“Quindi cosa abbiamo fatto di male? Abbiamo scelto di candidarci con Forza Italia. In realtà avevano chiesto la disponibilità a me, ma da poco mi sono trasferito al Nord. Ho pensato che fosse una cosa buona per mia sorella Martina perché ha 32 anni e ancora non lavora. Magari si entusiasma con la politica, si fa venire una passione in testa. Sta sempre in casa…”. Il papà di Antonio Guarascio si chiamava Giovanni ed era un piccolo imprenditore edile. Case a nuovo, cielo terra. Costruiva per gli altri e venne il giorno che decise di farla per sé. Era il 1989 e stipulò un mutuo per 40 milioni di lire. Riuscì a pagare le rate regolarmente alla Banca Agricola di Ragusa fino al 2001, poi iniziò a rallentare. Con la crisi del 2009 il lavoro si diluì fin quasi ad annullarsi e anche le sue rate iniziarono a farsi insolute. A Vittoria, la sua città, un numero spropositato di famiglie come quella di Giovanni si videro recapitare il decreto ingiuntivo, infine chiamate alla resa con l’asta pubblica.

GIOVANNI scelse di ribellarsi alla violenza di un sistema che affamava per due soldi. Si diede fuoco il 14 maggio 2013. Il suo suicidio fece rumore e vergogna al punto che il Movimento di Grillo, che dall’operazione finanziaria avrebbe ottenuto un cospicuo utile netto elettorale, decise di ricomprare ai Guarascio la casa intanto venduta all’asta. A gennaio dell’anno scorso Giancarlo Cancelleri, accompagnato da Di Maio e da Di Battista, consegnarono un assegno di 30 mila euro, soldi del tesoretto che i cinquestelle siciliani hanno in verità ricavato alleggerendo le proprie buste paga di deputati regionali (gli uscenti sono 14). La moglie di Giovanni e i suoi tre figli ringraziarono e li abbracciarono. E tutta la stampa ne parlò, e vennero le televisioni. E furono lacrime e sorrisi. E denunce di quella macelleria sociale che aveva restituito a una società già povera una nuova classe di diseredati. Oggi, però, Martina Guarascio, salvata dai 5Stelle, si è candidata con coloro che i suoi salvatori ritengono gli affamatori politici dell’isola. Martina è divenuta improvvisamente berlusconiana: vota e fai votare Guarascio. “Ci dicono che siamo stati irriconoscenti, ma non meritiamo questa accusa né le altre cattiverie che su facebook i nostri compaesani hanno scritto”. Martina – seppur candidata – è invisibile e irrintracciabile. “Parlo io per lei”, dice Antonio. “Ai 5stelle avevamo chiesto alle scorse Comunali di Vittoria se magari uno della famiglia potesse essere messo in lista, ma Cancelleri ci disse che non era opportuno. A quel punto ci siamo sentiti liberi di accettare altre offerte, io sono stato anche segretario dei giovani di Forza Italia di Vittoria, quindi…”. In Sicilia la candidatura è un traguardo notevole e praticabile in ogni direzione. Nelle scorse settimane flussi migratori hanno svuotato le liste di Alleanza Popolare, il partito di Alfano, stella cadente del firmamento siculo, per svernare nell’Udc di Lorenzo Cesa, scomparso dalla vita politica nazionale ma rimesso in vita – a sua insaputa – dalle nuove necessità dell’isola. Alfano ha voluto maritarsi con Matteo Renzi, matrimonio che rischia di procurargli guai serissimi. “Ritengo che la sua formazione abbia difficoltà persino a raggiungere il 5%, la soglia di sbarramento per entrare a Palazzo”, commenta Nenè Mangiacavallo, deputato ai tempi dell’Ulivo, gran conoscitore del malaffare in sanità e oggi osservatore della sterminata platea dei trasformisti che, insieme ai cosiddetti impresentabili, formano il pacchetto di mischia centrale, il centro di gravità permanente della contesa.

“QUI È TUTTO un bisogno, è sempre un bisogno”, dice Mangiacavallo. La società del bisogno si incontra di prima mattina al Cup, il centro unico per le prenotazioni, di un ospedale a scelta, uno qualunque. Siamo andati in quello di Ribera, paese noto per le sue arance. Cardiologia: appuntamento non prima di sei/otto mesi, di una risonanza magnetica meglio non parlarne, delle visite specialistiche Dio ce ne scampi e liberi. La tragicità della situazione è tale che allo sportello il signor Alfonso, con una salute già compromessa, supplica di essere visitato da un urologo: “È già la quarta volta che vengo, ho subìto tre interventi chirurgici. Io muoio se non mi faccio visitare”. L’impiegata: “Per l’urologia può invece venire il 30 ottobre”. Alfonso, abituato ai tempi della sanità siciliana, si fa paonazzo: “Il 30 ottobre? Un anno per farmi visitare? E io tra un anno sono morto!”. Gli astanti in fila l’hanno dovuto scuotere: “Il 30 ottobre del 2017, tra giorni”. “4 giorni?”, ha domandato giustamente stupefatto. Il bisogno intruppa gli elettori nei Caf e nei Patronati. Nel mondo del bisogno quotidiano nascono gli spicciafaccende che col tempo, se sono scaltri, si trasformano in collettori di voti. Ciro Palmeri dirige in paese quello delle Acli: “Facciamo assistenza e consulenza. Contributi previdenziali, assegni sociali, invalidità civile, ci occupiamo della nuova disoccupazione, soprattutto prepariamo le pratiche di accompagnamento, di pensione, i certificati Isee, la dichiarazione dei redditi”. Il bisogno, per durare nel tempo, dev’essere sospeso. Perciò qui tutto è precario, ottima selvaggina per i politici in caccia di prede. Gli 8 mila operai forestali regionali (che si aggiungono ai 20 mila del corpo ufficiale ora riunito in quello dei carabinieri), e l’esercito immobile dei lavoratori socialmente utili, dei dipendenti contrattisti, dei funzionari a tempo. A una precaria, l’assessora regionale uscente Luisa Lantieri, è stato affidato il compito di regolarizzare i precari. Tutto torna, e come sempre si tiene.

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2017

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