enrico-rossiSi vede che fare il presidente della Regione annoia perché ormai sono due a candidarsi per la segreteria del Pd, sempre che il terzo, cioè il laziale Zingaretti, non si metta pure lui in testa di traslocare. Ma prima del pugliese Michele Emiliano, la voglia di sfrattare Renzi è venuta al toscano Enrico Rossi.

La chiamassi signor Rossi? Il suo cognome è fatto apposta per essere dimenticato e il suo volto ancora non si conosce benissimo. È stato il primo ad annunciare la candidatura alternativa e forse sarà l’ultimo piazzato.

Aspetti aspetti. Sono partito lungo perché sono un fondista, ma il terreno è largo, la mia rete cresce di numero, siamo già a quattromila in Italia con sessanta comitati provinciali. Dia un po’ di tempo e anche le televisioni si accorgeranno di me.

Rossi il burocrate. Prima vice poi sindaco a Pontedera, quindi assessore regionale alla Sanità e infine presidente. Fisiognomica del candidato da tardo novecento.

Renzi viene dalla società civile? E poi che storia è questa: chi ama la politica perde il diritto di farla?

Innanzitutto capisca bene dove si candida e per cosa: il Pd oggi è come una casa senza porta, un’associazione senza scopo. Ci trova di tutto.

Ci vuole più socialismo e meno tipi alla Farinetti.

Eataly is out?

Non dobbiamo confondere la gente. Se l’operaio che vuole votarci trova il padrone della ferriera a fare gli onori di casa per prima cosa s’imbarazza e per seconda cambia idea e vota qualcun altro.

Farinetti è un supporter esterno. Come Briatore. Legati dalla stima personale per Renzi.

Ecco, bisognerebbe non annoverarli nemmeno tra i nostri fan. Li sta pregando di non votare Pd. Esattamente. Dobbiamo rappresentare quella gente che ci ha dato la forza di essere quel che siamo, che ci chiede di tornare a fare il nostro mestiere.

Lei sa di muffa, direbbe Renzi.

A me dà noia lui, la sua velocità senza costrutto, senza pensiero.

Sarà che è comunista?

Il libro nel quale espongo le mie idee s’intitola Rivoluzione socialista. Abbiamo ingiuriato la nostra storia e adesso la realtà ci presenta il conto.

Di nuovo con le ideologia direbbe Matteo, allora lei è ottocentesco! Leggi tutto

Era il prete del suo paese. Ora è il sindaco. Un don Camillo divenuto Peppone, anzi per chiudere il cerchio della trasgressione il don Peppone di Aiello del Friuli, la punta estrema del ex triangolo del salotto, le industrie del mobile ieri vanto e oggi croci di un territorio divenuto improvvisamente povero.

Andrea Bellavite, transgender del sesto tipo.

Venni qui da parroco nel 2002, stetti cinque anni e conobbi ogni casa. Sono tornato l’anno scorso da candidato, eletto per un soffio.

Teologo, filosofo, giornalista, pacifista, viandante.

Tutte queste cose messe insieme.

Ex prete anzitutto.

Nel 2007 ho rotto col mio mondo. A sorpresa un gruppo di amici e compagni della sinistra goriziana mi offrirono la candidatura a Gorizia. Ero già immerso nella vita pubblica, nell’impegno civile, nella cucitura dei movimenti di sinistra.

Era ancora prete.

Da prete e parroco conducevo questa vita su un doppio binario, timoroso però di lasciare la tonaca. Ero direttore del settimanale diocesano, pieno di impegni e di ansie.

La vita da prete dev’essere terribile. Anche lei ha dovuto fare i conti con la castità, prima ancora che con la politica.

Il frate fa il voto di castità, il prete fa promessa di celibato. Ma non c’è dubbio che il vincolo della assoluta illibatezza sia una montagna difficile da scalare.

A quanto pare i preti del nord-est sono cattivi scalatori.

Beh, i fatti della cronaca più recente danno il segno più di una devianza criminale. Io invece parlo della privazione di un sentimento così naturale, umano. Un atto di permanente contrizione.

Una vita dentro il peccato, all’ombra del peccato.

È vero, un prete tiene dentro di sé questo peso.

Tra colleghi non si discute del tema?

