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Dalla Basilicata alla Puglia al Molise. Lungo le coste e i monti minacciati da trivellazioni e pale eoliche volute dallo “Sblocca Italia”

Policoro, nel breve tratto di mare concesso ai lucani, un affaccio sullo Jonio tra Metaponto e Taranto, sancisce l’uscita dall’inferno della statale 106. È la strada italiana con il più alto rapporto di incidenti, di vittime, di indagini giudiziarie e anche di descrizioni letterarie. Cinge da est la Calabria e s’intruppa attraverso le case che dai monti sono scivolate fino al mare. È una strada eventuale, con deviazioni improvvise, stop eccentrici, perforazioni visive lungo le cementificazioni costiere che hanno aggredito un mare memorabile, un’acqua cristallina, con punte panoramiche mozzafiato. La strada, che inizia appena salutata Reggio Calabria, sbuca nella piana di Metaponto a cui i greci vollero un gran bene ma gli italiani no. Il governo ha infatti deciso di pompare petrolio nell’acqua, trivellarla per raccogliere l’oro nero. Pompare in mare è divenuta un’esigenza inderogabile, un’opera strategica a cui una legge del renzismo più spinto, detta “Sblocca Italia”, toglie alle comunità locali ogni diritto di censura. Leggi tutto

pierluigi cappelloCi sono guerre che mietono morti senza bisogno di fucili, necessità costruite sulla suggestione, soldi infiltrati nelle anime come bustine di eroina in vena. Tra i molti dopoguerra conosciuti quello che segue un grande terremoto è il meno indagato.

Siamo andati a bussare alla porta di Pierluigi Cappello per saperne di più. Lui costruisce, modella, seziona, riduce, allunga. È tra i più ingegnosi poeti italiani. È il pluripremiato artigiano della parola – tronca oppure distesa come lucertola al sole, scivolosa o anche cruda, gentile e persino generosa – e vive a Cassacco, lungo la strada che conduce il Friuli in Austria. Cappello è nato a Gemona (Udine) e ha conosciuto gli effetti del terribile terremoto del 1976.

Il terremoto è una grande guerra.

Da noi la lavatrice giunse nel 1975. Era una società contadina, arretrata, dove persino l’orografia dei volti, le dentature marce, mancanti, dischiuse, raccontavano una vita che si tramandava oralmente attraverso i dialetti. Quella scossa, quel botto non è stato solo un grande problema per le murature delle case, per il cemento armato che cedeva… Leggi tutto

Il sintomo dell’anomalia italiana consiste nella “tentazione di agganciare ogni tentativo di ribaltamento degli equilibri politici a qualche iniziativa della magistratura”. Nel cuore della terza esternazione in meno di sette giorni il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi chiede al potere romano di lasciarlo in pace. È la terza volta che deve smentire e per la terza volta (ma questa affrontata in una intervista al Corriere) dichiara di non saperne nulla. Di più: le parole dette da Matteo Tutino a Rosario Crocetta (“Lucia Borsellino va fermata, fatta fuori. Come suo padre”) avrebbero assunto la forma di prova regina a carico di Tutino sul quale la procura indaga. Non esiste quella frase. Lo dice Lo Voi, lo dicono i suoi colleghi di Catania, di Messina e – riferisce l’Ansa – di Caltanissetta. Crocetta e Tutino hanno mai parlato della Borsellino? Bisogna riavvolgere il nastro di ciò che è capitato tra il 16 e il 17 luglio per illustrare una vicenda giudiziaria che   – stando ai fatti finora conosciuti – tra scolora nel giallo d’estate con cromature da spy story.

16 luglio ore 11.17

L’Ansa batte l’anticipazione de L’Espresso. Una frase, meno di un rigo: “Lucia Borsellino va fermata, fatta fuori. Come suo padre”. La Borsellino si è dimessa accusando la politica, e in primis il presidente Crocetta, di non aver difeso e tutelato il suo piano di moralizzazione.

