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Appena usciti da Livorno, città regina del caciucco e del comunismo italiano costretta dalla noia e dagli acciacchi dell’età (clientelismo, piccoli e grandi affari in cooperativa) alle cure dei grillini, una curva apre la salita verso il monastero delle suore di clausura di Santa Teresa. Il contrasto tra l’ex rosso antico e il bianco candido condurrebbe fuori strada. I livornesi atei hanno sempre considerato il presidio della fede come un segno e un bisogno. Chi farebbe a meno delle preghiere? I rapporti sono sempre stati di buon vicinato e gli affari della terra non sono mai stati mischiati all’aldilà. Il convento è su un promontorio nei pressi di Antignano, superate le ville liberty che guardano al mar Tirreno. Il sole, il mare, la villeggiatura familiare, benpensante e benestante hanno una sede elettiva: Castiglioncello. È l’idea magari falsa che offre la sua urbanistica, il rettangolo di casette ordinato e curato, apparente ritiro per dirigenti d’azienda, presidi in pensione, notai annoiati di provincia.

“Sì, la sabbia è inquinata, ma ci abbiamo fatto il callo”

Ma la falsità, nel senso della assoluta distanza che separa l’apparenza dalla realtà, giunge qualche chilometro più avanti, a Rosignano. Case quadrate di una edilizia popolare dignitosa appaiono d’improvviso sotto grandi pini marittimi ai bordi dell’Aurelia. Sono abitazioni operaie che sembrano al servizio della ciminiera della Solvay. Qui, se abbiamo capito bene, dovrebbe risiedere il capitale umano, le braccia e le menti che assistono l’impianto, posto dall’altro lato della strada. La fabbrica dà il suo volto al sole, non soltanto guarda il mare ma lo irrora del suo sangue, bianco come il latte. La Solvay produce oltre il carbonato di sodio, acqua ossigenata, polietilene, cloruro di calcio e acido cloridrico.

È un fiume bianco che va dritto nel mare, uccidendolo. Però, ed è questa una virtù incomparabile per noi umani abituati a saziarci della sola apparenza, il liquame sembra appunto latte e dona alla spiaggia il biancore delle sabbie tropicali e al mare quelle trasparenze cromatiche da sogno. La modernità è riuscita a prendere per i fondelli la natura, e così la spiaggia avvelenata per via del progresso e del lavoro si è trasfigurata in una quinta del paradiso, perfetta per i set pubblicitari che devono produrre solo un effetto ottico. Negli anni almeno i fanghi al mercurio, gli scarichi più acuti e diserbanti sono stati bloccati. C’è però altro di strabiliante: la gente vuole bene a questo pezzo di mare ammalato, uno dei quindici siti marini più inquinati del Mediterraneo. E viene persino a bagnarsi. Si struscia, cammina, corre, s’annoia e si innamora su queste spiagge bianche. Oppure passeggia, come le due signore di mezza età che appaiono al tramonto: “È bello venire a fare una camminata qui, è molto rilassante. Sì, sappiamo che la sabbia è inquinata, ma ci abbiamo fatto il callo”, dice Marica, allungando il passo con un sorriso. Due ragazzi ciondolano felici: “Si sa che non si può fare il bagno, però a volte si va dentro”. Un cane conduce il suo padrone, un uomo in età avanzata, verso questa seduta di aerosol chimico. “Cosa vuole che le dica?”.

Stupisce lo stupore, la completa adesione all’idea che l’apparenza alla fine in qualche modo faccia premio sulla realtà. In effetti è un tratto comune degli italiani. Abbiamo persino sognato con Silvio Berlusconi, felici di ascoltare le sue promesse e le sue verità ancorché fossero di plastica. Sapevamo tutto, ma abbiamo finto. Ed oggi, con Matteo Renzi, subiamo lo stesso fascino della verità apparente, approssimata, difettosa. “È come il metadone”, ha detto di lui, velenoso come le acque bianche di questa incipiente Maremma, Enrico Letta propendendo per l’idea ancora più cruenta che in effetti Renzi non sia altro che un allucinogeno, un ciuffo ricavato dalle famiglie pesanti delle droghe che storpiano la vista e alla fine aggravano la vita.

Si può dire che le spiagge bianche sono il luogo geografico dell’allucinazione. Ci sembra di essere ai Caraibi invece siamo accomodati dietro il pennone di un’industria chimica. Quel che appare pulito è sporco, il bianco in realtà è nero. Anche il comune di Rosignano ha scelto con tatto le parole da usare per l’avvertenza d’obbligo a noi ospiti che ci accingiamo a calcare una sabbia a rischio. E l’ha presa alla lontana, facendoci arrivare con discrezione alla foce dello scarico chimico. Una funicella rossa delimita il ristretto perimetro dell’area no limits, come a rendere plausibile che spostandosi di tre metri il carbonato e gli altri agenti chimici cessino di proporre la loro essenza. Leggiamo il cartello del divieto di balneazione: “Le acque antistanti alla spiaggia sono sottoposte a regolari controlli (…) Ricordiamo però che il colore della sua sabbia e la sua consistenza si sono determinati nel corso degli anni, con il progressivo deposito di materiali, in particolare carbonato di calcio, derivanti dagli scarti dello stabilimento chimico retrostante (…) Il tratto del litorale che va da 100 metri a sud a 100 metri a nord del fosso bianco è invece interdetto alla balneazione”.

