#famostostadio o #famostoquartiere? Che il calcio sia il passepartout per eccellenza, chiave miracolosa per concludere affari è cosa nota. Comprensibile che la Roma, pur di avere il suo campo, si allei con chi mira ad aggiungere almeno seicentomila metri quadrati di cemento a quelli necessari per la realizzazione dello stadio e dei servizi annessi. Non soltanto non c’è traccia di una discussione sulla dimensione dell’opera monstre, sulla sua utilità effettiva ma neanche un cenno al fatto che tra i protagonisti dell’impresa – tutta autofinanziata – ci sia l’immobiliarista Luca Parnasi i cui affidamenti negli ultimi anni si sono trasformati in altrettanti enormi incagli per le banche creditrici, la prima delle quali – Unicredit – versa lacrime amare per i suoi 450 milioni di euro mai rientrati. Non è pensabile negare alla Roma lo stadio di proprietà, e certamente non è augurabile che la Capitale perda investimenti che costituirebbero, viste le casse allo stremo del Campidoglio, l’unico polmone finanziario. Eppure anche in queste condizioni varrebbe la pena considerare con meno approssimazione la qualità di investimenti che s’annunciano strabilianti: quante possibilità hanno di rivelarsi per strada pieni di piaghe? Zero? Tor di Valle è l’area a sud della città che precede quell’altro enorme insediamento della nuova Fiera di Roma, nelle intenzioni polo commerciale di prima grandezza nazionale divenuto poi desolante spiazzo di cemento a cielo aperto. Roma, la sua élite culturale e politica, assistono alla querelle dello stadio e delle grandi opere connesse con l’arietta furba di chi non vede, e se vede non capisce lasciando apparire come una capricciosa contrarietà alle cubature del progetto del solo assessore all’Urbanistica Paolo Berdini. Oltre a Spalletti e Totti, cosa resta in città?

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017