Non c’è un centimetro dell’isola che non abbia la pancia gonfia di rabbia, urlata o respinta nelle viscere. E i marciatori della rabbia, i vessilliferi della rivolta e del disgusto davanti alle macerie del trasformismo e del malaffare, ma anche della cretineria di Stato, sono però gli unici ad avere volti sorridenti. Non assomiglia allo sbarco teatrale del leader di cinque anni fa, la grande nuotata nello Stretto, coast to coast. A dirla tutta è una marcetta approssimata e caotica, organizzata alla meno peggio, con i giornalisti a inghiottire un Beppe Grillo sofferente per l’influenza, il quale devierà, dopo il primo chilometro insieme al candidato Giancarlo Cancelleri e al suo mentore Luigi Di Maio (solo Alessandro Di Battista resisterà un altro po’) verso lidi più remunerativi.

Ma la presa di Catania, città chiave della Sicilia che produce, è obiettivo tuttora incerto ma finalmente possibile. Città e campagna, depressione e urbanizzazione, ceti alti e ceti bassi. I 5stelle siciliani sono forti in modo omogeneo. Perché? Perché – malgrado i guai romani, la multa di Torino, la goffaggine istituzionale, la precarietà della sua classe dirigente – i 5stelle confermano il monopolio dell’opposizione e si attestano a un alito di vento dal centrodestra che propongono Nello Musumeci, il candidato favorito?

UTILE PARTIRE da Messina, la “città-babba”che quattro anni or sono si ribellò al potere immutabile dei padroni delle ferriere – i Genovese (che ora hanno in lizza il pargolo, nello schieramento però opposto al loro precedente) e i Buzzanca – e chiamò al municipio il sindaco scalzo Renato Accorinti. “Ricordo come fosse ieri. Sebbene non l’abbia votato, e oggi dico per fortuna, la sera delle elezioni si trasformò in una enorme festa di popolo. Il municipio fu assaltato, sembrò la rivoluzione. Poi il nulla. Da quel giorno il nulla. Non un’idea, un progetto, un fatto. Solo parole”, ricorda Milena Romeo, organizzatrice di eventi culturali. Non un evento e nemmeno una strada, una piazza, un parco giochi. Disastro.

La rivoluzione parolaia della sinistra raggiunge poi lo zen con il fantasmagorico governo Crocetta. E noi giungiamo a Noto, la città del barocco, dove Costanza Messina è stata anni or sono vicesindaco per conto di Futuro e Libertà (“certo, non sapevo io e tanti altri di che pasta fosse fatto Gianfranco Fini”) per parlare di Crocetta come di un brand fallito. Costanza è europrogettista, dal carattere volitivo, performante e veloce: “Cinque anni buttati alle ortiche. Capisce che noi siciliani abbiamo dovuto commentare lo sbiancamento anale, vero o fasullo, del governatore? Il tema più rilevante del quinquennio è questo, ma com’è stato possibile. La vacuità della sinistra di governo si somma alla inefficienza del centrodestra e insieme gli uni e gli altri fanno da corona all’incompetenza della burocrazia regionale. Per cui i soldi ci sono e non si spendono. Per captare un briciolo di attenzione della classe politica bisogna mettere in agenda progetti mostre, quelli da molti milioni di euro che daranno, come al solito, milioni di speranze di fare affarucci vari, costruire clientele varie, espandere il potere all’inverosimile con la gestione della questua permanente. L’idea, l’innova – zione, il buon governo sono ritenuti elementi ultronei. Quando gli chiedi di impegnarsi su questo campo ti senti rispondere: chi nn’ha fari?, cosa te ne viene, cosa te ne fai?”.

A CATANIA il candidato più forte del Pd è Luca Sammartino che grazie a un poderoso transfert elettorale con Valeria Sudano, nipote dell’ex senatore Mimmo Sudano, capobastone dc, otterrà un’enormità di voti. In città si sussurra che sfonderà la soglia delle 20 mila preferenze. Lui entrerà in Regione, lei deputata regionale uscente, riceverà il corrispettivo in primavera quando sarà candidata in Parlamento. In borsa si chiama concambio. “Ecco, vedi? Dimmi allora un solo motivo – prosegue l’ex vicesindaco di Noto – per non essere travolti dalla rabbia. E la rabbia la sopisci un po’solo votando i 5stelle. Sono come un analgesico: magari non guarisce ma allevia il dolore. Penso che tanti ritengano quel voto assennato e adeguato, un sacrificio compensato dalla gravità della situazione”. “E noi?”. Bisogna arrivare a Sciacca, alla meravigliosa Sciacca, e la si raggiunge a fatica da Siracusa per via di strade oramai consumate dagli anni, polverose e pericolose, e trovare un ceppo di resistenza rossa, una bandiera ideologica e culturale innalzata e fiera: la squadra dei Cento Passi, la lista che raccoglie i fuoriusciti del Pd, ha il sentimento battagliero di Bersani e Civati e il volto di Claudio Fava come candidato presidente.

IN PIAZZA Tiziana Russo, avvocato, prova l’ultimo spot elettorale: “La guerra è difficile ma se le cose le fai capire bene anche nella terra dei rassegnati, dei racconti di Gesualdo Bufalino, l’attenzione che ti serve la trovi. Sappiamo che i 5stelle sono competitori forti, però noi raccogliamo un consenso di quella fetta di società che è sezioni e le piazze, a confrontarsi, a pensare e a parlare senza urlare. È gente allergica alla disciplina grillina, al moto ondulatorio di Di Maio, molto gnè gnè: gnè sinistra gnè destra. E allora dillo che sei democristiano, che sei il capo di un popolo di gnè gnè”.

I CENTO PASSI vengono stimati dai sondaggisti intorno all’otto per cento, che sarebbe una cifra rispettabilissima per un rassemblement formato poche settimane fa. Speranze ci sono e anche nuove e insolite colleganze possono immaginarsi. A Sciacca i 5stelle hanno un deputato uscente molto apprezzato, Matteo Mangiacavallo: “Sappiamo che il nostro risultato elettorale potrà aver bisogno, anche nel caso di una vittoria, di un sostegno più largo. Penso che Giancarlo Cancelleri, nel caso dovesse essere eletto, illustrerà i punti del programma sui quali chiedere una condivisione. Se saremo bravi e anche pragmatici riusciremo a incontrarci, vedrete che non sarà difficile”. Mangiacavallo, dai lineamenti delicati e dai modi educati, apre la porta alla realpolitik, illustra il tempo nuovo della maturità a cinquestelle. E certo non è un caso se Grillo sia volato a Catania e come prima decisione abbia scelto di presentarsi alla città dalle pagine del giornale di Mario Ciancio. Si è fatto intervistare da La Sicilia, come ogni potente che sia atterrato, e ha parlato compiutamente, esclusivamente di politica. Titolo a tutta pagina: “O noi, o trasformisti e malaffare”. Ed è un fatto che ieri, prima e durante la marcetta sul lungomare di Catania, abbia incontrato esponenti della società dirigente e affluente catanese. Da Confindustria in poi. L’isola che non cambia mai?

Da: Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2017

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