“Non parlate di me”: la strategia dell’invisibile Letta

DOPO LA DEFENESTRAZIONE, L’EX CAPO DEL GOVERNO RIPARTE DA PARIGI, DOVE INSEGNA. MA PUNTA ANCORA A BRUXELLES
Se può volge gli occhi a terra e batte in ritirata verso casa. Se proprio deve saluta con disinteresse. Mano cortese ma veloce in modo che nemmeno la stretta balbettante abbia il sapore della rimpatriata. Il suo corpo attraversa le vie schermate, i corridoi bui, le caselle laterali del Parlamento. Enrico Letta viaggia a fari spenti, esattamente come dovette ammettere quando Matteo Renzi lo defenestrò da palazzo Chigi: “Siamo andati a fari spenti contro un muro”.
Quel che a noi importa oggi invece è segnalare la meticolosità con cui l’ex premier realizza la sua deliberata scomparsa dalla attualità politica, la scienza che impiega nel defilarsi, la cura oggettiva con la quale attende alle sue future ambizioni seppellendo il presente, cassandolo dal diario. Letta è un unicum. Non esiste nella storia repubblicana un premier che sia scomparso dalla scena in modo così totale, all’apparenza definitivo. Perfino Mario Monti che ha subito la più larga forbice tra popolarità e contestazione, autorevolezza e sfiducia, devozione e dileggio, è riuscito a riaversi dopo un primo, legittimo turbamento emotivo. Monti è riapparso, e oggi se viene chiamato risponde, se è interrogato replica. Enrico no. Rendersi invisibile è un arte, e lui riesce dove nessuno è riuscito. Resiste nell’ombra senza che il nero gli faccia paura. Nessuno oramai più chiede: ma dov’è Letta? Letta è divenuto un ologramma.
LETTA OGGI è a Parigi, insegna a Science Po, all’istituto di politica più accorsato d’Europa. Si è affacciato sul Corriere della Sera, muovendo passi prudenti, con uno scritto sul referendum Scozia. Ad Avvenire ha inviato una lettera per perorare Mare Nostrum, la scelta di accogliere e non respingere l’immigrazione dall’Africa. Piccoli punti luce. Lui c’è, anche se parla d’altro. Il giovedì e il venerdì è a Parigi, come detto, città a due ore da Bruxelles, la città amata, il destino naturale delle sue scelte, la meta della sua ambizione. Il weekend in famiglia, il martedì e il mercoledì alla Camera ma solo se si vota, e solo quando è necessario, e per il tempo indispensabile a mostrare la sua ombra.
Ha sradicato la sua corrente, e sbullonato i suoi amici (in verità pochini) dalla necessità di tenere botta in questi tempi tristi. Chiuse le caselle dell’Arel, di Vedrò, la posizione in Aspen. I cosiddetti think thank, sofisticati congegni che regolano le relazioni tra potenti, le espandono, le infittiscono e le fanno confluire, se il successo arriva, al centro della conquista, nel luogo in cui il potere si rappresenta. Ha liquidato strategicamente ogni attività politica romana. Restituito la sua segreteria al partito, e i nemici al destino. È rimasto solo, come desiderava. La vita non finisce qui, e lui lo sa. È riuscito a fare gli auguri di pronta guarigione con un tweet persino a Dario Franceschini, col quale non solo a parole (sembra che tra i due siano volate cartellate) aveva chiuso la difficile pratica governativa, indicando nell’ex amico Dario il “traditore”, colui che lo aveva venduto palazzo Chigi a Matteo.
Le parole in politica non sono pietre e il tradimento, se c’è stato, è declassato a prova di vita intensa, esercizio necessario, onere permanente di una scelta, la corsa verso il potere, che non ammette cautele o dispiaceri.
“Enrico vuole che nessuno parli a suo nome”. Piano piano la voce s’è sparsa nel suo gruppo, ancora tramortito dagli eventi di febbraio, e ciascuno ha tenuto fede all’impegno. “Enrico lo sento, fa le sue cose, coltiva finalmente i suoi interessi: la politica europea”, dice Guglielmo Vaccaro, deputato del cerchio, quando il cerchio c’era.
IL GIOVANE LETTA era a un passo dal divenire presidente del Consiglio d’Europa. Il suo curriculum è eccellente: a 38 anni è già stato due volte ministro, una volta sottosegretario alla presidenza e poi addirittura premier. C’è di meglio in giro? Ma Renzi lo ha impallinato, e anche questa è la conseguenza logica del potere. “Tutti tranne Letta”, disse ai partners. E così è stato. Enrico sicuramente lo aveva previsto. Dispiaciuto lo sarà stato, ma sorpreso no. C’è da attraversare il deserto, ma forse il cammino sarà più breve. Resta sempre il nipote di Gianni, e il suo nome in un domani molto prossimo sarà di nuovo in pista. Bruxelles, Francoforte, e persino, forse, Roma. In politica il pendolo è infallibile, si scompare e si ricompare. C’è il Quirinale sullo sfondo e basta avere pazienza. Si salta il prossimo giro, ma se si resta in forma, si è perfetti per quando si dirà: “Servirebbe una personalità come Enrico Letta”. 

da: Il Fatto Quotidiano 3 ottobre 2014

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