È un lessico meraviglioso col quale il comune di Rosignano dice e nega, avanza e arretra, prospetta ma contempla. È un monumento all’ipocrisia, il desiderio di non vedere e di non sentire. Di far finta insomma che queste spiagge siano bianche per davvero, e super controllate. Magari nel mare c’è anche la barriera corallina. Un tuffo dove l’acqua è più blu?

Nostalgia di fabbrica e la fede scomparsa

E a Piombino, più a sud, il controsenso tra le necessità delle fabbriche e quelle della natura, le richieste del lavoro e i bisogni della salute, si affrontano e si maledicono. L’altoforno è spento, le acciaierie mute, gli operai in cassa integrazione, o disoccupati o pre-pensionati. “E l’aria è buona, gli occhi non bruciano, la pelle non arrossisce, però come posso dirti… il mio cuore è lì dentro e non passa giorno che non mi faccia una capatina per vedere la fabbrica, la mia fabbrica”. Ennio Fulcheri ha ormai 75 anni e più di trenta li ha passati davanti alle bocche di fuoco. Si stava meglio quando l’aria puzzava dice oggi nella piazza principale della città, intitolata – non a caso ad Antonio Gramsci. Piombino è stata rossa nella ragione e nel sentimento, non c’è mai stato cambio di stagione. Fino a quando l’altoforno funzionava qua si era comunisti, perchè la vita sociale e quella individuale erano organizzate secondo una regola e una costante. Si andava tutti insieme al lavoro, si guadagnava tutti, si votava tutti per quel partito. E ora? “Niente, ora c’è disperazione e disillusione. Chissà se la ricomprano la fabbrica e comunque qui è scomparsa la fede nel partito. Se proprio vuoi trovare qualche comunista bisogna che lo cerchi in una casa del popolo”. Mi accompagneresti? “Ma sì – dice Ennio – andiamo al Cutone, il quartiere operaio lì ce n’è ancora tanti”. Andiamo al circolo dell’Arci, la casa del popolo ex operaio. C’è la bandiera rossa e ci sono loro: uomini e donne anziani, dai sessanta in su, nonni che si ritrovano. “Facciamo sempre qualcosina per stare assieme – dice Enrico – Stasera si cena qui. Si beve, si parla, si ricorda”. “Ma tu sei Ennio?”, il nostro accompagnatore incontra un vecchio amico. Trafficava in preziosi, “ti ricordi del viaggio che abbiamo fatto in Bangladesh?”. “Certo che sì. Quanti anni fa?”.

È un circolo di veterani, un piccolo mondo antico chiuso a chiave dietro la fabbrica spenta. Comunisti da museo.

“Tutto rigorosamente falso ma rigorosamente autentico”

I lavori in corso sull’ultimo tratto dell’Aurelia spiegano che siamo ai confini con il Lazio e il cantiere è uno di quelli sottoposti allo scrutinio di Ercole Incalza, il superburocrate ministeriale finito in manette. Invece di avanzare verso Civitavecchia sospendiamo il passo e voltiamo a sinistra, ci aspetta la splendida Tarquinia.

“Io sono na’ leggenda, veramente. Dal re di Svezia a Giulio Andreotti tutti sono passati dame. Mi chiamo Omero, e sono l’ultimo etrusco. Da solo ho scavato circa duemila tombe, poi i casini, i carabinieri. Sono stato anche in carcere. Trent’anni fa ho scelto di cambiare vita. Ho creato Etruscopolis: anfore, vasi, tombe create da me. Tutto rigorosamente falso ma rigorosamente autentico. Non ci sono mani migliori delle mie”.

La storia di Omero, cavatombe a perdifiato, negoziatore di reliquie, venditore illegale di reperti archeologici è coerente all’idea che l’uomo più di ogni altra cosa abbia bisogno della finzione per essere al passo con la necessità dei tempi: apparire. “Quando ho chiuso il ciclo degli scavi (e sapessi quanti sordi ho fatto!) ho immaginato di poter andare avanti in un altro modo. Ho comprato questo spazio sottoterra, migliaia e miglia di metri quadrati avvolti nel tufo, e mi sono creato il mio museo personale. Si entra, si paga il biglietto (mia figlia pensa a tutto) e si visitano le tombe dipinte, tutte create da me, oppure si ammirano i vasi etruschi che realizzo al laboratorio. Sono pezzi unici, grazie alle mie mani riesco a riprodurne in perfetta linea con gli originali. La gente guarda e compra. I miei clienti sono stati i più ricchi del mondo, gente potente, professori universitari, archeologi, politici. Anche Andreotti, anche Arafat, anche Gustavo di Svezia. Bei tempi, eh? Ora la merce è cambiata, va di moda il falso storico, ma i gusti raffinati sono rimasti uguali: vedi quell’anfora? Diecimila euro ed è tua”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2015

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