Da Paestum a Cosenza Tra il Cilento e il Pollino, viaggio sulla Salerno-Reggio Calabria (che è il solito colabrodo)

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Non potevano scegliersi posto migliore. Le bufale di Antonio Palmieri si sono sistemate a pochi passi dal tempio di Cerere. Nella vita bisogna essere fortunati e loro hanno fatto bingo. Non bastassero le meraviglie di Paestum a sollevare il morale animale ci pensa il proprietario che ha affidato le sue fortune a loro. “Se la bufala è tranquilla e sta bene, vive in pace, si sente accudita, il suo latte sarà più prelibato e le mozzarelle saranno più gustose. Io punto al top, quindi per proprietà transitiva sostengo una vita al top per i miei cari animali”.

Le bufale del signor Palmieri si fanno la doccia ogni volta che lo desiderano, quando hanno bisogno chiedono e ottengono un delicato massaggio. Se hanno sonno dei materassini ad acqua le accolgono, se sono incinte godono di un periodo di aspettativa e sono escluse dai turni di mungitura. “Le bufale sono intelligenti e soprattutto amano la pulizia. L’idea che a loro piaccia ruzzolare nel fango è una vera bufala. Fagli fare una doccia e vedi come sono contente”. Palmieri, che ha la fortuna di possedere un marchio di altissimo pregio, ha scelto la via dell’autogestione animale. “Gli svedesi non volevano vendermi il sistema computerizzato che consente un regime di controllata autonomia. Mi dicevano che non erano intelligenti come le vacche. Invece li ho smentiti”. Un chip tenuto al collare agevola l’animale nei fabbisogni quotidiani. Apre e chiude cancelli, le accompagna lungo i sentieri predefiniti di una stalla 2.0 come questa.

LE BUFALE DA UNA PARTE, i meravigliosi templi dall’altra e in mezzo la statale cilentana, la strada più bucata d’Italia. Scendere verso sud, approdare verso il mare di Palinuro diventa un’impresa. All’altezza di Agropoli interruzione: un ponte sta scivolando a terra. Quaranta chilometri più a sud altro stop: questa volta siamo all’altezza di Pisciotta. La strada muore. Il paese si raggiunge a piedi. Non resta che fare retromarcia e utilizzare la bretella che conduce all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, la mitica incompiuta. E qui viene il bello. Perché questo mostro italiano offre un ulteriore esempio della propria scempiaggine. Durante i lavori di consolidamento di un ponte, all’altezza di Mormanno, qualche mese fa un pilone ha ceduto. Un operaio è morto. Inchiesta della magistratura, stop alle auto, deviazione forzata. Altri venti chilometri di montagna dentro il parco del Pollino. Sali e poi scendi e ancora sali e ancora scendi.

Il mio obiettivo è giungere all’appuntamento con Fiore, 22 anni, rom di Cosenza. A Cosenza i rom sono cittadini riconosciuti. E Cosenza ha dato loro quel che altrove neanche sognano: una casa. Cosenza è stata la patria di Giacomo Mancini, illuminato ma controverso politico socialista che è riuscito a coniugare riformismo e clientele, progresso e marchette. Dopo anni spesi nel Parlamento e nel governo, volle fare il sindaco della città. E da sindaco, amatissimo dal suo popolo, volle dare ai suoi cittadini di etnia rom un tetto. La sua forza fu tale che la città accolse la scelta a malincuore ma in silenzio. Poche e isolate proteste.

COSENZA È DUNQUE la città degli zingari felici? “Un po’sì e un po’no”, dice Fiore, ragazzo volenteroso che anima una associazione per integrare i cosentini rom dal resto della città. “Lavoriamo per ridurre gli atteggiamenti ostili e anche le pratiche che producono un pregiudizio contro di noi”. Dunque attenzione al decoro, attenzione al lavoro, cioè determinazione nel ricercarlo. L’elemosina è meglio non praticarla, i bimbi bisogna mandarli a scuola, il rame è un metallo nobile da acquistare solo al mercato regolare. Fiore sa che è possibile vivere una vita normale e felice. Si è innamorato di Rita, lei italiana non rom, ed è stato un successo familiare. “Qualche titubanza ci fu quando lo dissi ai miei genitori, ricorda Rita, 21 anni, studentessa in Giurisprudenza, poi lo hanno conosciuto e tutto è filato liscio”. Fiore vive con i genitori in un quartiere di periferia. I suoi amici invece stanno quassù, l’ultimo complesso adagiato sui fianchi della collina. La strada però finisce lì, si chiude tra i rom. L’annuncio che siamo alle villette a schiera dai colori pastello, ordinate in modo gentile, è però segnato dal solito panorama che si incontra nelle adiacenze di un campo: copertoni, ferri vecchi, rottami, materassi bucati. “Qui da noi la nettezza urbana non fa servizio”, dice un tizio. “La differenziata non è prevista”. Non ha l’aria impegnatissima. Chiedo: “Potreste però fare attenzione, rendere più decoroso il viale”. Risponde con una punta di stupore: “Come dici?”. Dico che le villette sono belle e le case sono linde. Ma la strada è oscena, puzza. I netturbini non saranno efficienti, ma i residenti nemmeno troppo premurosi. L’abitazione di Angelo è accogliente: cucina, salotto, tv accesa, camere da letto. Angelo non è rom. Lui è stato espulso dalla sua famiglia per indegnità quando è nata la storia d’amore con la “zingara”. “Mia madre non ha accettato mia moglie. Che vuoi farci?”. Hanno due figli. “Ci sentiamo emarginati, qui viene solo la polizia a controllarci”.

NON CI SONO roulotte o tende, ma resta la distanza, l’avversione, la paura. E purtroppo però restano integri anche i pregiudizi. Non tutti saldano il debito col Comune, che ha provveduto a costruire la casa e chiede una indennità mensile di alloggio; non tutti sono in regola con l’Enel, non tutti, soprattutto, sono sconosciuti alla polizia. Fiore, con i suoi ventidue anni, è il più giudizioso: “Noi rom dobbiamo capire che alcuni tratti della nostra condizione di vita sono ingiustificabili. Dobbiamo capire che i luoghi comuni contro di noi sono alimentati anche da pratiche nostre che non favoriscono l’integrazione. Voi però dovete sforzarvi di comprendere la nostra cultura”. A Cosenza le case ci sono, ma non bastano per tutti. I più fortunati, saranno in quattrocento, sono stati sistemati in salotto. Restano gli altri. Due gruppi di rom assiepati lungo la scala sociale della sfortuna. Il secondo blocco degli stanziali ha costruito lungo l’argine di un fiume case di fortuna, tutte naturalmente abusive. Poi ci sono gli ultimi. Attendati lungo il fiume. Sono gli ultimi arrivati, i più poveri tra i diseredati. Uno dice: “Vengo dalla Romania, ma si vive male, noi siamo discriminati. Qui anche se in baracca si sta meglio”. Una casa, no? “Ma ci vede in che condizioni siamo? Una casa significa un affitto. Come faccio? Si sta bene anche così”.

da Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2015

 

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