Parlamento fa rima con ornamento, Rosatellum con Porcellum, deputati con nominati, fiducia con sfiducia. Tutti a Montecitorio, oggi è il 10 ottobre e alle 15 c’è l’appuntamento con la ghigliottina.

I CHIAMATI al patibolo sono attesi puntuali. In fila indiana prendono posto nell’aula e attendono di finire col capo sotto la lama. “Sono stato eletto a Mantova, e in Lombardia si prevede un disastro. Possibile che il mio seggio sparisca. E sa che penso? Che dopo dieci anni passati in Parlamento è anche venuto il tempo di badare all’azienda di famiglia. Tornarci adesso sarebbe utile a me e anche alle nostre attività. Mi piace tanto la politica, ma adesso bisogna scegliere e forse io ho già scelto”. Il suicidio di massa è stato pensato da Renzi per quelli come Matteo Colaninno, figlio di Roberto, imprenditore e finanziere. Fuori uno. Ottimo.

Alla buvette il beneventano Umberto Del Basso De Caro, che non si considera in esubero, spiega il problema: “La questione è semplice, il voto di fiducia è stato ideato per quelli che – temendo di finire anzitempo arrostiti nelle urne –potrebbero fare uno scherzetto al partito e votare, coperti dal segreto, contro la nuova legge elettorale”. Più che una legge è un jobs act elettorale, il Rosatellum prevede almeno un centinaio di licenziamenti senza giusta causa tra la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, regioni dove il Pd ha ottenuto alle elezioni scorse – grazie al premio di maggioranza del Porcellum – una quota aggiuntiva di eletti. È una legge fatta per fregare i 5Stelle e gli scissionisti di sinistra, che però oggi paiono su di giri, veramente molto elettrici e in qualche modo ringalluzziti dallo scandalo in arrivo.

ALFREDO D’Attorre, un ex del partito renziano, perde la voce per via di un acuto che gli provoca una momentanea afonia, durante la protesta in aula; Alessandro Di Battista perde la bussola davanti a Montecitorio, nel senso che si dirige verso una folla assiepata scambiandola per fratelli grillini. Scopre a sue spese che sono forconi siciliani, no vax romani e altri urlanti non identificati guidati dall’ex carabiniere Pappalardo. Saluta dopo che la frittata si è compiuta, ma pare ancora tonico. È tutto un sottosopra. Le vittime designate sono urlanti, in alcuni casi persino festanti per il delitto costituzionale; i vincitori si sentono un po’come traditori della parola data (“Ma Gentiloni non aveva detto che il suo governo non si sarebbe mai immischiato in queste cose?”). Paiono un po’disossati, confusi e mediamente ammutoliti.

Lei, per esempio, onorevole Ermete Realacci, cosa ha da dire? “Della legge elettorale capisco poco e nulla. Tento di parlare delle cose che conosco”. Nel sottosopra Roberto Giachetti, promotore della legge maggioritaria e digiunatore imperterrito per il ritorno al Mattarellum, si vede chiamato a illustrare, nella qualità di presidente di turno dell’assemblea, la via della virtù del voto di fiducia. Fischi e pernacchie. E Anna Finocchiaro, ieri orgogliosamente antirenziana, pronuncia a nome del governo la richiesta della fiducia sul patto renziano. Fischi, pernacchie e tanti vaffanculo dal lato grillino. Da quello di sinistra un più neutro “Vergogna, vergogna”. Lei, in un grigio total look, invoca due o tre articoli di legge e scompare.

Qualcuno del centrodestra, soprattutto meridionale, fa i conti con un proporzionale che non c’è più e che forse, grazie ai voti della contea, gli avrebbe permesso di affrancarsi dalla designazione berlusconiana. Invece il Rosatellum gli impone di andare ad Arcore in pellegrinaggio per ottenere il posto in lista.

VANESSA Camani, commercialista, nord Italia, non ha capito bene. “La gente penserà all’inciucio, prevedo un’altra scissione nel Pd”. Il veneziano Andrea Martella, della minoranza orlandiana, pensa alla vita: “Lascio il Parlamento. La decisione non è definitiva, ma ci siamo quasi”; la modenese Giuditta Pini pensa allo sposo: “Mancano quattro giorni al matrimonio e ti svegli con la febbre, il raffreddore, completamente afona…”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2017

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