Ore 11,23

Parla Crocetta: “Non ho sentito la frase su Lucia, forse c’era una zona d’ombra, non so spiegarlo. Tant’è che io non replico. Ora mi sento male”. Crocetta rende plausibile la conversazione e persino il suo tenore. La propria estraneità la prova imputando il fatto a zone d’ombra. Leggi tutto

grantour_9Siamo in albergo ai piedi dei templi di Agrigento. I turisti vengono deportati qui, lungo i fianchi di questa carreggiata di lamiere in transito, un nodo stradale più che il luogo dove dal mondo si arriva per ammirare quel che altrove nemmeno è possibile immaginare.

È come se Agrigento avesse richiamato – per contrappasso – tutti i siciliani malintenzionati, li avesse convocati ai bordi dell’area archeologica. Come se si fosse voluta compensare la magnificenza di questo presidio della memoria e dell’arte, la sua imponenza, l’affaccio maestoso sul Mediterraneo, con l’asfaltatura di ogni centimetro di terra circostante. La costruzione di passi e sovrappassi, l’allineamento dei cubi cementizi come contrafforte alla creatività, alla cultura di chi quest’isola l’ha abitata nei secoli scorsi è il segno feroce dei giorni tristi e bui che viviamo. Leggi tutto

hacker1Finalmente degli hacker in carne e ossa. Francesco Perna ha 31 anni, Stefano Chiccarelli 46.

Pescara è la capitale degli smanettatori, i cosiddetti nerd. Tipi umani che digitano in ogni luogo e in ogni tempo. Mangiano e cliccano, parlano e cliccano. La loro vita è dentro il computer. Ogni quattro anni organizzano il MOCA, Metro Olografix Camp, raduno internazionale di hacker.

Stefano: Vero, siamo stati conquistati al punto da restare quasi ossessionati dalla rete. Ma la nostra passione ha trovato uno sbocco positivo. Noi siamo hacker buoni.

Lei Stefano è il Ceo di Quantum leap.

Una società che verifica la sicurezza, l’attendibilità dei sistemi informatici.

Vi chiamano le banche, le multinazionali, le grandi istituzioni e vi chiedono di testare i loro sistemi. Metterli alla prova. Leggi tutto

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I padri sono evaporati, sono spariti, inghiottiti nel nulla. Questa è la Calabria e questa è la disperazione di un giovane Telemaco che inquadra, nel buio della sua cecità, un orizzonte invisibile.

Siamo sulla spiaggia di Lamezia Terme, ai bordi dell’aeroporto, il luogo da cui si fugge. Si mette in scena “Patres”, metafora della furia giovanile, della sua disperazione.

La Calabria è la terra del tiro a segno dei cattivi, la sede espositiva dell’ignoranza o anche il luogo eletto delle vittime dello Stato nemico.

Angelo Maggio, fotografo, e Francesco Lesce, ricercatore di filosofia, stanno catalogando tutte le vittime. Non ritraggono corpi ma scheletri di cemento. “Noi fotografiamo le piccole, minute escrescenze urbanistiche, raccontiamo di quale orrida fascinazione siano stati fatti oggetto i nostri concittadini”. Con Angelo e Francesco ci dirigiamo a Badolato, sul mare che guarda all’Egeo. All’ingresso del paese uno scheletro in cemento armato, alla base il cartellone: Pizzeria-Ristorante, prossima apertura. “Sono circa dieci anni che è così. Il proprietario voleva una vita nuova, migliore. E annunciò il sogno. La pizzeria era il suo sogno. Non ce l’ha fatta”. Leggi tutto

La fama del professor Serge Latouche è inchiodata al concetto di “decrescita felice”. Due parole per un sogno. Anche a Ripe San Ginesio, sulle colline marchigiane, una tappa dei frequenti tour italiani in cui il fascinoso bretone, filosofo dell’economia, illustra le opere e le omissioni del capitalismo avanzato, c’è ressa per capire in quale diavolo di guaio noi occidentali ci siamo cacciati.
serge_latoucheProfessore, vorranno sapere come si fa a divenire più piccoli, più poveri ma più felici.

La decrescita è uno slogan non una ricetta economica. È uno slogan fortunato, perché corrisponde a un’esigenza sentita, collettiva, perché riflette un’angoscia che si fa ricorrente: questo mondo non soltanto non ci piace più, ma non riusciamo a sopportarlo più.

