamo talmente affezionati al concetto che abbiamo iniziato a troncare una delle due parole: per confidenza, e anche perché siamo divenuti degli specialisti della questione, spesso diciamo e scriviamo soltanto spending. Per comodità, per non perdere del tempo inutile, giacché il problema verte proprio sull’utilità dei nostri comportamenti, sulle virtù che devono manifestare, ci fermiamo prima del fischio finale. Centinaia di politici ci hanno illustrato l’imperativo categorico della spending, l’improcrastinabile decisione di far partire la spending. Di pari passo è cresciuto nel Paese la sete di spending, la voglia di spending e anche il bisogno della spending per guardare al futuro con maggiore fiducia, con un minimo di responsabilità e di ottimismo. E per merito del renzismo, della generazione dei giovani, la consapevolezza che d’ora in avanti bisogna puntare al merito, appunto. Chi ha merito ottiene e chi non lo ha sta a casa. Il merito è il marito e la spending sua diletta sposa. Insieme formano una coppia formidabile. Si taglia – attraverso la spending – l’inutile (e quindi il demerito) e si dà forza all’utile (al funzionario, all’ente, al ministero che merita). Da qui il regime che si sta instaurando di meritocrazia. Leggi tutto

L’AZIENDA SANITARIA: “SOSPESO IL CARDIOCHIRURGO, STIAMO VALUTANDO LA POSIZIONE DEL PRIMARIO”. VIAGGIO IN UN REGNO DI SILENZIO E FAMILISMO

Potenza è la città silente. Non vede e non sente. Al massimo spettegola. “Ha la sfortuna di essere piccola ma da capoluogo di Regione dover gestire risorse importanti. Ne consegue che ogni provvedimento è costruito attraverso passaggi burocratici che hanno il sapore di riunioni di famiglia. Suocero e nuora, marito e moglie, papà e figlia o figlio o nipote. I nomi si rincorrono e sono uguali. La contiguità produce vizi”, dice il procuratore della Corte dei conti Michele Oricchio.

“Ho lasciato ammazzare una persona”
L’ultimo dei quali è all’ordine del giorno: la confessione rapita da un medico a un altro sulle tecniche di copertura della malasanità. Una paziente in sala operatoria che muore durante una travagliata e all’apparenza assai negligente operazione di cardiochirurgia. Lui vede ma non parla, non denuncia: “Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona. Non parlo altrimenti mi cacciano… però tengo il primario (coautore dell’operazione) per i coglioni”. Leggi tutto

LA CONFESSIONE DI UN CHIRURGO DEL SAN CARLO DI POTENZA: “SONO RESPONSABILE DELLA MORTE DI UNA PAZIENTE, DOVREI DENUNCIARE IL PRIMARIO, MA HA AMICIZIE POLITICHE”. LO SCANDALO VIENE ALLA LUCE DOPO UN ANNO DI SILENZI E OMERTÀ


Ho lasciato ammazzare deliberatamente una persona… sono responsabile della morte di quella persona… dovrei andare ad autodenunciarmi, però verrei licenziato… il primario ha amicizie, coperture politiche, io no”. È l’inverno del 2013, due medici rievocano un intervento di cardiochirurgia andato male il 23 maggio di quell’anno nella sala operatoria dell’ospedale San Carlo di Potenza, 750 posti letti e centro di riferimento sanitario dell’intera Basilicata. L’uno ascolta, consola e registra. L’altro si dispera, si dispiace, si autoaccusa. “Ho un cruccio, non riesco a dormire…”. Leggi tutto