No, assolutamente. Al massimo col confessore o piuttosto con lo psicologo.

C’è il terrore che la gerarchia si vendichi ed espella?

No, la Chiesa è caritatevole anzi di più. Assolve sempre e comprende sempre, beninteso se il peccato non diviene di pubblico dominio.

A lei la relazione con una donna è stata la conferma che la promessa davanti a Cristo era stata mancata.

Vivevo col terrore questa condizione. Alla fine anche prendere il caffè al bar con una ragazza diveniva un elemento di paura: vuoi vedere che mi vedono? Stai a vedere che iniziano a mormorare. E la cosa più ingiusta era la mortificazione permanente della donna.

I paesi sono i luoghi del rancore, la gente mormora…

Eppure sapesse adesso i miei concittadini di Aiello come mi accolgono, quale spirito comunitario si è creato. Sono il loro sindaco e il loro confessore.

Un po’ Peppone e un po’ don Camillo.

La politica mi ha fatto dare uno scatto alla vita. Avevo paura al tempo in cui fui sospeso a divinis (era il 2007) di trovarmi senza lavoro, senza più amici, senza il mondo sul quale da prete avevo puntato: la società del bisogno e gli altri, i migranti per esempio.

Apre il municipio e suona le campane alla domenica?

Questo no, ma la mia identità è complessa e sovrappone le due vite che ho avuto la fortuna di vivere.

È sposato?

Non lo sono mai stato. E adesso sono single.

Il celibato non funziona proprio.

Temo di no, che noi uomini o gran parte di noi non riusciamo a coniugare la fede con questa condizione.

Voi preti, o ex.

Siamo peccatori. Ma ce ne sono tanti che invece immolano con convinzione e fiducia la loro vita alla castità. È un’attitudine, una luce che illumina alcuni e altri no.

Non dice più messa ma ha trovato un altro lavoro e un altro stipendio.

L’indennità di sindaco fa 1.302 euro al mese.

Si campa tirando la cinghia.

Faccio tante altre cose, non posso lamentarmi. E la soddisfazione più grande è che vedo la mia comunità partecipe, vicina.

Hanno mormorato, ma poi hanno capito.

Quando mi hanno chiesto di candidarmi dissi agli amici venuti in delegazione a Gorizia: ma siete proprio sicuri? Accettai perché mi parve un modo utile per mettere in campo le mie idee: apertura agli stranieri, lotta per la pace, multiculturalismo. Mi consigliavano di essere prudente nei comizi, invece io pensai che ci fosse un dovere di onestà e di sincerità. Questo io sono, queste sono le mie idee.

Bene, quanti migranti dunque ha il suo Comune?

Mi vergogno un po’ a dirlo ma ancora nessuno.

Don Peppone, proprio lei fa ostruzione!

Siamo appena entrati nel progetto Sprar. Solo da marzo avremo otto richiedenti asilo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2017

giulio-andreottiI più ambiziosi possono puntare sulla capacità balistica di Giulio Andreotti di colpire l’elettore e centrarlo anche a notevole distanza. I tenaci e i taciturni hanno due opzioni: tentare di copiare il modello Gaspari, un abruzzese che riceveva i clienti anche in agosto ai bagni di Vasto (primo ombrellone a sinistra), oppure per i modesti e i timidi ritrovare nella carriera di Alfredo Vito, mister Centomila preferenze, “la Sogliola” per gli amici. Ora che all’orizzonte c’è il sistema proporzionale è bene che deputati e senatori, soprattutto se giovani, volgano lo sguardo al secolo scorso dove i mangiatori di voti erano una falange di tutto rispetto, con truppe da combattimento, soprattutto al centro sud, di notevole spirito e pari audacia.

