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Dalla Basilicata alla Puglia al Molise. Lungo le coste e i monti minacciati da trivellazioni e pale eoliche volute dallo “Sblocca Italia”

Policoro, nel breve tratto di mare concesso ai lucani, un affaccio sullo Jonio tra Metaponto e Taranto, sancisce l’uscita dall’inferno della statale 106. È la strada italiana con il più alto rapporto di incidenti, di vittime, di indagini giudiziarie e anche di descrizioni letterarie. Cinge da est la Calabria e s’intruppa attraverso le case che dai monti sono scivolate fino al mare. È una strada eventuale, con deviazioni improvvise, stop eccentrici, perforazioni visive lungo le cementificazioni costiere che hanno aggredito un mare memorabile, un’acqua cristallina, con punte panoramiche mozzafiato. La strada, che inizia appena salutata Reggio Calabria, sbuca nella piana di Metaponto a cui i greci vollero un gran bene ma gli italiani no. Il governo ha infatti deciso di pompare petrolio nell’acqua, trivellarla per raccogliere l’oro nero. Pompare in mare è divenuta un’esigenza inderogabile, un’opera strategica a cui una legge del renzismo più spinto, detta “Sblocca Italia”, toglie alle comunità locali ogni diritto di censura.

DA QUALCHE SETTIMANA, come sempre succede al Sud, non solo le popolazioni ma anche i rappresentanti istituzionali si sono accorti che così non va. I presidenti delle Regioni che protestano sono tutti targati Pd, partito che ha ideato e scritto la legge. E tra le regioni più colpite dall’inderogabile, urgentissimo, indilazionabile bisogno petrolifero c’è la Puglia. Oggi il presidente è Michele Emiliano, tenace assertore dell’autonomia, ieri era Nichi Vendola. Il quale negli anni scorsi aveva optato per l’energia green, cioè fotovoltaico ed eolico, concedendo con generosità lo sfruttamento di quella terra.

Al green (e che green!) di Vendola ora si aggiunge l’oro nero di Renzi, il petrolio che si dice giaccia in quantità sia nello Jonio che nell’Adriatico e il grigio di Tony Blair, il gran tutor del gasdotto azero, l’ex premier britannico laburista che oggi fa il lobbista per le multinazionali del gas, un grande serpente d’acciaio che dalla steppa caucasica deve approdare nella splendida baia marina di San Foca, nel Salento. A Policoro sono dunque in attesa delle trivelle. In effetti in Basilicata si trivella ovunque, con decine di pozzi petroliferi da attivare a terra e che già non bastano più. Ora lo sbarco marino per raccogliere quel che la gente sente come una minaccia: “Il mio lido s’affaccerà sul petrolio. Invece dell’orizzonte vedremo le bocche di fuoco dei pennoni in mare”, dice Antonio. Il petrolio puzza? Figuratevi l’Ilva allora. E Taranto si raggiunge dopo aver costeggiato Scanzano Jonico che alcuni anni fa fu indicata come sede per la custodia di scorie nucleari. Una vasta e dura protesta popolare cambiò i progetti dell’allora governo Berlusconi. Non è chiaro se la Magna Grecia sia divenuta, a sua insaputa, il Texas italiano. È certo che –magari con tutte le buone intenzioni – la frequenza delle installazioni industriali energetiche è allarmante. Prima delle ciminiere dell’Ilva devio verso Laterza, terra di vento. E anche il vento è oro. Tra Laterza e Castellaneta, distanti l’una dall’altra 15 chilometri, negli anni scorsi sono giunti, secondo una stima dei carabinieri, 15 progetti di installazioni di pale eoliche. Se avessero accolto le domande le due cittadine pugliesi sarebbero state senza dubbio le reginette verdi d’Europa. Una richiesta di circa 560 pale che, se poste alla distanza minima di 300 metri, avrebbero realizzato 168 chilometri ininterrotti e lineari di eliche al vento. Per fortuna non è andata così, e il mercato dell’eolico, nel quale imprese (molte senza scrupoli) hanno lucrato centinaia di milioni, senza gli incentivi statali sta vivendo una stagione di declino. Ma i danni che si sono arrecati all’ambiente, il numero di pale che sono state conficcate nella terra sono cospicui. La Puglia non solo ha vento, ma anche sole. E tutte le aziende di fotovoltaico si sono ammassate nel Salento con proposte allettanti per l’economia agricola esangue. Al posto degli ulivi tanti pannelli solari. Il sindaco di Salice Salentino confidò di aver ricevuto una proposta allettante: in cambio del sole, degli ulivi dei vitigni, due milioni di euro una tantum e 600 mila l’anno come royalties.

“PER UN COMUNE come il mio sarebbe stato il nuovo mondo. Ma possiamo cambiare la nostra identità, il nostro paesaggio, la nostra economia? Saremmo stati ricchi ma dei senza casa”. E cosa sarà di Melendugno, anzi di San Foca, della mirabile riserva marina salentina, qualche chilometro sopra Otranto, quando il grande gasdotto che parte dall’Azerbaijan approderà sulla spiaggia? “Contrasteremo il progetto con tutte le forze”, dichiara il presidente della Puglia Emiliano. Fatto sta che non è stata accettata una deviazione del mastodontico tubo chiamato Tap verso l’area industriale di Brindisi, disponibile ad accogliere l’infrastruttura. Impossibile, irragionevole, antieconomica. La Puglia è una striscia lunghissima e il suo nord si raggiunge dopo 4 ore d’auto. Nella Daunia, tra San Marco in Lamis e Sant’Agata di Puglia, trascorrono l’inverno le 200 mucche della famiglia Colantuono. Compongono l’unica mandria italiana perennemente al pascolo, allo stato brado. Le uniche mucche che si fanno 200 chilometri per allontanarsi dal caldo estivo. Ai primi segni dell’afa i Colantuono organizzano la transumanza e indicano alla mandria la strada di Frosolone, in Molise. “Sono mucche magnifiche, intelligenti, abituate al viaggio, alla libertà”. Quattro giorni di cammino per i vecchi tratturi fino all’arrivo a Frosolone, in Molise. Montagne ventose e asciutte, pascolo magnifico sulle alture, panorama mozzafiato verso le valli che degradano poi sull’Adriatico. Andar su e giù per gli appennini, non avere stalle ma prati, non recinti ma valli. Carmela Colantuono è l’unica cow girl conosciuta in Italia: “Amiamo le nostre mucche, i cavalli che ci aiutano nel lavoro. Sappiamo che il loro latte è ottimo, i nostri formaggi hanno un sapore unico. E ci piace continuare così: io, i miei fratelli, i nostri genitori misuriamo il tempo con le transumanze realizzate. È più complicato organizzare il lavoro rispetto a chi numera i capi in una stalla, ma le soddisfazioni sono imperdibili. Vedi Principessa? Due anni fa non sopportava più l’incipiente autunno molisano e senza dirci niente ci anticipò. La ritrovammo ad attenderci in Puglia…”.

da Il Fatto Quotidiano 26 luglio 2015

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