Il Grand Tour. Milanesi, treni notte e cittadini che sfidano i boss di ’ndrangheta

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I GIOVANI SIRIANI IN FERROVIA AL CONFINE, LE SECONDE CASE DEI LOMBARDI, IL PESTO E IL GUARDIANO DELLA LANTERNA
L’Italia inizia a Ventimiglia oppure vi finisce, dipende da dove si giunge. Per chi scappa, come questi tre siriani che stasera aspettano il treno della notte, è l’ultima stazione della loro via crucis. Attendono l’ultima locomotiva, quella che li porterà in Francia. Se sono fortunati eviteranno il blocco della polizia di frontiera. Altrimenti saranno identificati e rispediti a noi italiani. Nel calcolo delle probabilità è più facile che li becchino. Ma domani sera ritenteranno. E se non riusciranno con il treno, proveranno a piedi percorrendo la mulattiera dei partigiani.
A Ventimiglia i francesi vengono per comprare le sigarette e i liquori, costano molto di meno. Gli italiani invece vanno in Francia per lavorare. Cuochi, camerieri e facchini negli hotel della Costa azzurra, oppure muratori, imbianchini, manovali nelle ville d’Oltralpe. I frontalieri sono una costola essenziale dell’economia locale. Per questo Ventimiglia è stata una delle mete più gettonate dei meridionali. Da decenni il gruppo più nutrito dei residenti è calabrese. Si è concentrato a Ventimiglia Alta, il borgo che sovrasta la cittadina. “Noi lì non ci andiamo – dice Andrea Iorio, fisioterapista di vent’anni – Sappiamo che è una zona quasi off limits. Loro stanno su, noi stiamo giù”.
Negli anni qualcosa è cambiato. “Era febbraio del 2012 e tutta la città è stata svegliata alle cinque del mattino da un elicottero della polizia che è atterrato nella piazza del Municipio. Sono sbarcati in tutta fretta per sequestrare le delibere degli appalti sospetti”. A casa di Massimo d’Eusebio, un veterinario di 38 anni, si ripercorre quella storiaccia che ha portato tre anni fa allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. La scoperta che esisteva la mafia al nord è stata così clamorosa da rendere increduli. “In città ci dicevano di non far casino, di non sputtanare il sindaco e la giunta che altrimenti avremmo perso i turisti”. Massimo e i suoi amici invece non assistettero con le mani in tasca allo scandalo. Un giorno si travestirono da mafiosi, e con la coppola d’ordinanza si presentarono in piazza. “Un gesto da ridere per denunciare una situazione che faceva piangere”, ricorda ora Massimo. Jacopo lo ferma: “Da quando ero ragazzino che qui a Ventimiglia all’inizio dell’estate i lidi vengono incendiati. Vent’anni di fuochi sulla spiaggia, e nessuno ha mai chiesto, indagato, dubitato. Poi abbiamo capito la ragione: eravamo diventati, quasi senza accorgecene, una depandance della terra dei fuochi. La riviera dei fuochi, titolò un giornale”. Il sindaco dell’epoca, Gaetano Scullino, sarà poi assolto dalle accuse ma i giudici di Imperia hanno riconosciuto per un folto gruppo di imputati l’associazione a delinquere e condannato fra gli altri il boss Gaetano Marcianò.
Alassio, Albenga, Borghetto
I paesi delle seconde case
L’Aurelia ci conduce ad Alassio. Costeggiamo il Muretto, il cordolo sul quale le Miss hanno svettato dagli anni cinquanta in avanti, simbolo di quelle estati roventi e affluenti. Trent’anni fa Michele Serra, che per l’Unità raccontava le spiagge d’Italia, incontrò uno dei ragazzi del Muretto, Mario Berrino. Aveva oramai i capelli bianchi: “Alle 3 chiudevano i night e la gente arrivava qui per finire in nottata. La Mondaini, il Quartetto Cetra, Febo Conti, Macario, Dapporto. C’erano tutti. Si organizzavano gare e concorsi che avevano per premio un tappo di Coca Cola da cucirsi all’occhiello”.