“NON SONO ANDATO MAI in vacanza in vita mia e l’unico pomeriggio di festa cadeva il giorno di Natale. Di mattina ricevevo, naturalmente, poi a pranzo sospendevo e mi concedevo la mezza giornata di libertà. Ricordo che la prima volta che ho accompagnato mia moglie a fare shopping è stato poco prima che morisse, quando non ero più deputato e quindi piuttosto libero”. È la lezione di Gaspari, da Gissi. Se Andreotti approntava cordate militari (preferenze su quattro nomi, poco spazio alla fantasia e moltissimo invece alla fedeltà) si deve alla capacità, all’energia e anche all’inventiva del gruppo irpino capitanato da Ciriaco De Mita, più colto e raffinato, se ai contadini analfabeti del Sud o agli elettori soltanto svogliati fu offerta la soluzione a ogni possibile pigrizia. Elezioni politiche del 1968, lotta interna alla Democrazia cristiana e squadra di quattro per raggranellare ovunque i voti che sarebbero serviti. Si poteva votare scrivendo il nome, ma era più complicato ed esposto ai rischi della lingua italiana, oppure indicando il numero relativo alla posizione del candidato. “Tu voti il numero 1, poi il numero 9 poi il numero 6 poi il numero 8”. Semplificando si chiese a tutti: Votate e fate votare 1968! Fu un bellissimo spariglio, e la legione irpina iniziò a farsi notare sempre più fino a raggiungere il comando negli anni Ottanta.

La caccia alle preferenze è una specialità del centro sud. Soldi, soprattutto soldi, e offerte di lavoro a iosa. Silvio Gava e poi suo figlio Antonio detronizzarono il regime laurino della scarpa prima del voto e della seconda dopo la verifica elettorale, della “buatta” di pomodori (confezioni di pelati) con le quali il comandante Lauro pure si districava benissimo. Gava col ciciniello (anello d’oro molto vistoso) al dito divenne ministro degli Interni e promosse naturalmente Napoli come baricentro della civiltà nazionale. Nacquero in rapida successione la banda dei quattro, la corrente del Golfo, e varie altre combinazioni interpartitiche (democristiani-socialisti-laici) offerte dal sistema proporzionale. Leggi tutto

rotaie-addioIeri, ai margini della cronaca quotidiana, ha trovato un piccolo spazio la notizia di quattro corpi di poveri cristi, due dei quali – padre e figlio – trovati ghiacciati ai margini della strada che doveva condurli alla ricerca di un po’ di cibo. Non sono morti che contano nell’Abruzzo incarcerato e isolato, costretto a chiudersi in casa e sperare che qualcuno ancora oggi se ne accorga e prenda cura. Sono i paesi sommersi e sepolti più che dalla neve dall’incuria e dalla dabbenaggine dello Stato che proprio qui, fino a pochi anni fa, vantava il miglior sistema di mobilità esistente: il treno. La littorina prima, il locomotore elettrico poi erano dotati di una lancia d’acciaio anteriore, il rovere, che bucava la neve, spalancava la strada ai vagoni e congiungeva paese a paese. Proprio a Sulmona nasceva la tratta in quota più alta d’Italia, il collegamento lungo il crinale montuoso che legava l’Abruzzo al Molise: da Sulmona a Roccaraso, poi Castel di Sangro, Isernia e infine Carpineto. Paravalanghe a coprire i fianchi, il rostro sul muso della locomotiva ad aprire la strada e via. Era chiamata, infatti, la transiberiana d’Italia.

LA CATASTROFE di questi giorni è stata soprattutto una profonda, irreversibile crisi della mobilità. Dal 1990 in poi l’Italia ha smobilitato, liquidato e fatto arrugginire circa ottomila chilometri di tratte ferroviarie ritenute di serie b: i cosiddetti rami secchi. Nel quadrilatero della crisi i treni non esistono praticamente più. Resiste la linea del mare, la cosiddetta Adriatica, e basta. L’attraversamento, se si può definire tale, è solo lungo la via di Orte e punta su Ancona. L’Italia interna è fuori dalle linee ferroviarie, l’unico sistema di trasporto sicuro e soprattutto popolare. Il taglio dei “rami secchi” – il costo economico che procurava il mantenimento del servizio – è spesso servito da paravento, ottimo motivo per agevolare il business della gomma, naturalmente assistito da provvidenze pubbliche. Così, semplicemente, i soldi si sono spostati dai treni ai bus. A nord dell’area colpita, la Fano-Fossombrone è stata liquidata, malgrado fosse sempre ricca di viaggiatori e quella tratta congiungesse il mare all’interno con tempi di percorrenza di gran lunga inferiori a quelli che oggi impegnano i bus sostitutivi.

