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DAL PICCOLO BERLUSCONI DI AVEGNO, GIÀ PADRONE DELL’INDUSTRIA DELLE OLIVE AL SUMMIT DELLE CHITARRE
Con la val di Vara alle spalle ripetiamo la formula slow. Tornanti a ripetizione, discese e risalite fino ad Avegno. È il paese di un berlusconoide, Ezio Armando Capurro, politico itinerante ma anche imprenditore itinerante. Con l’olio di sanza, il nocciolo dell’oliva da cui si spreme l’ultimo e più degradato succo, ha fatto begli affari. In Liguria come in Puglia. Per anni ha conosciuto il successo detenendo il marchio dell’olio Sasso ed è stato con i suoi concittadini il promotore del perenne scambio civile: lavoro contro inquinamento. La gente lo ha accolto come un grande benefattore, acclamandolo poi nelle urne, e se ne è infischiata se dalle ciminiere usciva fumo puzzolente. Meglio la puzza che la disoccupazione. Meglio deviare il corso del torrente, come è stato necessario per far posto alla fabbrica, che rinunciare alla fabbrica. Quando il business è finito, l’impianto ha cessato la produzione e si è trasformato in una discarica illecita fino a che nel 2004 l’area è stata posta sotto sequestro dall’Autorità Giudiziaria.
Il 2004 è anche l’anno in cui, grazie all’adozione del nuovo piano urbanistico comunale, il terreno trova una nuova destinazione e da zona industriale diviene zona residenziale e commerciale (previsti circa 17.000 mq di nuove costruzioni). Un bel regalo per il politico imprenditore, già sindaco di Rapallo e oggi consigliere regionale del Pd. Ma la crisi del mercato immobiliare ha gelato l’entusiasmo del grande benefattore e ora si dovrebbe pensare a qualcosa di più profittevole. Con una perla si chiude questo piccolo viaggio dentro il magico mondo dei berlusconi di provincia: nonostante esista una valutazione risalente all’anno 2008 dell’Agenzia delle entrate che stima il valore dell’area in una somma superiore ai 6 milioni di euro, l’amministrazione comunale non ha mai ritenuto di riscuotere l’ICI prima e l’IMU successivamente sul valore dei terreni resi fabbricabili, in forza di un parere legale richiesto e pagato dalla stessa amministrazione che sostiene la non legittimità del tributo. Quanta solerzia, e quanta generosità, vero? Un bell’esempio di come la politica, quando è sovvenzionata dagli interessi, prosegua a zig zag e adatti il territorio e perfino la legislazione agli interessi del dominus. Si faceva l’olio ed era zona industriale, è finito l’olio e quella è divenuta area residenziale. È crollato il mondo del mattone e si cambia ancora.
Uscio, l’orologio d’Italia
È ora di andare a Uscio, nell’altro versante della vallata. Qua costruiscono orologi per campanili di ogni ordine e grado. Servono, su richiesta, anche splendide campane, piombo fuso di prima qualità. È una fabbrica che non ha età e, a dispetto del settore, non ha tempo. Felicemente antimoderna, la comunità non soffre la crisi delle lancette. Non esiste campanile senza orologio, e non c’è orologio che non si fermi, che non abbia bisogno di una riparazione o di una sua riedizione. Uscio merita una capatina, senza fretta però. L’orologio lasciatelo a casa.
Rapallo, Lavagna e i fiori
Non c’è niente da fare: chi è bello ha sempre il sole in tasca. Il panorama che l’Aurelia offre nei pressi di Rapallo è incantevole. Nelle curve a gomito, nelle sporgenze avanzate, con i balconi fioriti dei palazzi a picco sul mare, il Levante ligure si piglia e si assomiglia con la costiera amalfitana. Più della luce del mare è l’armonia apparente tra il costruito e la natura, e la misura con la quale l’uomo ha edificato e rimarchevole anche la riservatezza che ha impiegato per nascondere le schifezze alla vista. Gli abusi ci sono, ma non si vedono. Anche questo è talento. Il sole però inizia a declinare e all’altezza di Lavagna troviamo una nebbiolina inglese, quella pioggia insistente ma dolce che trasforma il porticciolo in un hangar per gabbiani colpiti da un maestrale improvviso e freddo.
