kampahÈ il dito che compie il miracolo o – chissà – lo sputo, magari il pugno. Se l’arte per dispiegarsi ha bisogno del corpo allora si giunge al punto in cui è arrivato Flavio Campagna, in arte Kampah (FCK). Flavio è artista multimediale: matita, video, computer. E anche, per non farsi mancare nulla, un dito della mano, un pugno come timbro, un’unghia come sfregio.

Fck è un creativo contemporaneo. Come tanti – solo un poco più fortunato – ha attraversato – partendo da Parma dove poi è ritornato – mille mondi e usato mille modi per affermare la sua arte: “Innovare sempre. La grafica pubblicitaria mi ha portato a Hollywood, l’amore per l’animazione mi ha spinto in Australia, la voglia di cambiare il mondo o resistere al regresso del mondo mi ha fatto atterrare all’Avana”.

Fck non è un pittore, non è un disegnatore, non è un grafico. “Mischio, contamino, sovrappongo. E vado dove la passione mi porta”.

All’Avana si è divertito con la faccia di Trump.

Cento serigrafie con la tecnica stencil. Sovrapporre un foglio ben disegnato e poi colorarlo. Lavorare con uno stampo di carta. Ho ritratto la faccia di Trump e poi con un pugno l’ho violentemente colpita.

Ogni copia un pugno.

Esatto. Colpita cento volte con cento pugni differenti. E sono usciti cento ritratti distinti. Un colore alla volta, i cento colori di Trump.

In Italia invece ha affidato alla street art la missione.

Fare arte all’aperto è l’esperimento creativo e collettivo più importante di questo mezzo secolo. È una fucina di passione che spesso non trova dignità artistica perché si espande fuori dalle regole.

I graffiti saranno un segno di passione ma a volte anche di sopraffazione.

Vero. Quando si sviluppa sul filo di lana dell’illegalità, quando disegna sui muri altrui, a volte quando disegna male, quando occupa e forse esagera. Arte pubblica, di strada, en plein air. C’è l’artista e lo sprovveduto, l’imbrattatore e il grande ambasciatore del nuovo. Mi sono sempre rifiutato di lavorare in luoghi non deputati. Dove mi hanno chiamato ho dipinto.

In questo caso dipingere il cemento è un’attività meritoria. Si allevia la ferita al paesaggio.

Il colore cambia il volto di un palazzo. E un colore col tempo e le intemperie muta di identità, si trasforma, e trasforma il messaggio. Una casa dipinta fa un effetto vista da vicina, chiama a un’altra idea se osservata da lontano.

Ci sono angoli d’Italia così brutti.

La street art come un pronto soccorso culturale, una conversione del brutto verso il bello. La mitigazione dell’orrido attraverso il dispiego dell’energia visiva, della punta del colore.

Il rosso, il giallo, il blu.

A Viadana sul Po può trovare un mio lavoro. S’intitola On the road con un’immagine di Kerouac.

Hanno apprezzato?

Il dipinto ha avuto dapprima un’accoglienza fredda, ma poi hanno capito la forza propulsiva di quel lavoro.

È trasformazione urbana.

Sono stato chiamato in Sicilia. A Favara, in provincia di Agrigento, e a Petrosino, nel Trapanese. Povere case che sono state riabilitate, muri sbrecciati che hanno raccolto il meglio dell’arte di strada. Fondali comuni che si sono ingentiliti, piccole pietre d’arte a far da spalla al nulla.

Rigenerazione dell’esistente.

Esatto. Sta divenendo una necessità, e resta una opportunità importante. C’è un serbatoio d’arte sconosciuto o negato, immenso però. Possiamo prenderlo a piene mani. Io non faccio solo questo, e cento altri modi per provare a produrre un’idea, metterla in campo, fosse un foglio A4 o un muro cadente, esistono e li utilizzo. Mi muovo nel mondo, vado dove mi porta la passione e la fortuna.

Da: Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2017

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