Uguale, per modalità e tempi di disattivazione, le altre linee che collegavano l’Italia interna alle città: Pescara di qua, Roma di là. E così, paradosso nel paradosso, il governo italiano si prepara a spendere quattro miliardi di euro per far fronte all’emergenza terremoto, pronto a impegnarne almeno altrettanti per l’enorme area devastata dalla catastrofe che è anche quella maggiormente colpita dall’abbandono, senza imputarne uno solo per riattivare i collegamenti su ferrovia, linfa vitale dell’economia locale.

VOLTERRA, da quando ha perso il treno, ha perduto la metà dei suoi abitanti. “Abbiamo in mente di utilizzare i fondi europei”, ha detto il commissario Vasco Errani. Quindi tutto da progettare, da definire, da programmare. Un domani, forse, chissà… Con Rieti, dove ha sede il centro operativo dell’emergenza che da settant’anni discute e aspetta il suo treno per Roma e Amatrice, il paese martire, che patisce a uno spopolamento che l’ave – va già aggredita e che ora rischia di metterla al tappeto. Forse avremo le case, prime e seconde, ma chi le abiterà?

Da: Il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2017

terremoto-neveDiciamoci la verità: ci siamo accorti della neve che sommergeva i paesi dell’Appennino solo perché il terremoto ha fatto sobbalzare Roma. Senza quel trittico di scosse l’allerta sarebbe suonata ancora più tardi per quella che sarà ricordata come la più sgangherata, confusa e ritardataria azione di soccorso della storia per il resto specchiata della nostra Protezione civile.

L’allerta meteo

Riavvolgiamo il nastro degli allarmi. È dal 2 gennaio che i servizi meteo annunciano crisi “glaciali”, cadute “siberiane” della temperatura lungo la costa adriatica e sul versante appenninico. Con sempre maggiore enfasi la portata dell’evento viene curata nei dettagli, aggiornando quotidianamente i centimetri di neve che cadranno.

Infatti la neve cade, e soprattutto imbianca fino a coprirlo del tutto il quadrilatero terremotato che trova Amatrice all’angolo ovest, Vasto sulla costa sud che a nord arriva fino a Civitanova e chiude all’interno verso Camerino e oltre, fin quasi a Foligno.

Pochi spazzaneve

È il terreno d’azione del Dicomac di stanza a Rieti, la direzione del comando operativo della Protezione civile e del gruppo interforze. Sapevano tutto tutti. Sapevano, per esempio, che la neve che avrebbe colpito l’Italia centrale avrebbe lasciato indenne le Alpi, sapevano che i bruchi e le turbine, i grandi rotori mangia- neve, e i gruppi del soccorso alpino, i più allenati a fronteggiare questo tipo di emergenze, stazionano a molti chilometri dall’area di crisi. Tutti poi conoscevano un’altra verità: la popolazione residente è spesso confinata in piccole frazioni che col bel tempo sono difficili da raggiungere figurarsi col maltempo! Si sa per certo che due turbine, presumiamo le uniche due in funzione già dal’11 gennaio, sono poste sulla Salaria, la trasversale d’Italia. Il resto è out.

500mila senza corrente

I soccorsi non si attivano quando la statale 80 – una delle principali vie di fuga di montagna – è impraticabile, non si attivano quando dal Maceratese giungono le prime richieste d’aiuto e si allertano, ma timidamente, solo quando in Abruzzo, su una popolazione di un milione e 260 mila abitanti, circa 500 mila restano senza energia elettrica! Si ghiacciano le centraline Enel e va in tilt anche la catena di Terna: 200 mila utenze disalimentate. Un’enormità che produce una vera e propria crisi umanitaria perché si abbatte su paesi squassati dal terremoto, con case pericolanti e ancora troppe soluzioni di fortuna. Ieri sera ancora 80 mila erano senza corrente.

Le casette non ci sono Leggi tutto

Non c’è altro da fare in Italia che accapigliarsi sui Cinque Stelle. Commentare, applaudire o assai più spesso condannare una loro parola, un fatto, una decisione.

Come se il resto del teatrone politico fosse costituito da attori immobili ed eterni, sui quali il giudizio è oramai del tutto irrilevante e non produce effetti pratici. Esempio: quante maggioranze Angelino Alfano ha attraversato? Vattelapesca! Era ministro con Silvio Berlusconi, lo è stato con Enrico Letta e pure con Matteo Renzi. Oggi è al fianco di Paolo Gentiloni e domani chissà. Si può fare qualcosa? Sembra di no, il suo destino prescinde dal nostro voto. Lui c’è e basta.