Salutiamo Alassio, infiliamo senza arrestare il passo Albenga e proseguiamo. La strada, a seconda che tiri dritto o pieghi verso la montagna, si confronta con la ferrovia o la abbandona. In Liguria i binari hanno ottenuto lo spazio più ambito, i punti più suggestivi. I liguri stanno stretti e negli anni si sono messi ad affettare le montagne. Hanno iniziato con gli orti e gli ulivi grazie a terrazzamenti sapienti, cordoni di pietra che contengono e dispongono. Sono però finiti a cavare pur di cementificare deviando spesso il corso dei fiumi. Nulla hanno però potuto con la ferrovia. Prima viene il mare, poi il treno, quindi i liguri. Però negli anni tra i residenti e l’orizzonte si sono insediati i vacanzieri. A Borghetto Santo Spirito i milanesi e i torinesi hanno trasferito la loro periferia in spiaggia. In paese è funzionante una batteria di agenzie immobiliari: 38 metri quadri a 400 metri dal mare costano 150mila euro, con 250mila acquisti un trilocale. Affitti quindicinali a giugno per 150 euro, a luglio per 300, ad agosto per 450 euro. Il cemento è una specializzazione dell’ultimo trentennio, con un’impennata rovinosa negli anni recenti. Maura Orengo fino a due anni fa insegnava filosofia, poi la sospirata pensione. Ora è a tempo pieno una militante di Libera, l’associazione di Don Ciotti. “La porto in un posto che racconta bene come l’indifferenza sociale, questa nostra abitudine al silenzio, figlia di una riservatezza prima naturale ma oggi fuori luogo, abbiano corroso queste pietre”. Per strada la signora Maura incontra la sua ex preside, ora in pensione, Lorena Nattero. Insieme andiamo verso la Cava Fazzari, dell’omonima ‘ndrina. I Fazzari hanno costruito al lato dell’autostrada una discarica di rifiuti tossici e poi hanno edificato nello spiazzo la loro residenza, una villa con affaccio sulla melma. Casa e bottega. Un po’ come a Casal di Principe. La magistratura ha sequestrato sia l’una che l’altra e Borghetto, almeno in apparenza, si è liberata di questi ospiti sgraditi. Proviamo ad accedere alla cava. La strada è chiusa, “proprietà privata”. Un signore su un furgoncino bianco ci consiglia di non proseguire. Sembra un avvertimento. Decidiamo di lasciare l’Aurelia per toccare più in fretta Genova.
Prà, il basilico nella metropoli
Il basilico cresce alla periferia di Genova. Le serre lo difendono dai palazzi.. Spiazzi orizzontali e profili verticali, campagna e metropoli. Ci vuole talento per sistemarsi in questo modo, e per di più con i corridoi autostradali che avanzato di sopra, di fianco, di sotto. La verità è che i liguri hanno sviluppato una naturale capacità di tenere unito il brutto e il bello, l’uno e il suo opposto. Il basilico non ama lo smog ma la città non può fare ameno di essere motorizzata. È il capoluogo con il più alto indice di motorini, di curve a gomito e di fratture. “Eppure il nostro microclima ci permette di produrre un pesto di altissima qualità”, assicura Stefano Bruzzone, uno dei più noti produttori. “È un’industria culturale ancor prima che economica. La Liguria si riconosce dal suo pesto, e non c’è balcone dove non si produca, non c’è casa che non ne abbia”. Anche il pesto ha dovuto fare i conti con l’alluvione. Alcuni pendii sono divenuti frane incombenti, un pericolo gravissimo e attuale. I lavori per lo scolmatore, l’opera incompiuta che ha provocato i disastri dell’autunno scorso, stanno finalmente per iniziare. Ma decine di canali sono ancora pieni di detriti, e troppe sono le aree alluvionate ancora indifese.
La solitudine del sessantenne nel faro
La Lanterna è il simbolo della città, e il faro che svetta nel Mediteranneo con i suoi 117 metri ha il suo angelo custode. Si chiama Angelo De Caro, è siciliano, ha sessant’anni e vive quassù da venti. “Sono pagato per guardare Genova, ma soprattutto per attendere alle necessità del faro. Se c’è cattivo tempo va via l’energia elettrica. Bastano due minuti di black out che iniziano a telefonare alla capitaneria di porto. Perchè il faro è spento? Questa città è affezionata al suo faro, e io di più. Se manca la luce scendo e muovo a mano il motore”. Come il corpo maestoso di un orologio, due ruote dentate vanno aiutate alla loro opera con una manovella gigante. Angelo è lì che gira se fuori è tempesta. “Ho paura dei fulmini e qui arrivano saette di ogni genere. Devi scendere giù se non vuoi morire. Poco tempo fa ha bucato un muro e l’intonaco mi è caduto sui piedi. Un metro ancora e finivo secco”. Angelo sovraintende alla comunità con lo sguardo: “Conosco l’ora dell’entrata in porto dei mercantili, intuisco la loro velocità. Conosco le abitudini dei falchi. Quando vengono in città e quando la lasciano. Gli aerei mi passano di fianco quando atterrano, con la poppa che mi sfiora. Se c’è vento si mettono di traverso, perpendicolari ai monti. Guardo i genovesi e da qui mi paiono tutte formichine. C’è aria a volontà e una veduta bellissima. Ma quando cambia il vento anche per me sono dolori. Sotto c’è la centrale a carbone. Montagne di carbone e di klinker. Se cambia il vento non basta ripararsi, bisogna sigillarsi”.
da: Il Fatto Quotidiano 7 aprile 2015

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