Il Salone del mobile di Milano è la principale mostra del made in Italy, la rassegna annuale dei capitani d’industria, il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. È un appuntamento così importante che i rappresentanti delle Istituzioni non mancano mai di presenziare. È sempre stato così. Mai però, fino all’altroieri, era accaduto che il presidente della Repubblica fosse accolto in una sala con larghi spazi vuoti. Alcuni secondi di un video del Corriere.it documentano questa imprevista defaillance che le compensazioni e i tagli delle foto ufficiali erano riuscite a evitare di esibire.

NON PENSO CHE sia stato un atto di disistima per l’oratoria di Sergio Mattarella, pur nota per non essere particolarmente coinvolgente, o una scortesia personale o ancora una contestazione per l’ufficio che rappresenta. Quel vuoto – semplicemente e drammaticamente – denuncia l’irrilevanza della politica rispetto agli interessi di chi avrebbe dovuto essere lì, in questo caso gli industriali. L’irrilevanza confina con quel senso di estraneità che oggi colpisce, in un modo altrettanto imprevisto, Matteo Renzi, l’uomo del futuro già passato, dell’oggi improvvisamente divenuto ieri. Il premier, ora ex, che è costretto a ripetere oggi la promessa non mantenuta di ieri: “Questa volta se perdo lascio per davvero”. Per davvero e non per finta, dunque. I mille giorni del renzismo sanno già di muffa e di bugia, e la sua filiazione governativa, con Paolo Gentiloni mandato al periclitante ponte di comando, appare come la milizia dei caschi bianchi dell’Onu: esercito senza bandiere, esecutivo senza popolo e senza scopo. La velocità con cui mangiamo il nuovo, lo digeriamo e infine lo espelliamo va di pari passo con l’approssimazione con la quale selezioniamo questo nuovo. Un profetico Giovanni Sartori, la cui scomparsa è stata giustamente salutata come la perdita di un maestro nell’insegnamento rigoroso della scienza della politica, dieci anni fa – era il 18 settembre 2007 – in un editoriale titolato “La terra trema sotto la Casta” – prevedeva quel che poi sarebbe accaduto. L’enorme successo del “grillismo” come un “colpo di vento contro i miasmi della politica” irriducibilmente conservativa, chiusa agli alieni, in questo caso gli elettori, e sorda a ogni richiesta di cambiamento.

NEGLI ANNI, questa parola – cambiamento – si è fatta largo fino a espandersi nelle pieghe più nascoste della società e a mutare di senso. Da aspirazione politica a bisogno istantaneo. Cambiare è divenuta un’ansia da prestazione. Cosicché gli industriali del mobile, quegli stessi che due giorni fa hanno disertato per scoramento l’intervento del capo dello Stato, avevano applaudito per vent’anni Silvio Berlusconi, e si sono arresi dal venerarlo solo quando il Cavaliere ha trasferito il suo potere alle gonne delle olgettine. Gli sono poi bastati invece tre anni per mandare in soffitta Matteo Renzi e ora, come spiegava bene uno di essi, avanti un altro.

Da: Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2017

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