Dunque non ci resta che fare i conti, a volte ossessivamente, solo con questo movimento al quale conferiamo fiducia per negazione (non sappiamo a chi altri diavolo rivolgerci) o – molto più spesso – la rifiutiamo (li avversiamo così tanto che preferiamo votare il diavolo ma non loro). Non c’è un pensiero, figurarsi un partito. Non tifiamo per. Semplicemente ci capita di opporci a quella che è oggi l’opposizione. Cosicché quando vediamo pubblicata la classifica dei sindaci più popolari, che ogni anno stila il Sole 24 Ore, rincorriamo subito i nomi dei Cinque Stelle. E, sorpresa, li ritroviamo in testa e in coda. Chiara Appendino a Torino prima, Virginia Raggi a Roma tra le ultime, e un ex – Federico Pizzarotti di Parma – al terzo posto. Di nuovo monopolisti, nel bene e nel male. È come se solo loro avessero una relazione comune e gli altri invece separati e ignoti destini. Risponde al Pd, per esempio, il sindaco di Milano Giuseppe Sala (30º posto)? E qual è il primo cittadino eletto grazie all’impegno pubblico di Berlusconi? Il deserto, oltre i Cinque Stelle. Come mai?

Ci soccorre un’altra classifica, assai più rigorosa, stilata dal World Economic Forum: tra trenta Paesi presi in considerazione, l’Italia è quello che ha meno fiducia nella sua élite. Tutto si tiene.

Da: Il Fatto Quotidiano, 17 gennaio 2017

isabella-contiHa trentacinque anni e fa il sindaco da meno di tre. E lo fa talmente bene che, dimenticando di guidare la giunta di San Lazzaro di Savena, rosso su rosso emiliano vicino a Bologna, cippo imperituro al Pci e alla Lega Coop, ha imbracciato proprio con le Cooperative una battaglia corpo a corpo: non solo ha rifiutato di concedere la sua firma per autorizzare quella che le pareva una notevole e sconclusionata colata di cemento, ma ha delegato ai magistrati della Procura di Bologna l’approfondimento dei fatti. L’ha deciso pur avendo in tasca la tessera del Pd e nutrendo verso il partito un amore incondizionato ed eterno.

Fare la guerra alle Coop proprio dove le Coop comandano è medaglia al valore.

È una vicenda tristissima, che mi ha amareggiata molto e sulla quale non vorrei tornare. Avevamo le nostre buone ragioni per negare le autorizzazioni e le abbiamo fatte valere.

Direbbero i cattivi: ma lei non sa come va il mondo? Lei non sa cosa è divenuto il Pd?

Io sono buona e credo nei buoni. Anzi ho fede smisurata nella bontà. A 15 anni, quando mi sono iscritta alla Sinistra giovanile, ho scambiato la politica per una pratica umanistica, da volontariato, tipo Croce Rossa. Aiutare i poveri, dar da mangiare gli affamati. Ci credevo e ci ho sempre creduto.

Poi è cresciuta.

Non sono divenuta crocerossina ma penso che la politica debba avere una relazione empatica con gli elettori. Deve sorridere loro tutte le mattine, deve condurli per mano, fargli capire la propria buona ragione.

Ciò che non è riuscito a Matteo Renzi, che pure lei apprezza molto.

Di Renzi mi è piaciuto il piglio, la voglia di cambiare, e anche la fatica di farlo.

Voleva cambiare insieme a chi?

Agli italiani!

Voleva cambiare l’Italia facendo però a meno di cambiare il Pd, il suo partito.

Io lo so quello che pensa.

Penso che nel suo partito ci siano parecchi cattivi.

Mi ha appena detto che il Pd è irriformabile.

Lo confermo. Leggi tutto

È una Repubblica fondata sul lavoro o sull’arbitrio? Grazie alla sentenza della Consulta un datore di lavoro non avrà da temere l’esito del referendum per l’abrogazione della norma che annulla l’obbligo di dare una spiegazione del licenziamento a chi lo firma. Licenzia perché l’azienda è in crisi? Perché il dipendente è uno sfaticato? Perché ha un colore della pelle diverso dal suo? Perché gli è antipatico? Perché? Al datore di lavoro basteranno pochi spiccioli da mettere in mano al suo ex lavoratore e un ciao.