La discarica sul golfo dei poeti
C’è invece sempre un luogo dove la ragione, la banale considerazione che il bene comune non può essere tragicamente offeso, debba trovare un’ostruzione invincibile. A La Spezia menti particolarmente crudeli hanno deciso di realizzare in cima a uno spuntone di roccia che s’affaccia sul golfo dei poeti una discarica. In città è conosciuta come la discarica dei veleni, ed è la dimostrazione che al peggio non c’è mai fine. Stefano Sarti, vicepresidente di Legambiente e Marco Grondacci, consulente di diritto ambientale, fanno strada verso questa vergogna. Sono uomini di mezza età, abituati alla sconfitta, a perorare cause perse. E infatti la loro battaglia per vedere cessato questo misfatto ha da poco raggiunto il traguardo. La discarica è stata chiusa quando però tutto il peggio era già stato infilato nel terreno. “Ora vediamo i bulldozer che stanno spianando l’area, bonificando con la seppellitura”. La discarica è appena sotto il cimitero. Sembra che la morte abbia preso prima gli uomini e poi la natura. Stanno seppellendo la montagna che guarda il golfo, e la sua memoria. Fu il commediografo Sem Benelli a coniare il termine durante l’orazione funebre per PaoloMantegazza: “Beato te, o poeta della scienza, che riposi nel golfo dei poeti”. Lord Byron, David Herbert Lawrence, George Sand, Gabriele D’Annunzio, Mario Soldati amarono questa terra. Anche Indro Montanelli era innamorato delle sue vedute. Avesse saputo che qui avrebbero eretto una discarica…
Sarzana, che Botta!
Sarzana non è più Liguria e non è ancora Toscana. Piega verso le Apuane, traffica con l’Emilia e sbuffa. Città rossa per eccellenza, comunisti instancabili e devoti. Sarzana oggi è divenuta un crocevia pericoloso per i conflitti tra alcune famiglie ’ndranghetiste. “Giuro che in cinquant’anni di vita non ho mai sentito parlare di malaffare. È una scoperta degli ultimi tempi, per noi è stato davvero uno choc”, dice Gianna al bar dove lei e i suoi amici si ritrovano per spiegare le ragioni della loro associazione che ha un bel nome. Si chiama “Oltre il mugugno”. “Abbiamo scelto di aprire gli occhi e di dar fiato alla bocca. Di denunciare tutto quel che non va, questa deriva morale che sta corrompendo una città ricca di storia e piena di orgoglio. Noi ci siamo spaventati il giorno in cui, riuniti per una manifestazione della casa della legalità, abbiamo visto due signore, sedute proprio al mio fianco, inveire contro il relatore che ci spiegava la dislocazione delle famiglie della ’ndrangheta a Sarzana. Erano le mogli di due di loro, che magari avrò salutato tante volte. È stato uno choc, mi creda”. Le inchieste e gli arresti hanno riempito le pagine delle cronache locali. Gli investigatori da tempo avevano raccolto elementi a carico della famiglia dei Romeo. A cui si sono aggiunti i Siviglia, gli Iemma. Nomi che per anni sono rimasti confinati dentro le mura del palazzo di Giustizia di La Spezia, confusi, diluiti o annegati dalla colpevole distrazione della politica. “Siamo alle Mani sulla città di Francesco Rosi. Le dimensioni sono più contenute ma gli effetti devastanti dell’illegalità sono esplosi tutti insieme”, dice Luca Manfredini. Gianna: “Per dire la mia confusione: mio figlio è amico di un ragazzo di quelle famiglie, frequenta le loro case. Il ragazzo è perbene ma dei genitori posso dire altrettanto? Questo mi disturba, mi mette in tensione”. Gandolfo, siciliano, muratore in pensione: “La città è sporca dentro”. Paola Settimi, editore di La Spezia Oggi: “La ‘ndrangheta che non vedi è negli appalti”. Sarzana naturalmente è una città con una ossatura civile che le permette di fronteggiare anche questa emergenza, questa delusione. Ospita il festival della mente, conosciuto in Italia, e qui c’è una rassegna straordinaria, il summit annuale delle migliori chitarre acustiche. Andrea Giannoni è un musicista blues, stasera suona al Kirkur, un pub in piazza: “Il blues riempie le notti ma ci obbliga a lavorare di giorno. Io faccio il cuoco in una scuola elementare di Aulla, una città che dopo l’alluvione sta poco a poco morendo. Sarzana è robusta, secondo me sa come cavarsela”. “Secondo me invece dobbiamo stare attenti, venga che le mostro un’altra cosa”, dice Luca. Andiamo verso un quadrato di palazzi costruiti a metà, residenze per famiglie non abbienti. Dovevano essere case popolari disegnate dalla matita dell’archistar Mario Botta. Finanziamento incompleto, costruzioni bloccate, rovine in città. “Ecco la speculazione, il magna magna non è solo romano. Qui la politica ha dilapidato un patrimonio”. “Sarzana che Botta!” è il nome dell’associazione che monitora il cemento mancante, i giorni persi nell’attesa, e questo scheletro urbano extralusso.
Si vota in Liguria e all’agriturismo L’Antico Casale Forza Italia tenta di organizzare una difesa per Giovanni Toti, il candidato governatore. C’è una riunione con tutti i maggiorenti. Benché il Pd non sia messo bene, l’umore non è dei migliori stasera.
da: Il Fatto Quotidiano 21 aprile 2015

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