Il divorzio a sinistra è consequentia rerum. E anzi, “la cosa che non ho ancora capito è perché Giuliano Pisapia non abbia completato il mandato di sindaco di Milano. Resta un mistero la ragione dell’interruzione a metà di un lavoro che poteva dare i suoi frutti, perché si sia fatto rapire da una suggestione piuttosto che forgiare sul campo, e sottoporre alla verifica del buon governo quotidiano, la sua leadership”.

Professor Alberto Asor Rosa, appare piuttosto sollevato da questo divorzio.

L’idea che si potesse costruire una coalizione elettorale di centro sinistra con un protagonista decisivo quale è il segretario del Pd che ha attuato, e purtroppo ha in mente di continuare con politiche distintamente di centro destra, mi sembrava una pretesa che ambisse a sfidare le leggi della fisica.

Siamo a Newton e alla legge di gravità.

Non si trattava di diversità trascurabili ma proprio dell’idea comune, almeno quella, fondativa, condivisa, costituente. Mancavano le basi per qualunque discorso. Ma dai, suvvia, ma come si fa?

Ora Bersani e D’Alema sono di qua, Matteo Renzi di là e Giuliano Pisapia, il costruttore del ponte, rovinato sotto i piloni che avrebbero dovuto sorreggerlo.

Date le premesse non entusiasmanti della vigilia, rimane la presa d’atto di un divorzio ineluttabile.

E rimane l’idea che la sinistra non riesca che autoaffossarsi.

Partiamo da una considerazione elementare: questa sinistra nasce da un rifiuto. Già una tale condizione manifesta la difficoltà del parto, prova che la gestante è anemica e fragile, documenta che questo processo di costituzione di una forza politica a sinistra del Pd resta tuttora priva di una spinta ideale, di un sostegno popolare, di una condizione anche umana di calore, di simpatia.

È un’operazione di ceto politico?

Tecnicamente lo è. Volendo essere ottimisti, oppure prendere la questione dal lembo opposto, possiamo dire che almeno questo ceto politico ha avvistato il disastro al quale andava incontro e si è fermato, non ha proseguito il cammino verso il burrone. Ha percepito, per esempio, che le politiche economiche propugnate da Renzi sono nettamente, distintamente di destra. Non aggiungo il resto, i rapporti cioè con Berlusconi, la qualità ideale della conduzione politica, i patti o i baratti et similia. Mi fermo alle politiche sociali, del lavoro. Se Bersani, D’Alema, quelli di Sinistra Italiana, anche quelli di Rifondazione, prendono atto che devono cambiare completamente le carte in tavola….

La rivoluzione, professore, non pare alle porte.

Io mi auguro solo che questo divorzio, come detto finora tutto interno al gruppo dirigente, si apra prima possibile alla simpatia e all’aiuto di un’opinione pubblica oramai così avvilita e distante.

Aggiungendo alla massa di astenuti coloro che votano Cinquestelle, la sfiducia nel sistema dei partiti raggiunge effettivamente vette inedite.

Temo che il precipizio ancora non l’abbiamo conosciuto nella sua interezza. Perchè l’argine alla disillusione che fino a pochi mesi fa pareva essere il movimento di Grillo ha iniziato a mostrare crepe piuttosto evidenti. Provi in un bar di Roma a parlar bene della Raggi: la sommergeranno ululati di disapprovazione. Anche i Cinquestelle pagheranno lo scotto della sfiducia e questo rende persino più incredibile che la sinistra non si adoperi per fare pace con i suoi elettori.

E Massimo D’Alema è il costruttore del nuovo? È il pompiere tra i duellanti o piuttosto il piromane? È l’uomo capace di comprendere il presente o il leader di un passato irrecuperabile?

Su di lui non dico nulla. È libero di fare ciò che crede.

Su Pisapia invece sente di poter spendere due parole.

Mi domando: ma perché non ha continuato a fare quel che stava facendo? Veramente non l’ho capito. Stava a Milano, era forte…

Da: Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2017

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