LA CONSULTA ha infatti negato, ritenendo il quesito manipolativo e troppo “creativo”, il diritto di oltre tre milioni di italiani di sottoporre al voto popolare la norma della legge che ha abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Otto voti contrari e cinque favorevoli. Hanno votato contro la quasi totalità dei giudici nominati per decisione politica (Parlamento e presidente della Repubblica). È stato ritenuto manipolativo il quesito nonostante la stessa Corte nel 2003 per lo stesso tema, solo capovolto (ampliamento dei diritti anche ai lavoratori con aziende al di sopra dei cinque dipendenti) avesse dato il via libera. Gli effetti politici della decisione sono poi limpidi e netti come le stelle in cielo nella notte di San Lorenzo: il referendum sul Jobs act così depotenziato è a rischio. Il punto di crisi più forte per questa maggioranza e questo governo è scongiurato. E infine le elezioni anticipate si allontanano.

Resta sepolto nell’indifferenza e nella trascuratezza il dato più grave: si allontana per sempre l’idea che il diritto al lavoro e il suo esercizio debbano essere uguali per tutti. Che non possa esistere il doppio binario di chi vede garantita la sua dignità e chi no. Chi è licenziato senza una spiegazione e chi non ha l’obbligo neanche di giustificare la propria assenza.

Siamo nel mondo della ruota della fortuna. E più di tutto conterà l’arbitrio. L’arbitrio padronale è oramai un assunto di legge: assumo chi mi pare e licenzio chi mi pare e quando mi pare. Nel settore pubblico l’arbitrio è del potere politico che sceglie, utilizzando la medesima disinvoltura del padroncino, a chi far recapitare lo stipendio senza obbligo di frequenza, diciamo così, scorticando fino a renderli parametri di perenne ingiustizia le norme di garanzia che presidiano l’esercizio del lavoro. Altrimenti sarebbe possibile che nella Sanità il 12 per cento dei lavoratori è esentato dalle mansioni per le quali è stato assunto? Sarebbe possibile, diamo solo poche cifre, che a Palermo 270 netturbini sono pagati per non spazzare? E in Calabria il 50 per cento tra infermieri e portantini sono stati reclutati non per assistere e curare ma solo per scrivere? Oppure, per dire: a Firenze il 40 per cento dei vigili che non vigila.

L’arbitrio è la stella polare. Chi ha la responsabilità di governo e di gestione degli enti pubblici è artefice di uno svuotamento di senso e di logica delle norme poste a presidio di diritti fondamentali: la malattia quando si è malati, il congedo parentale se si ha un figlio, orari ridotti o giorni di ferie aggiuntivi se si hanno parenti disabili da assistere. E quindi al binario parallelo che colpevolmente separa le carriere e la dignità di chi è assunto nel regime privatistico e chi invece nel settore pubblico si aggiunge un terzo binario, che in Italia coinvolge un numero impressionante di persone oramai titolari del diritto ad essere lavativi.

BUCARE sistematicamente i propri doveri è divenuto il corrispettivo usuale della sottomissione, oppure della compromissione con le scelte del governante di turno e anche il dazio che si paga per ottenere sostegno elettorale. E così chi si spella le mani dalla fatica e chi avanza di mese in mese il diritto al congedo, magari taroccato. O chi –affermando il falso – ottiene l’esenzione da mansioni che rendevano la sua assunzione necessaria. Il caso dell’ospedale di Nola, con i malati fotografati per terra, è l’esatto punto di caduta della gestione clientelare della salute. C’è da chiedersi perché le uniche sezioni di partito in perenne attività si trovino solo tra le corsie di ospedale. E perché, a ogni elezione, le liste siano zeppe di medici e infermieri, portantini e spiccia faccende delle Asl? È la catena elettorale che produce i voti e la clientela è lì dove ci sono i soldi.