Sembra poesia più che economia

Può darsi. Posso dire che la crescita, questa parola che rende così eccitati fior di miei colleghi economisti e banchieri e finanzieri e capi di Stato e di governo, è un termine rubato alla biologia. Il seme cresce e si trasforma in albero. Un neonato cresce, diviene bimbetto e poi uomo. C’è la morte che ci attende. Invece in economia la crescita tecnicamente ha un orizzonte infinito: si cresce, si cresce, si cresce ancora.

La pancia della rana che alla fine scoppia…

Per venire qui da Roma l’auto che mi ha condotto ha impiegato del tempo e una risorsa: il petrolio. Avremo consumato almeno 30 litri, giusto? Leggi tutto

I suoi occhi non mi piacciono. Simulano sincerità ma sanno di cattiveria”.

Presidente Crocetta, i miei occhi la guardano senza pregiudizio e senza cattiveria.

Invece no, di lei non mi fido. E devo chiederle, ora che ci siamo, il motivo per cui il vostro direttore Marco Travaglio continua a darmi del parruccone. Mi stimava qualche tempo fa, ora non più. Forse per via dei miei capelli?

Effettivamente sono neri come la pece.

Vuole toccarli? Vuole una ciocca? Vuole analizzarli? Non sono tinti, il mio corpo è questo, e la mia testa è questa. Sa qual è la più grande cazzata che ho fatto?

rosario_crocettaUn uomo di potere si trova a commettere degli errori anche a sua insaputa.

Sono uomo di governo, non di potere, prego. E mi fa specie che anche lei non lo riconosca.

La più memorabile cazzata che ha fatto?

Aver reso nota la mia omosessualità. Pensavo che la verità mi ponesse al riparo dal gossip, mi evitasse di correre dietro ai pruriti, alle velate e ipocrite suggestioni con le quali voi giornalisti tracciate la realtà. Ho sbagliato e grandemente.

Perché ora è colto dal dubbio?

Anzitutto le ricordo la lode al dubbio di Brecht (“Tu che guidi perché hai dubbi eccetera…”). Perché? Perché l’outing non è servito a niente. Perché in un mondo di omofobi l’omosessuale è concepito come un tipino frivolo che pensa sempre al sesso. Un inconsistente.

È una immagine purtroppo ricorrente.

L’idea che l’omosessuale non faccia altro gesto che puntare alla cerniera dell’altro. Secondo le cronache o le voci io starei passando da un letto all’altro, sarei divenuto amante di questo e di quell’altro. Siete prevenuti e omofobi. Forse spinti da pulsioni inconfessabili. Leggi tutto

Da Paestum a Cosenza Tra il Cilento e il Pollino, viaggio sulla Salerno-Reggio Calabria (che è il solito colabrodo)

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Non potevano scegliersi posto migliore. Le bufale di Antonio Palmieri si sono sistemate a pochi passi dal tempio di Cerere. Nella vita bisogna essere fortunati e loro hanno fatto bingo. Non bastassero le meraviglie di Paestum a sollevare il morale animale ci pensa il proprietario che ha affidato le sue fortune a loro. “Se la bufala è tranquilla e sta bene, vive in pace, si sente accudita, il suo latte sarà più prelibato e le mozzarelle saranno più gustose. Io punto al top, quindi per proprietà transitiva sostengo una vita al top per i miei cari animali”.

Le bufale del signor Palmieri si fanno la doccia ogni volta che lo desiderano, quando hanno bisogno chiedono e ottengono un delicato massaggio. Se hanno sonno dei materassini ad acqua le accolgono, se sono incinte godono di un periodo di aspettativa e sono escluse dai turni di mungitura. “Le bufale sono intelligenti e soprattutto amano la pulizia. L’idea che a loro piaccia ruzzolare nel fango è una vera bufala. Fagli fare una doccia e vedi come sono contente”. Palmieri, che ha la fortuna di possedere un marchio di altissimo pregio, ha scelto la via dell’autogestione animale. “Gli svedesi non volevano vendermi il sistema computerizzato che consente un regime di controllata autonomia. Mi dicevano che non erano intelligenti come le vacche. Invece li ho smentiti”. Un chip tenuto al collare agevola l’animale nei fabbisogni quotidiani. Apre e chiude cancelli, le accompagna lungo i sentieri predefiniti di una stalla 2.0 come questa. Leggi tutto