Snaturare in maniera così clamorosa le norme di garanzia serve solo a far aumentare il livello di disistima e di rabbia degli esclusi, far lievitare gli atti di ostilità e naturalmente agevolare la tesi di quanti trovano nell’esercizio di un diritto la causa del problema. Quindi ecco la soluzione che purtroppo la sentenza della Consulta aiuta a prefigurare: meno diritti per tutti.

Da: Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2017

enrico-zanetti
Più che la sua voce erano i suoi occhiali che portavano conforto.

L’unico vezzo, davvero.

Enrico Zanetti, il viceministro all’Economia al tempo di Renzi, era in tv da mattina a sera.

Andavo sempre.

Ingaggiava battaglia a ogni ora del giorno e della notte, mandavano le i nelle missioni impossibili.

Aggiunga che qualche volta mi hanno tenuto col freno a mano tirato. Altrimenti sa che avrei combinato? Penso alla Consob, per esempio.

Si immergeva in ogni talk show con grande sprezzo del pericolo. I suoi fanaloni a coprire metà del volto erano proprio particolari. Ricordo quella montatura di un meraviglioso blu elettrico.

Andavo sul rosso ultimamente. Varie sfumature di rosso.

Rammento però un verde smeraldo di grande impatto.

Ho avuto il verde, ma nella prima fase. Poi mi consigliarono di non cambiare più colore per non disarticolare il telespettatore.

Le sono rimasti gli occhiali ma ha perso la poltrona.

Sono un disastro, da questo punto di vista un ingenuo come me non si trova in giro!

Si è messo con Denis Verdini, roba da non crederci. Era lanciatissimo, stimabile, un commercialista coi fiocchi. Per di più liberista ed ex elettore di Forza Italia, il miglior alleato possibile per il Pd attuale.

L’incontro con Verdini mi ha danneggiato tantissimo.

Ha sospeso una carriera vivacissima.

Plausibile la sconfitta, ma con quel risultato no. Davvero non me l’aspettavo.

Ancora faccio fatica a pensare di non vedere più in tv l’onorevole Zanetti. Leggi tutto

pierluigi-petrilloSono undici anni che tra il 24 e il 28 dicembre, data fissa, viene emanato il decreto milleproroghe. Non c’è altro atto avente forza di legge che sia così certo, puntuale, improcrastinabile.

La proroga come elemento culturale dell’identità nazionale, il rinvio come strategia, l’apparenza che diviene realtà. Pier Luigi Petrillo insegna Diritto pubblico comparato all’Unitelma Sapienza e Teorie e tecniche del Lobbying alla Luiss, ed è un indagatore del rinvio come carta della fortuna, strategia del cuore, motivatore delle nostre pigrizie. “È l’impronta digitale del nostro pensiero, la necessità di ovviare alla realtà provando a utilizzare l’apparenza”.

Noi riusciamo a prorogare persino scadenze già scadute.

Risolviamo in modo unico il problema: lo eliminiamo dal presente e lo spostiamo in un futuro indeterminato, giacché siamo pronti, alla scadenza del primo rinvio, a emanare un decreto di ulteriore proroga. Essendo gli unici in Europa a utilizzare questa legislazione fantasy, sono sicuro che qualcuno ce lo copierà prima o poi. In effetti è bellissimo rinviare. Perché mai bisogna pagare le tasse entro quel termine?

La proroga come cultura e strategia di vita.

Non ci bastano più le parole per essere ultimativi: se bisogna adempiere un certo atto “entro il” noi troveremo scritto “entro e non oltre il”. Abbiamo bisogno di un rafforzativo per dichiarare la nostra volontà ferrea di non transigere.

È severamente vietato…

Vede? Non ci bastava scrivere “è vietato”. Quel severamente ci aiuta a non fare i conti con la realtà.

Il rinvio è una speranza o una furbata?

Il rinvio serve alla politica per affermare di aver fatto una cosa che poi non è. E ai giornali per titolare su una decisione dandola per acquisita e definitiva quando non è. Qui siamo alla forma più sofisticata del rinvio: la legge si approva ma è vuota e rimanda a decreti legislativi, a un futuro prossimo alquanto incerto. La legge Madia sulla Pubblica amministrazione è un guscio vuoto, una semplice promessa, per esempio.

Siamo in tempi di post verità.

Anche la legge sul Jobs act è un guscio vuoto, licenziata dal Parlamento senza contenuto. Leggi tutto